Totò e Carolina

Il suicidio è un lusso, i poveri non hanno neanche la libertà di uccidersi.

Agente di PS Antonio Caccavallo

Inizio riprese: settembre 1953 - Autorizzazione censura e distribuzione: 2 marzo 1955 - Incasso lire 333.345.000 - Spettatori 2.283.185


Titolo originale Totò e Carolina
Paese Italia - Anno 1953 - Durata 94-(85) min. - B/N - Audio sonoro - Rapporto 1.33:1 - Genere commedia - Regia Mario Monicelli - Soggetto Ennio Flaiano - Fotografia Domenico Scala, Luciano Trasatti - Montaggio Adriana Novelli - Musiche Angelo Francesco Lavagnino


Totò: Antonio Caccavallo - Anna Maria Ferrero: Carolina De Vico - Arnoldo Foà: Commissario - Maurizio Arena: Mario, il ladro - Tina Pica: Signora all'ospedale - Gianni Cavalieri: Veneziano - Rosita Pisano: Sig.ra Barozzoli - Fanny Landini: Prostituta - Nino Vingelli: Brigadiere - Enzo Garinei: Dott. Rinaldi - Guido Agostinelli: padre di Caccavallo - Giovanni Grasso jr.: commissario


Toto_e_CarolinaSoggetto

Durante una retata della polizia a Villa Borghese, l'agente Antonio Caccavallo, vedovo con figlio e padre a carico, arresta, insieme ad altre donne di vita, anche Carolina. In realtà la ragazza è solo scappata di casa perché incinta. Il povero Caccavallo è obbligato cosi dal commissario a riportarla al paese di origine, e consegnarla a qualche parente. Ma l'impresa di sistemare Carolina si rivelerà più complicata del previsto, anche a causa della ritrosia della ragazza che non ne vuole sapere di rimettere piede da dove era scappata. Ciononostante Carolina in qualche modo riesce a confidarsi e a legare con il poliziotto, di cui comprende i suoi obblighi professionali, e nonostante gli faccia passare non pochi guai (tenta di scappare ma anche di suicidarsi) non gli serba rancore. Alla fine, mentendo ai suoi superiori circa il buon esito della missione, Caccavallo se ne farà carico accogliendola a casa sua, dove da tanto tempo mancava una presenza femminile.

Nella scena conclusiva, dopo che Caccavallo aveva detto al Commissario: "Si troverà un fesso che se la prende", segue la domanda di Carolina che aspettava in strada, la quale chiede "Dove andiamo?". Caccavallo risponde: "A casa di un fesso", che racchiude da una parte il suo essere compassionevole e la sua carenza di affetti, e dall'altra il fallimento come tutore della legalità.

Critica e curiosità

Totò e Carolina, in lavorazione col titolo provvisorio "Addio Carolina" su soggetto di Ennio Flaiano, nasce da una notiziola di cronaca, una retata di prostitute a Villa Borghese. Il primo a prenderlo in mano è Rodolfo Sonego, poi sceneggiatore prediletto di Sordi, che ci si applica senza particolari spiriti polemici. “Il film era prima di tutto una serie di storielle a misura di Totò”, ricorderà. “Una parata di barzellette organizzata in funzione della sua strepitosa capacità di inventare”'’. Sulla sceneggiatura intervengono quindi Age e Scarpelli, e il regista designato Monicelli, al debutto ufficiale dopo il sodalizio con Steno.

Le riprese cominciano fra lunedì 14 e martedì 15 settembre 1953, con esterni a Roma e fu interrotto, a lavorazione quasi ultimata, il 21 novembre '53 a causa di una broncopolmonite di Antonio de Curtis, che gli fu secondaria al "bagno fuori stagione" in acque gelide, fatto per ragioni di set.

Nel periodo del riposo forzato, Anna Maria Ferrero raggiunse il collega Vittorio Gassmann a Torino, dove erano impegnati, per contratto, a teatro per recitare Amleto. Così, la lavorazione del film riprese a Torino nel mese di dicembre 1953, con Totò rassegnato a continuare l'assunzione di antibiotici ed accompagnato da Franca Faldini.

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Per ora, ignoriamo se la lavorazione sia terminata a Torino entro il 24 dicembre, o se sia invece proseguita anche a gennaio e febbraio '54 fra Torino ed il Lazio.

Certo è vero che, nel febbraio 1954, e forse già la seconda metà di gennaio, era documentatamente impegnato alla lavorazione di "Miseria e nobiltà", ma, dato che capitava spesso di girare due pellicole al contempo, non possiamo escludere che, in quel primo bimestre del '54, mentre si calava nel Felice Sciosciammocca, non ritagliasse qualche spazio anche per "fegatelli" e battute "di rifinitura" nel ruolo dell'agente Caccavallo Antonio.

Sicuramente una sceneggiatura intitolata "Addio Carolina" fu inviata in censura preventiva il 29 agosto 1953 (prima di iniziare), ma fu bocciata da Annibale Scicluna il 9 settembre; il film risultava pronto per la proiezione pubblica dal 17 febbraio 1954, quando, alla regolare e documentata richiesta del nulla osta, constava di 2.959 metri (per circa un ora e 45 minuti primi di durata). A fine febbraio il film viene sottoposto alla censura e succede il finimondo. Malgrado il copione sia già stato emendato durante le riprese secondo le indicazioni della censura preventiva, la commissione esprime parere contrario alla pubblica visione “in quanto offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza, nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica”. Dietro il verdetto si dice ci sia Mario Sceiba in persona, allora capo del governo, irritato per il dileggio dei suoi celerini, gli agenti che tengono a bada sovversivi e dissidenti a forza di manganellate. Dopo alcuni tagli e modifiche, il film viene bocciato pure dalla commissione di secondo grado, la questione arriva sui giornali e diventa un caso.

Dopo una serie di negazioni e conseguenti tagli e ridoppiaggi di dialoghi e musiche, esce ufficialmente a partire dal 2 marzo 1955 ridotto fra i 2.200 ed i 2.380 metri per totali 80'-85'con il visto censura numero 16.044 dell'8 dicembre 1954, che però ne lasciava il veto per la distribuzione all'estero. 

Ricostruito al 50% circa, finalmente nel 2008, è di uscita pubblica una versione dvd da 93' lordi, grazie al paziente lavoro che si deve soprattutto ad Aurelio De Laurentiis (figlio del fu Luigi e papà di Luigi, tutti e 3 della gloriosa Società "Filmauro") in concorso con personale della Cineteca di Bologna, e con la consulenza di alcuni esperti.

Nel DVD Maurizio Arena e' interamente doppiato da Massimo Turci. La battuta di Arena sotto la camionetta, piu' o meno è: "Conosco le guardie. Sono carogne!". Battuta censurata. La copia passata in Rai ed è quella che ho, la battuta è: "Le guardie so' dritte. Quelle te vonno incastrà!" ed e' doppiata da Sergio Tedesco. Penso che Turci in quel momento fosse impegnato, ma per un orecchio attento la voce e' un'altra.

La pellicola è stata soggetta a numerosissime censure per via del fatto che l'interpretazione di Totò, secondo la visione dei censori dell'epoca, avrebbe sminuito e ridicolizzato il ruolo degli agenti di Polizia. Alla fine dei titoli di testa si legge infatti un'avvertenza che fa un doveroso distinguo fra l'interpretazione di un semplice attore (Totò, quasi ridicolizzando lui stavolta) che interpreta un ruolo di fantasia e le mansioni di chi davvero lavora nella Pubblica Sicurezza.

Il testo esatto della sovraimpressione recita:


«Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sua vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia.»


Il film per questo dura appena 70 minuti circa contro i 100 inizialmente previsti.

Inoltre, per la morale italiana dell'epoca, appariva molto sconveniente che un agente di Polizia s'interessasse delle sorti di una futura ragazza madre, fin poi ad accoglierla in casa sua, essendo vedovo con figlio e padre a carico. Anche il titolo, che originariamente doveva essere Totò, Carolina e Bandiera Rossa venne ridotto eliminando il riferimento di matrice comunista.

Totò rispolvera il potenziale allucinato della sua arte solo in una scena: infradiciato d’acqua, la testa coperta da un fazzoletto annodato sotto il mento, il corpo avvolto in una coperta, il collo reso lungo e scarno dal taglio delle luci, il celerino Caccavallo si trasforma per un momento in un’apparizione indecifrabile, un fantasma senza sesso e senza tempo catapultato inspiegabilmente davanti a un falò a chiacchierare con Carolina.

Il nome di Enzo Garinei, nei titoli di testa, è stato erroneamente scritto come "Enzo Garieni". Non è la prima volta che nelle pellicole degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta si facessero questi errori. Da notare che all'epoca non era obbligatorio inserire tutti i nomi, come oggi, nei titoli di coda.

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 Così la stampa dell'epoca


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1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f3In questi giorni Totò sta lavorando a un nuovo film girato a Roma e a Viterbo con la regìa di Ennio Flaiano. Il film si chiamerà «Totò e Carolina» e la parte di Carolina è stata affidata alla giovanissima Anna Maria Ferrero. Nel film Totò sarà un brigadiere della Celere, in attesa di andare in pensione per raggiunti limiti d’età e si chiamerà Caccavallo. Carolina, una sera, viene arrestata in una retata compiuta dalla polizia al Pincio e condotta in questura. Ma Carolina non è «una di quelle». Non era andata a Villa Borghese in cerca di compagnia, ma in preda alla disperazione, aveva vagato per la città cercando di suicidarsi. Un tale l'aveva sedotta, e poi l'aveva abbandonata. Carolina piangendo rivela che aspetta un figlio al commissario e questi, che è un buon uomo, tenta di calmarla e l'affida al brigadiere Caccavallo perchè l'accompagni al paese. Durante il viaggio compiuto con una vecchia jeep, Carolina tenta ancora di togliersi la vita e Totò deve faticare per impedirle di commettere sciocchezze. Al paese nessuno è disposto a prendere in casa Carolina. Totò tenta con tutti, ma non c'è niente da fare: intanto la ragazza comincia ad affezionarsi al brigadiere che è vedovo e solo e non ha avuto figli. La conclusione è facilmente immaginabile: Totò sarà nonno.1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f4
Anna Maria Ferrero è una delle più giovani attrici del cinema italiano ed è già una delle maggiormente affermate. Fu scoperta da Claudio Gora che cercava una ragazza giovane per «Il cielo è rosso». In seguito Curzio Malaparte, che era rimasto favorevolmente impressionato dalle sue qualità, la chiamo per il suo «Cristo Proibito». Da allora ha interpretato una diecina di film con ruoli diversi, dando sempre prova di essere un’attrice sensibile. Una smorfia inedita di Totò. Il popolarissimo comico napoletano ha voluto negli ultimi film approfondire maggiormente il carattere dei personaggi e sta abbandonando la sua tradizionale comicità da mimo per dedicarsi a interpretazioni più umane e complete.
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Per chi non lo sapesse ancora riferiamo quanto segue: Sua Altezza Imperiale il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Conte Palatino e Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Costantiniano, in arte Totò, ha recentemente vinto un’altra causa al tribunale Napoli che sancisce inoppugnabilmente la sua discendenza diretta, legittima e mascolina dalle famiglie di origine imperiale dei Griffo Focas. E’ stata ordinata l'aggiunta nei registri di stato civile di questi nuovi cognomi; gli è stato liconosciuto il titolo di Conte Palatino, di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano e, primo fra tutti il titolo di Principe e la qualifica di Altezza Imperiale.
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Carlo Cisventi, «Le Ore», anno I, n.27, 14 novembre 1953

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«Cinema», 10 aprile 1953

«Felicitiamoci con la Celere per aver superato il suo complesso di inferiorità. A questo e non altro si poteva ascrivere la proibizione che sollevò un anno fa tante proteste e tanti commenti. [...] Si può prevedere sin d’ora che questo diventerà un personaggio popolarissimo. Non solo perché ha una grande carica comica, ed è uno dei migliori Totò mai visti [...], ma perché nella sua ingenua burbanza, e travettistica umiltà, e confusionario zelo, è pure un personaggio simpatico e umano. [...] Totò e Carolina vale soprattutto perché rappresenta un tentativo purtroppo rarissimo tra noi, di farsa intelligente [...] mai vista nel nostro cinema dove il comico è sempre o stupido o scurrile. Infatti, pur avendo radici in un dramma, sostanzialmente l'andamento è della farsa [...] Flaiano soggettista e Monicelli regista sono riusciti a tenerla su un costante livello di ingegnosa invenzione [...] Il personaggio di Totò ha una grande carica comica ed è uno dei migliori Totò mai visti [...]»

Filippo Sacchi, «Epoca», Milano, 6 marzo 1955


«Anche questo film è un esempio patente dell'eccessivo zelo che induce talvolta la censura a dar corpo alle ombre, a mal applicare una legge superata, a scambiare per illecito quanto é soltanto malizioso o, quel che forse è peggio, a non saper stare allo scherzo. E’ il caso, appunto, di «Totò e Carolina» che fu proibito perchè il protagonista, un agente della Celere, era stato supposto di compromettere il decoro della polizia per il solo fatto di essere Interpretato da Totò e coinvolto in burlesca serie di comiche avventure. (Altri inconvenienti, per la verità molto plausibili, dovuti ad alcune scene che si svolgevano in una parrocchia e che avevano un tono troppo evidentemente tendenzioso. erano state sollecitamente eliminate dai produttori con opportuni tagli). In realtà la vicenda era non soltanto innocua (la personalità di Totò toglie qualsiasi realistica concretezza ai personaggi e alle vicende che muove), ma finiva per mettere In buona luce il cuore e l'umanità dell’agente destinato, per la sua bonaria storditaggine, per la sua paziente e goffa sollecitudine, per la sua ingenua buona fede, a guadagnarci tutte le simpatie del pubblico e a rifletterle sul corpo al quale appartiene. Ma per far capire cose tanto evidenti c‘è voluto un anno intero.

Speriamo che per «Le avventure di Giacomo Casanova» ci voglia meno. Il film è agile e divertente, ricco di gustose trovatine, alacre di gustosa inventiva, sostenuto da uno spirito né volgare né sconcio, anzi arguto e saporito, mosso, incalzante farsescamente ingegnoso e allegro.
E proprio per queste qualità, insolite ai nostri film comici, era stato scelto dall’apposita commissione per essere inviato l'anno scorso al Festival di Cannes. [...] Tutto questo è narrato dalla sceneggiatura di Flaiano e dalla regia di Monicelli con amabile e mordente brio, non privo di tocchi indulgenti e patetici, in un articolato seguito di scene di felice impianto farsesco e di umoristica vivacità, le quali danno modo a Totò di fornirci una delle sue più spassose e riuscite esibizioni comiche e ad Anna Maria Ferrero una fresca e viva interpretazione. I tagli della censura non incidono troppo, per fortuna, sulla concatenazione dei fatti e degli effetti.»

«Il Messaggero», 14 marzo 1955


«[...] Ancora una volta Totò ha dimostrato di non sapere uscire dallo stato di macchietta al quale troppi mediocri registi lo hanno condannato: la sua vena comica, aiutata da un fisico straordinariamente adatto, è innegabile, ma il tentativo di crearsi una "maschera" come quella di Charlot è miseramente fallito. Totò non manca di spontaneità e neppure di umanità, ma le sue trovate sono troppo spesso in funzione di una scadente sceneggiatura e di una regia disinvolta e affrettata [...]» 

Angelo Solmi, «Oggi», Milano, 11 marzo 1955


«Mentre i fulmini della censura si sono abbattuti su "Le avventure di Casanova" è giunta al pubblico la precedente vittima dei visti e delle cesoie, che non chiamerei illustre ma soltanto ben nota: "Totò e Carolina". [...] I tagli operati dalla censura non si vedono (anche la durata è quella di un'ora e mezza) e non possiamo dire fino a che punto il film ne abbia sofferto. Dobbiamo giudicare quello che abbiamo visto, e quello che abbiamo visto è un tentativo non riuscito di ritrovare la vena ed i significati di "Guardie e ladri". Le intenzioni sociali, nell'avvicinamento di due personaggi miseri e "vittime", sono evidenti. Ma qui danno prevalentemente fastidio, come danno fastidio certe battute che sembrano scusare ed ora condannare il suicidio. Dal punto di vista comico, poi, si ride ben poco, anzi il film è prevalentemente serio, nonostante la presenza di Totò. E questo può giustificare le ire della censura, dato che il personaggio dell'agente è quello di un perfetto idiota, e un idiota non da farsa ma realistico. Probabilmente, "Totò e Carolina" era un film nato male che la censura, invece di agire da provvida levatrice, ha fatto venire alla luce quasi un morto.»

Vinicio Marinucci , «Momento Sera», 15 marzo 1955


«Un'allegria non esplosiva, ma garbata, nell’arguto e bonario film "Totó e Carolina", di Mario Monicelli. La sua derivazione da "Guardie e ladri", che lo stesso Monicelli diresse insieme con Steno, è implicita nel tema e nel suo svolgimento. [...] In "Guardie e ladri", Fabrizi era l'agente e Totò era l'uomo da custodire; nel nuovo film l'agente è Totò e Anna Maria Ferrerò è la ragazza ch’egli deve ricondurre al suo paese [...] Pare che su "Totò e Carolina" si siano esercitati i rigori della censura. L’edizione proiettata, espurgata o no, non rivela nulla che offenda o turbi le istituzioni e la quiete e la moralità. Suppongo che esistano davvero agenti come Caccavallo Antonio e ragazze come Carolina. Svaporato lui e assillato solo dall’attesa d’una promozione; svaporata lei e piuttosto proclive a recitare che a consumare il suicidio. Ciascuno dei due ha pietà di se stesso: Totò il rifiuta di dividere un panino con la disgraziata compagna, che ha lo stomaco vuoto: e l’altra è pronta a piantarlo in asso per seguire il primo ladruncolo incontrato. Non si tratta, stavolta, di filantropia o di comprensione, bensì di due egoismi associati. E quando, alla fine, l’agente si tira in casa la ragazza, bella forza: incinta o no, è sempre un fior di ragazza, ci starebbero, tutti. Ma se i caratteri sono nella stereotipia delle commediole dialettali, è il caso di sottolineare che "Totò e Carolina", benché ricalcato sul precedente film, ha andamento vivace, sveltezza di sceneggiatura, qualche trovatina nei dialoghi. E' un lavoro di ricalco, ma festoso: di maniera, senza ardimenti, senza novità, ma non privo di malizia. Totò conferma la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano: e la Ferrerò si adatta facilmente alla parte di graziosa scervellata.»

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 4 marzo 1955


«Le cronache ignare dell'effettivo valore di questa povera e modesta storia, avevano dedicato, per certe decisioni della censura, eccessivo spazio questo film. La censura, dal canto suo aveva riscontrato nel personaggio della guardia di pubblica sicurezza impersonato da Totò troppe licenze ed un atteggiamento che dà bonario diventava irriverente nei confronti dell'autorità costituita.
Anche con provvidenzialità gli, però, se si è potuta dare al film la possibilità di liberamente circolare per gli schermi, è scaturita chiaramente la povertà sostanziale della vicenda, il suo carattere stupidamente polemico, la sua satira epidermica, il marionettare dell'attore che da mimo si è trasformato in un personaggio da avanspettacolo. [...] A parte le deficienze narrative e la carenza di un articolazione di situazioni e personaggi, il film è tecnicamente assai mal realizzato, e neppure le smorfie di Totò o il viso tormentato di Anna Maria Ferrero riescono a concedere dignità a questo pessimo prodotto dovuto a Mario Monicelli.»

«Il Popolo», 13 marzo 1955


«Non sempre il Censore commisura prudentemente le cause agli effetti, le azioni alle conseguenze loro; fatto sta che il suo ultimo corruccio culturale l'ha indotto a cancellare Totò dalla faccia degli schermi nazionali. Il popolare comico napoletano, infatti, s’è permesso d’interpretare un film, Totò e Carolina, nel quale impersona nientemeno che un ‘celerino’, la qual cosa, da sé sola, sembra passibile di severa reprimenda. Lo svolgimento spregiudicato e sincero della vicenda è apparso inoltre di tale gravità, da indurre il censore dapprima a proporre al direttore del film tren-tadue tagli, non uno di più né uno di meno, e poi a vietargli definitivamente la proiezione. Questo tra i tanti atti di ostilità compiuti dal 1947 in poi verso il cinema italiano, è indubbiamente il più grave”. Puccini racconta fra l’altro che nella sequenza di villa Borghese c’è un celerino che apre e chiude la portiera di un’auto mormorando “Scusi, eccellenza”, battuta che qualcuno ha proposto di modificare in un più neutro “Scusi, commendatore”. E conclude offrendo un giudizio critico assai equilibrato su Totò e Carolina, che “ è un piacevole film umano e distensivo, raccontato in forme e modi satirici. Qui sta il centro della questione. Questa è l’imperdonabile ‘colpa’. Anzi è una colpa in due. Una volta si voleva che la gente ‘dimenticasse’, attraverso le commediole rosa ambientate in Ungheria. Oggi si può tollerare che rida, a patto che lo stimolo al riso sia fornito da capataz e da bandoleri sudamericani. Totò e Carolina invece castiga ridendo costumi e fatti e persone a noi vicini, ma tutto sommato con l’intento, pienamente riuscito, di dare dimensione “normale”, bonaria e appunto distensiva a un’Italia dove non è vero, come non è vero, che un celerino debba essere sempre e per forza un manganellatore.»

Gianni Puccini, «Il Contemporaneo», 3 aprile 1954


«Un agente dal cuore buono salva una ragazza infelice. [...] "Totò e Carolina", che è firmato da Mario Monlcelli, è una pellicola che ha avuto molto da fare con la censura. Cosi com'è, appare del tutto innocente; sembra perciò piuttosto goffa la didascalia messa dopo i titoli di testa che spiega che si tratta di opera di immaginazione, ecc. ecc. Certi tabù paiono, in una democrazia, perfettamente inutili e fuor di proposito. Peccato che "Totò e Carolina" sia alquanto scadente sul piano dell'arte. E' grazioso ma gracile; ha alcuni buoni frizzi e trovate, ma vi abbondano pure i punti morti. Per dare un giudizio equo occorrerebbe tuttavia conoscere il contenuto del tagli operati dalle forbici di Anastasia. Gli interpreti sono efficienti, e Totò in ottima forma.»

P.B., «Corriere d'Informazione», 5 marzo 1955


«Se nel film non esistono, bisognerà allora cercare i motivi della negata approvazione al di fuori di esso. Il fatto che nei giorni in cui veniva notificato a Monicelli il giudizio definitivo, il suo nome comparisse in certe ‘liste di proscrizione’ tra quelli dei registi ‘appartenenti al Pei’ e le ripercussioni che ciò ha immediatamente provocato nel campo cinematografico - leggi produttori - rendono plausibile l’ipotesi che proibendo Totò e Carolina si sia voluto dare un avvertimento; come un far seguire i fatti alle vere intenzioni. ‘Ma in tal caso è chiaro’ dice Monicelli, il quale tra l’altro non è neppure iscritto al PCI ‘che basta pochissimo oggi per essere giudicato comunista. Basterebbe, oggi, rifare Ladri di biciclette per vedersi negare il visto censura’.»

Stelio Martini, «Cinema Nuovo», 1954


«Se vi capitasse in questi giorni di percorrere la via Appia Nuova, potreste imbattervi in un gippone, guidato da un brigadiere e con a bordo una bella e giovane ragazza. Guardando bene, vi accorgereste che l'arcigno brigadiere non è altri che il popolare attore Totò, il quale per l’occasione porta un paio di fieri baffetti, e che la ragazza dall’aria dimessa e un po’ triste è Anna Maria Ferrero. Dietro qualche curva, infine, scoprireste il regista Mario Monicelli, in agguato dietro la macchina da presa per ‘girare’ i vari passaggi dello strano gippone.
Il film che Mario Monicelli, questa volta da solo e non più in coppia con Steno, sta realizzando, si intitola Totò e Carolina, e si ricollega, per lo spirito, il soggetto e l'interpretazione principale, a Guardie e ladri e a Totò e i re di Roma di Steno e Monicelli. Queste opere cinematografiche, come si sa, hanno detto qualcosa nel campo del film comico popolare; risultati assai felici sono stati raggiunti in Guardie e ladri, mentre su Totò e i re di Roma il giudizio è reso difficile dai feroci tagli che la censura ha imposto. In questi film, comunque, la comicità nasceva quasi sempre da una osservazione realistica, a volte anzi amara, della realtà quotidiana. [...] Durante una sosta, ci avviciniamo a Totò, ovvero al principe Antonio de Curtis, per scambiare con lui quattro chiacchiere. Totò, che si mostra interlocutore cordiale e premuroso, ci spiega come egli divide i suoi film in due categorie: quelli fatti di un umorismo meccanico e gratuito, che si basa su situazioni assurde o piccanti e su battute particolarmente efficaci, e quelli in cui invece l’umorismo scaturisce da situazioni tristi, o drammatiche, o addirittura tragiche; e fa i nomi di Napoli milionaria, di Yvonne La Nuit, di Guardie e ladri. [...] Prima di allontanarci, chiediamo a Monicelli un suo parere sul problema della censura e della libertà del cinema, che tanto appassiona l’opinione pubblica in questi giorni. ‘Non posso fare altro - risponde Monicelli - che rilevare l’assurdità della censura, soprattutto della censura preventiva; questa finisce col determinare nei registi una sorta di complesso che li costringe a vedere le cose in modo diverso da quello che essi vorrebbero.Tutto ciò appare ancora più assurdo quando si pensa che i film meno bersagliati dalla censura sono quelli che contengono vere e proprie offese al buoncostume. Se na censura dev’esserci, essa, tutt’al più, deve limitarsi alle offese al buoncostume, ma per il resto lasciare ai cineasti la più ampia libertà creativa.”»

Franco Giraldi, «L'Unità», 29 settembre 1953


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Quando un incarico così delicato come quello di giudicare se un film possiede i requisiti morali necessari per essere messo in circolazione viene affidato all’arbitrio di alcuni funzionari, è naturale che questi corrano ai ripari ogni volta che credono di vedere insidiate in un film le istituzioni dello Stato. La mano della censura è sempre stata una mano pesante. Infatti, siccome nessuno può stabilire fino a che punto una scena di un film offenda la morale, la religione o le istituzioni dello Stato, c’è un solo mezzo per non sbagliare: tagliarla in blocco. Entrati in questo ordine d'idee il compito dei membri della commissione di censura diventa estremamente facile.

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Perché stare a perdere tempo con inutili riflessioni quando si ha a disposizione un mezzo così sicuro per mettere le cose a posto? Una volta fatta la mano a questa abitudine, che nessuno si può permettere di contestare, era naturale che i membri della censura non si contentassero più dei tagli per dimostrare il loro zelo. Incoraggiati, forse, dalla mancanza di qualsiasi reazione da parte dei produttori, i quali si guardavano bene dal protestare per non pregiudicare ancora di più i loro interessi, i membri della commissione di censura sono arrivati a quello a cui non erano mai arrivati finora. Hanno negato il visto al film Totò e Carolina, il che significa, dato che il loro giudizio è inappellabile, che forse questo film non lo vedremo. A parte il danno materiale che ne deriverebbe al produttore (Totò e Carolina è costato duecentotrenta milioni), la soppressione di Totò e Carolina avrebbe un significato grave. Vorrebbe dire che da qui in avanti in Italia non si potranno più girare film le cui vicende si svolgano nel nostro paese, e che, come al tempo del fascismo, si dovrà ricorrere alla finzione di ambientarli in uno Stato straniero.

In ogni paese democratico sono stati girati e si continuano a girare film in cui attori comici interpretano la parte del poliziotto come Totò in questo che è stato soppresso, e nessuno ci ha mai trovato niente da ridire. Basta ricordare i film di Ridolini e di Charlot dove i poliziotti appaiono addirittura in mutande. In Totò e Carolina invece non si arriva mai a questi estremi. Il film è soltanto una garbata satira di un poliziotto che prende troppo sul serio la sua professione. Essere un poliziotto non significa che un uomo debba essere perfetto, quasi che il fatto di indossare una divisa lo preservi dalle debolezze degli altri uomini. Del resto l’agente Totò di questo racconto cinematografico di Ennio Flaiano, il quale oltre a scrivere il soggetto ne ha anche curata la sceneggiatura insieme al regista Monicelli, non è neppure un cattivo poliziotto, anzi la sua colpa è quella di eccedere troppo nel fare il proprio dovere.

Il suo attaccamento al Corpo e le sue convinzioni sullo spirito della legge che deve far rispettare, sono così radicate che si è formata, quasi senza accorgersene, una mentalità particolare. L’agente Totò infatti è arrivato a dividere gli uomini in due categorie: i delinquenti e i futuri delinquenti, un concetto in cui a parte l’ironia sottintesa (non bisogna dimenticare che si tratta di una satira) vi è anche un fondo di verità. Un buon poliziotto infatti non dovrebbe mai fidarsi di nessuno e aspettarsi dagli uomini le cose peggiori. Un uomo dunque portato a vedere le cose dal lato peggiore e di conseguenza a esagerare nelle decisioni. Così un giorno durante una delle solite retate della polizia a Villa Borghese, quest’agente implacabile arresta, insieme ad altre prostitute, anche Carolina (Anna Maria Ferrero), ragazza che sebbene con quelle prostitute non abbia niente a che fare, Totò si ostina a considerare tale. Carolina del resto non cerca nemmeno di giustificare la sua presenza in quel luogo a quell’ora dì notte La ragazza infatti in quel momento ha tutt’altro per la testa. Sedotta e abbandonata dal fidanzato, ella si era recata a Villa Borghese coll’intenzione di suicidarsi.

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trasportata in questura insieme alle sue casuali compagne di sventura, i poliziotti non tarderanno ad accorgersi che non si tratta di una di quelle. Carolina non ne ha né l’aspetto né la sfrontatezza. E quando, durante l'interrogatorio, la ragazza che ha subito ormai troppe emozioni sviene, i poliziotti, ma soprattutto Totò che è responsabile del suo arresto, vengono presi dal panico. Intendiamoci, non che si sgomentino al pensiero di aver offeso un’innocente e ne siano sinceramente pentiti. Sarebbe pretendere troppo da parte di poliziotti abituati a far tacere la coscienza davanti a problemi ben più gravi. Ciò che li preoccupa sono le conseguenze che possono derivare da quell’arresto. La ragazza si è sentita male, e siccome il suo arresto è stato del tutto ingiustificato, essa potrebbe anche accusarli di averla maltrattata e magari anche seviziata. Per scongiurare questo pericolo i poliziotti decidono perciò di consegnare al più presto Carolina ai propri parenti, e affidano questo incarico a Totò, al quale tocca così di riparare ai guai che ha combinato arrestandola. Ed ecco Totò partire insieme a Carolina alla ricerca di questi parenti. I due visitano a bordo di una jeep diversi paesi, ma quando finalmente riescono a trovare i parenti, questi si rifiutano di prendere in consegna la ragazza. Totò si trova così davanti alla grave responsabilità di abbandonare Carolina al suo destino o di ricondurla a Roma. Scartato subito quest’ultimo partito, che gli attirerebbe addosso le ire dei superiori e dei colleghi, e convinto d’altra parte che una volta abbandonata a se stessa Carolina tenterebbe di nuovo di suicidarsi, a Totò non resta che cercare una terza soluzione.

E qual è il modo migliore per sistemare una ragazza? Il matrimonio. È questa la conclusione a cui arriva Totò, il quale si mette a cercarle un marito. Ma anche il matrimonio non è una cosa facile; tutte le volte che egli crede di averle trovato un partito sorgono sempre delle difficoltà che mandano tutto a monte. Totò ricorre anche all’aiuto di un prete (Gianni Cavalieri). Ma anche l’aiuto di questo sacerdote accomodante si rivelerà inutile. Carolina, un po’ per colpa sua un po’ per colpa degli altri, non riesce a trovare un marito. In ultimo Totò arriverà persino a promettere a un ladro (Maurizio Arena) la libertà purché sposi la ragazza, senza tuttavia riuscirvi. Intanto, quasi senza che essi se ne rendano conto, si è stabilita fra i due una specie di solidarietà, dovuta, oltre che ad un'istintiva simpatia, al fatto di dover lottare contro le stesse difficoltà. E Carolina, che non ha ancora rinunziato all’idea del suicidio, non si ucciderà per non dare al suo compagno di viaggio altri dispiaceri. E una volta che le cose sono arrivate a questo punto è naturale che i due per risolvere i loro problemi decidano di sposarsi.

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.15, 11 aprile 1954


Cine censura

Il cinema italiano ha vissuto una settimana di panico, ma ora l’orizzonte va schiarendosi. L’unica Casa veramente comunista è la Cooperativa Spettatori Produttori. Cinematografici, che ha prodotto “Achtung, banditi!” “Ai margini della metropoli” e “Cronache di poveri amanti”.

Norme generiche

L’onorevole Ermìnì è un uomo di 54 anni, abile parlatore, professore di Storia del Diritto Italiano e Rettore dell’Università di Perugia. Moralista rigido e zelante, egli era già noto, sotto questo aspetto, per l’opera svolta contro gli eccessi della letteratura fumettistica destinata ai ragazzi. Per attuare la sua azione (anticomunismo e moralizzazione) egli agì subito con le Commissioni per la Revisione cinematografica, cioè con la censura.

Totò e Carolina

In Italia la censura è ancora regolata dalla legge del 1923, le cui norme, piuttosto generiche, sono in pratica a discrezione di chi le applica, possono essere cioè estremamente severe o estremarnente blande, causando spesso contraddizioni. Nel lungo periodo in cui fu sottosegretario, l'onorevole Andreotti guidò la censura con un criterio abbastanza duttile. Al contrario, l’onorevole Ermini ha subito dimostrato di voler seguire una linea di condotta severa e intransigente contro i baci troppo lunghi o troppo audaci, contro le gambe nude o le scollature, contro tutto ciò, in generale, che egli ritiene offendere il senso morale e il pudore. Indicativa è questa frase che gli viene attribuita: «Abbiamo tante belle cose, oltre le donne!...». Così pure per quanto riguarda le offese alle istituzioni dello Stato e alla dignità nazionale. Prima vittima: «Totò e Carolina» di Mario Monicelli. Una commedia satirica che vuol far ridere il pubblico con le vicende di un agente di polizia (Totò) che, prendendo troppo sul serio la professione, eccede nel compimento del proprio dovere. La censura ha bocciato definitivamente il film (di cui non conosciamo la consistenza artistica) e i suoi produttori Ponti e De Laurentiis lamentano una perdita di 230 milioni.

Non è la prima volta che questi due produttori vengono alle prese con la censura. Essi hanno mostrato sempre di non accettare i «consigli» preventivi della Direzione dello Spettacolo. Il loro film «Anni facili», diretto da Luigi Zampa, ne fu, l’anno scotio, l’esempio più clamoroso.

Lettere di licenziamento

Ma allora, la satireggiata burocrazia non trasse vendetta né della sfida né della satira e la censura passò il film con qualche lieve taglio. La sfida continuò con La Romana, tratto da un romanzo che è all’Indice. Per quanto i personaggi e la vicenda di Moravia siano già stati nella sceneggiatura attenuati e modificati, non è azzardato dire che, a meno dì ulteriori concessioni, anche questo film rischia la sorte di «Totò e Carolina». Così «Mambo», con Silvana Mangano, che gli stessi produttori hanno attualmente in lavorazione nonostante le riserve della Direzione dello Spettacolo sull'audacia di alcune scene.

Il divieto alla programmazione di «Totò e Carolina», le voci su un possibile intervento della censura per «La Romana» e «Mambo», misero Ponti e De Laurentiis in difficoltà. Si fermò il credito bancario e i due produttori mandarono lettere di licenziamento al personale dei loro stabilimenti.

Il fatto non aveva alcun rapporto con l'agitazione per la legge sul cinema ma, poiché con essa coincise, si fece di ogni erba un fascio e si disse che l'insipienza del Governo provocava il fermo dell'attività cinematografica e che a breve scadenza anche la Titunus, la Lux e tutte le altre Case produttrici avrebbero seguito l’esempio di Ponti e De Laurentiis. Più tardi, la stessa Direzione dello Spettacolo contribuì a chiarire la situazione di Ponti e De Laurentiis, i quali continuarono la produzione: le lettere di licenziamento furono smentite e gli altri produttori smentirono a loro volta di aver avuto l’intenzione, per forzare la mano del Governo, di sospendere l'attività prodìuttiva in corso. In realtà, qualcuno aveva prospettato l'idea della serrata, ma era stata scartata. I produttori dichiararono di aver piena fiducia in una rapida e favorevole decisione parlamentare. [...]

Domenico Meccoli, «Epoca», anno V, n. 186, 25 aprile 1954


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

II film «Totò e Carolina» ha un'aureola di martirio che si si addice poco; nel senso che un anno e più di battaglie con la censura e i trenta tagli subiti costituiscono un fardello troppo pesante per il suo scheletro gracile. Non è sempre vero che la persecuzione dia grandezza a chi la soffre; talvolta semplicemente fa piccolo e ridicolo chi la esercita. Nel caso di «Totò e Carolina» nasce addirittura questo sospetto: le ragioni che hanno mosso l'ira della censura forse sono le stesse che "prima" avevano impedito al regista Mario Monicelli di realizzare compiutamente il film (la metà che resta è buona, gradevole, diverte e talvolta anche intenerisce; ma la metà non fatta lascia un vuoto, più grande del divertimento).

Vediamo infatti come potrebbe essere ricostruita la storia di «Totò e Carolina» (mi rendo perfettamente conto dell'arbitrarietà del procedimento, da Corte d’Assise, ma non trovo mezzo migliore per spiegarmi). L'idea prima dei film è molto bella. A un agente di polizia viene affidata una ragazza che vuol morire; l’agente ha il dovere di impedirle di morire, non ha il diritto di imporle di vivere. Tutto qui: un nodo drammatico di grande vastità, perchè propone l'antico conflitto fra società e individuo in termini così elementari che la soluzione diventa impossibile. Entrambi i protagonisti infatti sono, hanno da essere creature semplici, lì mio suicidio, dice lei, è motivo di scandalo e lo credo; ma allora tu metti fine all'altro scandalo, cioè toglimi dalla condizione di dovermi uccidere. Il che non è possibile, perchè la società nè te lo chiede nè te lo consente. E allora? Allora non c’è via d'uscita. E' la logica irresistibile dei semplici, quella che chiede i conti finali a tutto, eserciti imperi monopoli codici tavole. La società viene messa in crisi dalla caparbia infelicità di una servetta e dalla fedeltà apparentemente idiota, sostanzialmente eroica di un agente di polizia alla legge. Il fatto poi che un dramma di questo genere abbia uno svolgimento comico, anche questo è naturale, perchè c’è una straziante assurdità nei problema stesso.

Il soggetto, anche dal punto di vista narrativo, era eccezionalmente limpido e felice. La ragazza viene presa in una retata di prostitute a Villa Borghese, dallo stesso agente che la dovrà riportare a casa, al paese donde è venuta. e dove il ritornare è peggio della morte. E appunto arrivati al paese, dopo un viaggio accidentato, anche sentimentalmente. il poliziotto comprende che davvero non c’è via d'uscita. Dunque una azione fluida, continua, verso una conclusione assolutamente necessaria, l'unica possibile: la legge non può soffocare lo scandalo dell'infelicità?, ebbene la legge divorerà lo scandalo facendo propria quella infelicità, caricandosela addosso, portandosela a casa: il poliziotto difatti si porta a casa la ragazza. E' una conclusione irrazionale, lo so; ma la logica dei poveri ha sempre una conclusione irrazionale.

A un certo momento della realizzazione, regista e sceneggiatori si sono preoccupati di motivare, con ragione, l’infelicità della ragazza. Disgraziatamente non si sono fermati alla spiegazione di uno Stato psicologico. Hanno chiamato in causa la società, il che significava farlo per la seconda volta, giacché una ragazza che tenta il suicidio i suoi conti con la società li ha già fatti. In verità, mi sembra, essi non si sono accorti che stavano motivando "la loro propria infelicità”; ed è accaduto che mentre Totò e Carolina se ne andavano sulla jeep a risolvere il loro problema nel modo che s’è detto, gli autori del film li seguivano gettando intorno occhiate irritate, offese, accusataci, come a dire continuamente «vedete di chi è la colpa, di chi è la colpa, di chi è la colpa...». A quel punto, viceversa, che la società fosse in colpa lo avevamo già stabilito e ci interessava sapere come se la sarebbero sbrigata fra loro, l'agente e la ragazza, con quale gioco di invenzioni sentimentali, con quali rischi, cadute, scontri, repulsioni, attrazioni. U caso appunto ha avuto (ma è stato soltanto un caso?) che proprio quelle occhiate accusatrici, dispersive agli effetti della vera azione del film, abbiano irritato i censori e procurato tanti guai.

A meno che la censura non abbia trovato intollerabile Totò nella uniforme di agente di polizia. Se cosi fosse, sarebbe davvero estremamente buffo, perchè la censura anche in questa ipotesi, commettendo un errore, avrebbe inconsapevolmente messo il dito su una critica di tutt’altro genere, ma probabilmente esatta. Totò ancora una volta ricade nella eterna caricatura di un personaggio immaginario, che non è il personaggio di questo film nè di qualsiasi altro film. Il divertimento che ci procura — un divertimento a tratti intenso e prolungato — ci costa tutta l’umanità che quell’agente di polizia avrebbe dovuto avere. Ma nemmeno Anna Maria Ferrerò è del tutto adatta alla parte. I tempi degli attori presi dalla vita per un personaggio che non può avere una faccia diversa, sono ormai lontani.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XVII, n.11, 17 marzo 1955


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

Felicitiamoci con la Celere per aver superato il suo complesso di inferiorità. A questo e non altro si poteva ascrivere la proibizione di Totò e Carolina, proibizione che sollevò un anno fa tante proteste e tanti commenti. Naturalmente, quando si seppe che era proibito tutti a Roma cercarono privatamente di vederlo, e così lo vidi anch’io. Ci trovai una svelta e divertente commedia, è vero con qualche saporito granello qua e là di politica e malizia, però nulla che uscisse dai limiti di un costituzionale sfottò. Ma ammesso pure che i censori lo avessero giudicato eccessivo, mi parve strano che per poche battute facilmente rettificabili si fosse impegnata addirittura l’autorità dello Stato con una condanna cosi recisa e solenne, creando al film un esagerato piedestallo di scandalo, quasi un’aureola di conculcata libertà.

Carolina 00001

Pensai dunque che, dovendo a ogni costo trovare un motivo, l’unico forse era quello, pregiudiziale, di aver messo indosso l’uniforme della Celere a Totò, e di avere cosi compromesso in un personaggio farsesco il decoro di un Corpo armato dello Stato. Questo incubo del vilipendio, prodotto di una mentalità arretrata e meschina, è tanto diffuso che mi raccontarono che a suo tempo i produttori di Pane, amore e fantasia passarono i loro patemi nel dubbio che l’amabile macchietta del Maresciallo potesse essere stupidamente interpretata come un oltraggio alla nobile Arma dei Carabinieri.

È un errore credere che il presentare in luce familiare e spassosa certe istituzioni le indebolisca. Non ci fu mai un esercito preso in giro come lo fu il francese, nella letteratura e nel teatro del primo Novecento, quando Courteline satireggiava la vita di caserma, e non c’era si può dire pochade in cui non comparisse un generale in mutande. Eppure proprio l’esercito francese doveva vincere, pochi anni dopo, una delle più titaniche battaglie della storia, Verdun; una delle ultime del tipo classico, perché poi già nella guerra seguente era tutto cambiato, e non parliamo poi delle future, in cui le battaglie si decideranno quando a distanza di cinquemila chilometri, l’ultimo soldato sarà atomicamente arrostito come un pollo.

Un po’ sulla linea curtelinesca è anche questo agente scelto Caccavallo Antonio il quale, avendo una sera durante una retata a Villa Borghese «rastrellato» abusivamente una ragazza che per un fallo e un disinganno d’amore aveva ingerito proprio in quel momento dei barbiturici, e che i sanitari che la salvano giudicano psichicamente scossa e capace di ripetere il gesto, è comandalo dal suo Commissario di riportarla. al paese e consegnar , la alla famiglia. Ma la ragazza non ha famiglia, e nessuno la vuole, per cui alla fine il disgraziato agente scelto che in quella avventurosa giornata passa a causa della scia, guratella ogni sorta di guai, compreso il rischio di rimetterci l’osso del collo, decido di prendersi a carico lui quelle due bocche in famiglia, la ragazza subito e il pupo quando verrà. Ebbene si può prevedere sin d’ora che questo diventerà un personaggio popolarissimo. Non solo perché ha una grande carica comica, ed è uno dei migliori Totò mai visti (anche Anna Maria Ferrero esce molto bene), ma perché nella sua ingenua burbanza, e travettistica umiltà, e confusionario zelo, è puro un personaggio simpatico e umano. Sicché alla fine la Polizia ci farà un buonissima affare, e anche senza il predicozzo iniziale che non serve a niente, questo film gioverà probabilmente alla sua popolarità presso il pubblico italiano, molto più dei marziali vocalizzi della Attualità Incom.

Ma Totò e Carolina vale soprattutto perché rappresenta un tentativo purtroppo rarissimo tra noi, di farsi intelligente. Infatti pur avendo radice in un dramma, so stanzialmente l’andamento è di farsa, anzi in più di un punto ne prende addirittura il ritmo precipitosamente motorio. Farsa, e tuttavia intelligente perché, salvo qualche accidentale caduta, come nel. l’episodio dell’osteria e del bidone di latte, Flajano soggettista e Monicelli regista sono riusciti a tenerla su un costante livello di ingegnosa invenzione e di comica classe, mai vista nel nostro cinema dove il comico è sempre o stupido o scurrile; e da questo punto di vista interesserà seguire il responso degli incassi. Quanto alle battute rimaneggiate o soppresse, si potranno deplorare queste amputazioni per ragioni di principio, ma anche se gli hanno tolto talora senso e mordente non si può dire che abbiano pregiudicato il film. Ringraziamo a ogni modo che sia stato conservato uno dei passaggi più scabrosi: quello in cui il celerino in camionetta, che era balzato furioso a terra per fare una scenata credendosi tamponato da un autocarro di «rossi», si mette immediatamente sull’attenti e chiede scusa, appena si accorge che si tratta invece di boy scouts guidati da un reverendo. È una cosa da nulla, solo una piccola, innocua boutade laica. Ma il fatto che, a questi chiari di luna, si sia osato tanto è confortante. Forse una nuova era si apre per la Patria.

Filippo Sacchi, «Epoca», anno VI, n.231, 6 marzo 1955


1992 07 15 La Stampa Toto Monicelli intro

Steno ed io diventammo registi per caso quando inventammo «Totò cerca casa». Per «Risate di gioia» la Magnani non lo voleva: «Abbassa il tono del film»

«Ok, parliamo dell'estate 1949. Allora girai il mio primo film, in collaborazione con Steno: Totò cerca casa». Mario Monicelli, con quel suo modo un po' brusco un po' sincopato di parlare, accetta finalmente di ripercorrere un pezzetto della sua lunga carriera. Non voleva farlo. «Non mi piace guardarmi indietro - aveva detto -. Il passato è passato. E, poi, non ho il gusto dell'aneddoto. Figuriamoci del pettegolezzo retrospettivo. Posso parlare solo del mio lavoro, del cinema. E' l'unica cosa che ho fatto nella vita».

Di cose, nella sua vita, veramente ne ha fatte moltissime. Ha 77 anni e fa cinema da quando era diciottenne. Ha girato una settantina di film e nella storia del cinema è entrato come uno dei maestri della commedia all'italiana. Ha lavorato con grandi attori e suoi sono alcuni capolavori come La grande guerra, I compagni, L'armata Brancalcone. Ma nel mondo dei ricordi s'inoltra malvolentieri. Mentre si muove con serena sicurezza fra gli interessi e gli affetti del presente. Eccolo sorridere - neanche tanto spesso - nella piccola casa dove è andato ad abitare con la sua nuova famiglia. Mostrare i quadri dipinti dalla giovane moglie. Raccogliere il pupazzo di peluche che la sua ultima figlia - Rosa, di 4 anni - ha piazzato sul più bel divano della stanza. E soffermarsi sul film cui sta lavorando, insieme con Suso Cecchi D'Amico e due esordienti.

«Vorrei fame - dice - una sorta di continuazione e controcanto di Speriamo che sia femmina. Lì raccontavo il rapporto fallimentare fra uomo e donna, la speranza per il mondo nelle relazioni nuove che le donne sanno instaurare fra loro. Adesso vorrei raccontare quanto le donne - passate attraverso l'esperienza del femminismo - hanno spaventato gli uomini, li hanno intimiditi, messi in fuga. lnsomma vorrei che le donne si prendessero un po' la responsabilità del fatto che i sessi non riescono più a trovare un'intesa fra di loro».

E Totò? Il regista fruga fra buste ingiallite mescolate a libri e dischi. Fatica a mettere ordine fra le foto di film disparati. Si diverte, qualche volta, nel rivedere una faccia. S'imbroncia, più spesso, davanti a visi di gente scomparsa, ragazze sparito dopo la breve parentesi in celluloide. Finalmente ecco una piccola antologica di Totò. Totò che ammicca, strabuzza gli occhi, avanza sghembo come solo lui sapeva fare. Monicelli riflette e dice: «Lui era speciale».

Racconta: «L'ho conosciuto nel '49, anche se - prima - l'avevo spesso incontrato. Insieme con Steno avevo scritto le sceneggiature di tanti suoi film di successo. Io e Steno eravamo una coppia molto richiesta quando noi dopoguerra ci fu quell'imprevedibile boom del cinema italiano. Tutti credevamo che - aperte le porte alle pellicole americane, finita la protezione che il regime aveva assicurato al nostro cinema - non ci sarebbe stato un futuro per noi. Molti si erano dirottati verso attività alternative: giornalismo, fumetti. Invece scoppiò il neorealismo. Nacquero - nonostante i pochi soldi, i mezzi tecnici scadenti - quei capolavori e tante pellicole di cassetta. I film costavano poco e rendevano. La gente faceva la coda davanti ai cinema. I produttori investivano e ci guadagnavano. Stimolavano anzi gli autori a sperimentare nuovo strade Insomma, fu un boom.

«Steno ed io diventammo registi per caso. Carlo Ponti aveva sotto contratto Totò per due mesi. Doveva fare un film per la Lux di Alfredo Guarini. Pensò di fame due di film, invece di uno. Allora si girava alla buona, senza la prosopopea di oggi. Ponti ci disse: inventatevi un soggetto, presto! E ci venne l'idea di Totò cerca casa. Il problema degli alloggi era drammatico. Le città erano semidistrutte. Quella storia teneva d'occhio l'attualità e - come si faceva alloro saccheggiava anche le idee di altri, gli spunti che venivano da una conversazione, il teatro napoletano tradizionale. L'episodio dell'alloggio nel cimitero, ad esempio, è preso di sana pianta da un alto unico - anonimo - del repertorio napoletano. Il clima era quello del tempo dell'opera buffa, di Cimarosa e Paisiello, quando un'aria si trasferiva da un'opera all'altra, e cosi una situazione, un personaggio. Le cose nascevano cosi, con grande felicità, in una maniera che poi si è perduta e che rimpiango molto. Si stava insieme, allora, registi, scrittori e attori. A Roma ogni sera sul palcoscenico di un piccolo teatro, l'Arlecchino, saliva a cantare o recitare chi voleva: Aldo Fabrizi come Ennio Flaiano, Ciarletta. Brancati, Mazzarella, la Valeri.

«Ponti interpellò un paio di registi, poi ci disse: Ma, scusute, porché il film non lo dirigete voi? E cosi finimmo dietro la macchina da presa. Era estate, naturalmente, perché allora si girava solo nei mesi estivi quando il bel tempo era sicuro. Non come oggii che, con le pellicole e i mezzi tecnici a disposizione, si può lavorare sempre e, anzi, la luce invernale, di taglio, è preferita. Le ragioni artistiche allora non potevamo neppure permettercele. Mentre oggi - ironia della storia! - film non se fanno quasi più. Arrivammo sul set col copione completo. Non si usava cambiare, avere ripensamenti. Non c'era il tempo per rifare una scena. Totò aveva approvato la sceneggiatura. Lui veramente non discuteva mai. Gli andava sempre bene tutto. Non contestava mai una situazione, una psicologia. All’inìzio aveva tentato di dare qualche suggerimento, per portare avanti una comicità più surreale, più lieve. Ma non fu capito. E la smise di insistere.

«Anch'io l'avevo contrastato. Avevo voluto, semmai, umanizzare il personaggio, portarlo fuori dal cliché della macchietta. Ho fatto un errore. E me ne dispiaccio, tanto più che, poi, mi ha sempre divertito molto rovesciare i ruoli, inventare attori. Sono stato io - in La ragazza con la pistola - a fare di Monica Vitti, l'interprete dell'incomunicabilità e dell'alienazione, un'attrice comica. E nei Soliti ignoti ho avuto l'idea di trasformare in attore comico Gassman, che fino ad allora il cinema aveva voluto nei ruoli del latin lover o del cattivo o dell'antipatico. Sempre in quel film feci saltare fuori Marcello Mastroianni comico, la Cardinale che era una ragazzetta appena venuta da Tunisi e che non sapeva neppure parlare l'Italiano. Tiberio Murgia che faceva Io sguattero in un ristorante... Stessa operazione, ma in senso inverso, nella Grande guerra, dove affidai a Sordi un ruolo drammatico...

«Già allora, nel '49, Totò era fragile, di salute delicata. Era un vero uomo di teatro, abituato a orari diversi, spazi ristretti. Si sentiva a disagio all'aperto dove si girava. Si stancava e infastidiva per le lunghe pause, sotto il sole o la pioggia, nelle attese che il cinema comporta. In realtà amava il teatro e riteneva che quello fosse il luogo in cui valeva la pena esprimersi. Del cinema non gliene importava molto. Era gentile, un signore. Lui era il cast, per questo gli si mettevano accanto anche attori non professionisti che facevano ripetere una scena magari tante volte: Totò non si spazientiva. Con le sue partner, le bellone del tempo, aveva un modo distaccato di comportarsi: era come su un palcoscenico d'avanspettacolo, quando le luci si spegnevano tutto finiva lì. Certo, era un divo. Ma, insieme con Aldo Fabrizi mi diede la prima grande lezione di uomo di spettacolo. Li volli per Guardie e ladri, nel '51. Erano due mostri sacri. Fabrizi aveva fatto il regista, aveva lavorato con la Magnani, era un uomo scontroso e irritabile. Sembrava un'impresa impossibile farli lavorare insieme. Tutti erano preoccupati. Invece mi rivelarono che - quando più divi lavorano insieme - ciascuno vuole mostrare quanto è disponibile: arriva in orario, non pretende il camerino migliore, non si presenta al trucco per ultimo per guadagnare mezzora di sonno. Andò tutto benissimo.

«In quell'estate del '49 due cose mi colpirono di Totò. Una sorta di sdoppiamento fra l'attore e il principe. Sul set recitava, era scurrile, farsesco, comico. Poi diventava il principe De Curtis e la sua fedeltà alla figura del blasonato era totale. Amava stare a casa. Aveva una saletta di proiezione dove si vedeva - anche do solo - i film. Ascoltava musica e ne componeva. Quando riceveva, la sera, ci faceva sentire le sue canzoni, raccontava aneddoti. Era un uomo molto simpatico, ma non faceva il comico, non si esibiva. Sapeva ascoltare. Si facevano le due, le tre...

«Le volte che andava a vedersi - e non lo faceva neanche sempre - assisteva al film come se quello sullo schermo fosse un altro: rideva di gusto oppure non si divertiva per niente, ma non entrava mai nel merito dicendo questo si poteva fare così questo è andato male perché... Era come se la cosa non lo riguardasse: un atteggiamento che non ho mai trovato in nessun altro attore. Era davvero così diviso? Era una corazza che si era costruito? Non l'ho mai capito. Ho capito poi, invece, quanto grande fosse il mito - mania, debolezza, fissazione? - per quel suo titolo nobiliare. Una volta, nel '51, mentre giravamo Guardie e ladri al Palatino, lui puntò il dito verso l'Arco di Costantino. ‘ Sai che quello è mio?", disse. Io non capii. “Certo, certo”, risposi con ironia. Lui, serissimo, insistè: "E' mio perché Costantino era un imperatore romano. Mentre io discendo direttamente da antenati greco-bizantini”.

«La sua notorietà era senza confronti. Con lui girai il primo film che firmavo da solo, nel '55, Totò e Carolina (film che mi diede un sacco di guai con la censura, perché Totò era un poliziotto diciamo umano, vessato dai suoi superiori, sostenuto da un groppo di persone che cantavano L'Internazionale e sventolavano la bandiera rossa: dovetti fare un sacco di tagli, l’identità di quelle persone fu cancellata e il film uscì con mesi di ritardo!).

«Le nostre strade si separarono per anni. L'ultima volta che lavorai con lui fu nel '60. in Risate di gioia, con Anna Magnani. La Magnani la conoscevo bene. Andavo spesso alle serate in casa sua, serate molto divertenti: lei recitava sketches, cantava, faceva terribili scherzi col telefono svegliando la gente, spacciandosi per altri... Per quel film ci scontrammo: lei non voleva Totò. Tira giù il tono del film! diceva. Io però mi impuntai o Totò fu nel cast. La macchina da presa - vidi - gli era diventata più familiare. Il pubblico cinematografico, per lui abituato al rapporto platea-palcoscenico, non era più qualcosa di astratto. Alla fine di ogni scena la troupe - 20-30 persone - si raccoglieva insieme e lo applaudiva. Questo lo riscaldava, gli piaceva. Un'idea geniale. Che però non avevo avuto io...»

Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992


2008 03 17 Corriere della Sera Toto e Carolina Censura intro

Perché tanto accanimento contro il film che Mario Monicelli cominciò a dirigere nel settembre del 1953, ma che riuscì ad arrivare sugli schermi solo nel marzo 1955, continua a restare un mistero. È vero che la Rosa Film, la società produttrice di proprietà di Carlo Ponti, ma gestita dal marchese Altoviti, non aveva voluto chiedere il «giudizio preventivo» sulla sceneggiatura (pratica andreottiana che di fatto equivaleva a un vaglio censorio sul film prima ancora che si iniziasse). È vero che il celerino interpretato da Totò non aveva certo la statura dell' eroe, ma piuttosto quella del «povero fesso» (come ribadisce anche l' ultima battuta del film) che finisce dentro a un ingranaggio più grande di lui e che cerca di cavarsela alla meno peggio, chiedendo ora una mano ai manifestanti comunisti (per trascinare la sua camionetta fuori da una scarpata), ora a un ladro (Maurizio Arena, non ancora povero ma bello). Ma la storia dell' agente «dell' Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l' infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l' ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma». L' edizione in dvd della FilMauro rende finalmente disponibile il lavoro filologico fatto da Tatti Sanguinetti e dalla Cineteca di Bologna che hanno ricostruito la versione originale prima degli interventi censori, praticamente battuta per battuta e scena per scena. Manca solo, rispetto al testo pubblicato da Sanguinetti all' interno della ricerca Italia Taglia, la lunga scena con il parroco e il sor Torquato, che però Monicelli sostiene di aver tagliato per ragioni di ritmo. Peccato che l' assoluta mancanza di extra o di testi di spiegazione renda d' impossibile comprensione per il pubblico normale un lavoro di ricostruzione filologica davvero straordinario.

Paolo Mereghetti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2008


Totò, Carolina e la censura. La cronaca dell'assurdo.

Totò e la censura

Andrea Sanseverino, quadernidaltritempi.eu, quicampania.it, Paolo Mereghetti, Piero Calderoni, lazionauta.it, cinecensura.com, Angelo Olivieri
Totò e la censura


Le incongruenze

  1. Nello studio del primario, Arnoldo Foà ha alternativamente due tonalità di voce completamente diverse, opera probabilmente di un doppiaggio in due tempi.
  2. La caduta della jeep per la campagna non solo è palesemente in miniatura con un giocattolo, ma fa credere che la camionetta sia scesa per molti metri, quando invece al momento del suo recupero si nota come la distanza è solo di qualche metro.
  3. Carolina fugge per una strada fangosa e Totò insieme ad un socialista la insegue con la camionetta. Ad un certo punto la distanza tra il mezzo e la ragazza è di un metro circa, ma nell'inquadratura successiva la distanza è di molto superiore.
  4. A casa di Totò il nonno si mette a difendere il nipote, quando nella scena immediatamente precedente era in un'altra stanza.
  5. Totò senza averlo sentito da nessuna parte, come fa a sapere che Carolina è fuggita proprio con l'autista del pastificio?
  6. Il ladro, benché legato con le manette alla portiera della camionetta, cambia velocemente posizione nel vano carico della camionetta stessa.
  7. Il padre di Totò si mette a stendere i panni alla finestra. Mette due capi ma si nota che ad un certo punto cadono dal filo, che rimane così vuoto. Si mette poi Carolina a stendere e nel campo il filo è ancora vuoto, nel controcampo immediatamente successivo ci sono già dei panni stesi.
  8. Carolina fugge per la strada di campagna, inseguita dalla jeep. Nelle inquadrature da dietro la strada è fangosa, in quelle da davanti è polverosa.
  9. All'osteria, Totò mima di lavorare al busto del commissario. In una inquadratura ha le mani con i pollici alzati all'altezza del viso, in quella successiva le mani sono abbassate.

www.bloopers.it


I documenti

Era il secondo film a cui lavoravo, non sapevo neanche che cosa stava succedendo. Era raro che Totò intervenisse perché aveva molto il senso professionale di non rompere le scatole agli sceneggiatori e ai registi. Però ogni tanto gli veniva fuori una battuta bellissima sulla quale tutti si buttavano a pesce. Mi ricordo per esempio che c’era uno che era andato a confessarsi e dopo un momento tornava dal prete che gli diceva “Ma figliolo, t’ho confessato or ora!”, e Totò disse: “Scusi eh”, a Monicelli, “perché non gli fa rispondere ‘Roba nuova, roba nuova, padre’?

Gillo Pontecorvo, aiuto regista di Mario Monicelli


Totò lavorava molto volentieri con me e si sottoponeva anche a degli sforzi che con altri non faceva. In una scena il suo personaggio doveva cadere in un fiume e questo tuffo in acqua necessitò una gran preparazione. Tra l’altro, se avessi avuto un po’ più di mestiere, avrei potuto anche evitare di farglielo fare; ma, insomma, non successe niente di grave.

Mario Monicelli


I tagli fatti non è possibile recuperarli perché li ho distrutti. Io non conservo niente, non m’importa niente di queste cose. Ogni tanto mi chiamano, recuperano un mio cortometraggio fatto ai tempi dell’università, ma che senso ha? Ritengo che questo mestiere, questo cinema, non sia poi la settima arte come dicono alcuni: è un’arte applicata, un’arte minore, non è il caso di farla tanto lunga, ecco.

Mario Monicelli



"Isabella" (di Simoni-Fange-Farva) dal film Totò e Carolina (1953)

Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Noioso, deludente. Le incredibile traversìe censorie gli hanno dato una nomea superiore ai meriti. Si tratta di una pellicola non particolarmente interessante, ravvivata da un grande Totò, attorno al quale, francamente, non c’è molto. Arnoldo Foà è doppiato. Enzo Garinei è accreditato come Garieni!Noioso, deludente. Le incredibile traversìe censorie gli hanno dato una nomea superiore ai meriti. Si tratta di una pellicola non particolarmente interessante, ravvivata da un grande Totò, attorno al quale, francamente, non c’è molto. Arnoldo Foà è doppiato. Enzo Garinei è accreditato come Garieni!

  • La prima regia (come unico regista) di Monicelli è questa commedia "on the road" la cui fama (per le note vicende legate alla censura) è superiore ai reali meriti artistici. Vale comunque per la possibilità di vedere il grande Totò alle prese con un personaggio un po' diverso dai soliti, dato che viene mostrato un aspetto più malinconico che brillante. Il film è però penalizzato dall'abuso dei luoghi comuni sulla sceneggiatura e sui dialoghi.

  • Ha un intenso sapore chapliniano questa storia in cui un quasi poveraccio (un poliziotto) si prende cura di una povera ragazza sola che vuole suicidarsi. Con una dinamica struttura on the road, la storia (sforbiciata pesantemente dalla censura di tutte le esche più realistiche e comuniste) mantiene uno straordinario equilibrio fra i toni del drammone larmoyant e quelli di un Totò davvero eccellente per la grande misura interpretativa drammatica in cui inserisce al momento giusto le sue gag fisico/verbali in incastri perfetti. Molto piacevole.

  • La trama è piuttosto semplice e soffre anche in molti punti dove il ritmo rallenta e dove le battute e le espressioni di Totò risultano inefficaci e quasi forzate. Sarà perché buona parte del film è sostenuta unicamente dal comico senza l'aiuto di nessuna spalla di sostegno. C'è poi una parte politica dove sinistra (camion dei comunisti) e centro (borghesi e Chiesa) sono descritti entrambi con benevolenza (meno i borghesi). In genere c'è abbastanza superficialità nelle situazioni e nei comportamenti, eccessiva anche per una commedia.

  • “Episodio” decisivo nella carriera professionale di Marione come nell’evoluzione della maschera del Principe De Curtis. Monicelli prosegue, dopo i film girati in coppia col socio Steno, il suo scandaglio di un umanità reietta e ultima, fatta di guardie, ladri, attori cani e ragazze perdute, ma è nuovo e totalmente suo qui un afflato umano caloroso ma asciutto, che trova in Totò un interprete ideale per maturità e volontà di sfidare i clichè del suo personaggio. Di sofferta dignità anche la prova della Ferrero. Appena ingenuo ma... incensurabile.

  • Uno dei migliori lavori di Totò, che riesce a gestire perfettamente il suo personaggio in bilico tra comico e melodrammatico; merito anche di Monicelli e della sua regia ordinata e solida. Tocca un tema allora assai scottante, la gravidanza di una giovane ragazza di paese vittima di una avventura amorosa. Tutto il contorno puritano che la circonda è sapientemente messo sotto i riflettori per evidenziare gli aspetti più bigotti di una società spesso ipocrita. Piccolo, ma delizioso cameo di Tina Pica.

  • Un Monicelli noto ma non ancora esperto dirige quella che è stata definita una "farsa intelligente", accennando a temi importanti come il suicidio, espressione critica (nelle varie accezioni) di un animo sensibile – sebbene la Ferrero non riesca a mostrarlo bene – e il lento sgretolamento dell'ipocrisia nel dopoguerra italiano (la stessa però che censurò numerose scene). Purtroppo il lavoro è reso meno pregiato dall'istrionismo di Totò non a tutti gradito, nonché dai lezzi comici e dall'impantanarsi della storia. Comunque non male.

  • Un film tra il neorealismo e la commedia sociale con diverse puntate nella farsa da comica muta e un tocco poetico da assurdo gogoliano (la difficile realizzazione con le molliche di pane del naso del commissario). Il film di Monicelli, raccontandoci (alternando il comico al drammatico) le mille peripezie dell’agente di polizia Antonio Caccavallo che non riesce a “liberarsi” di Carolina, una povera ragazza incinta che aveva arrestata per sbaglio durante una retata, si carica, strada facendo, di una visione addolorata e toccante dell’esistenza.

Mario Monicelli rievoca i segreti del suo film, incredibilmente tartassato dalla censura.

Un poliziotto senza alcuna autorità, una ragazza sedotta e abbandonata, un prete menefreghista e bandiere rosse che sventolano per tutto il film. Così, nell’Italia democristiana del 1953, Totò e Carolina diventò una pellicola da bruciare.

Di una sono certo: Totò e Carolina è stato il mio film più massacrato dalla censura, forse più di tutti i film dell’epoca. E il clamore e le polemiche che, per questo, lo hanno accompagnato in tutti questi anni, ne hanno fatto un film con molti più meriti di quanti, forse, ne abbia.
Il soggetto, molto bello, era stato scritto da Ennio Flajano, e poi sceneggiato insieme a me, Age, Furio Scarpelli e Rodolfo Sonego. L’idea era subito piaciuta al produttore De Laurentiis perchè si rifaceva un po’ all’idea base di Guardie e ladri (del ‘51, n.d.r.): lì c’era il poliziotto Aldo Fabrizi che si faceva scappare il ladro Totò e aveva tre mesi di tempo per riacciuffarlo se non voleva perdere il posto. Qui, invece, la storia ruotava attorno al poliziotto Totò (Antonio Caccavallo) che deve riportare al paese d’origine Anna Maria Ferrero (Carolina), una ragazza aspirante suicida dopo che il fidanzato l’ha sedotta e abbandonata. Il film narra il viaggio di questa strana coppia per l’Italia di quel lontano 1953, a bordo di una jeep, e delle disavventure che vivranno fino ad arrivare al luogo di destinazione. Ma qui nè i parenti nè il parroco vogliono prendersi cura della ragazza, così il questurino Totò, un po’ per compassione un po’ per portare comunque a termine la sua missione, decide di prendersela in casa. Apriti cielo! E stato proprio questo a far inorridire i censori di casa nostra. Non va dimenticato, certo, che era l’Italia di Scelba e non era ammissibile che si potesse dare una immagine indecorosa delle istituzioni. Così quel Totò, poliziotto senza autorità e spesso ridicolizzato, che simpatizza per una mezza suicida, e forse pure un po’ mignotta, faceva scandalo. E certo non piaceva che nel film mentre il parroco se ne fregava, gli unici che davano una mano alla ragazza erano dei manifestanti del partito comunista incontrati per strada. Figurarsi: parlare di comunisti, vedere delle bandiere rosse, sentirli cantare i loro inni, vederli correre in soccorso della ragazza e del questurino... era tutto così rivoluzionario che decisero di non fare uscire il film! Ci furono 38 tagli, e 23 battute furono modificate: i comunisti dovettero diventare socialisti, Bandiera rossa fu sostituita con un coro di montagna sulle osterie, la battuta «abbasso i padroni» con «viva l’amore». Il film, girato nel ‘53, fu respinto in prima istanza e bocciato in appello perché «offensivo della morale, della religione, delle forze armate». A cavallo fra Le infedeli e Proibito, Totò e Carolina è un film che scrivemmo su misura per Totò, e per sfruttare in maniera non convenzionale la sua comicità. Non so se è un merito ma ho sempre cercato di agganciare i suoi personaggi alla realtà, togliendogli, forse, un po’ della sua forza comica surreale (così ben sfruttata invece da Pasolini). Già in Guardie e ladri aveva impersonato la figura di un ladruncolo dimesso e pieno di umanità che alla fine solidarizzava con la guardia che lo doveva arrestare. La stessa operazione ripetei in Totò e Carolina e poi ne I soliti ignoti e in Totò cerca casa, dove è un padre che cerca un tetto per la propria famiglia, con avventure farsesche, certo, ma sempre agganciate a un fondo di realtà. Col senno di poi, non so se sia stato un bene sfruttare Totò in questa versione «sociale» ma credo che questa operazione l’abbia avvicinato di più al pubblico, l’abbia reso più umano. Quanto a Totò e Carolina, dopo i tagli e le polemiche, nel ‘55 finalmente uscì nelle sale, con un anno e mezzo di ritardo.

Mario Monicelli (testo raccolto da Pietro Calderoni)


È successa la stessa storia di "Guardie e ladri"; anche qui c’era un rappresentante dello Stato, una guardia che stavolta doveva accompagnare al paese con un foglio di via una donna diciamo di facili costumi; ma nessuno la vuole, né il parroco, né la famiglia (cosa che sembrava anche quella sovversiva), e alla fine finisce in casa di questa guardia. A questo era intersecato un altro fatto, un gruppo di comunisti che con un camion andavano a fare un comizio in un paese, cantando e con le bandiere rosse, ed erano gli unici che davano una mano a questa donna: anche questo sembrava sovversivo, rivoluzionario, anti-nonsoche. E anche qui tagli, combattimenti, arrabbiature... I tagli furono molti di più rispetto a Guardie e ladri, soprattutto per via dei comunisti: non volevano che si parlasse di comunisti, non volevano che si vedessero bandiere rosse... Fu tutta una trattativa lunga, estenuante, qualche volta anche violenta.

Mario Monicelli


SELEZIONE DI ALCUNE TESTIMONIANZE ESCLUSIVE

Dalla tesimonianza di NADIA AGNOLOZZI incontrata a Roma sabato 24 aprile 1999:

«La scena della jeep che saltella fu girata a Grottarossa con la macchina da presa posta sulla jeep: qui, al posto di Totò, c'era papà (Piero Agnolozzi), e al posto della Ferrero, si alternarono cinque donne e tre o quattro uomini, perchè non resistevano alle "giravolte"!! Monicelli voleva girare scene realiste, e così, per una scena, si accordò coi due autisti, i quali guidavano rispettivamente un camion ed un automobile e partivano ciascuno dal senso opposto all'altro. "Quando vi avvicinate alla jeep, stringete!" Loro "strinsero" e la jeep fece un volo; Totò chiamò mio padre:"Voglio Pietro!"»

Dalla testimonianza dell'elettricista RENATO Urbinàti, raccolta telefonicamente martedì 14 maggio 2002:

«Per Totò sua controfigura sia "di spalle", che per le luci, che autista della jeep ricordo era Piero Agnolozzi, il quale aprì un ristorante sulla Via Cassia, credo proprio durante la lavorazione di questo film. La Ferrero andò in "pro rata", e poichè lavorava in Compagnìa con Gassman, per girare alcune scene fummo a Torino: al Palazzo del ghiaccio?? Mah, io ricordo "Torino Esposizioni" che mi pare fossero capannoni della Fiat. Marcello Gatti io lo soprannominavo "miao". Girammo anche a Saracinesco su montagne coi ciotoli, tanto che ne conservo una foto dove io presi in braccio Anna Maria Ferrero, che aveva paura di scivolare. Il fotografo era Sergio Strizzi. Il generico anziano era "Catena" o "Catenacci". Capo-elettrcista era Virgilio Graziani, il quale, a Viterbo si infortunò, così lo sostituii io, esordendo con l'occasione, come capo-squadra. Eravamo 5 più uno, però vennero anche dei "rinforzi", appunto per le scene girate a Viterbo. A Viterbo girammo all'ospedale, che ricordo, era un grande ospedale, addirittura gli scoperchiammo il tetto: sulle travi delle capriàte mettemmo gli "archi voltàici", ed infatti occorsero dei "rinforzi"...»

Dalla testimonianza di FRANCO VILLA, raccolta il 12 ottobre 2002:

«Ero in macchina con Trasatti per il pezzo di "Addio Carolina" che girammo a Torino. Non ricordo molto perchè parliamo di mezzo secolo fa, e fu forse, per una sola settimana. Ricordo un pergolato, un esterno ricostruito in interni, forse alla Fert?? Ricordo che dovevamo fare una scena in auto, ma il trasparente non veniva, il sìncrono, a 24 fotogrammi al secondo, fra macchina da presa e proiettore non coincideva. Così non potemmo realizzare la sequenza, ma il direttore di produzione, che era Alfredo De Laurentiis, disse che era lo stesso, e ci pagò comunque»

Intervista ad ANSANO GIANNARELLI incontrato a Roma martedì primo aprile 2003:

«Nacqui a Viareggio il 10 giugno 1933. Arrivai a Roma nel 1940. Quando giravano i set esterni per strada di qualche film, andavo a curiosare. Il mio primo in assoluto, ero assistente regista "volontario", e come saprà volontario, significa uno che pur di imparare, lavora GRATIS, fu appunto "Totò e Carolina". Essendo come me di Viareggio, Mario Monicelli mi consentì di esordire al cinema. La produzione era Ponti senza De Laurentiis. Mi chiamò con lui fin dai sopralluoghi: all'Isola Tiberina, all'ospedale romano "Fate bene fratelli"... Le scene all'ospedale, non furono girate lì, ma a Viterbo, e come "fondi", medici ed infermieri veri accettarono di fare da comparse. Al mio primo film mi aspettavo di essere trattato da novellino, tipo venir mandato a prendere sigarette e caffè al regista, invece no. Imparai moltissimo e ben presto fui stimato. Da Mario Monicelli ho imparato la "non mitologìa" del cinema: un lavoro serio, faticoso, quotidiano. Le prime cose da apprendere: battere il ciak ed organizzare "i fondi". I "fondi" erano i passagi dietro agli attori, compresi i movimenti delle comparse. Fui inserito subito nel fare. ero preoccupato, ma ripeto, imparai moltissimo. Sono stato fortunato anche per il rapporto che nacque fra me e Marcello Gatti, al quale chiedevo spiegazioni continue: fu per me uno stage "tecnologico". All'ospedale di Viterbo: sì, ricordo la scoperchiatura del tetto. Io al mattino partivo per il set di Viterbo, con l'auto del reparto regia: ero "preso" per primo, verso le 5-5:30 del mattino, e dovevo essere puntuale o non mi aspettavano(ero un assistente volontario); viceversa al ritorno, viaggiavo col pullman delle maestranze. Dopo una settimana, sul pullman del ritorno, sedevo vicino a Pascarella, capomacchinista romano(aveva grande esperienza, per esempio aveva lavoraro a "La terra trema" di Visconti), il quale mi chiese in quali precedenti film avessi lavorato: era un attestato di stima. Gli confessai:"Veramente questo è il primo". e si complimentò. C'era il carrello Mancini, ricordo 4 elettricisti più un caposquadra, ed anche i macchinisti erano "4 più uno". Ricordo una "forte discussione" fra Marcello Gatti e Monicelli: eravamo al ghetto, con un carrello lungo coi binari, che doveva attraversare Anna Maria Ferrero. Monicelli insisteva che il carrello dovesse arrivare con ìmpeto verso la Ferrero, la quale doveva scavalcare i binari.

Carolina 00012Si fecero parecchi ciak; durante un ciak, nel silenzio, si udì Marcello che gridò: "Stop!" e Monicelli si incazzò. Gatti giustificò che aveva avuto la sensazione che il carrelo stesse per colpire la Ferrero. All'epoca non si usava ancora il "backstage": sui set non vennero nè Cinegiornali, nè per documentari o filmati amatoriali; Giraldi giornalista venne per interviste sul set perchè era amico di Gillo Pontecorvo. Gillo Pontecorvo, l'aiuo regista, viveva un periodo particolare a livello personale, per diversi motivi. venivano sul set giornalisti a chiedere indiscrezioni politiche a Gillo, riguardo suo fratello, ma Gillo era rigoroso ed affermava di non saper nulla. Dopo due settimane, visto che cominciavo a cavarmela, Gillo veniva sul set al mattino studiando "il piano di lavoro", poi mi diveva:"Io vado via, torno fra due o tre ore", si dedicava ai propri problemi personali e mi lasciava gli incarichi da aiuto-regista. Eravamo in una scena ambientata sulle colline, con la jeep che arrivava alla piazza e scendono Totò e la Ferrero: Gillo non c'era e così organizzai io i "fondi" con gli abitanti del paese, i quali, avevano accettato di far da comparse. Spiegai loro i movimenti, chi doveva uscire da una porta, chi passare con un asino, eccetera. Io sono un timido e per spiegare loro le cose, con il megafono, salii sul "trek sonoro" e diedi gli ordini ai singoli gruppi.

La presa diretta era usata come colonna guida.(pezzo tolto per privacy) Ricordo che Gillo fischiettava la musica composta per il proprio cortometraggio "Porta Portese". Fra gli esterni ricordo la scarpata nella zona fra Reatina e Sabina. Claudio Agostinelli era l'agit-prop. Io non avevo rapporto con Totò: era una persona seria, rispettosa, con civiltà umana; usava il copione come base. Ricordo che quando Totò iniziava a recitare, c'era, da parte nostra, la repressione del ridere...Anche Monicelli, a fine ciak, si lasciava andare e rideva apertamente.Ricordo l'imbarazzo della Ferrero alle modifiche di Totò. Totò allo stop chiedeva a Monicelli: "Va bene?". La scena della retata a Villa Borghese, che è posta all'inizio del film, la girammo subito dopo Viterbo: facemmo ricorso a prostitute vere per "i fondi".

Ricordo il colloquio di Monicelli con una di queste, la quale si vantava di avere fra i clienti anche un regista. E non ci volle rivelare il nome; noi ci divertivamo a cercare di indovinare chi potesse essere... Totò in alcune scene aveva due controfigure. Erano gli ultimi anni durante i quali si usava ancora la pellicola ottica: i fonici non avevano ancora "l'autorità" acquisita in sèguito col sistema magnetico. Perlomeno in mia presenza non furono girate scene apposite per eventuali edizioni estere. Gli interni furono girati alla Vasca Navale. Era un attrezzista che forniva la mollìca, preparava la statua, che richiedeva laboriosità e che alle luci si screpolava, ed andava bagnata spesso; veniva coperta da un panno inumidito. No, a Torino io non andai.»

MAURIZIO BRAMANTE dalle risposte di mercoledì 28 novembre 2001 e venerdì 14 dicembre 2001:

«Essendo nato nel 1943, all'epoca del film avevo dieci anni. Abitavo in via Sardegna, sopra l'appartamento dove abitava l'attrice Luisa Rossi, la quale mi segnalò alla produzione. Ai provini fui selezionato da Mario Monicelli e partecipai a "Totò e Carolina" esaurendo le mie scene fra i sette o dieci giorni.Faccio il ruolo del figlio dell'agente Caccavallo. Nel ruolo di Caccavallo padre, mio nonno nella finzione, un signore che, almeno sul set, chiamavano "Catèna". Le scene che mi riguardano furono solo in interni, negli studi della Palatino Film, nota come "Navicella", in zona archeologica, dietro una chiesa. Alcune cose cose colpirono la mia immaginazione di bambino. La prima era il fatto che mi venissero a prendere sotto casa con una Lancia Aurelia; che poi la stessa auto sostasse a prendere Anna Maria Ferrero, era un sogno. Altra cosa sorprendente era il dover "interagire", nella scena, con un attore famoso come Totò: mi incuteva timore, ma mi colpirono sia la sua naturalezza, che la sua disponibilità.

Carolina 00059Era abbastanza bravo e sopportava i miei errori: a causa della mia inesperienza, infatti, dovemmo ripetere dei ciak. Ricordo come "piacere umano" la molta comprensione che ebbe di me, e ciò mi metteva a mio agio. La Ferrero, nello stendere i panni alla finestra si sporgeva: per tale scena mi si chiedeva di spingerla di sotto, mentre Totò interveniva per trattenerla e salvarla. E dopo, la mia battuta, che ho memorizzato, era: "A papà! Ma io credevo che bisognava buttarla de sotto!" Ricordo che la Ferrero, prima di girare, disse a Monicelli la seguente frase, della quale allora non capivo la malizia:"Senta, mica me va che sto ragazzino me mette la mano nel culo!" Totò, perlomeno una volta, si lasciò andare ad una improvvisazione, tanto che al termine, interrogò Monicelli:"Che ho esagerato? Però, mi pareva che fosse il caso!" A me pareva strano che Totò, avesse da rendere conto a qualcuno: ma come, non era lui l'attore? Non era lui "il padrone"?

Foto di scena ne fecero anche in pausa, al termine di battere il ciak, "pose statiche", da fermi. Cinegiornali od intervistatori in quei giorni non ne ricordo. Non ricordo se mi doppiarono, ma è probabile, data la mia poca attitudine al romanesco che esigeva il copione: papà mio era originario di Ravenna. All'uscita del film ero così curioso di andarlo a vedere, ma i miei non vollero andassi a vedere un film che aveva avuto problemi di censura. Lo vidi anni dopo.

Da uno dei molti "questionari" che negli anni ho fatto a Marcello Gatti, e nello specifico, sabato 22 dicembre 2001: 

«Io sono nato alla Palatino: escludo "Totò e Carolina" sia stato girato alla Palatino! Fu girato alla Vasca Navale. Le sequenze jeep erano tutto "camera-car": ai Castelli Romani, sull'Appia Antica e Nuova, salita Squarciarelli, sulla via Anguillara, al lago di Bracciano. Totò girava poche ore; era la sua controfigura che guidava la jeep.»

ETTORE BALDUCCI 16 maggio 2001:

«Lavoravo al laboratorio fotografico, e quando giunta la sera, chiusi, andai a Villa Borghese, dove vi era il set, e stavano girando la scena della retata. La scena era al buio, si doveva girare l'arrivo della jeep e la sua frenata sul bagnato. Era piovuto da poco, ed il generico che guidava non riusciva...Diedi un suggerimento:"allentate le ganasce di una ruota ed andate ai 20 all'ora..." Ed il direttore di produzione: "Aò, è arrivato quello che la fa!" Accettai la sfida. Alto 180 cm, pesavo 70 kili; mi misero berretto e giacca, così che potessi sembrare l'agente interpretato da Totò. Lui portava i baffi di scena, ma al buio fu sufficente mi scurissero un pò, tanto non mi dovevano filmare di fronte. E feci la frenata. Totò era unico: faceva scherzi a tutti. Anche col ciak "di prova", modificava il copione, poi quando chiedeva: "Allora adesso la facciamo "seria"", gli veniva risposto, "no, no, bona così!".»

Dall'intervista ad ELDA MAGNANTI vedova LAURENTI, parrucchiera "di fiducia" per Totò, per diversi anni, dall'intervista di sabato 13 aprile 2002:

Carolina 00024

«Ricordo la camionetta, le scene in campagna. Lui arrivava sempre alle 14. Si girava anche in tarda mattinata:le scene senza di lui, cioè quelle che non richiedevano la presenza di Totò. Totò, all'inizio, non voleva girare la scena del "bagno nel laghetto" vestito, ma Monicelli insistette: "Beh, la deve fare", finchè lo convinse e Totò si beccò la broncopolmonite. La scena delle prostitute fu girata anche di notte, a Villa Borghese. Nei ruoli da prostitute c'erano sì delle generiche, furono filmate pure prostitute vere delle quali ne ricordo una per un fatto che mi colpì; tale ragazza, filmata in precedenza, serviva in una scena, e, di mattina, la cercavano: non la trovarono, come si supponeva, a riposare dopo "la nottata", ma era con una collega a giocare. Era con una collega per un gioco con le carte detto "sorchetta"(=il 4 di denari). Incredibile! non voleva venire a girare, non perchè stanca, ma per non interrompere la sua partita...a "sorchetta"!! A Torino non ricordo dove girammo, ma ricordo per certo che ci fummo.»

Per la ricostruzione del percorso censoreo, ringraziamo autori ed editori dei seguenti testi sacri, dove il dettaglio e lo studio è ben più vasto di quanto qui sintetizzato: 
"Totò e Carolina", Tatti Sanguineti, Transeuropa, 1999 e "Totò proibito", Alberto Anile, edizione Lindau, Torino, 2005.
Oltre alla consultazione di vari periodici dell'epoca, in particolare numero per numero il quotidiano "La Stampa" di Torino nelle due mesate di Dicembre 1953 e Gennaio 1954 (ma il lavoro sarà da integrare con altri giornali dell'epoca), il tenente Colombo (Simone Riberto) ringrazia per il loro contributo per la ricostruzione di cast, troupe e genealogia del film le seguenti persone:

NADIA AGNOLOZZI,
ELDA MAGNANTI in LAURENTI,
ENZO GARINEI,
CARMELINA JANNANTUONO in TRASATTI,
MARCELLO GATTI,
ANSANO GIANNARELLI,
MASSIMO JABONI,
RENATO URBINATI,
ETTORE BALDUCCI,
MAURIZIO BRAMANTE,
CORRADO VOLPICELLI,
FRANCO VILLA,
GIUSEPPE RUZZOLINI,
EDOARDO SANTAGATA,
MARCELLO MECONIZZI (incontrato fortuitamente davanti al bar di Cinecittà la fatidica mattinata dell'11 settembre 2001),
FEDERICO CLEMENTE,
TATTI SANGUINETI,
ALBERTO ANILE

Appunti di lavoro e interviste raccolte da Simone Riberto.


Franca Faldini

“Rosa Film” è un nome che non mi dice nulla. Si trattava sicuramente di un contratto che Antonio aveva stipulato in un periodo precedente all’incontro con me. Credo proprio, anzi, sono pressoché sicura, che Antonio non abbia mai visto Totò e Carolina. Lui visionava i giornalieri, non guardava i film montati. Uccellacci e uccellini fu un’eccezione.

A proposito di cronaca giudiziaria, polizia, indagini, debbo dirvi che Antonio si deliziava della lettura approfondita della “nera”. Si sparapanzava sul sofà leggendo i giornali, confrontandoli, rimuginando ipotesi. In quegli anni, il “caso Montesi” lo appassionò infinitamente. Mi spedì addirittura a casa della famiglia di Wilma Montesi con il compito di consegnare una piccola somma, ma con il segreto desiderio di squarciare qualche mistero. Faceva le sue indagini: era capace di pedinare per ore qualcuno che gli fosse parso intrigante o sospetto. Sulle spiagge controllava ogni andirivieni con il suo binocolo da marina: non gli sfuggiva nulla. Era un incubo: sapeva tutto di tutti. Un curiosone.

Secondo me, anche il cognome Caccavallo salta fuori da qualche pagina di questura. I baffetti da Pubblica Sicurezza se li fece crescere apposta per essere più in parte. Per conferire invece una maggiore umanità ad Antonio Caccavallo, “agente dell’Urbe”, tenne sicuramente presenti, e probabilmente li intensificò, degli incontri periodici che aveva con un appuntato o un maresciallo della P.S., o alle soglie della pensione o appena congedato, che arrotondava seguendo ed accelerando per conto di Antonio certe pratiche come il rinnovo del passaporto. Questo appuntato passava per casa nostra e Antonio lo accoglieva offrendogli il caffè nel soggiorno e chiacchierando con lui delle difficoltà della vita quotidiana, del pubblico impiego, della burocrazia statale, del magro stipendio, della famiglia numerosa...

Un'altra fonte a cui si ispirò certamente furono i racconti d’anteguerra che gli avevo fatto io, poiché, essendo di famiglia ebrea, all’epoca delle leggi razziali, fui costretta a frequentare caserme e commissariati. In questo bell’ambiente, dove finivano anche i cosiddetti “carrettoni” delle retate delle prostitute, ci fu un brigadiere, un certo Lala (o Liala, non ricordo precisamente) che prese a proteggerci, consigliandoci pressantemente di assumere il cognome di mia madre, Tedaldi.

Anna Maria Ferrerò stava molto simpatica ad Antonio. Mi pare di ricordare che lei non avesse la madre. Doveva avere solo il padre e gli teneva testa rispondendogli a tono. Era una ragazza molto indipendente per quei tempi, di una indipendenza che sconcertava un poco Antonio. Andammo a Torino - ci andai anch'io - a vederla in un Amleto con Gassman.

Per quanto concerne le riprese, confermo che Totò non poteva certo stare alla guida di una jeep né di nessun altro tipo di vettura. Frequentai pochissimo il set. Ci andai forse solo per le scene della parrocchia girate in una chiesa tra Fiano e Riano, da quelle parti... Non c’era nessuna necessità che io lo seguissi: purtroppo dovetti farlo spesso in seguito quando divenne quasi cieco.

Sul fronte della lotta alla censura, Totò si sentiva in pace con se stesso, ritenendo di aver fatto la sua parte con la fronda all’occupazione tedesca. Quando però gli vietavano delle cose, fremeva, ribolliva. E la sua frase di protesta domestica era: “Allora il potere puzza...”.

E vero, Mario Scelba non figura nella lista dei personaggi politici italiani a cui Antonio si era divertito ad appioppare dei soprannomi, lista che io ho raccolto nel mio libro Quindici anni con Antonio De Curtis (vedi nota). E invece Scelba era uno dei pochi per cui Antonio si scomodava a reindossare in casa i panni di Totò il guitto, facendo solo per me l’imitazione di Scelba che chiede alla moglie notizie dell’abito che lei si è appena comperata dal sarto Schubert, magari sulla scorta di un raccontino che gli avevo appena fatto io, perché mi era capitato quel giorno di incontrarla proprio nell’atelier.

Ma come faccio a raccontarvi di come Totò faceva Scelba? Faceva Scelba che diceva alla moglie di buttare la pasta... Si divertiva molto anche a fare Gronchi e la signora Carla.... Insomma, quadretti comici di vita domestica di premier italiano con signora.

Antonio si sentì “frenato” dalla politica di Mario Scelba. Gli sarebbe piaciuto continuare sulla linea di Guardie e ladri e di Totò e Carolina. E invece, su consiglio di Vincenzo Talarico, si dovette rifugiare nelle farse di Scarpetta: grandissimo Sciosciammocca! Ma Antonio non ne poteva più di fare la maschera napoletana. Dovette mediare. Ad esempio, non amava i titoli con “Totò” nel titolo, ma non poteva non rendersi conto dei desideri e delle esigenze dei produttori che con “Totò” dentro al titolo del film erano sicuri di incrementare gli incassi. Antonio mediava.

Intervista di Tatti Sanguinetti, agosto 1999 tratta da "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999

Nota

Tra le pareti di casa nostra, molti politici dell’epoca avevano un soprannome e con questo erano sempre indicati da lui. Giovanni Gronchi era “Piede ’e Papera”, la coppia Einaudi “la Gatta e la Volpe”, Gava e Zaccagnini,che a quei tempi venivano ripresi invariabilmente in coppia, “i Fratelli De Rege”, De Martino “‘O Cane ’E Presa”, ovverossia il molosso napoletano, Berlinguer “Stanlio”, Nilde lotti “la Pacchiana”, Andreotti “l’Aspirante Sagrestano”, Leone “’O Paglietta”, Preti, che stangava con le tasse e affermava di vivere con poche centinaia di lire al giorno, “Panza ’e Broccoli”, la Merlin, a cui attribuiva la recrudescenza dei crimini sessuali, “la Signora Omicidi”, Fanfani “Centocervelli”, Emilio Colombo, sempre azzimato e studiatamente inappuntabile, “Cacabene”. Paolo VI, che puntuale la domenica e ogni due per tre si affacciava benedicente al balcone, era “l’Orologio a Cucù”.


Age (Agenore Incrocci)

Confesso con piacere che Totò e Carolina, rivisto oggi e tanto più in questa copia con molti passaggi non ancora censurati, mi fa una certa impressione. Lo spunto di base è rimasto il racconto di Flaiano, con Totò che fonde in un unico personaggio Caccavallo e lo scultore. Non avendo mai lavorato prima con Sonego, è molto probabile che non si sia proceduto per questo film con la nostra consueta tecnica di ripartizione del copione in “blocchi”.

Totò lo si vedeva poco. Si faceva mediamente una riunione a film, dopo che lui aveva letto il nostro copione. Una lunga chiacchierata tranquilla, dove lui faceva osservazioni molto misurate e sensate. Mi pare di ricordare che quando Monicelli ci telefonò per avvisarci dei guai del film in censura, Scarpelli ed io fossimo a Milano a lavorare su una rivista con Wanda Osiris e Billi e Riva. La moviola non poteva essere che la Fono Roma: a risentire il film così, diresti che c’è rimasto qualcosa della presa diretta, che ne so...Tina Pica? Di come invece Bandiera rossa, certamente per uno scherzo ed una ripicca nostra, fosse arrivato a diventare Di qua e di là dal Piave, non lo ricordo.

Trovo che il cast sia molto azzeccato: Monicelli è un vero maestro in questo. La Ferrerò, brava e carina, nella parte non di un puttanone ma d'una ragazza delicata, guardinga e fragile, con dei sani impulsi di rivolta. Era la prima volta che Totò aveva a che fare con una donna che non fosse né una bonona né una ballerina. Foà credibile, serio, drammatico. E Gianni Cavalieri che, sì, era un omosessuale. Suo fratello Gino mi aveva fatto da padrino alla cresima: i Cavalieri erano una importante famiglia del teatro dialettale veneto. E funziona persino Maurizio Arena (con cui non avevamo mai lavorato) e a cui tocca un personaggio che non è esattamente il suo.

A proposito dei rifacimenti e della jeep sul trasparente, va detto che Totò non avrebbe potuto comunque fare a meno della controfigura e del trasparente o della jeep tutta imbragata. Antonio De Curtis non guidava: non ricordo di averlo mai visto guidare, nè tampoco di averlo mai sentito parlare di automobili. Totò era un principe ed aveva un autista. Guardate bene come Caccavallo tocca il volante: un colpetto a destra, un colpetto a sinistra, poi di nuovo un colpetto a destra...

Una scena disarcionata e sbranata dai tagli è quella della confessione. Un’altra scena che, vista così, con quello che c'è rimasto, non funziona bene è quella di casa Caccavallo: l’azione è troppo affollata e veloce, i toni troppo alti. Di scene con i comunisti, invece, sono sicuro che non ce n'erano altre.

Che sia stato Scelba ad intervenire sul film in primissima persona, non vi è alcun dubbio. Noi lo sapevamo benissimo. La cosa che più mi sbalordisce oggi, più ancora dei tagli, è la mancata concessione del nullaosta per l’esportazione. Di Ponti, ricordo che cercava sempre di esibire un contegno di “riflessione”: voleva assolutamente evitare di essere etichettato come uomo “pericoloso” agli occhi del governo.

Intervista di Tatti Sanguinetti, agosto 1999 tratta da "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999


Furio Scarpelli

All’epoca di Totò e Carolina, io ero iscritto al Partito Socialista Italiano. Per l’esattezza, appartenevo ai Socialisti Unitari, molto aperti alle influenze del Partito d’Azione e della cultura social-liberale. Anni dopo sarei passato al Psiup, e poi di nuovo al Psi e poi al Pei... Ma nessuno di noi che realizzò Totò e Carolina era comunista. Credo necessario specificarlo, perché se fossimo stati comunisti probabilmente non avremmo rappresentato i compagni che, a bordo di un camion, la domenica vanno a farsi un’allegra scampagnata, ma bensì le lotte nelle officine e nei campi.

Vedendo il canto (tagliato) di Bandiera rossa, mi viene da pensare che fosse stata ritenuta un’insidia mostrare i comunisti come della gente quasi normale, che se ne va in giro a mangiare il cocomero anziché i bambini. Naturalmente, questi nostri film cosiddetti “di satira” avevano, per funzionare, la necessità del bersaglio. Il bersaglio era l’acqua in cui doveva nuotare il nostro pesciolino. “Satira” non era ancora la parola deteriore che è divenuta oggi.

Dopo il Marc’Aurelio e dopo le riviste, il vero secondo soffio della nostra carriera ce lo diede Sergio Amidei. Fu un papà severo, ma un papà. Non aveva sussiego: amava queste operazioni poco seriose. Fu lui che tentò l’innesto del neorealismo drammatico e della commedia. Secondo me, tutto cominciò con Domenica d'agosto, dove veniva celebrata la vita quotidiana di alcune differenti generazioni di persone di vario ceto e uscite da poco dalla guerra.

Nei dialoghi di Totò e Carolina, trovo - che so - un riferimento al “caso Egidi”, uno che aveva ucciso una bambina piccola...Un puro fatto di cronaca nera. Oggi nessuno metterebbe più in un copione una battuta sul “caso Egidi”. Ma allora il cinema si nutriva di “fatterelli” di cronaca, si scriveva e si girava giorno per giorno: un’attività stagionale. E noi eravamo come dei cronisti che dovevano fare il pezzo sul tamburo, sempre di fretta. Come il personaggio di Carlo Mazzarella, che qui si intravede solo di scorcio e a cui, per i tagli, non è rimasta nessuna battuta. Noi facevamo il pezzo con la giusta dose di birbanteria e senza alcun complesso d’inferiorità.

A proposito di Mario Scelba e della sua lotta al tipo di cinema che facevamo noi, gli utili idioti, ricordo un episodio di cui fui testimone oculare, accaduto in quel periodo a casa di Amidei a piazza di Spagna, una casa che era una accademia ed un porto di mare. Un giorno era atteso Luigi Zampa, il quale in quel periodo subiva una contestazione da parte della magistratura per via di una scena di Anni facili, in cui si vedevano dei giudici riuniti in camera di consiglio ed intenti a parlare del più e del meno e dei casi loro, del caldo estivo, della malattia di un bambino, dell'orario di un treno e via dicendo. Luigi Zampa aveva chiesto, a tale proposito, un colloquio a Mario Scelba ed ora giungeva a riferirne l’esito ad Amidei.

Zampa esordì così: “Cari amici, ho incontrato Mario Scelba. Ebbene, devo dirvi che Scelba non è affatto l’uomo che noi pensiamo. E un antifascista vero, uno che ha letto Don Sturzo, che ha una sua idea della libertà...”. Amidei lo investì come un ciclone. Cominciò ad urlare ad altissima voce, come un ossesso. “No! No! No! Tu non puoi parlare così di Scelba! Se frequenti il boia, finirai per trovarlo simpatico”. Se lo mangiò letteralmente vivo: a Zampa non fu più possibile aprire bocca.

Per quanto concerne Carlo Ponti, io non voglio parlarne male. E non solo perché probabilmente lo avranno già fatto tutti gli altri, e non solo perché è persona anziana. Ponti aveva portato dal Nord un po’ di letteratura nel nostro cinema, dove grande frequentazione con i classici non c’era mai stata. Non i libri di Einaudi, qualcos’altro. E si portò giù Soldati, Comencini. Risi...

Ad un certo punto, credo si sia lasciato “corrompere” sia da una certa spregiudicatezza romana che da una sorta di visione “internazionale” dell’industria del cinema. Lo ricordo con un gesto da consegnare allo psicanalista: quando decideva di accettare qualcosa di ciò che noi gli proponevamo, diceva di sì facendo di no con la testa. Aveva ambizioni “altre”.

Di Totò e Carolina ricordo riunioni a casa di Monicelli in via Archimede, ai Parioli. Ma non escluderei qualche incontro al Caffè Greco, da Rosati o da Rampoldi a Piazza di Spagna. Ma Age ed io frequentammo anche la moviola: non ce n’erano tante allora, a Roma. Si aggiungeva, si doppiava, si “scavallava”. "Scavallare” è quando devi risistemare due scene perché è saltato quello che c’era in mezzo.

Una scena che sicuramente fu tagliata è quella del pescatore che ha confessato un peccato enorme al parroco di Carolina. Il personaggio ritornava, voleva riconfessarsi, aveva altri peccati da dichiarare.

Una piccola scena, che ho sicuramente scritta io, è quella degli “uccellini sugli alberi che, con le loro aiucce, si liberano nel cielo cinguettando”, quando.. .bum-bum!...Arriva un cacciatore che spara ai poveri passerotti lasciando interdetto il buon Caccavallo che recitava una sorta di laude animalista francescana a Carolina. Questa scena, da me inventata, era semplicemente il ricordo di una sequenza di un film visto al cinema da ragazzo e che mi aveva fortemente impressionato, Il Dottor Jekyll, con Frederich March. Jekyll passeggia nel parco dietro casa e contempla un passerotto su un ramo...e zac!...Arriva un gatto che si pappa il passerotto mentre in quel preciso istante il Dottor Jekyll diventa Mister Hyde. Un’immagine che mi era rimasta dentro per vent’anni.

Intervista di Tatti Sanguinetti, agosto 1999 tratta da "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999


Anna Maria Ferrero

Carolina 00035Non ho mai avuto contratti con nessun produttore, né casa di produzione. Per Totò e Carolina mi chiamò Monicelli, forse perché trovava che ero giusta per il personaggio. Avevo già lavorato con lui ne Le infedeli, mi sembra che fosse il primo film che fece da solo, senza Steno. Un bel film, l’ho rivisto qualche anno fa, in televisione; è un bravo regista, Mario, simpatico e talmente vitale, un uomo delizioso.

Per Totò e Carolina abbiamo girato molto a Roma e nei dintorni di Roma. La scena nella jeep con Maurizio Arena l’abbiamo girata in campagna, sulla Flaminia. Siamo stati anche in un paesino, ma non mi ricordo più. E tanto lontana questa storia...

Anche se c’era una differenza d’età fra lui e me, con Totò diventammo subito amici. Era una persona squisita, un uomo di grande educazione e di grande simpatia. Fu un film pieno di gioia e di allegria, c’era un’atmosfera sempre molto distesa e molto cordiale, è raro nel cinema. Fu girato in modo molto sereno, molto gaio, non c’era nessuna - come si può dire? - tensione né pensiero che potesse scoppiare un tale finimondo.

Recitare con Totò non è stato mai difficile. Lui lo diceva: “Guarda che io cambio le cose, quindi stai sveglia, stai con le orecchie appizzate e vedrai che andremo bene”. E infatti fu una grande amicizia con lui. Aveva la sua macchina col suo autista, Cafiero. Ogni tanto mi riaccompagnava lui, quando avevamo delle giornate lunghe e bisognava aspettare la macchina della produzione che era stata ad accompagnare un altro attore. Mi diceva: “Anna Maria, è inutile che stai ad aspettare la macchina della produzione. Vieni, vieni, ti riaccompagno io con Cafiero”. Salivo in macchina, lui si sedeva e diceva: “Cafiero, canta!” E Cafiero cantava, tutte le canzoni di Totò. E mi riaccompagnava a casa.

Una scena difficile fu quella in cui io mi buttavo in un ruscello e Totò si buttava anche lui per salvarmi. E devo dire che Totò si buttava tranquillamente, come se niente fosse, senza controfigura, era una persona di gran semplicità. Ma prese una bronchite - o una polmonite, non ricordo adesso - e non potè finire il film. Io dopo feci L'Amleto, a Torino ci fu una prima, una cosa così, si fanno sempre delle prove in una sala nuova... E quindi Totò e Monicelli vennero su a Torino e facemmo le scene che non avevamo potuto fare a Roma. Non ricordo più quali, scene in interni comunque.

Sa, le date non me le ricordo, forse anche perché non me le voglio ricordare... Con l’Amleto ho cominciato a fare teatro, ho fatto cinque-sei cose in teatro e poi basta. La voce di Carolina nel film è la mia. Dovetti tornare sicuramente al doppiaggio, senz’altro, per correggere o cambiare delle battute. Rifacimenti no, non ne abbiamo girati.

Non so quanti tagli hanno fatto, una cosa incredibile, e mi fa piacere se possono ricostituire il film più o meno come l’avevamo girato. Era molto carino, con grandi attori, tanti, tanti, e bravissimi tutti.

Totò non l’ho visto mai più: io mi sono sposata, sono andata a Parigi, lui poi si è ammalato, non c'è più stata occasione. Sono rimasta a quel ricordo di tanti anni fa, è stato formidabile fare questo film con lui. Mi dispiace di non averlo più incontrato. Ho rivisto invece il suo vecchio autista, un anno fa, Cafiero...

Intervista di Alberto Anile del febbraio 1997, tratta da "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999


Enzo Garinei

00 Toto terzo uomoOgni tanto c’è un amico che mi dice: “Ti ho visto in un film con Totò, ma quanti ne hai fatti?” Era un periodo buono quello tra il 1950 e il 1960. In tutto ho fatto 72 film. Magari in uno dicevo tre battute, in un altro facevo una caratterizzazione... Ho lavorato con Dapporto, Macario, Rascel, Chiari, Fernandel... e ringraziando Dio ho avuto la fortuna di lavorare con Totò, dal quale ho imparato tante cose, principalmente dal lato umano. Aveva questa doppia personalità straordinaria, si metteva il fracchettino e diventava il pupazzetto, il comico, il mamo; quando si spogliava ridiventava il principe Antonio de Curtis, voleva che la gente lo chiamasse così, giustamente lo pretendeva, aveva il suo mondo privato che non voleva assoluta-mente mischiare con la vita del comico, del cinema, del teatro.

Con Totò avevo... non dico un senso di paura, però un timore reverenziale, era un mostro. Tutti avevano timore, anche quelli più esperti di me, i Pavese, i Croccolo, le stesse donne. Sentivamo il suo carisma, il suo fascino, la sua importanza: era Totò, non c’è niente da fare, già allora per tutti noi era un grande, uno dei massimi attori nostri. Non aveva nessuna importanza che fosse un attore comico e non drammatico: io ero molto giovane, di tanti particolari non m'impicciavo, avevo 22-23 anni.

Totò e Carolina fu un film discretamente girato, uno dei più curati, anche per l’argomento... Era un Totò sì comico, ma anche umano, abbastanza sentimentale... Ricordo che giravamo all’ospedale di Viterbo; avrò lavorato in tutto quattro o cinque giorni, però quel poco che ho girato era tutto con lui. Era un Totò in gran forma, le sue battute se le giocava come voleva lui. Non ti puoi mai aspettare da Totò un “Ma scusi, il suo illustre genitore, dov’è?” La battuta Totò te la cambiava, se la faceva più sua. Non è che ti “sporcava”, lui la finiva in un’altra maniera: stavi in campana perché non si adeguava al copione in maniera precisa, ma il concetto era sempre quello, quello giusto. Tornai a casa un paio di volte con la Ferrerò, che allora era la donna di Gassman: la macchina della produzione prima passava a prendere me, poi passava a prendere lei e al ritorno prima accompagnava lei che abitava dalle parti di corso Trieste e poi riaccompagnava me. Totò no, aveva il suo autista.

Ha aiutato mezzo mondo, ha salvato società cinematografiche sull’orlo del fallimento, perché magari avevano fatto film importanti, artistici, che non erano andati bene. A un certo momento per salvare la loro stagione andavano da Totò, lo pregavano. Rispondeva: “Ma io sono pieno come un uovo....”. Qualche volta sacrificava le sue ferie per fare un filmetto di due, massimo tre settimane. Totò poteva veramente salvare. Parlo anche di piccole società, era un periodo in cui il cinema era in piena auge, si facevano un sacco di film l’anno, c’erano tante società che giravano senza l’aiuto della televisione, solo con i liquidi delle varie produzioni, perché poi i film incassavano. Oltre a questo, credo non ci sia mai stata una mano protesa di tecnici, di attori disoccupati, di generici, di comparse, che si chiudesse senza le mille, le duemila lire di allora. E da quello che mi risulta non è che sia morto stramiliardario. Credo che Totò abbia avuto pochissimo tempo per potersi prendere delle ferie nella sua vita e infatti ha talmente calcato il set cinematografico che si è fregato la vista, è finito quasi cieco. È stato sfruttato in maniera direi scandalosa.

Intervista di Alberto Anile del marzo 1995, tratta da "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999


Quella faccia non mi è nuova: il Principe Totò

1952 Toto a colori 001 L

Doveva essere nell’estate del 1957 (forse un anno prima o uno dopo). Il treno letti Nizza-Roma aveva da non molto passato il confine ed io me ne stavo placidamente a leggere il libro giallo serale quando bussarono alla porta della mia cabina. Non eravamo ancora in tempi di terrorismo, di scorte e di necessarie cautele; aprii quindi senza alcuna precauzione e mi trovai dinanzi Totò, accompagnato da Franca Faldini. “Ho saputo che Lei era qui e non potevo non venire ad augurarLe la buona notte.”

Passato l’attimo di sorpresa, mi scusai con la Faldini per essere in tenuta da camera (Totò, invece, reduce da una crociera in Costa Azzurra, indossava una elegante divisa da autorevole yachtman) e ringraziai il Principe col quale ci addentrammo in una gradevolissima conversazione. Non voleva davvero profittare del ministro delle Finanze in vacanza per porre alcuni suoi urgenti problemi, ma avrebbe avuto grande gioia se lo avessi potuto vedere in ufficio per illustrarmeli: “Nella vita ognuno ama di essere sopravvalutato, ma io lo sono ‘solo dal fisco’”.

Dopo una serie di schioppettanti battute come questa, Totò con un moderato inchino prese congedo nell’intesa di vederci al ministero il lunedì successivo a mezzogiorno.

Lo avevo conosciuto di persona a Milano nel 1950 presentatomi da Remigio Paone al Teatro Nuovo; anzi dovrei dire “presentatogli” perché il Principe mi aveva fatto sapere che gradiva ricevermi nel suo camerino. In quella prima occasione lo trovai dignitosissimo, con una sorta di ostentata sufficienza sul modesto sottosegretario di Stato. Era un personaggio completamente diverso da quello che pochi minuti prima ci aveva mandato in visibilio con il gran finale dello spettacolo in cui, elmetto e piume di bersagliere, percorreva più volte a velocità crescente la passerella, scandendo il verso dantesco, leggermente adattato: “Ohi Pi - ohi Pi - Pi - Ohi Pisa, vituperio delle genti”.

Il successo di Totò era tanto più impressionante perché affidato a tre o quattro semplici ingredienti: l’incedere meccanico, quasi da burattino; l’insistente ripetizione delle battute, di un repertorio volutamente limitato, ed anche di espressioni divertenti sue tipiche (“Ma mi faccia il piacere” ad esempio); l’accentuata inflessione napoletana; uno strabuzzamento inimitabile degli occhi.

Erano forse le nostre generazioni facili al riso? Può darsi, ma a giudicare dall’apprezzamento che i giovani tuttora mostrano ai suoi film, teletrasmessi spesso sia dalle reti pubbliche che private, si ha la conferma del grande valore artistico di Totò, la cui “vis comica” è destinata a non tramontare proprio perché basata su caratteristiche semplici e naturali.

Sembra che Antonio De Curtis fosse seriamente impegnato e convinto nel difendere le sue prerogative principesche. Si sarebbe detto che l’applauso e l’affetto delle folle erano da lui vissuti come un surrogato dell’ossequio spettantegli quale erede del Sacro Romano Impero.

Parlammo una volta degli aspetti morali della comicità nel cinema ed ascoltai da lui una distinzione interessante: vanno evitate le “immagini” oscene perché eccitano passioni e suscitano squilibri (specie nei ragazzi), mentre sul “parlato” si può largheggiare perché ognuno lo recepisce in proporzione al suo personale grado di malizia. Esemplificava dicendo che la famosa scenetta della difficile convivenza con il deputato nella cabina-letto (non c’entra il Nizza-Roma, attenzione!) nella quale vi erano molte allusioni piuttosto pesanti, divertiva egualmente quanti comprendevano tutti i doppi sensi e chi invece rideva soltanto per le valige gettate una ad una dal finestrino e per la saliva schizzata negli onorevoli occhi del compagno di viaggio quando Totò alzava la voce per imporsi. “Se lei ha capito tutto, mi perdoni Eccellenza, era uno sporcaccione da prima”.

In verità, Totò volgare non era. Anche la frase: “Questa faccia non mi è nuova” riferita alla zona umana delle ultime vertebre era detta in modo da richiamare l’attenzione più sull’udito che sul video. Almeno a me sembrava così e glielo dissi, provocando questa divertente risposta: “Non mi spingerei mai alle arditezze di un Canova”. [...]

Giulio Andreotti, "Visti da vicino", Rizzoli 1985


La censura

Toto-e-carolina

Totò, Carolina e la censura: il mistero degli 82 tagli

In uno sketch interpretava senza dire una sola battuta, ma con pura mimica, un «Ascaro di Scelba» (Scelba era il ministro degli Interni e i suoi poliziotti erano stati soprannominati così per la violenza con cui usavano i manganelli durante i numerosi scioperi e le manifestazioni di quell'epoca inquieta). Totò restava in scena più di mezz'ora, rispondendo solo a gesti all'attacco del pubblico proprio come se fosse un poliziotto alle prese con la folla: era uno spettacolo incredibile!

Galeazzo Benti


Non è vero, o almeno non opportuno che un poliziotto, come Totò nel film, speri in un avanzamento per avere novemila lire in più di stipendio al mese; né che egli viva in una casupola, che sia un po’ troppo zelante; ma infine buono come il pane. E che fatichi a imparare il regolamento. Non è vero, né sopportabile, che i comunisti siano bonaccioni e i preti troppo concilianti, che quelli cantino Bandiera Rossa e aiutino un poliziotto a rimettere in marcia la sua camionetta, che questi cantino Bianco Fiore e “il coraggio non se lo sappiano dare”. Non è possibile che egli giochi al lotto, che impasticci “qui-pro-quo” verbali, che tema, perdendo il posto, di passare dalla parte di quelli “che menano” in cui si trova, a quella di coloro che, imbracciando cartelli con la scritta “Pane e lavoro”, “sono menati”. E abbiamo citato solo una parte dei trentadue tagli richiesti.

Gianni Puccini


Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta? Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto ottantadue tagli... Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo «Caccavallo, agente dell'Urbe».

Maurizio Liverani "Il lamento del vecchio Totò", «Tempo», 29 settembre 1965


Può sembrare un paradosso, eppure uno dei film più censurati della storia del cinema italiano è una commedia di Monicelli. Protagonista, Totò. Può sembrare un paradosso, ma non lo è, dal momento che Totò e Carolina portava sul grande schermo l’Italia degli anni ‘50, la spogliava dei suoi paludosi sipari di retorica e la raccontava con il più diretto, il più potente dei linguaggi: quello del sorriso.Mezzo secolo dopo, la trama del film non può non apparirci assolutamente innocua. Durante una retata a Villa Borghese, l’agente Caccavallo Antonio arresta per errore Carolina, una ragazza madre che ha appena tentato il suicidio. Per tenere buona la stampa, e non certo per spirito umanitario, il commissario incarica Caccavallo di riaccompagnarla al paesino natio e di scaricarla davanti alla prima porta aperta: “tanto qualche fesso si trova sempre”. Ma sulla strada per Poggio Falcone, il brigadiere (inizialmente preoccupato solo della sua promozione) e la ragazza (inizialmente preoccupata solo dei suoi continui tentativi di suicidio) incontreranno una brigata di comunisti con tanto di cori e bandiere, un prete pavido e irresponsabile, parenti borghesi quanto mai ambigui e ostili, un ladruncolo pigro e bugiardo. Sulla strada per Poggio Falcone, il brigadiere e la ragazza si incontreranno… Nel 1955, lo stesso Mario Scelba (allora Ministro degli Interni) si dichiarò scosso e profondamente turbato da questo film. La commissione censoria accusò la pellicola di oltraggio al pudore, alla morale, alla religione, alle forze armate e impose decine di tagli. Vediamo perché.


Carolina

Dialogo fra il vecchio padre del brigadiere e Carolina.

- Ma perché ti vuoi ammazzare?
- Perché so’ na disgraziata!
- E capirai! Che non sono disgraziato, io? Eppure sono arrivato a settant’anni!
- E che c’entra….lei mica è ‘na donna!
- Bè questo è vero…

In primo luogo, non era ammissibile che la protagonista di un film fosse una ragazza madre con manie suicide e una non troppo velata coscienza femminista. Non era ammissibile che nell’Italia della ricostruzione l’eroina della storia si chiedesse fra le lacrime: “Ma che ce sto a fa’ io al mondo?”. Carolina è una figura umile, caratterizzata in modo essenziale, delicato ed efficace dalla sceneggiatura come dall’interpretazione di Anna Maria Ferrero. Quando si pettina i capelli sulla jeep del brigadiere, quando balla con un giovanotto incontrato in trattoria, sembra una ragazza qualunque, una recluta anonima nell’esercito infinito delle piccole cameriere di provincia che affollavano la capitale negli anni ’50. Ma nel suo sorriso c’è una malinconia straziante: pur essendo il personaggio chiave di un film comico Carolina non fa certo ridere. Estranea a tutti i canoni femminili dell’epoca, è completamente sola, e da sola cerca e rinuncia alla sua felicità. Ma soprattutto, Carolina è povera. E per i poveri, anche la morte è un lusso. Un lusso che non possono permettersi.

Antonio Caccavallo

La versione di Totò e Carolina che uscì nelle sale italiane nel 1955 (un anno dopo l’inizio delle operazioni di censura) presentava 31 tagli (per un totale di 209 metri di pellicola in meno) e 23 battute modificate. Ma non era ancora sufficiente per garantire la legittimità del film: subito dopo i titoli di testa venne inserito questo breve messaggio per gli spettatori.

Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma vive in una casupola fatiscente all’estrema periferia di Roma.
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma gioca al lotto.
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma non fa che lamentarsi dello stipendio, delle spese, di quelle insormontabili difficoltà economiche che regolano la sua vita quotidiana: l’unico motivo per cui vuole (a tutti i costi) ottenere una promozione sono 9 mila lire al mese in più (e questo nel 1955 era passibilissimo di censura!).
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma all’occorrenza non si fa scrupolo di chiedere una mano ai comunisti e di collaborare con loro (nella sequenza in cui Carolina fugge per la campagna, i compagni prendono in mano la situazione e organizzano l’inseguimento: quando uno di loro sale sulla sua jeep e lo invita a sbrigarsi, il brigadiere risponde con entusiasmo: “Agli ordini!”).

Carolina 00053

Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma ha la coscienza, la praticità, l’energia, la disperata e appassionata voglia di vivere, di un proletario. Le sue aspirazioni borghesi e militaristiche sono, non a caso, la parte più divertente e grottesca di un personaggio che fa sfoggio della sua divisa e della sua modesta autorità (esercitata con risultati ovviamente disastrosi), ma non ha i soldi per comprare un paio di calzini al figlio.
Nell’ultima scena, l’unica in cui non porta l’uniforme, parla a Carolina come un padre, e non come un poliziotto, da disperato a disperata. La distanza fra due personaggi è annullata, sono due poveracci che condividono la stessa morale, la stessa incorruttibile resistenza alle piccole e grandi frustrazioni di tutti i giorni, che lottano per un’esistenza dignitosa, per un pizzico di felicità in un mondo di ingiustizie tanto grandi quanto ignorate. L’unica autorità che Caccavallo Antonio può imporre alla ragazza, è la protezione e l’affetto della sua esperienza di vita, o meglio, di sopravvivenza.
Alla sua quarantunesima interpretazione, Totò monopolizza la scena senza alcuna spalla comica di sostegno (cosa piuttosto insolita e alquanto rara nella sua carriera), smussando i lineamenti ipertrofici ed esuberanti della sua maschera per dare vita a un personaggio quanto mai spassoso, ma anche autenticamente malinconico. Un personaggio che ribaltava completamente l’ideale codificato dell’agente di polizia, tanto da risultare offensivo. Eppure il brigadiere Caccavallo farà tutto il suo dovere. E molto, molto di più.

L’Italia

Borghesi bigotti e ottusi. Commissari di polizia cinici e corrotti. Don Abbondi arroccati nelle parrocchie di provincia. L’Italia sfila in un corteo di ipocrisie fatiscenti, dove fantocci senza coscienza si scambiano riverenze, favori e sgambetti. E il lait motive di questo carnevale di vergogne è la povertà: tutti, dalle prostitute agli ufficiali giudiziari, dai contadini agli avvocati, si affannano intorno al denaro. Essere poveri significa corteggiare un insopportabile superiore, significa essere sbagliati e bugiardi anche quando si dice la verità. Significa districare con le proprie mani le doppiezze del mondo.

L’Italia è un paese povero, in molti sensi: questo sembra dirci il film di Monicelli, magistralmente in equilibrio fra i toni cupi e oppressivi di una silenziosa denuncia e le irresistibili trovate comiche di Totò. L’Italia è un paese in cui morire di fame è ancora una cosa da niente.
Nel 1999, grazie ad alcuni ritrovamenti d’archivio, è iniziato il restauro del film. Totò e Carolina è stato presentato dallo stesso Monicelli alla Festa del Cinema di Roma (Ottobre 2007) nella versione integrale (con montaggio e sonoro originali) ricostruita e restituita al pubblico cinquantacinque anni dopo la fine delle riprese.
Da metà Febbraio è disponibile la versione in dvd di questo piccolo grande capolavoro, testimone calpestato e sincero del nostro cinema. E della nostra storia.


Arduo pensare che Monicelli non s'aspetti problemi dalla censura, soprattutto dopo le noie avute per "Guardie e ladri", "Totò e i re di Roma" e "Le infedeli", ma la sceneggiatura di Totò e Carolina non è neanche una scientifica provocazione: il plot è episodico, il succo è costituito da situazioni comiche al servizio di Totò, illuminate da una livida atmosfera (neo)realistica. Ponti affetta tranquillità e avvia la preparazione del film sotto l'insegna floreale della Rosa Film, una società di comodo nella quale fa confluire le produzioni più commerciali, soprattutto totoiste (e fra queste quelle a maggior rischio censorio: Totò e le donne, Una di quelle, L'uomo la bestia e la virtù, Il più comico spettacolo del mondo, Un turco napoletano).

Nuovi tagli, nuove modifiche, nuova commissione di censura, nuova bocciatura. E ancora cambiamenti, eliminazioni, battute ridoppiate. A dicembre viene rilasciato il sospirato nulla osta, col divieto di esportare il film all’estero; ma probabilmente viene tagliato ufficiosamente ancora qualcosa, perché la prima proiezione pubblica si terrà solo nel marzo 1955, dopo oltre un anno di trattative. Tra i tagli più significativi, la battuta di Totò “Il suicidio è roba da ricchi, il suicidio è un lusso, e noi questo lusso non ce lo possiamo permettere, hai capito?... Siamo gente povera”, Totò e Castellani che ripassano il regolamento di Pubblica Sicurezza, i comunisti che anziché cantare Bandiera Rossa intonano in colonna sonora Di qua e di là dal Piave, la Ferrerò che diceva “Sono abituata a mangiare quello che avanza ai padroni”. In testa alla pellicola viene infine aggiunta una lunga scritta inneggiante a “la riconoscenza ed il rispetto che ogni cittadino deve alle forze della polizia”.

Carolina 00058

Film tra i più tagliati e bistrattati di tutta la storia del cinema italiano, Totò e Carolina arriva in sala pesto e claudicante, con tutte le magagne tecniche della pellicola sottoposta a continui interventi chirurgici. Ancora stupefatta di tanto accanimento censorio, la critica loda in genere sia il film sia il suo interprete principale. Molti anni dopo, grazie alle ricerche e al lavoro di Tatti Sanguinetti, si recupera prima una copia-dialoghi integrale e poi la Cineteca di Bologna ricostruisce una versione attendibile che Carlo Croccolo, alla Mostra di Venezia 1999, viene a doppiare dal vivo nelle parti mancanti di sonoro.

Otto anni dopo (2007), Totò e Carolina esce finalmente in Dvd, 12 minuti più lungo e con il sonoro originale ripristinato. Nella versione integrale il film appare lieve ed ecumenico, ma è solo un’apparenza. A distanza di mezzo secolo, in tempi di comici scadenti e sopravvalutati, è più difficile riconoscere le forze allora in campo, e rintracciare sotto la farsa il tentativo di lottare per il progresso e contro le ipocrisie del potere. “Ha senso, il ‘restauro’ di Totò e Carolina”, esorta Goffredo Fofi, “se non ci si limita a dire: guardate cos’era la censura pacelliana e della guerra fredda; ha senso se sappiamo leggervi le contraddizioni di anni in cui tuttavia si sperava e si lottava per un paese migliore. Oggi non c’è più la censura, ma non c’è neanche Totò, non c’è all’intorno né un Flaiano né un Pasolini, e i comici sono diventati tutto: Politica e Università, Stampa e Televisione, Intellighenzia e Federcommercio. Volevano che ci vergognassimo di ridere con Totò gli stessi che oggi ci impongono di ridere, non di loro, ma per e con loro, di una risata che ci seppellirà”.

Alberto Anile


In prima istanza viene espresso parere contrario alla proiezione in pubblico, giudizio confermato in appello. L’8 dicembre 1954 nella nuova edizione, previe modifiche e tagli sostanziali, il film ottiene finalmente il nulla osta in appello, mantenendo però il divieto all’esportazione. In particolare:


22 febbraio 1954 

Revisionato il film il giorno 22 febbraio 1954, si esprime parere contrario alla proiezione in pubblico, in quanto offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica (art. 3 lett. a e c del regolamento annesso al R.D. 24-9-1923, n. 3287).


Modifica del 12 marzo 1954

La Commissione di revisione cinematografica di secondo grado, presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On. la Giuseppe Ermini e composta dai membri Dott. Beniamino Leoni e Carlo Ferlini, effettuata la revisione del film (...), conferma il parere contrario alla proiezione in pubblico del film, manifestato dalla Commissione di revisone cinematografica di prima istanza.


17 luglio 1954

Revisionato il film. La Commissione esprime parere contrario alla proiezione in pubblico del film, riconoscendone il contenuto - anche nella presente edizione - offensivo del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica.


Modifica del 8 dicembre 1954

La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On. le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato, ai sensi degli art. 3 e 15 del regolamento annesso al R. D. 24 settmbre 1923, n. 3287, la nuova edizione del film "Totò e Carolina", esprime parere favorevole alla proiezione in pubblico, a condizione: 1) Eliminare o modificare completamente, la scena dei gitanti che cantano inni politici e fischiano l'agente quando questi li sorpassa; il saluto a pugno chiuso dell'agente a quelli che lo vengono ad aiutare; 2) Nella scena della camionetta che viene urtata dal torpedone di gitanti, modificare la scena in modo che l'agente si abbia semplicemente a scusare brevemente; 3) Nella scena del confessionale cambiare la battuta "che tempi che tempi" che si può riferire ad una indiscrezione sul soggetto della confessione; 4) Cambiare la battuta "mangio il resto del padrone" - cambiato in: mangiavo quello che mi davano; 5) Cambiare la battuta in cui il protagonista dice "il suicidio non è fatto per la povera gente" e successivamente "anch'io lo volevo fare ma poi… penso che devo mantenere una famiglia" ecc.6) Togliere la sequenza nella quale si vede il prete nella chiesa che ha gesti carezzevoli verso la ragazza.(08.12.1954)


8 dicembre 1954

La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On.le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato il film "Totò e Carolina nella nuova edizione, esprime parere contrario alla esportazione, ai sensi dell'art. 4 del regolamento di vigilanza governativa sulle pellicole cinematografiche annesso al R.D. 24 settembre 1923, n. 3287, in quanto il film stesso può ingenerare all'estero, errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese.


Modifica del 8 dicembre 1954

La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On.le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato il film "Totò e Carolina nella nuova edizione, esprime parere contrario alla esportazione, ai sensi dell'art. 4 del regolamento di vigilanza governativa sulle pellicole cinematografiche annesso al R.D. 24 settembre 1923, n. 3287, in quanto il film stesso può ingenerare all'estero, errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese.


Verbali e documentazione relativi alle attenzioni avute dal film da parte della censura

 Toto e Carolina Documenti censura 1a edizione Toto e Carolina Documenti censura 2a edizione
Documenti censura del film - 1a edizioneDocumenti censura del film - 2a edizione
 Toto e Carolina Documenti censura 3a edizione Toto e Carolina Verbale 16044

Documenti censura del film - 3a edizione
Materiale dell'Archivio Centrale di Stato

Documenti censura del film - Presentazione della 1a edizione - 13 marzo 1954


Foto di scena, video e immagini dal set


logodavi
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La casa dove abita l'agente Antonio Caccavallo (Totò), che qui passa a casa sua con Carolina (Anna Maria Ferrero) mostra un paesaggio di Roma ormai scomparso: Caccavallo si dirige in una delle palazzine che oggi, almeno in parte, non esistono più e che sorgevano tra via delle Sette Chiese e via di Tor Marancia. Il palazzo indicato con A nell'adiacente piazza dei Navigatori è l'unico elemento riconoscibile ancora oggi.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La strada dove Carolina De Vico (Ferrero) viene arrestata assieme ad altre prostitute è Viale delle Belle Arti a Roma.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Le camionette della polizia poi partono in direzione di Via Ulisse Aldrovandi
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La scalinata attraverso la quale fugge un cliente di una prostituta al momento dell’arrivo della polizia, vanamente inseguto dalla donna che pretendeva il pagamento della prestazione, è quella che chiude sul fondo la spianata di Piazza di Siena, nel parco di Villa Borghese a Roma
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Segnalata dalla lettera A nel precedente fotogramma, in cima alla scalinata si trova la Fontana dei Pupazzi.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Il commissariato dove lavora l’agente Antonio Caccavallo (Totò) è situato all'interno di Palazzetto Mattei, in Piazza Mattei 19 a Roma
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Il controcampo nella scena dell’arrivo della camionetta sulla quale era stata caricata per errore, assieme alle prostitute arrestate a Villa Borghese, anche l’innocente Carolina De Vico (Ferrero)
Totò e CarolinaTotò e Carolina
 Totò e Carolina 
La strada che Antonio Caccavallo (Totò) percorre nel tragitto tra l’ospedale dove era stata ricoverata Carolina De Vico (Ferrero) e la casa dove abitava l’agente è Via dell’Arcadia a Roma. Nel fotogramma vediamo il punto dove Totò svolta in Via dei Lincei. In terza foto, le palazzine sullo sfondo.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
 Totò e Carolina 
Ecco come appare oggi Via dei Lincei vista dalla svolta D verso destra. In terza foto le palazzine E ed F
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La strada dove Antonio Caccavallo (Totò) si ferma a chiedere informazioni sulla strada per raggiungere Montefalcone, il paese nel quale deve ricondurre Carolina De Vico (Ferrero), come segnalato in questo sito è Via Appia Nuova a Frattocchie (Marino, Roma). Questo è il punto dove Totò ferma l’auto, esattamente all’altezza della diramazione per Via Nettunense Vecchia
Totò e CarolinaTotò e Carolina
In controcampo.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Ecco, infine, un altro scorcio di Frattocchie, ripreso poco prima della fermata
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La strada dove, indeciso se svoltare a destra o a sinistra, Antonio Caccavallo (Totò) chiede a Carolina (Ferrero) quale direzione imboccare per poi prendere quella opposta perché al bivio precedente la ragazza aveva tentato di mandarlo dalla parte sbagliata è Via Nettunense a Cecchina (Albano Laziale, Roma)
Totò e CarolinaTotò e Carolina
In controcampo.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
 Totò e Carolina 
Il casale dove Carolina (Ferrero) tenta di suicidarsi buttandosi in un pozzo, che però risulterà troppo poco profondo e le impedirà di compiere l’insano gesto, non è stato semplice da individuare Alcune scene, senza specificare quali, erano state girate tra Bracciano ed Anguillara Sabazia (Roma). È nel territorio di quest’ultimo comune per la precisione si trova in Via Braccianese. Il primo fotogramma ci mostra il momento nel quale, dopo esser uscita dal pozzo, la Ferrero scappa dal casale e si dirige verso un vicino casello ferroviario, presso la quale tenterà nuovamente di togliersi la vita. In terza foto l’inquadratura del pozzo, vediamo l’altro capo dell’edificio mostrato nel fotogramma precedente
Totò e Carolina Totò e Carolina
Questo, invece, è il vicino casello, visto dal casale
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Un’altra inquadratura del casello con la Ferrero che fugge inseguita in jeep da Totò dopo che era fallito anche questo tentativo di suicidio
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La chiesa del paese di Montefalcone dove Carolina De Vico (Ferrero), lì ricondottavi da Antonio Caccavallo (Totò), incontra i suoi parenti che però rifiutano di riprenderla in casa è la chiesa di Santo Stefano Protomartire, situata in Piazza Giacomo Matteotti a Fiano Romano (Roma)
Totò e CarolinaTotò e Carolina
In controcampo
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La strada lungo la quale Antonio Caccavallo (Totò) nella scena finale del film si allontana a braccetto con Carolina De Vico (Ferrero) dopo aver preso la decisione di prendere con sé la ragazza per evitare che finisse ancora nei guai è Via Giulia a Roma.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
La strada dove Antonio (Totò) tenta di fare inversione di marcia finendo con la jeep nella scarpata sottostante è la Strada Provinciale 102a che sale a Saracinesco (Roma). Cominciamo con il riconoscere il panorama sullo sfondo
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Il punto esatto dell’incidente lo possiamo determinare grazie alla scena delle operazioni di recupero dell’automezzo, nella quale si riconoscono la curva della strada (A) e l’abitazione (B) posta immediatamente prima, nel mezzo di una "esse" piuttosto allungata.
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada dove Antonio Caccavallo (Totò) rifiuta il passaggio ad un autostoppista è Via Nettunense ad Ariccia (Roma).
Totò e CarolinaTotò e Carolina
In controcampo.
Totò e Carolina Totò e Carolina
Il passaggio a livello dove la jeep di Antonio Caccavallo (Totò) viene tamponata dal furgoncino di un oratorio in gita si trovava tra le attuali Via Braccianese e SP493 Claudia Braccianese a Roma, tra le stazioni ferroviarie de La Storta ed Olgiata della ferrovia Roma-Capranica-Viterbo. Il passaggio a livello è stato eliminato in data imprecisata e il casello è stato abbattuto in seguito al raddoppio della linea ferroviaria e a variazioni della rete viaria.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
A permettere di identificare lo scomparso casello è stato Mauro che, in una scena d’un altro film qui girato, La vita è bella (1943), aveva notato che la progressiva chilometrica del casello era 20. Basandoci sulla progressiva della vicina stazione Olgiata (21+151), che si trova poco più avanti in direzione Viterbo, si può stimare con una certa sicurezza che il casello si trovava al KM 20+850 circa. Inoltre è ancora presente l’edificio che si trovava esattamente di fronte al casello.
Totò e CarolinaTotò e Carolina
Qui lo stesso edificio si vede meglio

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò e Carolina" (Tatti Sanguinetti), Progetto "Italia taglia", Cineteca Bologna/Transeuropa Film, 1999
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Goffredo Fofi, “Ritorno a Totò”, in Totò e Carolina, cit., p.166.
  • Il Tenente Colombo, alias Simone Riberto, per le interviste
  • Materiale dell'Archivio Centrale di Stato
  • Galeazzo Benti, "Ricordi di un gagà", «Diario», n. 39, 8-14 ottobre 1997
  • Carlo Cisventi, «Le Ore», anno I, n.27, 14 novembre 1953
  • Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.15, 11 aprile 1954
  • Domenico Meccoli, «Epoca», anno V, n. 186, 25 aprile 1954
  • «Epoca», anno VI, n.231, 6 marzo 1955
  • «Tempo», anno XVII, n.11, 17 marzo 1955
  • Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992
  • Totò, Carolina e la censura: il mistero degli 82 tagli - Mereghetti Paolo, Corriere della Sera, 17 marzo 2008, p.37
  • http://cinecensura.com
  • http://www.italiataglia.it
  • Sergio Sciarra e Silvano Console