Le quattro piaghe del varietà in Italia

Inchiesta su sfruttamento, circuiti e censura nel teatro popolare

Le quattro piaghe del varieta


Questa inchiesta del 1950 racconta il lato meno luccicante del varietà italiano, dove il successo di pubblico non basta a garantire dignità a chi lavora sul palco: tra circuiti controllati da mediatori, compagnie “autopromosse” che affondano i bilanci, diritti d’autore manipolati e una censura capace di cambiare battute e personaggi, la rivista rischia di diventare una trappola per artisti e autori.


Mentre gli artisti fanno la fame, autentici negrieri agiscono e guadagnano alle loro spalle

Roma, marzo

Se qualcuno si prendesse la pena di compilare una statistica degli scioperi, è fuor di dubbio che i lavoratori del varietà dovrebbero venire annotati a parte, nel senso che essi formano una delle poche categorie che ancora non sono riuscite a far valere i propri diritti desistendo in massa dal lavoro. Ma se gli "artisti dello spettacolo”, come sogliono definirsi con un certo orgoglio, non hanno mai trovato la forza di scioperare, questo non significa affatto che tutto vada per il meglio. Basta avvicinarsi infatti ad un teatro, ad una ballerina, ad un capocomico o ad un truccatore per sentirsi rispondere che il varietà in Italia è una cosa avvilente e vergognosa, che tutto va male e peggiora a vista d’occhio, che la legge dovrebbe intervenire, che i commerci più illeciti vengono effettuati dietro le quinte dei teatri: in una parola che, mentre i "poveri artisti” fanno la fame, autentici negrieri agiscono e guadagnano lautamente alle loro spalle.

IL MONOPOLIO DEI CIRCUITI

«Mors tua vita mea», mi diceva una nota soubrette, ricordandomi l’assoluta mancanza di cameratismo tra compagni di lavoro. Gli attori di varietà temono infatti disperatamente lo sciopero, l’astensione dal lavoro, le parole aspre e le eventuali vendette dei "padroni" che, divenuti ormai potentissimi, anche e soprattutto per la debolezza degli sfruttati, potrebbero schiacciarli e ridurli in miseria in breve giro di tempo. Temono lo sciopero in quanto si temono a vicenda e temono che esso non riesca totale. Si tratta in verità di un giro vizioso che prende però il via e può esistere soltanto in funzione delle quattro fondamentali piaghe del teatro di varietà italiano che si chiamano: monopolio dei circuiti, autopromozione dell’avanspettacolo, cessione dei diritti d’autore e censura. Sono quattro piaghe che stanno conducendo alla tomba il nostro teatro di rivista.

Il monopolio dei circuiti viene effettuato per regioni o zone e tenuto in vigore dai vari agenti teatrali che, a differenza degli artisti di varietà, sono tremendamente solidali. Al punto che se uno di essi ha delle ragioni per non veder di buon occhio un capocomico o una intera compagnia e intende non farli lavorare, le porte di tutti i teatri nazionali si chiuderanno irreparabilmente per loro. Gli agenti di oggi non sono che i comuni mediatori di ieri, vietati per legge, i quali per non correre rischi di sorta hanno camuffato la loro attività creandosi attorno parvenze di agenzie teatrali. I proprietari dei locali ricorrono volentieri a costoro, che in tal modo riescono ad assicurarsi l’esclusiva del circuito per l’intera stagione. Stabilito il "borderò” di ogni compagnia (cioè la lista-spese giornaliera), l’agente si muove alla ricerca dei capocomici che aveva già sottomano e stipula con essi contratti quasi sempre pari alla metà della cifra pattuita col proprietario del locale. Il capocomico sicuro di essersi assicurato un grande circuito e qualche mese di lavoro continuato, accetterà senza esitazioni, riuscendo a guadagnarci a sua volta, a tutto scapito degli artisti che formeranno la compagnia. I quali, in quanto ultimi, saranno gli unici ad avervi rimesso tempo e salute per quattro miseri soldi.

Inutile dire che questo giro di contratti e di guadagni illegali avviene con il tacito accordo dei più e che molto raramente qualche isolato fa una recisa alzata di capo. È questo il caso di un amministratore che, convinto di essere stato licenziato per aver scoperto il gioco di un mediatore milanese di pochi scrupoli, non esitò a fare un esposto all’on. Andreotti, denunciando l’accaduto. Circa un anno fa, al capocomico di una compagnia di operette era stata proposta una scrittura di tre giorni in un teatro dell’Italia settentrionale. L’affare l’aveva procurato un agente, il quale offrì un "foglio paga" non superiore alle ottantamila lire al giorno. Il capocomico fece i suoi conti, tergiversò un po’ ma finì con l'accettare. La compagnia dovevi provare, muoversi da una città all’altra, fare qualche spesa: un acconto, insomma, non ci sarebbe stato male e, poiché l’agente si limitava a promettere senza decidersi a pagare, l’amministratore prese il primo treno e si presentò di persona al teatro al quale la sua compagnia era destinata. Alla richiesta di anticipo, il teatro corrispose di buon grado, rilasciando un assegno di duecentomila lire. La matematica non è una opinione e l’amministratore non era uno sciocco: insospettito dall’importo dell’anticipo, egli indagò e scoprì poco dopo che quel teatro pagava all’agente non ottanta bensì cento-quarantamila lire a sera. Ma lo scandalo non ci fu, l’agente ebbe una "chiarificazione” con l’incauto capocomico che non sapeva mantenere certi impegni e tutto si risolse con il licenziamento dell’amministratore, il quale invano pretese giustizia.

Pagina illustrata dell’inchiesta: crisi del varietà tra paghe basse, mediatori e sfruttamento degli artisti

LA “RIVA DEI BRUTI”

Abbiamo riferito un episodio a caso fra i tanti che accadono quasi giornalmente. C'è un certo mediatore che tiene in una città un giri' di affari di sedici compagnie di avanspettacolo e non conclude suoi contratti se non ottiene dal locale esattamente il doppio di quello che poi egli passerà alla compagnia. Si sono formati ormai anche da noi veri e propri trusts al di fuori del quali è il vuoto e il nulla.

Da questo stato di cose e dallo sfruttamento dei piccoli a vantaggio dei grandi, deriva il più delle volte la miserrima condizione de gli artisti di varietà. Eccettuate poche grandi compagnie di riviste, che fanno capo a Totò, alla Osiris, a Macario, a Taranto, le paghe calano vertiginosamente fino a raggiungere, a Roma, compensi per le ballerine pari a settecento lire al giorno (e si pensi che queste 700 lire devono servire, oltre che per mangiare almeno due volte al giorno, per andare a teatro in tram, per comperare almeno un po’ di cipria, una saponetta, per farsi aggiustare i capelli dal parrucchiere, nonché per procurarsi almeno due vestiti e due paia di scarpe da scena). Si tenga inoltre presente che il "borderò” di un avanspettacolo di periferia o di provincia non supera quasi mai le venticinquemila lire al giorno tutto compreso. È ad una quota simile che la dignità, la decenza, l’orgoglio e la morale degli artisti del varietà vanno a farsi benedire; subentra allora l’asservimento e il compromesso per gli uomini, la prostituzione per le donne. (Può capitare comunque anche di peggio: per esempio, che nemmeno le misere lire promesse vengano pagate e gli artisti, dopo aver data la loro opera, si vedano negato con una scusa qualunque il compenso. Ciò è possibile oggi, non essendo più obbligatorio il deposito cauzionale di tre giorni-paga. E ogni diffida o denuncia lascia il tempo che trova, rientrando al massimo nei limiti di una normale causa civile).

Gran parte di questo stato di cose dipende anche dalla pletora di gente che, uscita dalla guerra senza una qualunque professione, è convinta di trovare nel varietà un mestiere qualsiasi e soprattutto facile. Ballerine che non sanno cosa sia il ballo, comici senza la più lontana vena di humor, cantanti sfiatati e illusionisti più di se stessi che degli altri, formano da qualche anno la cosiddetta "riva dei bruti”, un mercatino volante di talenti scaduti, un ritrovo da cui inutilmente si sognerà la fama e la ricchezza. Siamo ancora capitati in un giro vizioso: costoro, a causa delle paghe basse, finiscono per trovarsi un altro impiego che occuperanno nelle ore libere del mattino, riuscendo in tal modo a vivere alla meno peggio. Però, a causa dell’impiego, non vorranno più muoversi dalle grosse città e lavoreranno soltanto in compagnie stabili, vedendosi diminuire ancora i compensi. Ora, poiché, oltre a tutto, costoro valgono poco o niente come artisti, che cosa induce gli agenti a servirsi ancora di loro? È qui che subentra la seconda grave piaga del varietà che va sotto il nome di autopromozione dell'avanspettacolo.

SARTE AUTRICI DI COPIONI

Ci si lamenta oggi che il pubblico non apprezzi più il teatro di rivista. «Sono passati i tempi in cui una dignitosa compagnia di avanspettacolo riusciva a tenere il cartellone per sei mesi consecutivi», si sente dire. Ma si tratta di lamentele ingiustificate e fuori luogo: il pubblico di oggi è né più né meno che quello di ieri. La verità è che il pubblico esige spettacoli dignitosi e fugge le combinazioni posticce. La verità è che quasi tutti hanno voluto fare in questi anni il passo più lungo della gamba e di punto in bianco l’avanspettacolo di ieri è passato oggi ”in teatrale”, cioè è diventato un vero e proprio spettacolo di rivista a se stante. Con il risultato che i posti lasciati liberi nelle file dell’avanspettacolo sono stati facilmente conquistati dagli incapaci di cui sopra. (È un po’ come se le squadre di calcio di serie B decidessero in gruppo di passare in serie A, approfittando di' un particolare stato di cose, senza rendersi conto che prima o poi dovrebbero sostenere un impari confronto). Così dei venti spettacoli ”in teatrale” esistenti oggi, almeno sedici sono in passivo. E finché i vari "autopromossi” non decideranno di ritornare "definitivamente” sui loro passi, la loro situazione finanziaria resterà piuttosto scabrosa. Si tratta insomma di far fare marcia indietro alla macchina e di ridare a ciascuno il j posto e il valore che si merita, eliminando gli inetti e gli incapaci.

Legata agli scarsi incassi dell'avanspettacolo è la terza piaga del varietà italiano, cioè la cessione dei diritti d'autore, che è forse la più grave in quanto la più ufficiale e legalizzata. I più noti autori di rivista fuggono l’avanspettacolo non tanto perché i diritti loro spettanti si aggirano solo sulla base del quattro per cento sugli incassi, quanto invece perché, in seguito a trattenute varie, se il loro guadagno risulterà dell'uno per cento sarà già buono. Sicché l’avanspettacolo, già scadente, viene ad esserlo ancora di più grazie ad ignoti rimpasta tori che compilano copioni sulla falsariga di vecchie farse, preferibilmente napoletane. La legge per lo spettacolo ”in teatrale” stabilisce invece che all’autore spetti il 10% sugli incassi e, per quanto i parassiti riescano a mangiarci sopra, a lui rimarrà sempre l un buon margine.

Prendiamo per esempio il caso di un autore che scriva un copione per una grossa compagnia, una compagnia i cui incassi si aggirino sul milione a sera; ciò significa che all’autore spetteranno sacrosantamente centomila lire tonde. E poiché i diritti d’autore sono la cosa più sicura di una compagnia, in quanto provvede ad accreditarli un ente statale, i capocomici, gli agenti, i mediatori e gli impresari non potevano ignorarli. Essi hanno perciò scoperto che "gli autori guadagnano troppo” e di comune accordo si sono dati a falcidiare i loro guadagni. Nessuno obbligava gli autori, ben inteso, a cedere alle nuove pretese, ma ognuno sapeva che se non le avesse accettate le porte si sarebbero chiuse per lui e qualche collega meno scrupoloso avrebbe finito per prendere il suo posto. Così, per paura di perdere tutto, si sono lasciati derubare, è questa la parola esatta, addirittura della metà del guadagno. L’autore da parte sua sottostà alle imposizioni e alle richieste di chi lo fa lavorare: accade così che alla Società Autori il suo copione risulti scritto da altre tre o quattro persone con lui, a ciascuna delle quali spetterà per legge un guadagno illecito. Di solito i nomi dei coautori sono quelli del calzolaio, della casa che ha fornito i costumi, dell'impresario e di non so chi altro. In un primo tempo l’autore autorizzava la società a passare parte dei suoi guadagni a fornitori o a privati designati da lui, restando unico autore del copione. Oggi invece siamo giunti al punto in cui anche una sarta è coautrice di un copione e la Società Autori, incaricata di tutelare e difendere gli interessi dei propri iscritti, non può farci nulla.

Abbiamo interrogato uno per uno gli autori che vanno per la maggiore e, pur trovandoli pronti a denunciare il male, tutti hanno declinato gentilmente l’invito a trovare una qualsiasi soluzione, a ribellarsi per primi a questi metodi degni in tutto e per tutto di una raffinata banda di gangsters. Sembra infatti che gli autori abbiano già una vita abbastanza difficile, per andarsi a procurare altri guai con una lotta aperta ai propri datori di lavoro.

LA CENSURA

E si scopre presto che la loro ossessione continua è quella quarta piaga del varietà nostrano che va sotto il nome di "censura”. La quale è tanto purulenta da indurli tutti a brontolare: «Almeno prima si sapeva quello che si doveva e non si doveva scrivere».

Le operazioni di censura di un copione sono apparentemente semplici: l’autore deve consegnarne due copie agli uffici incaricati che ne terranno una in archivio, restituendo l’altra meticolosamente timbrata pagina per pagina, con gli spazi bianchi tra le righe e il fondo pagina riempiti, per non permettere raggiunta di una sola parola. Ma la censura italiana non finisce qui e anzi proprio dopo l’approvazione ministeriale comincia la vera difficile vita del copione e del suo autore. Infatti la legge dà la facoltà al prefetto e al semplice commissario di servizio, oltre che di vigilare affinché le battute del copione siano rispettate, di vietarne alcune o di mutarle se lo ritengano opportuno. Il che si ripete con una certa frequenza, specialmente in provincia, per l’arbitrio di certi tutori dell’ordine troppo zelanti e spesso decisamente incompetenti. In qualche occasione è stato, per esempio, vietato l’uso della qualifica di cavaliere per un personaggio e proibita la presentazione sul palcoscenico di agenti dell’ordine e militari: per cui nelle riviste d’oggi tali personaggi devono indossare divise a vivaci colori da operetta viennese.

E qui si conclude la nostra inchiesta sulle cause prime e più gravi della crisi del varietà nel nostro Paese. Gli artisti che vi agiscono superano oggi la quota diecimila, ma lo Stato continua ad ignorarli e a lasciar correre. Così, irreparabilmente declina e muore, quello che un tempo non lontano fu il glorioso teatro di varietà italiano.

Giorgio Salvioni, «Oggi», 6 aprile 1950


«Oggi», 6 aprile 1950
Giorgio Salvioni, «Oggi», 6 aprile 1950

Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: «Oggi», 6 aprile 1950
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

🎭 Conclusioni

L’inchiesta di Giorgio Salvioni, pubblicata su «Oggi» nel 1950, mette a nudo un paradosso tipicamente italiano: il varietà riempie le sale e muove denaro, ma chi lo fa vivere spesso resta senza tutele e con paghe umilianti. Il cuore del problema non è il pubblico, bensì un sistema che favorisce l’intermediazione opaca: circuiti controllati da agenti solidali fra loro, compagnie “autopromosse” che trasformano l’avanspettacolo in rivista senza averne i mezzi, diritti d’autore ridotti con coautorie fittizie e una censura che continua anche dopo l’approvazione, tra arbitri locali e divieti grotteschi. Nel quadro, fa impressione il contrasto tra pochi nomi di punta — Totò, Wanda Osiris, Macario, Taranto — e la massa di artisti costretti a compromessi quotidiani: un documento duro, ma prezioso, per capire perché un teatro popolare possa declinare non per mancanza di talento, bensì per mancanza di regole.