Il più comico spettacolo del mondo

Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.

La preghiera del clown

Inizio riprese: aprile 1953 - Autorizzazione censura e distribuzione: 17 ottobre 1953


Titolo originale Il più comico spettacolo del mondo
Paese Italia - Anno 1953 - Durata 70 min - Colore - Audio sonoro - Genere comico - Regia Mario Mattoli - Soggetto Mario Monicelli, Ruggero Maccari, Sandro Continenza, Italo Di Tuddo - Sceneggiatura Mario Monicelli, Ruggero Maccari, Sandro Continenza, Italo Di Tuddo - Fotografia Fernando Risi, Riccardo Pallottini, Karl Strauss - Montaggio Roberto Cinquini - Musiche Armando Trovajoli - Scenografia Piero Filippone - Costumi Dario Cecchi


Totò: Tottons - May Britt: May, la domatrice - Franca Faldini: Dorothy, la soubrette - Mario Castellani: Karl il domatore/Lucio, il coiffeur - Toto Mignone: un marinaio - Gianni Agus: il signore con i capelli tinti di rosso - Alberto Sorrentino: Bastian - Ignazio Balsamo: il giornalista siciliano - Enzo Garinei: il presentatore - Lia Rainer: una cliente del parrucchiere - Tania Weber: Tania, la trapezzista - Elena Sedlak: una ballerina - Marc Lawrence: il proprietario del circo - Eleonora Morana: Stella


Il_piu_comico_spettacolo_del_mondoSoggetto

Un clown di nome Tottons (Totò) del circo Togni, obbligato a non struccarsi mai per non svelare la sua identità, viene perseguitato continuamente dalle gelosie di tre donne (una domatrice di leoni, una fantasista, una trapezista) e anche dalle indagini di un poliziotto. La trama è un chiaro pretesto per una serie di numeri tratti dalle riviste di Totò (come quello del parrucchiere omosessuale e della massaggiatrice).

Critica e curiosità

La ditta Ponti - De Laurentis dopo aver sperimentato il colore colFerraniacolor e il Gevacolor tenta una nuova via, sempre sulla pelle di Totò, ovvero il cinema tridimensionale brevettando un sistema originale il Podelvision. I problemi tecnici sono enormi, non si deve girare con una ma con tre cineprese e anche in fase di sviluppo e stampa si incontrano altri inconvenienti, questo comporta che i tempi per la distribuzione del film siano notevolmente lunghi. Mettono sotto contratto Karl Strauss", non per la fama di direttore della fotografia di Aurora e di Luci della ribalta ma in quanto autore di un cortometraggio in 3D.

Alto e allampanato, Struss coadiuva i due direttori della fotografia, Fernando Risi e Riccardo Pallottini. A un tecnico della troupe, Claudio Mancini, sembrava papa Pacelli, tanto è vero che noi elettricisti dicevamo: “Mannaggia, mo’ ce benedice!”. Struss, come tutti quelli che avevano lavorato con Charlot che faceva tutto lui, non sapeva fare niente».

Le luci, come in questi primi film a colori, sono fortissime e Totò, come al solito, accetta di rovinarsi la vista sottoponendosi anche al calvario del Ferraniacolor Podelvision. La produzione riesce ancora una volta ad aggiudicarsi il primato tecnico ma è l’unica cosa di cui può gloriarsi: in laboratorio lo sviluppo è complicato e la proiezione lo sarà ancora di più. Le due pellicole vanno proiettate insieme, in perfetto sincrono, e in tutta Italia solo dieci sale si dichiarano disponibili. Finisce che il film viene riportato alle due solite dimensioni, senza occhiali, proiettando solo una delle due copie della pellicola, e ridoppiando Enrico Viarisio che nell’introduzione al film anziché l’originario elogio del 3D rivendica la validità del vecchio sistema (dando al contempo, con scarsa coerenza, alcune dimostrazioni pratiche di rilievo).

E infatti quando il film esce nelle sale pare che la febbre del 3D si sia affievolita, il film viene dato in visione solo a 10 sale attrezzate per il 3D mentre alle altre viene data una copia in edizione normale; ma in queste 10 sale l'affluenza è talmente poca che gli esercenti si affrettano subito a sostituire la copia in 3D con una normale. Il primo tentativo italiano di cinema tridimensionale può considerarsi fallimentare.

Mario Mattoli riunisce molti spunti delle precedenti riviste di Totò con l’unico obiettivo di mettere insieme almeno 70 minuti di spettacolo e di far lanciare ai protagonisti un gran numero di oggetti verso la macchina da presa; ai produttori il film serve soprattutto come allenamento tecnico in vista di una Odissea internazionale a tre dimensioni per la regia di Pabst. La trama è appena un canovaccio dentro cui infilare numeri del circo Togni, la sequenza del massaggio riciclata da Fermo con le mani, il quadro del coiffeur pour dames da Bada che ti mangio! e persino lo sketch del manichino da Belle o brutte mi piaccion tutte che lo stesso Mattoli aveva già filmato nei Pompieri di Viggiù.
Nel film troviamo pure alcuni motivi d’interesse per quanto riguarda la maschera di Totò: dalla riproposizione parziale dell’antico numero del morto-vivo, l’unica presente nei suoi cento film, la scenetta di Totò trasformato in un tirassegno da luna park è poi una nuova variante della sua ambiguità biologica, del suo essere insieme animato e inerte, infine la preghiera del clown, in cui il profilo sghembo del comico e quello compassato del principe si sovrappongono per la prima e unica volta, ha accenti di commozione e sincerità piuttosto inusuali in un prodotto del genere.

Il fez che Totò indossa la nella scena della "testa di turco",  è lo stesso che porta nel successivo film di Mattoli, Un turco napoletano, che si stava preparando nel frattempo.

Da ricordare "la preghiera del comico" che Totò recita, vestito da clown, nel finale del film. Tra il pubblico che assiste agli spettacoli del circo si notano diversi attori che fanno la loro comparsa per pochi secondi, forse per prendere confidenza col 3D, tra essi si notano: Aldo Fabrizi, Carlo Campanini, Isa Barzizza, Antony Quinn, Silvana Mangano, Antonella Lualdi, Carlo Croccolo. Essendo una parodia non potevano mancare riferimenti al film serio di De Mille, Seastian. Alberto Sorrentino cadendo dal trapezio si ferisce alla mano (rimanendo paralizzato, riferimento all'episodio di Sebastian Cornel Wilde) e non può più lavorare come trapezista, di conseguenza gli suggeriscono (appendendogli dei palloncini colorati alle dita rattrappite) di fare il venditore di gadget sugli spalti del Circo. Nel 2011, dopo due anni di restauro, il film è stato presentato da Aurelio De Laurentiis al VI Festival Internazionale del Film di Roma. Il restauro è stato difficile per l’alta infiammabilità delle vecchie pellicole e la necessità di ricostruire le parti logorate.


Così la stampa dell'epoca


1953 05 24 Noi Donne Il piu comico spettacolo del mondo intro

Fino a qualche giorno fa, gli spettacoli che l’organizzazione del Circo Togni, (uno degli ultimi, gloriosi circhi equestri, uno dei pochi che fa ancora, puntualmente, tutti gli anni, il giro delle grandi città d’Italia per esibire i suoi domatori, i suoi clown, le sue bestie feroci ed i suoi trapezisti) erano due. Uno era lo spettacolo della sera, quando la grande tenda del circo si illuminava, e cominciavano i vari numeri; l’altro, invece, forse anche più divertente, si svolgeva al mattino.

Dalle otto del mattino, infatti, il circo veniva invaso da una folla di operatori, elettricisti, cineasti. E, poco dopo, cominciava «Il più comico spettacolo del mondo». Un film con un pagliaccio d’eccezione: Totò, perfettamente truccato secondo il costume tradizionale che la nostra fotografia vi mostra; con una «prima donna» paludata di un abito di sontuoso raso rosa, adornata da un cappello con grandi piume di struzzo: Franca Faldini, fidanzata di Totò e protagonista del film: e, infine, con una graziosissima domatrice, in aderente costume bianco e nero: May Britt.

«Il più comico spettacolo del mondo», un film che sarà la satira dell’americano «Il più grande spettacolo del mondo» di De Mille (Totò ha nel film la stessa truccatura che nella pellicola americana aveva James Stewart), sarà a tre dimensioni: una novità per l’Italia, una innovazione già in atto da molti anni nell’Unione Sovietica ed ai primi esperimenti in America.

«Noi Donne», anno VIII, n.21, 24 maggio 1953

1953 05 24 Noi Donne Il piu comico spettacolo del mondo f1 1953 05 24 Noi Donne Il piu comico spettacolo del mondo f2

«Alle smorfie e ai lazzi di Totò sembrano affidati, da qualche tempo, tutti i tentativi e gli esperimenti più azzardati del nostro cinema ieri era la volta del primo film realizzato con un sistema a colori italiano, oggi è toccato al primo film in 3D (brevetto americano, però). Di fronte al tentativo dichiarato, così, il giudizio sul risultato spettacolare non deve essere troppo ingeneroso perché anche se da vicenda prendendo le mosse da un tentativo di parodia che si rifà, fin dal titolo, a un film americano sulla vita dei circhi, finisce per essere soltanto una sbiadita antologia dei più famosi numeri delle riviste di Totò. Il pubblico, che ha eletto il comico napoletano proprio beniamino, ride, comunque si diverte, applaude. Che desiderate di più? In 3D si possono ammirare oltre al mento di Totò, le grazie fiorite e fiorenti della dolce May Britt, della sempre più bella Tania Weber e di Franca Faldini. La regia di Mario Mattoli, Ferraniacolor.»

«Il Tempo», 5 dicembre 1953


«[...] Tra le mostruosità che hanno sulla coscienza tanto Mattoli quanto Totò, Il più comico spettacolo del mondo è certo la più madornale.» [...] Col tempismo che spesso li contraddistingue i nostri produttori sono arrivati, per così dire, a battaglia finita, quando ormai gli spettatori danno chiari segni di impazienza, di fronte all’impaccio degli occhiali: così che, dopo due o tre giorni di proiezioni in 3D i locali si sono affrettati a sostituire la copia con quella normale, basando per di più su questo fatto la loro pubblicità [...] Karl Struss ha affidato le sue macchine al nostro Fernando Risi di cui riconosce l’eccezionale bravura, e se ne sta intorno al set con l’aria incantata di un turista americano che stia a guardare i monumenti della Roma dei Cesari; alcuni dicono che Struss cerchi soltanto di sottrarsi all’infernale ambiente del set sul quale convergono gli infuocati fasci di luce di decine di riflettori [...] Totò ha trovato una buona scappatoia per entrare sicuramente nella storia del cinema: interpretare il primo film italiano in 3D».

Giulio Cesare Castello, «Cinema» n.108, 30 aprile 1953


«Alle smorfie e ai lazzi di Totò sembrano affidati, da qualche tempo, tutti tentativi e gli esperimenti più azzardati del nostro cinema, ieri era la volta del primo film realizzato con un sistema a colori italiano, oggi è toccato al primo film in 3D [..]»

Vice, «Il Tempo», 1953


«"Il più comico spettacolo del mondo", di Mario Mattoli, é il primo film Italiano a tre dimensioni. Non crediamo che ne debbano seguire molti altri: la stereoscopia ha subito fatto il suo tempo. Si tratta, almeno all'Inizio, d'una parodia del "Più grande spettacolo del mondo", di De Mille: storia di un pagliaccio da circo equestre inseguito dalla polizia. Sfrutta, con il solito lancio di oggetti verso la sala — fiori, palle, getti d’acqua, proiettili — e possibilità emotive del rilievo. E sfrutta il surrealismo marionettistico della più consueta comicità del maggiore interprete, Totò. Due o tre episodi, e specialmente un «quadro» da rivista, quello di Totò parrucchiere e massaggiatore, riconducono al clima degli altri film di Mattoli. La conclusione frettolosa, una flebile preghiera recitata da Totò, perde di vista il tema del film e sembra messa il per dare una soluzione purchessia alla vicenda, più corta di fiato del solito. A May Britt e a Franca Faldini, ma meglio ancora a Tania Weber, è affidato il compito di dare risalto, diciamo, al risalto; ossia di lasciare intendere, nella procacità di certe ostentazioni, a quale prestigio volentieri si affidi la riuscita della stereoscopia; il prestigio della corposità.»

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 3 dicembre 1953


«C'era da aspettarselo dopo un “Totò a colori” non poteva mancare un Totò tridimensionale. Non che dispiace il fatto che una casa di produzione italiana abbia voluto utilizzare il nuovo mezzo tecnico  la cui funzionalità del resto è piuttosto discutibile; e ciò che deploriamo è che si è creduto che bastasse aggiungere il 3D al nome di Totò per assicurare comunque il successo di cassetta. Il film, almeno nelle intenzioni (e intenzioni sono rimaste)  voleva essere una parodia di “Il più grande spettacolo del mondo”, di Cecil B De Mille. In realtà esso non è che uno scadente canovaccio, il quale permette al Circo Togni di  esibire i suoi artisti e a Totò di dar via libera ai suoi lazzi che  nonostante tutta la buona volontà raramente riescono a strappare qualche risata. Tra l'altro gli sceneggiatori erano così a corto di idee che non hanno esitato a rispolverare alcuni noti sketch di Totò come per esempio quello dei manichini che faceva parte del repertorio teatrale del comico e quello della massaggiatrice, tolto di peso dal vecchio film “Fermo con le mani”. [...]»

Vice, «L'Unità», 5 dicembre 1953


«Sbollita la prima curiosità, il cinema tre dimensioni si è dimostrato sprovvisto di particolare capacità non dico espressive, che potrebbero non avere importanza ai fini commerciali di un film, ma di immediata efficacia spettacolare. I tanto decantati effetti di profondità e di rilievo non solo non intensificano le risorse comiche o drammatiche del racconto, ma passano ben presto inosservati; e tale inefficienza fa maggiormente sentire il fastidio degli occhiali e rilevare il confuso sfarfallio dei movimenti bruschi. Non per nulla questo inutile infantile espediente è stato già abbandonato dagli americani che pur vi avevano riposte tante speranze. non potendo, Dunque, contare sulle specifiche risorse del sistema, il film deve fare assegnamento sui mezzi di un normale spettacolo cinematografico che sono quelli di un interessante e divertente congegno narrativo. Nel film presentato ieri esso manca del tutto: la vicenda, se così si vuol chiamare, si limita ad un seguito di non sempre comici interventi di Totò in uno spettacolo di circo equestre. [...] A ridere delle pretese trovate umoristiche sono i soli in spettatori del circo fra i quali si scorgono la Mangano, Fabrizi ed altri attori. I numeri del Circo Togni sono ricchi ed attraenti, i costumi di gusto, la fotografia a colori e assai riuscita, la stereoscopia eccellente. Peccato che tanto impegno produttivo sia così male impiegato. Totò e il regista Mattoli hanno fatto quel che hanno potuto: non si può cavar sangue da una rapa.»

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 5 dicembre 1953


«Un estroso e misurato, espressivo e godibile Totò è al centro di « Il più comico spettacolo del mondo»; alla fine anzi, quando egli raduna intorno a sè i compagni d'arte e di rischio del circo equestre dove, a somiglianza del film quasi omonimo di Cecil De Mille, lo spettacolo si svolge, e pronuncia parole di congedo nelle quali è tanta umanità, un senso di vero ed un moto di consentimento compensano la fatica di Mario Mattoli, anche per quella parte in cui l'adattamento, abile sempre, rimane allo scoperto. Al film, la cui avvincente materia si presta a quadri ed a scene pittoresche, ha collaborato con le sue attrezzature, i suol artisti, le sue belve il circo Togni e, trattandosi di un saggio tridimensionale a colori, campo nel quale si mostra così di saper scendere anche noi vittoriosamente, va ammesso che miglior destro per raggiungere singolari effetti non poteva venire offerto ad una fantasia che si sviluppa ricca e fertile di trovate, nonché di soluzioni anche in campo tecnico. Con il suo reale e il suo parodistico, i suoi effetti spettacolari, gli episodi gustosi, la sua simpatica gente, il film riesce a prendere e a divertire.»

«Corriere d'Informazione», 3 dicembre 1953


«Abbiamo oggi anche Totò protagonista di un film a tre dimensioni. Il «tre dimensioni» è quello spettacolo che va visto con gli occhiali colorati.
Con questi occhiali i personaggi assumono un netto rilievo e quando dallo schermo fanno il gesto di lanciare acqua o «ciche» verso il pubblico, si ha l'impressione che vi arrivino sul naso.
Ripetuto questo, che per gran parte del pubblico è cognito, esaminiamo il film in sè e il signor Totò protagonista del medesimo. E qui dobbiamo ripetere quanto abbiamo scritto altre volte; è un vero peccato che un autentico artista come Totò (un attore di potenza non comune) si avvilisca nello sciorinare al pubblico scemenze, gesti osceni e doppi sensi. Lo abbiamo tanto ammirato nella umanissima interpretazione di
«Guardie e ladri» e dobbiamo rivederlo invece ancora e sempre nei panni di un personaggio da rivista che si abbassa al livello, spesso, di un attore da avanspettacolo. [...] Il film si chiude con la preghiera serale detta da Totò, cui assiste tutta la compagnia. Dice cosi bene cose vere e delicate da sentirne commozione, ma ecco che con intercalari buffi, che rendono la preghiera irriverente, sconcerta chi ha creduto per un momento che fra tante cose melense, ve ne fosse una intonata. Un esempio: Oh, tu che sei la vera rete di salvezza... C'è tanta gente al mondo che fa piangere... Noi dobbiamo piangere per far ridere... E poi ecco a battuta sciocca: Salvaci dalle unghie delle nostre donne, chè da quelle delle belve ci salviamo noi.»

C. Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo», 5 dicembre 1953


«Film sgarrupato e incoerente quant’altri mai, "Il più comico spettacolo del mondo" ha comunque dal punto di vista tecnico dei pregi non indifferenti; riemerso dopo un lungo restauro al Festival di Roma 2011, mostrerà una profondità di campo e un’efficacia stereoscopica superiori al 3D dei film realizzati sessant’anni dopo.»

Cfr. Alberto Anile, Totò Exploitation, «Cabiria», n. 174, maggio-agosto 2013, pp. 55-64


1953 06 Cinema La stereoscopia non si addice al cinema

3D contro rilievo
La stereoscopia non si addice al cinema

«Cinema», n.110, 1 giugno 1953


Il più comico spettacolo del mondo (1953) - Articoli correlati


I documenti


Signori, io sono qui per dirvi che vedrete in edizione normale questo primo film tridimensionale a colori realizzato in Italia. La tridimensione, come tutte le novità che si rispettano, ha i suoi sostenitori e i suoi denigratori. Ma noi crediamo che non si debba rinunciare al vecchio sistema...

Enrico Viarisio, il presentatore del film


A differenza degli altri film di Totò che come lavorazione duravano dalle tre alle quattro settimane, Il più comico spettacolo del mondo durò di più perché era uno sforzo molto grosso. Credo che Totò ci abbia sofferto parecchio perché un film di quel genere, il primo tridimensionale, portava a delle lentezze che lo stancavano moltissimo e lo innervosivano. Era una persona socievolissima, sul set non si tirava mai indietro, non si presentava all’ultimo minuto per lavorare quanto gli pareva; però voleva che la lavorazione scorresse, mentre per questo film si perdeva molto tempo per l’allestimento delle luci, delle macchine, delle riprese, e quindi andava tutto un pochino a rilento. La cinepresa non era più una ma tre che dovevano funzionare quasi in contemporanea, quindi tre dovevano essere gli operatori, i direttori delle luci. Certo, per Totò era una bella soddisfazione fare questo primo tentativo in 3D, però non c’era la solita atmosfera: mentre prima quello che contava nei film di Totò era la presenza di Totò, in questo film contava anche la parte tecnica. Poi Mattoli era un uomo molto ligio al dovere e molto fissato, anche tecnicamente, voleva che le cose si svolgessero in quella determinata maniera. E Totò per Mattoli aveva un’enorme stima, perché aveva un lato debole. Mattoli era un laureato, Totò un principe: i titoli, nobiliari o di studio, a lui facevano molto colpo. Succedeva anche con me, perché ero laureato in farmacia, Totò lo sapeva e mi chiamava “il dottorino”, gli faceva un po’ piacere sapere che sui suoi set c’era anche un laureato. Mattoli era avvocato, e quindi non dico che avesse solo per questo una stima maggiore, però era un pochino più ligio a certe cose, e le cose filavano più per il verso giusto.

Enzo Garinei


Ci fu anche un film di Totò in tre dimensioni, Il più comico spettacolo del mondo, una parodia del filmone di De Mille sul mondo del circo. Fu girato in un circo vicino San Paolo e avevano preso l’operatore di Charlot, Karl Struss, alto alto che sembrava Papa Pacelli, tanto è vero che noi elettricisti dicevamo: “Mannaggia, mo' ce benedice!”. Struss, come tutti quelli che avevano lavorato con Chaplin che faceva tutto lui, non sapeva fare niente.

Claudio Mancini



"Oggi a me domani tocca a te" (Bonagura-Redi) dal film "l più comico spettacolo del mondo" (1954)

La prima avventura del 3D in Italia

Per ogni pellicola è necessario ottenere due copie assolutamente identiche, corrispondenti una all’occhio destro e l’altra all’occhio sinistro. Le difficoltà potrebbero aumentare ancora nelle cabine di proiezione, perché basta lo spostamento di un solo fotogramma per annullare gli effetti stereoscopici ed aumentare enormemente il disagio degli occhiali polarizzati.


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Insieme di sketch poco divertenti che cercano di sfruttare la novità del 3D (penso sia l'unico film italiano girato con questa tecnica) e la popolarità di Totò. La storia è ai minimi storici e il grande attore ricicla lo sketch del manichino (unico momento riuscito) e improvvisa una malinconica preghiera del clown. Troppo poco per un lungometraggio abbastanza evitabile, se non fosse per la presenza di Totò appunto.

  • Se è vero che i personaggi del mondo del circo devono sapersi adattare ad ogni genere di lavoro, in questo film viene chiesto a Totò di interpretare ogni ruolo e di sostenere tutto il peso di una pellicola (una delle tante parodie di celebri film interpretate dal grande comico napoletano) che si fregia di essere il primo film in 3D (anche se il primo film stereoscopico italiano dovrebbe essere Nozze vagabonde del 1936). Attori famosi tra il pubblico del circo e sketch divertenti e già conosciuti, che vedono protagonisti Totò e Castellani.

  • Un po' velleitario tentare di parodiare Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille pretendendo d'utilizzare le piste dell'allora ben più piccolo circo Togni. A poco serve il 3-D (la moda era già finita e il film fu visto da quasi tutti in versione normale) e il Ferraniacolor. Fra le cose salvabili, la toccante preghiera finale del clown (oggi considerata una vera e proprio sequenza d'antologia), oltre a May Britt e Tania Weber, qui veramente bellissime, molto ben valorizzate da fotografia e colore.

  • Questo film a colori girato in 3D è uno dei più corti della storia del cinema: non dura nemmeno 70 minuti. Mattoli ribadisce la sua personale estetica del film come spettacolo che riprende un altro spettacolo (qui il circo, ma nella trilogia scarpettiana e anche nei Pompieri di Viggiù, il teatro). La trama è, in effetti, un pretesto per dare occasione a Totò di presentare alcuni suoi famosi sketch di origine rivistaiola. Il comico non appare in grande forma forse perché deve sostituire la sua maschera mobile con la fissità della maschera da pagliaccio.

  • Un tentativo di sfruttare il grande repertorio teatrale di Totò, come avvenuto per il lancio dei film a colori in Italia, ma, a dispetto dello spassoso Totò a colori, questo espediente per lanciare il 3D italiano non ha la medesima fortuna. Il film presenta il suo unico momento di vera bellezza nella celeberrima "preghiera del clown" e presenta qualche altro schetch ilare ma, complessivamente, non lascia il segno. Per appassionati del grande attore napoletano.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La preghiera del clown.

Foto di scena, video e immagini dal set


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • Claudio Mancini, Enzo Garinei, interviste di Alberto Anile, "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • «Noi Donne», anno VIII, n.21, 24 maggio 1953
  • «Cinema», n.110, 1 giugno 1953
  • Intervista a Enzo Garinei di Alberto Anile, "I film di Totò" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998, pp. 167-168.