Lo sciopero di Mario Monicelli
Il regista racconta la genesi del film "I compagni"

Il regista Mario Monicelli illustra il suo impegno civile e narrativo dietro la creazione del film "I compagni", un'opera che affonda le radici nella storia delle lotte operaie italiane per raccontare, con verità e umanità, le origini del movimento sindacale.
ALLA RICERCA DEI REGISTI “IMPEGNATI”. Siamo andati a cercarli sul set, all’inizio o alla fine di una nuova fatica per costruire un film su un argomento "impegnato". Storia recente o passata, temi di costume e d’attualità al vaglio della macchina da presa: ne vedrete le prime immagini, le sentirete commentare, dagli autori. Inizia la serie di queste interviste Mario Monicelli, "Leone d’oro” con “La grande guerra", presentando il film che sta portando a termine: "I compagni”
Una lira e venti centesimi era il salario medio giornaliero di un operaio verso il 1890. Ed un chilo di pane costava 35 centesimi, un chilo di pasta 50 centesimi. Rapportato quindi ai prezzi di oggi il guadagno dell’operaio non arrivava a cinquecento lire al giorno, per quindici ore filate di lavoro, dall’alba a notte fonda con appena mezz’ora di sosta per mangiare. Su questi dati si soffermò Mario Monicelli leggendo una inchiesta sulla condizione operaia che Gina Lombroso aveva pubblicato nel 1895 sulla rivista « Riforma Sociale ». Il regista intuì quale disperazione potesse esistere nell’animo di uomini costretti a vivere nell’abbrutimento della fatica e della miseria. I primi scioperi, di cui Monicelli da giovane aveva sentito parlare dal padre in termini di epica leggenda, dovevano essere esplosi in questo clima di estrema rivolta in nome della più semplice ed essenziale dignità dell’uomo. Maturò così il progetto del film I compagni.

« Il problema dello sciopero, del rapporto umano fra padroni e lavoratori è vivo e scottante ancora oggi — dice Monicelli. — Avrei quindi potuto affrontare questo tema anche in termini attuali. Ma ho creduto più interessante risalire agli inizi delle agitazioni operaie per mostrare quanto di spontaneo e di immediato vi fosse in questi movimenti. Non esistevano sindacati, non c’era traccia di organizzazione: la spinta veniva dall'intemo di animi disperati ed avviliti. Questi primi scioperi furono manifestazioni confuse, istintive, quasi romantiche. Ma proprio questa verità umana degli scioperi di mezzo secolo fa aiuta a comprendere i valori dei movimenti operai di oggi, valori che spesso restano nascosti dietro nuovi e complessi schemi organizzativi ».


Monicelli con I compagni affronta un tema difficile e coraggioso, si impegna su un problema che si stacca violentemente dalla grigia palude in cui nuota oggi gran parte del cinema italiano. In nome della crisi in atto produttori e registi ricamano in fretta film senza idee e senza problemi. Ed in un certo senso può stupire che la reazione più seria e decisa a questo cinema di evasione sia guidata da un regista come Monicelli che . per molti anni è stato l’araldo dei film di Totò e di Silvana Pampanini. Ma la contraddizione è solo di ordine storico: fra i filmetti ridanciani di quel periodo e questo impegnato di oggi c’è l’esperienza de La grande guerra, la scoperta cioè dei più gravi problemi dell’uomo nella dimensione spesso meschina della vita quotidiana. Proprio perchè Monicelli è rimasto per tanti anni nel pantano dei filmetti di cassetta la serietà con cui oggi affronta problemi di fondo è molto impegnativa : « Mi sono accorto — spiega il regista — che il settanta per cento dei cosiddetti film brillanti di evasione, in realtà sono noiosissimi, proprio perchè si avverte quanto siano vuoti ed inutili. D'altro canto i film seri possono ugualmente annoiare il pubblico perchè pretendono di isolare i problemi dalla realtà minuta della vita. Per I compagni sono voluto restare in una certa misura sul filone de La grande guerra: vedere un momento decisivo della storia, come fu appunto la nascita del movimento operaio, attraverso la realtà spicciola degli uomini che lo vissero. Nelle giornate di qualsiasi uomo c’è il momento di disperazione e quello di entusiasmo, c’è la lacrima e c’è la risata ».
In Italia c’erano stati alcuni movimenti di resistenza, che si potrebbero anche chiamare scioperi, nelle campagne nel 1882, e poi ancora nel 1884. Anzi a voler andare indietro nel tempo c’erano stati anche i moti di protesta contro la tassa sul macinato nel ’68 in varie regioni d’Italia. Ma Monicelli ha preferito ricercare il primo sciopero nell'industria. « Le condizioni di vita degli operai erano di gran lunga le più disperate — spiega il regista. — Da alcune testimonianze si ricava un quadro di tale squallore che a sentirne parlare si prova ancora oggi un senso penoso di angoscia. Ho cercato di riprodurre questo ambiente, le casupole degli operai, i loro quartieri fangosi, sullo schermo, ma non mi illudo di essere riuscito neppure a sfiorare la realtà ».


In un ospizio per vecchi di Torino, Monicelli ha ritrovato due operai che parteciparono attivamente ai primi scioperi del ’96. Uno è Lorenzo Baudino. Ha ottantacinque anni ed a quei tempi era « battimazza » in una stamperia. Lavorava sedici ore al giorno in una specie di cantina senza luce e senza aria, picchiando con martelli di legno sugli stampi di piombo che allora avevano il posto delle rotative. E quando era malato e restava a casa, in una gelida e sconnessa catapecchia di periferia, il padrone gli toglieva la paga. Giuseppe Trincherò è l’altro vecchietto incontrato da Monicelli nell’ospizio. A quattordici anni già lavorava in una fonderia di Vercelli e, sia pure con la confusione dell’età, ricorda i primi movimenti nelle fabbriche, gli assalti delle Guardie Regie chiamate dai padroni. Le testimonianze di questi due vecchi operai sono state preziose a Monicelli per ricostruire il clima umano in cui maturarono gli scioperi del ’96.
Il film comincia infatti con alcune sequenze che mostrano la vita degli operai nelle stamberghe in cui abitavano, in una Torino invernale, gelida e squallida. In una cantina gli operai hanno improvvisato una scuola: vogliono almeno imparare a leggere, ed un professore idealista e di nobili sentimenti li aiuta in questo loro impegno. Una vita senza significato la loro : tornano a casa a sera tarda, stanchi e disfatti, partono per la fabbrica che ancora è notte. E anche le loro donne devono andare a lavorare, come lavandaie, come domestiche ; i bambini crescono nella strada, finché a quattordici anni prendono anch’essi la strada della fabbrica. Un giorno imo degli operai ha un incidente sul lavoro : perde la mano negli ingranaggi d’una macchina. Per la fabbrica la sua presenza è diventata inutile, ed il padrone lo caccia senza una parola di comprensione. E’ la scintilla che accende gli animi già spinti alla disperazione : gli operai decidono lo sciopero. Ma il loro movimento è talmente spontaneo che sconfina nella più disarmata ingenuità: il padrone li schiaccerebbe facilmente e il professore decide allora di organizzarli, di guidare la loro azione. Il film è la storia di ventisei giorni di sciopero, di ventisei giorni di ansia e di fede. C’è l’arrivo dei crumiri, c’è l’assalto delle Guardie Regie, c’è la fame che piega gli animi più forti. E dopo quasi quattro settimane lo sciopero fallisce.
Il finale potrebbe apparire pessimistico nella sua amarezza — dice Monicelli. — Ma proprio le conquiste cui è giunto oggi il movimento operaio dimostrano che quei movimenti di cinquant’anni fa non furono inutili, anche le battaglie perse servono a vincere le guerre. Se non altro quelle esperienze, dolorose e sanguinose, convinsero gli operai che razione non poteva essere condotta in maniera romantica, ma doveva essere compatta ed organizzata».
Figura chiave del film è, da questo punto di vista, il professore. Il ruolo è interpretato da Marcello Mastroianni, un Mastroianni inedito, con barba ed occhiali. « Vi fu sul fiinire del secolo un ”socia-lismo dei professorini”, un movimento generoso e idealista che spingeva gruppi di intellettuali sulle barricate degli operai — dice Monicelli. — Erano giovani professori che avevano una testa positivista ed un cuore deamicisiano. Portavano la loro convinzione nelle nuove teorie sociali, la loro esperienza di studio, ma soprattutto il loro entusiasmo romantico. Credo che una delle pagine più indicative sia proprio il comizio che Mastroianm improvvisa sul piazzale della fabbrica quando coglie nella massa i primi segni di scoraggiamento e di paura ».

Le scene dello sciopero sono state girate a Cuneo e per una strana circostanza in quei giorni una delle grandi officine della città era effettivamente in sciopero. Monicelli ha quindi arruolato in massa alcune centinaia di operai veri, anzi di scioperanti veri, e li ha utilizzati nelle riprese. Il comizio tenuto da Mastroianni li ha talmente presi che lo hanno acclamato a lungo, oltre i limiti previsti dalla scena : in fondo quello che diceva il « professore » di cinquant’anni fa era valido ancora oggi. Ed anche la scena dello scontro con le guardie regie ha acquistato estremo vigore poiché gli operai erano guidati da Folco Lulli il quale a Cuneo ha una grande notorietà che risale ai tempi della Resistenza, quando organizzò le prime bande partigiane in Val Casotto e tenne in scacco per mesi i tedeschi che occupavano la città e che misero sulla sua testa una taglia da un milione. Con Lulli gli operai-comparse sono andati all’assalto con la foga e l’impeto di quegli anni. Anche da questi fatti marginali di lavorazione, Monicelli ha tratto la convinzione di aver scelto bene la strada : i film che affrontano, sia pure in una prospettiva storica, temi che hanno una profonda risonanza nell’animo della gente, suscitano quella spinta di entusiasmo ad ogni livello che serve ad abbattere il diaframma della finzione scenica.
Monicelli crede nel film impegnato, ma a due condizioni fondamentali : evitare di cadere nella retorica ed evitare di salire nell’intellettualismo astratto. Ed a questo fine egli cerca di vedere i problemi nella dimensione degli uomini che vi si trovano coinvolti. Così I compagni non è tanto la storia di uno sciopero, quanto la storia, ora drammatica ora comica, degli uomini che lo fecero.
Giorgio Nicolai, «Noi Donne», a.XXVIII, n.28, 13 luglio 1963
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| Giorgio Nicolai, «Noi Donne», a.XXVIII, n.28, 13 luglio 1963 |
Fonte originale: Giorgio Nicolai, «Noi Donne», 13 luglio 1963
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🎭 Conclusioni
Con la realizzazione de I compagni, Mario Monicelli conferma la propria maturazione artistica, distaccandosi dall'evasione dei primi successi per abbracciare un cinema di profondo impegno civile. Attraverso una ricostruzione storica attenta alla realtà quotidiana, il regista, affiancato da un sorprendente Marcello Mastroianni, trasforma la cronaca delle prime lotte operaie in un affresco corale universale. La sua capacità di unire il dramma alla quotidianità, evitando la retorica e l'intellettualismo astratto, rende il film una testimonianza preziosa sulla nascita della consapevolezza operaia e sull'importanza storica dei movimenti collettivi in Italia.
