Approfondimenti e rassegna stampa - Renato Rascel

Galleria fotografica e rassegna stampa
Renato Rascel, raccolta di articoli di stampa
Renato Rascel, l'angelo della Cappella Sistina – «L'Europeo», 22 gennaio 1952 – Biografia, fede e teatro di rivista
Renato Rascel – Lunga strada da Rascel a Gogol – «Settimo Giorno», 24 gennaio 1952 – I cappotto di Lattuada e la trasformazione attoriale
Renato Rascel – Attanasio cavallo vanesio – «L'Europeo», 25 dicembre 1952 – La rivoluzione della rivista italiana
Renato Rascel – Il meno vanesio fu il cavallo Attanasio – «Epoca», 21 febbraio 1953 – Lauretta Masiero, Flora Medini e la prima milanese
Renato Rascel – La rivista si è data all'ippica – «Epoca», 4 aprile 1953 – Rascel, Flora Medini e il cavallo più famoso della rivista
Non sono nato Rascel – «L'Europeo», 30 aprile 1953 – La vera storia di Renato Ranucci diventato Rascel
Renato Rascel nel palazzo incantato – «Tempo», 6 gennaio 1955 – Garinei e Giovannini, Rascel e il fascino del teatro musicale
Renato Rascel – È nato il «Teatro del Piccolo» – «Tempo», 1 dicembre 1955 – Il progetto teatrale con Sergio Velitti e il Ridotto dell’Eliseo
Renato Rascel, il piccoletto rubacuori – «Sorrisi e Canzoni», 29 marzo 1959 – Il gossip sentimentale del comico romano
Renato Rascel – Io e il Cervino – «Tempo», 27 dicembre 1956 – Rascel, Liuba Rosa e la scoperta del Plateau Rosa
Renato Rascel, raccolta di articoli di stampa
Renato Rascel, l'angelo della Cappella Sistina – «L'Europeo», 22 gennaio 1952 – Biografia, fede e teatro di rivista
Renato Rascel – Lunga strada da Rascel a Gogol – «Settimo Giorno», 24 gennaio 1952 – I cappotto di Lattuada e la trasformazione attoriale
Renato Rascel – Attanasio cavallo vanesio – «L'Europeo», 25 dicembre 1952 – La rivoluzione della rivista italiana
Renato Rascel – Il meno vanesio fu il cavallo Attanasio – «Epoca», 21 febbraio 1953 – Lauretta Masiero, Flora Medini e la prima milanese
Renato Rascel – La rivista si è data all'ippica – «Epoca», 4 aprile 1953 – Rascel, Flora Medini e il cavallo più famoso della rivista
Non sono nato Rascel – «L'Europeo», 30 aprile 1953 – La vera storia di Renato Ranucci diventato Rascel
Renato Rascel nel palazzo incantato – «Tempo», 6 gennaio 1955 – Garinei e Giovannini, Rascel e il fascino del teatro musicale
Renato Rascel – È nato il «Teatro del Piccolo» – «Tempo», 1 dicembre 1955 – Il progetto teatrale con Sergio Velitti e il Ridotto dell’Eliseo
Renato Rascel, il piccoletto rubacuori – «Sorrisi e Canzoni», 29 marzo 1959 – Il gossip sentimentale del comico romano
Renato Rascel – Io e il Cervino – «Tempo», 27 dicembre 1956 – Rascel, Liuba Rosa e la scoperta del Plateau Rosa

Che pena quando ci si mette a tavolino per giudicare. Le difficoltà non sono più grandi davanti a Goethe, mettiamo, che a Renato Rascel: calmatevi, voglio dire da un punto di vista morale. I dubbi si moltiplicano per gemmazione : sono onesto, non mi lascio sedurre da un’immagine più che dalla verità, un aggettivo può sopire la mia coscienza? Mio zio diceva in proposito: ubbie. Ma si ammalò gravemente proprio per l’uso smodato di questo vocabolo.
Ho rivisto ieri Renato Rascel, sempre più esiguo in un vestito nero sempre più grande, e sono ancora tra il si e il no, temo di apprezzare in lui ciò che potrebbe essere invece di quello che è; ricava il massimo dai suoi mezzi limitatissimi e io subisco l’incanto della sua pochezza, senza voce senza recitazione senza spirito improvvisatore. Ci sentiamo tutti madri davanti a Renato Rascel che canta le filastrocche con i modi di un bambino tardivo e solitario. Nello stesso tempo viene il sospetto sia caduto un po’ di polline sul piccolo uomo debole di petto quando interrompe il canto per gettarsi nel ballo, innocente e ardito come la nostra infanzia davanti ai precipizi. Questo picchiatello dovrebbe svolazzare tra i fiori, e non uscire dalla scena con quel «passo» antico e impersonale che abbiamo visto mille volte, da Gillo Dorfles in avanti : è una mortificazione da cui torniamo a dubitare collocando Rascel nel purgatorio.
Lo rivedrò fra un anno: non mi basterà più il canto della zanzara tubercolotica ma vorrò un insieme di atti e di parole rigorosamente sulla linea del momento prediletto senza concedere il minimo intervento negli altri movimenti della rivista ; il palcoscenico è troppo grande per lui se esorbita dal ruolo di fissato nel declamare le mediocri parafrasi dei versi di Ragazzoni. E se vuol sapere che cosa intendiamo per evasione, nel paesaggio del suo mondo vuoto, una conchiglia, ma forse con echi remoti di fughe e di salti nell’orizzonte — una conchiglia ascoltata da un tenero orecchio — segua il ragazzo della fisarmonica in Bassifondi di Renoir : vale la pellicola quando corre vola con le note portate dalla fisarmonica; alzatosi di colpo, entra tra i cespugli sfiora l’erba i ruscelli come l’aria. Il nostro Renato vi riscontrerà se medesimo ingrandito nel sogno del suo minuto creativo.
Cesare Zavattini, «Tempo», 11 aprile 1940
Successo di "Tutto è possibile" con Renato Rascel
Ieri sera al Regio, Renato Rasccel si è ripresentato al pubblico parmense con la rivista: «Tutto è possibile ... » E’ il quinto spettacolo, nel corso della stagione, che questa, compagnia presenta, nella nostra città: il quinto successo. Anche ieri sera, molto pubblico e molti applausi.
La rivista è quella già, vista negli spettacoli precedenti, salvo qualche ritocco nel secondo tempo: ritocco, crediamo, opportuno in quanto ha servito a snellire il complesso dello spettacolo stesso. Il primo tempo è più completo e più abbondante: oltre ai numeri comici e coreografici nei quali primeggia il protagonista Rascel, molto bene coadiuvato da Mario Castellani, e la bella Paola Orlova, vi fa la sua fugace apparizione il noto cantante Oscar Carboni. Il secondo tempo invece presenta, nella, parte musicale, la De Mola che ha riscosso, ieri sera, un successo personale veramente notevole: e meritatamente. Tina De Miola è, crediamo, oggi una delle migliori cantanti di canzoni moderne: come voce e come espressione. Sempre nel secondo tempo, ottimi il numero comico degli «indovinelli filmici», che non figurava nelle precedenti edizioni della rivista e quelli individuali di Rascel.
La rivista verrà ripetuta anche questa sera.
«La Gazzetta di Parma», 6 giugno 1943
Il critico teatrale Angelo Frattini recensisce con toni estremamente lusinghieri lo spettacolo di rivista Il cielo è tornato sereno, che vede come mattatore, regista e autore il celebre Renato Rascel. L'articolo evidenzia il definitivo salto di qualità dell'artista romano che, superando i cliché consolidati del genere d'avanspettacolo, ottiene una vera e propria consacrazione, definita ironicamente una promozione con lode o addirittura una laurea. L'opera si distingue per l'eleganza della messa in scena, la ricchezza dei costumi firmati da Vallegheria e la presenza di un cast di prim'ordine che affianca Rascel nel conquistare un pubblico tradizionalmente difficile e diffidente.
- La consacrazione artistica di Renato Rascel viene celebrata come il superamento definitivo di un esame di maturità teatrale, grazie a uno spettacolo in cui l'attore non si limita a proporre le sue tipiche canzoncine e filastrocche, ma dimostra una compiuta maturità interpretativa e registica.
- La scommessa vinta contro lo scetticismo del pubblico viene sottolineata descrivendo la platea come un gatto diffidente e ispido, che Rascel riesce ad addomesticare perfettamente senza ricorrere a facili volgarità, battute scurrili o alle consuete esibizioni anatomiche tipiche della rivista commerciale.
- La qualità tecnica ed estetica dell'allestimento emerge dall'analisi degli ingredienti dello spettacolo, che viene paragonato a un'acqua minerale purissima composta per il venti per cento da spirito, il quindici per cento da fantasia, il quindici per cento da garbo e per la restante metà da eccellente recitazione e messa in scena.
- I quadri teatrali più riusciti e applauditi includono una celebre e ripetuta parodia di Lucrezia Borgia, una raffinata satira sulle diverse epoche storiche e lo spettacolare finale intitolato Tre a tre, caratterizzato da continue e ingegnose sorprese sceniche.
- La straordinaria performance del cast di supporto vede brillare l'incantevole Tina De Mola, definita l'unica vera attrice di rivista dotata di una voce squisita, affiancata dalla classe di Isa Pola, dalla recitazione di Linda Pini e dal talento dei ballerini classici dell'Opera di Roma, i fratelli Urbani.
Questo articolo del dicembre 1947 si colloca in un momento cruciale della storia dello spettacolo italiano, fotografando la transizione della rivista del secondo dopoguerra verso forme espressive più colte, eleganti e strutturate, che anticiperanno la grande stagione della commedia musicale degli anni Cinquanta. Sul piano biografico, il successo di Il cielo è tornato sereno rappresenta per Renato Rascel il consolidamento del suo status di capocomico e autore completo, capace di dosare comicità surreale, satira di costume e finezza musicale. Il pezzo documenta inoltre la felice sinergia professionale con Tina De Mola, che diventerà non solo la sua partner artistica sulla scena ma anche sua moglie nella vita privata, e testimonia la presenza nel cast di grandi glorie del cinema muto italiano come Linda Pini, qui impegnate a nobilitare il teatro leggero dell'epoca.
Angelo Frattini, «Film», anno X, n.50, 13 dicembre 1947
In questo ritratto biografico firmato da Ugo Zatterin, viene tracciata la straordinaria e poliedrica parabola artistica di Renato Rascel, pseudonimo di Renato Ranucci. L'articolo ne ripercorre le tappe fondamentali, dalle precoci esperienze giovanili fino alla consacrazione sul palcoscenico della rivista e del varietà, evidenziando una personalità eclettica dominata non solo dalla passione per la recitazione, ma anche da un talento naturale per la musica polifonica, il jazz e persino da una forte attrazione per il mondo dell'aviazione e dello sport. Ne emerge il ritratto intimo e professionale di un artista capace di fare della sua apparente "scemenza" e della comicità surreale un marchio di fabbrica inconfondibile nel panorama dello spettacolo italiano.
- Le origini e l'influenza dei Gesuiti: Figlio d'arte cresciuto tra cantanti d'opera, Rascel inizia la sua educazione canora cantando mottetti nel coro di voci bianche diretto dal celebre compositore Don Lorenzo Perosi presso la scuola dei gesuiti di piazza Pia.
- La passione per il jazz e la batteria: Oltre alle attività sportive nella Fortitudo, il giovane artista sviluppa un amore travolgente per il jazz, imparando a suonare la batteria ed esibendosi precocemente nei primi complessi musicali dell'epoca.
- La girandola degli pseudonimi e il regime: Nel corso della sua ascesa professionale, l'attore cambia diversi nomi d'arte (da Ronny Boy a Rachel) prima di approdare a Rascel, un nome che dovette temporaneamente italianizzare in "Rascele" a causa delle direttive autarchiche del fascismo, per poi riacquistare la forma originale grazie a un ironico intervento diretto di Galeazzo Ciano.
- Il debole per il volo: Rascel coltiva a lungo il sogno di diventare un pilota d'aereo professionista, un'attrazione così forte da fargli quasi abbandonare il teatro e che si concretizzerà nel suo servizio di leva come aviatore all'aerodromo di Mirafiori.
- La nascita del personaggio e del nonsense: La sua fortuna scenica si consolida a Genova con l'adozione del suo iconico costume — caratterizzato dal lungo giaccone con il taschino sulla schiena e il cappelletto a "caciottella" — accompagnato da dialoghi surreali privi di senso logico che conquistano progressivamente le platee nazionali.
- La satira politica e la censura: Nel 1948 la sua celebre macchietta del "Corazziere" suscita un enorme clamore politico per via di una sferzante ironia che contrapponeva la bassa statura del deposto re Vittorio alla prestanza dei nuovi rappresentanti repubblicani, attirando le attenzioni della censura poi superate con diplomazia.
L'articolo offre un prezioso spaccato storico dell'Italia del secondo dopoguerra e del ventennio precedente, mostrando come la comicità di Renato Rascel rappresenti una rottura epocale rispetto alla comicità tradizionale. La sua "coscienziosa demenza", radicata in una solida preparazione classica e musicale e affinata attraverso una dura gavetta tra teatri di periferia e censura politica, si rivela essere il frutto di una ricerca artistica rigorosa e consapevole. La testimonianza finale del padre Cesare, che ancora lo segue con orgoglio e commozione dietro le quinte, restituisce la dimensione umana di un gigante dello spettacolo che ha saputo ridefinire le regole dell'intrattenimento leggero in Italia, trasformando la sua minuta fisicità in pura poesia teatrale.
Ugo Zatterin, «Oggi», 18 gennaio 1951
Il Rascel che amore non ha
Quest’ultimo film di Rascel riapre una vecchia questione: fino a che punto e in quali circostanze il contributo al cinema di intelligenze abitualmente estranee sia possibile o tollerato. «Amor non ho, però però» starebbe a dimostrare che fra questi apporti e il cinema comico c’è incompatibilità, allergia. E sia detto senza accusare nessuno: nè gli interpreti, nè il regista, nè il produttore. Mi chiedo soltanto, poiché Giuseppe Marotta ha firmato soggetto e sceneggiatura, che cosa vi sia rimasto di lui sulla pellicola. Pochino, mi sembra. Si direbbe proprio che sul cinema comico pesi una specie di ineluttabilità, della quale si persuadono per primi coloro stessi che erano partiti increduli alla conquista della bella prigioniera del mostro. Il mostro è più forte. Altrimenti non si spiegherebbe la mesta rassegnazione con la quale scrittori come Soldati e Marotta firmano opere che. trasposte nella usuale narrativa (se fosse possibile), non vorrebbero certo riconoscere come proprie. Beninteso. questo è un ragionare per astratto; e c’è dietro senza dubbio, nel caso di « Amor non ho », una complicata vicenda di delusioni, di disinganni, di gente che se ne è andata sbattendo la porta. Fatto sta che il film, tanto atteso e poi tanto lodato (magari dalle stesse persone che hanno parlato male di « Miracolo a Milano » senza accorgersi ora del deteriore zavattinismo di cui son fatti i fiorellini e le rondinelle di Rascel), resta una pellicola qua e là divertente, ma confusa, slegata, disarmonica. come tutte le opere buone lasciate a mezzo e le grandi ambizioni frustrate.
Che poi Rascel sia davvero o no il nuovo grande personaggio del cinema comico italiano, è tutt’altro discorso. Rascel mi è simpatico. Immagino che lo sia anche al pubblico. E’ arrivato al cinema con 1a sua microscopica leggenda di attore sino a un certo momento sfortunato, misconosciuto, tuttavia pieno di coraggio e non sprovvisto di originalità; e leggende di tal natura sono sempre cattivanti. Mi pare soltanto che sia prematuro parlare di lui come di una rivelazione. Ma anche questa è una caratteristica del cinema attuale: far si che un personaggio diventi importante prima che un produttore gli abbia dato la possibilità di esprimersi compiutamente; importante per fatti estranei al cinema, come il successo nella rivista e nei concorsi di bellezza; e così si spiegano le subitanee infatuazioni e le misteriose cadute. Qui Rascel. comunque, non dà affatto una dimostrazione di talento cinematografico; egli è piuttosto il comico di rivista che. assecondato da una sceneggiatura spezzettata, allinea uno dietro l’altro i suoi "numeri" abituali, senza neppure preoccuparsi di grossolane imitazioni come quella della macchina da scrivere che fa venire a mente di colpo i fratelli Marx.
Ma Rascel, proprio in questi giorni, sta affrontando una nuova pellicola che potrebbe dare finalmente la misura esatta del suo talento di attore. Parlo del film «Il cappotto » tratto dal famoso lavoro di Gogol, e diretto da Lattuada. Intanto aspettiamo di vedere « Napoleone », da lui girato nell’estate scorsa. Anche di questo film si dice bene; e non c’è motivo di non credere, a meno che non sia divenuto vizio nazionale il parlar bene di cose che si fanno capire a metà.
Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XIII, n.52, 29 dicembre 1951
L'articolo firmato da Irene Brin per Il Giornale d'Italia racconta il trionfale sbarco a New York del cinema italiano e la consacrazione oltreoceano di Renato Rascel. In occasione della settimana del cinema italiano presso il prestigioso e raffinato cinema Little Carnegie, la pellicola Il cappotto di Alberto Lattuada riscuote un successo straordinario, proiettando l'attore romano nell'olimpo dei grandi interpreti mondiali e facendogli guadagnare l'appellativo di "nuovo Charlot" per la sua capacità di unire comicità e dramma.
- Il successo della rassegna italiana si concretizza nella cornice mondana del cinema Little Carnegie di New York, dove vengono presentate sette importanti pellicole nazionali — tra cui Don Camillo, Anna, Altri tempi ed Europa 1951 — attirando l'attenzione di star internazionali, fotografi e autorità americane.
- La transizione artistica di Rascel viene celebrata come una vera e propria promozione dalla farsa alla tragedia grazie alla sua straordinaria e misurata interpretazione nel capolavoro di Lattuada, Il cappotto, che mette in luce la sua eccezionale maturità espressiva.
- Il paragone con Charlie Chaplin e con i più grandi piccoli attori dell'epoca, sollevato dalla critica internazionale e da intellettuali come Leo Longanesi, sottolinea la capacità di Rascel di infondere una profonda e malinconica dignità ai suoi personaggi, giocando su una fisicità minuta e un'espressività finissima.
- L'incontro storico con Adolf Zukor, il leggendario e anziano fondatore della Paramount, avviene durante un ricevimento ufficiale in cui i due si trovano fianco a fianco: una scena memorabile che accosta la giovinezza artistica e brillante di Rascel alla fragile e argentea storia del cinema americano.
- Le reazioni spiazzanti del pubblico americano ad alcune pellicole drammatiche come Europa 1951, accolte talvolta da risate inattese durante le scene più tragiche, evidenziano la distanza culturale e di sensibilità che ancora separava la platea d'oltreoceano dal neorealismo italiano più severo.
La testimonianza di Irene Brin offre un prezioso affresco storico dell'ottobre del 1952, un momento d'oro in cui il cinema italiano si impone con straordinaria forza culturale e commerciale negli Stati Uniti. La consacrazione americana di Renato Rascel non rappresenta solo un trionfo personale, ma segna storicamente il riconoscimento internazionale della sua eccezionale versatilità drammatica. Capace di superare i confini della macchietta comica e dell'avanspettacolo, Rascel dimostra al pubblico mondiale di saper toccare le corde universali del patetico e del tragico, consolidando quel modello di attore completo che caratterizzerà la grande stagione della commedia all'italiana.
«Il Giornale d'Italia», 18 ottobre 1952
Il trionfo internazionale della pellicola Il Cappotto, diretta da Alberto Lattuada e interpretata da Renato Rascel, viene celebrato dalla stampa dell'epoca attraverso una prestigiosa rassegna delle recensioni più autorevoli. Il film, tratto dall'omonimo capolavoro letterario di Nikolai Gogol, si impone come un successo unanime nei principali festival e nelle capitali europee, da Cannes a Londra, fino alla contemporanea presentazione d'oltreoceano alla settimana cinematografica di New York. La critica mondiale accoglie l'opera come una rivelazione straordinaria, lodando l'equilibrio della regia e la monumentale prova attoriale del protagonista.
- Il successo unanime nei festival europei consacra l'opera di Lattuada a livello internazionale dopo le trionfali accoglienze ricevute a Cannes, Londra, Edimburgo, Berlino e Knokke le Zoute.
- L'accostamento alla figura di Charlie Chaplin diventa il filo conduttore dei commenti dei più prestigiosi critici dell'epoca, come Claude Mauriac e Georges Sadoul, che vedono nella recitazione di Rascel una delicatezza e un'invenzione interpretativa degne della migliore tradizione chapliniana.
- La fedeltà allo spirito originale di Gogol, pur in un adattamento cinematografico italianizzato, viene ampiamente riconosciuta dalla critica estera, che evidenzia la totale assenza di errori di gusto e la capacità di mantenere intatto lo stile gogoliano arricchendolo di calore umano e contemporaneità.
- La consacrazione artistica di Renato Rascel nel ruolo del modesto impiegato Carmine viene definita dal critico Piero Gadda Conti come la grande occasione della sua carriera, di cui l'attore si è dimostrato interamente degno esprimendo un delicato umorismo elegiaco.
- Il prestigioso cast di supporto vede come protagonista femminile la celebre e bellissima attrice Yvonne Sanson, che affianca Rascel in questa pellicola di straordinaria e raffinata sensibilità.
La calorosa accoglienza riservata a Il Cappotto rappresenta una tappa di fondamentale importanza storica e biografica per Renato Rascel. Questa pellicola del 1952 segna la sua definitiva transizione da comico del teatro di varietà e della rivista leggera ad attore drammatico di respiro internazionale, capace di esprimere una comicità amara e malinconica di rara intensità. Il lungometraggio costituisce inoltre uno dei vertici assoluti della filmografia di Alberto Lattuada, confermando la maturità del cinema italiano degli anni Cinquanta nel saper reinterpretare i grandi classici della letteratura russa con una profonda sensibilità e una straordinaria attenzione alla dignità degli ultimi.
L'articolo d'epoca recensisce l'imminente uscita nelle sale cinematografiche di Canzoni di mezzo secolo, definita come una delle più eccezionali pellicole italiane del dopoguerra. Girato nello smagliante formato a colori Ferraniacolor, il film rievoca la storia d'Italia attraverso le melodie più celebri del Novecento, combinando nostalgia e comicità. Tra i momenti più attesi spiccano le esilaranti parodie interpretate da Renato Rascel, reduce dal successo internazionale de Il Cappotto, e dalla splendida Olga Villi.
- Il cast d'eccezione allinea alcune delle più grandi stelle del cinema e del teatro italiano dell'epoca, tra cui Silvana Pampanini, Cosetta Greco, Carlo Dapporto, Anna Maria Ferrero, Franco Interlenghi, Galeazzo Benti e Lauretta Masiero.
- La parodia di Sogni Proibiti vede Renato Rascel nei panni di un umile ascensorista che, tormentato dalla bellezza procace delle passeggere, si rifugia in fantasie eroiche sognando di essere un biondo corsaro, un rude cosacco del Don o un audace esploratore in cerca di avventure.
- La reinterpretazione dei classici musicali affidata a Rascel include brani celeberrimi come Il vero Charleston, Biondo corsaro, Yvonne, Son come tu mi vuoi e Ziki Paki Ziki Pu.
- La satira della donna fatale viene magistralmente interpretata da Olga Villi che, in una divertentissima caricatura delle seduttrici del passato, si aggrappa disperatamente alle tende di salotti fumosi illuminati solo da una luce blu sulle note di Abat-jour.
- La tecnologia del Ferraniacolor valorizza visivamente questa imponente produzione diretta da Carlo Infascelli e distribuita dalla Minerva Film, trasformandola in un viaggio cromatico e sentimentale nei ricordi collettivi della nazione.
L'articolo del 1953 documenta un momento di transizione fondamentale per il cinema popolare italiano, in cui il genere del film a episodi di carattere musicale e nostalgico fungeva da collante emotivo per un Paese in piena ricostruzione. La partecipazione di Renato Rascel in un ruolo fortemente caricaturale conferma la sua straordinaria versatilità nel saper alternare ruoli drammatici di altissimo profilo, come quello offerto l'anno precedente ne Il Cappotto, a irresistibili caratterizzazioni comiche debitrici della migliore tradizione della rivista e del varietà. La pellicola consolida inoltre il talento satirico di Olga Villi, capace di ironizzare con straordinaria eleganza sui cliché del divismo classico e del melodramma d'altri tempi.
«Epoca», 1953 - Renato Rascel e Olga Villi
Il debutto in tono minore della nuova attesa rivista di Garinei e Giovannini, intitolata Attanasio, cavallo vanesio, andato in scena al Teatro Nuovo con Renato Rascel come assoluto protagonista, solleva diverse riflessioni critiche sulla reale tenuta dello spettacolo. Nonostante la presenza di un apparato scenico sfarzoso e di un cast di primissimo ordine, la produzione viene descritta come un tentativo rimasto a metà strada tra la favola e la commedia musicale, penalizzato da un avvio sottotono del suo celebre mattatore e da alcune debolezze strutturali della scrittura teatrale. Nelle serate successive alla prima, tuttavia, l'estro surreale di Rascel ha saputo riprendere quota, restituendo smalto a uno show che ha finito per conquistare pienamente il pubblico.
- Il debutto sottotono di Renato Rascel alla prima dello spettacolo viene attribuito a preoccupazioni di natura amministrativa e a improvvisi contrattempi con la soubrette titolare.
- La sostituzione improvvisa dell'attrice Masiero con Floretta Medini, chiamata all'ultimo momento a coprire il ruolo principale, ha visto quest'ultima farsi valere puntando sulla propria innata comicità grottesca e guadagnandosi calorosi applausi.
- I limiti strutturali dell'opera vengono individuati nella mancanza di una vera e propria commedia d'andirivieni e in dialoghi ritenuti eccessivamente prolissi e ripetitivi, come nel caso del triplo sketch delle Peters Sisters con il cavallo Leo.
- Il ricco contorno spettacolare si avvale delle coreografie di Donn Arden, delle scene di Coltellacci, della musica di Kramer e Di Nascimbeni, oltre alla collaudata presenza delle impeccabili ballerine Bluebell e della travolgente simpatia delle Peters Sisters.
- I quadri più riusciti dell'intera rivista, come la scena del piccolo stalliere nel sotterraneo con i banditi e l'asta del cavallo Attanasio, dimostrano la genialità intatta degli autori e degli interpreti.
- Il riscatto nelle repliche vede Rascel ritrovare la sua classica e irresistibile maschera stralunata, stramba e dissociata, sollevando decisamente le sorti dello spettacolo.
L'articolo del 1953 offre una preziosa testimonianza storica della nascita di Attanasio, cavallo vanesio, una pietra miliare che segna la transizione e la sperimentazione del duo Garinei e Giovannini verso la moderna commedia musicale italiana. La recensione evidenzia l'enorme responsabilità che pesava sulle spalle dei grandi capocomici dell'epoca, autentici catalizzatori capaci di salvare con il proprio talento anche le produzioni più incerte o colpite da imprevisti dell'ultimo minuto, come il forfait della soubrette titolare. Il trionfo finale dello spettacolo, trainato dal recupero dello stile surreale e lunatico di Rascel e dalla simpatia del cavallo di scena, conferma la straordinaria duttilità del teatro leggero italiano degli anni Cinquanta, capace di riorganizzarsi rapidamente e di trasformare una partenza incerta in un clamoroso successo di pubblico.
"Questi fantasmi" di De Filippo dal Teatro al Cinema
C’è una quantità di maniere per fare un buon film. Non serve che ne facciamo qui un elenco: basta pensare che, dopo tutto, buoni films capita di vederne, durante un anno cinematografico; e dunque, in ognuno di quei casi, c’è stata una maniera buona che è servita a fare un lavoro di qualità. L’affannoso cercare la via «sicura» che mena al buon film diventa puerile e vano, destinato senza possibilità di dubbi a pietosi insuccessi, solo quando si cerchi in ima direzione che non abbia per vero orientamento quello della poesia. Si potrebbero fare decine di esempi : prendete alcune cose di Capra, altre dei giapponesi di questi ultimi anni, altre di italiani del dopoguerra, citando a caso. Immaginate come quei films siano nati? C’è sempre, all’inizio, il poeta, e poi viene l’opera sua, e quando è pura, e profondamente sua e abbastanza antica nel sangue della sua gente, del suo clan, della sua razza, è opera di poesia, e dunque un’opera valida. Il cinema non si sottrae a questa legge che è vera letteratura come in teatro, come in pittura. A questa legge che implica probabilmente l’unica maniera vera per fare un buon film: partire dal poeta e lasciare che dica.
Pensate a «Napoli Milionaria» a «Filomena Marturano». Pensate all’ultima fatica di Eduardo regista: «Questi Fantasmi». La Titanus che ha portato questo lavoro sullo schermo, è appunto partita dal poeta, lasciando che parlasse come credeva di una cosa così antica e così sua come è la storia di Pasquale Lojacono, il piccolo uomo di Napoli cui un mondo di fantasmi porta, malgrado tutto, la felicità. Dov’è la poesia, in questa storia? È anzitutto in Eduardo autore-attore-regista. È nelle sue idee, nel fatto che queste idee sgorgano da un fondo antichissimo di convinzioni, credenze, superstizioni; nel fatto che liberamente egli se ne lasci possedere solo servendole e disciplinandole col vaglio di una attenta e raffinata sensibilità.


«Questi Fantasmi» è stato un grande successo, in teatro. Un successo pacifico: il pubblico non dubitava che si sarebbe sentito in petto, durante i tre atti, il «cuore delle grandi occasioni». Quando questo è avvenuto, il pubblico ha decretato il successo del lavoro e del suo autore con quella calma consapevolezza che appunto caratterizza gli avvenimenti d’arte di portata eccezionale.
Il film, «Questi Fantasmi», che si vale dell’interpretazione di Renato Rascel, Emo Crisa, Maria Frau, Franca Valeri, Ugo d’Alessio, e del complesso di attori napoletani della compagnia di Eduardo De Filippo, porta la firma, per la sceneggiatura, di Marotta, Soldati, De Filippo: tre nomi che danno ogni garanzia. Tre nomi, uno dei quali è quello di un vero grande poeta dei tempi nostri; Eduardo. C’è dunque la formula, alla base del film, l’unica formula produttiva che ragionevolmente si possa pretendere di adottare. C’è molto semplicemente, il poeta.
G. D'Eramo, «Epoca», 1954
Esistono i fantasmi?
La nota commedia di Eduardo De Filippo «Questi fantasmi» appare in questi giorni sugli schermi cinematografici
Tratto, come già « Napoli milionaria » e « Filomena Marturano », dalla omonima commedia chr tanto successo di pubblico « di critica incontrò alla sua presentazione sulle «cene, il film racconta la storia di Pasquale Lojacono, un piccolo umile ila-poletano, ferocemente deciso — come che sia — a vivere. È un piccolo uomo come ce ne sono migliaia: un tipico personaggio di De Filippo, schiacciato ed incalzato da una fatalità che si chiama vita, sempre preoccupato ed assillato dalla necessità di conquistarsi, minuto per minuto, una vittoriuzza da nulla che lo conservi a galla. Ma, come tutti i personaggi di Kduardo. anche Pasquale Lojacono ha la sua valvola di sicurezza: avrebbe ogni diritto di essere un pessimista, un negativo, un deluso. Fa una vita da cane, fra il bisogno e la moglie bellissima che lo disprezza e lo inganna : nessuno più di lui avrebbe diritto di non credere in niente, di essere il più umano e deciso nichilista del mondo. Invece Pasquale crede nei fantasmi, crede in un mondo del tutto irreale, che gli si manifesta con una evidenza impressionante, inducendolo in evasioni che sono appunto l'unica potente valvola di sicurezza del suo altrimenti problematico equilibrio psichico.
Il lavoro ruota tutto in questa caratteristica, diciamo, medianica di Pasquale Lojacono: è tutta una oscillazione fra reale ed irreale, fra verità e fantasia, con una piena e riuscitissima fusione di questi autentici elementi. I fantasmi che Pasquale frequenta non sono fantasmi veri sono trucchi che la moglie adultera mette in atto con la complicità dell'amante, pazzo d'amore, trucchi che sanno di beffa atroce e, quando per tali si rivelano, finiscono col nauseare perfino la loro organizzatrice. Ma questo Pasquale non lo saprà mai : per uno di quei giri curiosi del destino, che è inutile cercare di spiegare. Pasquale finirà con il ricavare un vantaggio concreto e durevole — una vittoriuzza abbastanza grande, stavolta, da risolvere il suo problema — da quella che tutti hanno sempre chiamato, a ragione, la sua « pazzia s.
Pasquale lavarono, che è il personaggio di « Questi fantasmi », portato sullo schermo dalla Titanus, cui Rascel dà vita nel film, fu a suo tempo magistralmente incarnato dallo stesso De Filippo: questa volta Kduardo ha preferito starsene al di qua della macchina da presa ed affidare il pesante compito ad un attore per il quale professa la massima stima. Calibrato su un modello di napoletano verissimo, allucinato, credulone, perseguitato dal problema assillante di vivere, nero di carattere ma insieme aperto a «concertanti illusioni. Pasquale Lojacono sembra scritto su misura per Renato Rascel. Questo Rascel. naturalmente, che si vale del proprio repertorio comico e della propria esperienza scenica solo ai fini di una interpretazione sorvegliata e umanissima. Riavremo dunque un Rascel a uomo dopo tanto conoscerlo pazzerellone nello sfavillante mondo della rivista, un Rascel che — come già Totò in « Napoli milionaria » pure di De Filippo — ci indurrà a chiederci fin dove si abbia il diritto di dar credito per un grande attore, alla distinzione « comico », a drammatico », a brillante » e così via.
Vedremo nel film accanto a Rascel, Emo Crisa nella parte del fantasma magistralmente interpretato ; Maria Frau, la moglie di Pasquale Lojacono die riesce ad amare il marito e commuoversi solo quando capisce la sua estrema fragilità, e Franca Valeri.
Giovanni D'Eramo, «L'Europeo», 1954
La rivista femminile Noi Donne propone un'originale intervista fotografica a Renato Rascel, una delle figure più poliedriche e amate dello spettacolo italiano del Novecento. Attraverso una "intervista lampo" strutturata unicamente sulle sue celebri espressioni facciali e sulla mimica corporea, l'articolo cattura la straordinaria carica comica e la surreale ironia del celebre attore, cantautore e drammaturgo, aggirando le tradizionali risposte scritte per affidarsi completamente alla forza espressiva del ritratto fotografico.
- La preferenza estetica e le donne: Alla domanda sulle sue preferenze tra donne alte o basse, Rascel risponde con una mimica incerta e soppesante, che gioca ironicamente sulla sua stessa statura, storicamente uno dei marchi di fabbrica della sua comicità leggera e mai volgare.
- Il dilemma tra palcoscenico e macchina da presa: Interrogato sulla sua preferenza tra il fare teatro o cinema, l'artista assume un'espressione visibilmente dubbiosa e pensosa, con la mano tra i capelli, a testimonianza di un amore viscerale e indissolubile che lo ha sempre legato a entrambe le forme d'arte.
- Il rapporto con il pubblico e i fischi: Alla domanda provocatoria se sia mai stato fischiato durante la sua gloriosa carriera, l'attore replica con un dito ammonitore alzato e uno sguardo di finta severità e diniego, rivendicando con sottile ironia il costante affetto del suo pubblico.
- La complessità burocratica delle tasse: Di fronte alla richiesta di spiegare come si compili la dichiarazione dei redditi, Rascel sfodera il classico gesto italiano della mano a borsa abbinato a una smorfia di totale smarrimento, sintetizzando comicamente il rapporto storicamente tormentato del cittadino con il fisco.
- La civetteria con le ammiratrici: Alla domanda sull'opportunità di farsi fotografare per le sue fan, risponde con un sorriso sornione, accomodante e seducente, incarnando perfettamente il ruolo del "piccolo grande uomo" amato dal pubblico femminile.
- L'autoanalisi e il giudizio su se stesso: L'intervista si chiude con il quesito su cosa pensi di se stesso, a cui l'attore risponde con una mimica teatrale a braccia aperte e occhi sgranati in un'espressione di assoluto e fanciullesco stupore, specchio della sua poetica surreale.
La scelta di Noi Donne di dedicare una pagina a Renato Rascel nel 1954 coincide con il periodo di massima consacrazione dell'artista, reduce dai grandissimi successi teatrali della commedia musicale (fondamentale il suo sodalizio con Garinei e Giovannini) e cinematografici (come Il cappotto di Alberto Lattuada del 1952, che ne rivelò le straordinarie doti drammatiche). Questo servizio giornalistico evidenzia la modernità della rivista nel saper utilizzare il fotoritratto dinamico come veicolo d'informazione e intrattenimento leggero. Al contempo, restituisce l'immagine storica di un artista che ha saputo fare della propria fisicità minuta e della propria mimica stralunata uno strumento di satira sociale garbata, capace di dialogare direttamente con il grande pubblico dell'Italia del secondo dopoguerra.
«Noi donne», anno IX, n.16, 18 aprile 1954
Addio di Rascel alla Rivista con "Tobia candida spia"
Rascel, il «piccoletto» ha finito di recitare in questi giorni al Teatro Sistina in Roma una rivista di buon gusto e applauditissima : «Tobia la candida spia». Da Roma si è portato a Milano, e quindi continuerà la tournée con la sua compagnia di rivista. Poi... darà addio alla passerella, alle scene scintillanti, al corpo di ballo delle Blue bells, e a tutti i suoi compagni del mondo della rivista. E pare che i si tratti di un addio veramente definitivo.
«La Gazzetta di Mantova», 3 marzo 1955

«La Stampa», 17 maggio 1955
40 domande a Renato Rascel
Renato Rascel è romano. Debuttò in teatro nel 1934 con la compagnia Schwarz nel "Cavallino Bianco”. Da due anni ha abbandonato la rivista per dedicarsi solo al cinema. I suoi film più importanti sono: ”Il cappotto” con Yvonne Sanson, ”Il capataz" con la Pampanini, "Amor non ho però... però..” con la Lollobrigida, "L’eroe sono io” con Delia Scala, ”La passeggiata”, di cui è anche regista, con la Cortese. E’ autore di canzoni: ne ha scritto ora una per Marlene Dietrich.
Domanda - Dovendo, in qualità di giornalista, intervistare un personaggio, quale domanda penserebbe di proporgli per la prima?
Risposta - Se ha già mandato qualche intervistatore a farsi benedire.
D. - Saprebbe dirmi un’azione che sarebbe stato capace di compiere venti anni fa e non adesso?
R. - Si, festeggiare il 20° compleanno.
D. - Una delle frasi che più comunemente si sentono ripetere è che la sola cosa che oggi interessi in Italia sia "Lascia o raddoppia?”. Ne esiste per lo meno, secondo lei, un’altra?
R. - Si, lascia o raddoppia.
D. - Qual è il fatto più straordinario che si sia verificato questo anno?
R. - Per quanto mi riguarda, un avviso dell’ufficio tasse che mi annunciava un rimborso.
D. - Qual è nella vita la cosa che la incuriosisce maggiormente?
R. - La morte.
D. - I francesi possiedono l'e-sprit, gli inglesi l’humour. Che cosa possiedono, sempre in questo settore, gli italiani?
R. - Nè l’uno, nè l’altro.
D. - Chiamato da Dio, alla vi-'gilia di un secondo diluvio universale, ad assumere le funzioni di un nuovo Noè, come allestirebbe la sua arca?
R. - Esattamente come Noè, in più ci metterei i cartoni animati di Walt Disney.
D. - Con gli attributi di quali dei suoi contemporanei (tre nomi) ritiene sia possibile conseguire il successo nella vita?
R. - Con la fortuna della Campagnoli, coi seni di Sofia Loren e con l’incompetenza cinematografica dei dirigenti la cinematografia italiana.
D. - Qual è degli avvenimenti cui in questi anni siamo stati testimoni il più cinematografico?
R. - Il tentato furto di cappellini da parte dell’atleta russa Ponomareva che offre lo spunto per un film dal titolo: ”Cappellini oltre cortina’’.
D. - Qual è, secondo lei, il colmo delia idiozia umana?
R. - Credere di essere intelligente.
D. - Se Umberto di Savoia le chiedesse, in tutta sincerità, di dargli un consiglio, che cosa gli direbbe?
R. - Di diventare repubblicano.
D. - Qual è la cosa che rende maggiormente ridicolo un uomo agli occhi di una donna?
R. - Quando dice a una donna: tu mi piaci perchè sei diversa dalle altre.
D. - Qual è, indipendentemente dalla sua posizione di partito, il più italiano dei nostri uomini politici?
R. - Quasi tutti, dappoiché quasi tutti i nostri uomini politici parlano soltanto l’italiano non conoscendo assolutamente le altre lingue.
D. - Toccandole la ventura di visitare da vivo le regioni infere e celesti, chi prenderebbe per suo "Virgilio" (un contem-poraneo)?
R. - Indro Montanelli.
D. - Nei camets del maggiore Thomson si legge il seguente aneddoto: due turisti americani in visita a Parigi giunsero, in Rue de Rivoli, in faccia al monumento di Giovanna d’Arco. «Toh!» disse vedendolo uno dei due americani, «guarda Ingrid Bergman». Qual è la morale di questo aneddoto?
R. - Che ognuno ha la Storia che si merita.
D. - Se le rimanesse mezz’ora di vita come la impiegherebbe?
R. - Pregando Dio di lasciarmi ancora un po’ di tempo per pensare a quello che dovrò fare durante l’ultima mezzora di vita.
D. - Saprebbe citarmi un’opera d’arte che potrebbe essere trasferita da Roma a Milano e viceversa senza turbare il paesaggio?
R. - Io, che viaggio da Milano a Roma tutte le settimane senza che il paesaggio se ne accorga.
D. - Le è mai accaduto di interrompere uno spettacolo a metà? Se si, per quale motivo e in quale occasione?
R. - Sì, mentre recitavo a Messina perchè mi cadde il sipario sulla testa.
D. - Quale colpa, errore, debolezza umana suscita in lei maggior indulgenza?
R. - Tutti gli errori, le colpe e le debolezze che io stesso commetto e posseggo.
D. - Qual è, secondo lei, il più grande equivoco nel campo della storia dell’arte?
R. - Salvatore Dall.
D. - Qual è, secondo lei, la più grave perdita subita dall’umanità dalla fine della guerra in poi?
R. - La perdita del rispetto della vita umana.
D. - Quale dei suoi contemporanei trasformerebbe in statua?
R. - Cavicchi in modo che i suoi avversari picchiandolo si rompessero le mani.
D. - Una meteora sta cadendo in questo momento dal cielo. Esprimerebbe anche lei, secondo l’uso, un voto? Se sì, quale?
R. - Che Dio ce la mandi buona.
D. - Quale epigrafe vorrebbe avere sulla sua tomba?
R. - E adesso rido io.
D. - Morendo quali beni materiali sarebbe maggiormente indotto a rimpiangere?
R. - Soprattutto il bene di poter dire ciò che penso.
D. - Saprebbe indicarmi una opera d’arte di fronte alla quale si possa dire "questa è l’Italia?
R. - Gina Lollobrigida.
D. - Qual è, secondo lei, il più "italiano” dei paesaggi della nostra penisola?
R. - Le risponderò quando avranno tolto tutti i cartelli pubblicitari che occultano i paesaggi italiani.
D. - Se le fosse concesso un atto di potenza illimitata, come lo esplicherebbe?
R. - Abolirei per sempre qualsiasi gesto di potenza illimitata.
D. - Qual è, secondo lei, il segreto del successo di un uomo?
R. - Il segreto di Pulcinella.
D. - Costretto a intervenire ad un ballo mascherato quale travestimento sceglierebbe?
R. - Da amico del giaguaro.
D. - Qual è, secondo lei, il vento che spira nella attuale pittura contemporanea?
R. - Antimaestrale.
D. - In quale misura ritiene che l’abitare in questa o que-st’altra città influisca sull’opera di un artista? In ogni caso saprebbe dirmi quale, per un artista, debba considerarsi un soggiorno ideale?
R. - Dove non si paga l’affitto.
D. - Qual è nella vita la cosa che la spaventa di più?
R. - La vita.
D. - Stessa domanda, ma nella sua professione?
R. - Il debutto.
D. - Qual è, secondo lei, dalla fine della guerra in poi il film più "italiano” che sia stato prodotto?
R. - Tre soldi nella fontana.
D. - Qual è, secondo lei, la cosa che meglio esprime il nostro tempo?
R. - L’incompetenza.
D. - Qual è, secondo lei, il più grave difetto di queste domande?
R. - Che sono troppe.
D. - Quale, tra queste interviste, le è sembrata per ciò che concerne le risposte, la più sincera?
R. - Quella di Curzio Malaparte.
D. - Quale dei luoghi comuni, ovvero delle cosiddette "frasi fatte", le riesce più insopportabile?
R. - Piacere di conoscerla.
D. - Qual è, secondo lei, la "vera misura” della ricchezza di un uomo?
R. - La misura.
Nel rispondere alle nostre domande Renato Rascel pare che abbandoni quello che si potrebbe chiamare il "complesso professionale”, vale a dire l’obbligo di essere immediatamente brillante e di far ridere. Direi di più, pare che sia timoroso di cadervi o quasi prevenuto contro le possibili aspettative dell’intervistatore e del lettore in questo senso. Sono infatti pochissime tra le sue risposte quelle propriamente "rasceliane”. E tutte svolte secondo il medesimo gioco di trasposizione di un concetto: quello del monumento. L’opera d’arte che può essere indifferentemente trasferita da Roma a Milano è lui stesso; il contemporaneo da trasformare in statua è Cavicchi, ma solo perchè gli avversari picchiandolo si rompano le mani; l’opera d’arte che meglio esprime l’Italia è Gina Lollobrigida. Dove lo scherzo non manca del resto di un fondo di serietà, di riflessione, direi che è quello apertamente sottinteso a quasi tutte le altre risposte. La prova più evidente dell’equilibrio di Rascel di fronte ai problemi che le nostre domande gli hanno posto mi pare che sia nel finale, quando dice che la vera misura della ricchezza di un uomo è la misura.
Enrico Roda, «Tempo», 1956
Nell'agosto del 1957, le pagine della rivista Le Ore celebrano il grande raduno estivo della compagnia teatrale di Renato Rascel presso il Teatro Lirico di Milano, pronta a debuttare con la nuova e attesissima commedia musicale Un paio d'ali. Con una metafora calcistica decisamente calzante per il periodo estivo, la preparazione dello spettacolo viene descritta come il ritiro precampionato di una squadra di fuoriclasse, capitanata dal carismatico "piccoletto" Rascel e impreziosita dal sensazionale acquisto della bellissima attrice romana Giovanna Ralli, affiancata dalle celebri ballerine inglesi del Charley Ballett.
- Il grande raduno estivo a Milano viene paragonato alla preparazione atletica di una squadra di calcio, con la compagnia che si riunisce ad agosto al Teatro Lirico per mettere a punto la nuova tattica di gioco ideata dai celebri registi Garinei e Giovannini.
- La coppia di attacco Rascel-Ralli rappresenta il fulcro dello spettacolo, unendo la collaudata genialità comica di Renato Rascel, vero e proprio centro mediano del gruppo, al fascino romano di Giovanna Ralli, qui definita come uno straordinario acquisto per la rivista.
- La sfarzosa presenza internazionale è garantita dall'acquisto in blocco delle dodici splendide ballerine inglesi del Charley Ballett, importate direttamente da Londra dal patron della compagnia Achille Trinca per assicurare uno spettacolo di livello europeo.
- La direzione tecnica e artistica vanta nomi leggendari dello spettacolo italiano: oltre alla regia e alla scrittura di Garinei e Giovannini, le musiche sono affidate al maestro Gorni Kramer, le scene a Giulio Coltellacci e le coreografie a Hermes Ban, con un cast che comprende anche Mario Carotenuto e Xenia Valderi.
- Il ritorno di Rascel dopo due anni di assenza dal palcoscenico teatrale avviene subito dopo aver concluso le fatiche cinematografiche del celebre film Arrivederci Roma, mostrandosi in forma smagliante e improvvisando pantomime per i giornalisti.
- La sfida alle compagnie rivali viene lanciata con ironia dallo stesso Rascel, che si dichiara pronto a competere con gli altri grandi spettacoli della stagione autunnale, citando con spavalderia i binomi Macario-Mondaini, Tognazzi-Masiero, Dapporto-Scala e la celebre Wanda Osiris.
Questo servizio del 1957 documenta un momento d'oro per la commedia musicale italiana, evidenziando come il sodalizio tra Renato Rascel e il duo Garinei e Giovannini fosse ormai una garanzia assoluta di successo e innovazione teatrale. Il rientro sulle scene di Rascel dopo il successo internazionale di Arrivederci Roma segna la sua definitiva consacrazione come showman totale, capace di dominare la scena cinematografica e, contemporaneamente, di catalizzare l'attenzione del pubblico teatrale con una comicità fisica e surreale unica nel suo genere. La scelta di affianargli una giovane ma già affermatissima Giovanna Ralli e un corpo di ballo internazionale come il Charley Ballett testimonia lo sforzo produttivo monumentale profuso dall'impresario Achille Trinca, intenzionato a elevare la rivista italiana a standard qualitativi europei, capaci di competere con le grandi produzioni estere.
Come per le squadre di calcio, agosto è il mese d’adunata per le formazioni di rivista. La prima a presentarsi per gli allena menti nel «campo» del teatro Lirico di Milano è stata la compagnia rii Renato Rascel, che qui vi presentiamo al «gran completo». Una compagnia che ha nel suoi effettivi i numeri per giocare un grosso campionato. Accanto al «piccoletto», centromediano-fulcro del complesso, il centroattacco più affascinante che I tifosi potessero aspettarsi: Giovanna Ralli, un acquisto «oriundo» di Roma. E per tanto acquisto, compagne di primo ordine: dodici stupende creature supercarrozzate giunte da Londra ed acquistate in blocco per non si sa bene quale prezzo: il Charley Ballett; per i tifosi basta così. La garanzia, da questo nome, è più che assicurata. «Patron» del complesso: Achille Trinca. Allenatori e managers: Garinei e Giovannini che imposteranno una nuova tattica di gioco dal titolo «Un paio d’ali». Gorni Kramer penserà alle musiche.
«Le Ore», anno V, n.222, 10 agosto 1957
Il celebre giornalista Enzo Biagi firma un corsivo televisivo per la rivista Epoca in cui, partendo da una fotografia che ritrae Renato Rascel a passeggio con un piccolo spazzacamino, analizza con la sua consueta ironia e sensibilità i meccanismi sentimentali e spettacolari della televisione italiana di fine anni Cinquanta. Attraverso una disamina che spazia dal carisma umano di Rascel fino alle dinamiche dei quiz e dei varietà di punta della RAI, come Lascia o raddoppia? e Il Musichiere, Biagi mette a nudo la costante ricerca della commozione pubblica da parte dei registi e degli autori televisivi del tempo.
- L'umanità sincera di Renato Rascel viene sottolineata da Biagi attraverso un aneddoto personale riguardante una visita di cortesia ricevuta dal comico in ospedale, a testimonianza di una bontà d'animo autentica che l'attore dimostra sia verso i giornalisti in difficoltà sia verso i piccoli spazzacamini.
- La composizione di una canzone sociale da parte dell'artista, dedicata proprio a un bambino che la domenica lavora alla pulizia dei camini invece di giocare al pallone, ha portato sul piccolo schermo una figura di forte impatto emotivo e poetico.
- Il bisogno di commozione nazionale emerge come uno dei motori principali della televisione dell'epoca, ben sintetizzato dal motto di Lascia o raddoppia? focalizzato sul distribuire contemporaneamente gettoni e tenerezza.
- La spettacolarizzazione della beneficenza viene analizzata criticamente attraverso l'episodio della partecipazione a Il Musichiere di una bambina protetta dall'opera di Don Gnocchi, la cui apparizione in diretta è stata seguita da un tempestivo e fin troppo sollecito intervento ministeriale.
- La polemica sulla recitazione infantile colpisce le bambine prodigio del piccolo schermo, di cui Biagi critica l'eccessiva impostazione accademica, preferendo di gran lunga la spontaneità genuina e fuori copione di una giovanissima figlia di un camionista.
- La ricerca della ragazza del popolo condotta dal regista Valerio Zurlini insieme a Mike Bongiorno, volta a trovare per una nuova trasmissione un'interprete con occhi candidi ma dalle forme prosperose, suscita nel giornalista una riflessione ironica e vagamente angosciata sui canoni estetici imposti dal mezzo televisivo.
L'articolo di Enzo Biagi del 1958 costituisce un documento storico e critico di straordinario valore per comprendere la nascita della televisione di massa in Italia e il suo profondo impatto sulla psicologia collettiva della nazione. Biagi, con la sua scrittura affilata e priva di retorica, riesce a smascherare l'uso strumentale dei sentimenti popolari da parte del monopolio televisivo della RAI, evidenziando il contrasto tra l'autentica e poetica sensibilità artistica di personaggi come Renato Rascel e la macchina spettacolare dei grandi quiz del giovedì sera. Sul piano biografico, il pezzo conferma lo status di Rascel come figura pubblica amatissima e dotata di un profondo spessore umano, capace di tradurre in canzoni e immagini televisive le contraddizioni e le malinconie di un'Italia in pieno miracolo economico ma ancora segnata da profonde piaghe sociali.

Il fotoromanzo satirico Rascel Marine, diretto da Guido Leoni e distribuito da LUX, si presenta come una parodia delle avventure belliche ambientata durante la seconda guerra mondiale in un isolotto del Pacifico. L'opera vede come protagonista Renato Rascel nei panni del marine Ronny Rascel, soprannominato Farfalla per la sua bizzarra passione di cacciatore di lepidotteri piuttosto che di soldati. Affiancato da un cast d'eccezione che comprende Celina Cely, Ernesto Calindri, Paolo Ferrari, Aldo Giuffrè e Mario Carotenuto, il fotoromanzo si sviluppa in due puntate che smontano con comicità e ironia la retorica dell'eroismo militare, preferendo all'odio della guerra il valore dell'amore, della pacifica convivenza e della fratellanza.
- Lo sbarco avventuroso e la promozione per caso vede protagonista il timido marine Ronny Rascel, il quale si ritrova inaspettatamente promosso al grado di caporale e alla guida della spedizione a causa del guasto del secondo canotto della pattuglia.
- L'incontro ravvicinato sull'isolotto porta i sette militari americani a imbattersi in Taikiki, interpretato da Mario Carotenuto, un pacifico indigeno intento a farsi la barba e a proteggere gelosamente la virtù e l'extraterritorialità della sua capanna e delle sue splendide figlie.
- La fuga precipitosa per la paura si consuma quando i soldati giapponesi e americani arrivano contemporaneamente sulla strategica cima quarantasette dell'isola. Sopraffatti dal terrore reciproco alla vista del nemico, entrambi i gruppi fuggono a gambe levate in direzioni opposte.
- La fraternizzazione notturna e il banchetto interrompono temporaneamente le ostilità quando la pattuglia guidata da Ronny, dopo un iniziale tentativo di attacco, viene convinta da Taikiki ad abbandonare le armi in favore di un abbondante pranzo annaffiato da liquori che addormenta tutti i soldati.
- L'unione pacifica e la nascita degli amori si consolida dopo che un bombardamento aereo distrugge la capanna dell'indigeno. Rimasti disarmati a causa di un furto pacificatore di Taikiki, americani e giapponesi collaborano per ricostruire l'abitazione, mentre sboccano teneri sentimenti tra Ronny e Aloa, e tra un soldato giapponese e Luana.
- La rissa finale e la pace definitiva scoppiano tra i commilitoni a causa della gelosia e della scarsità di presenza femminile sull'isola, ma il provvidenziale arrivo di un gruppo di bellissime ragazze chiamate da Taikiki riporta definitivamente la serenità tra le fazioni.
La conclusione della vicenda proietta lo spettatore in un suggestivo dopoguerra in cui i soldati americani e giapponesi scelgono di non tornare in patria, decidendo invece di stabilirsi definitivamente sull'isola con le rispettive spose indigene e i loro bambini, celebrati in una commovente cerimonia ufficiale di pace. Dal punto di vista storico-biografico, questa parodia cinematografica a puntate del 1958 conferma la straordinaria duttilità artistica di Renato Rascel e la sua capacità di incarnare la tipica maschera italiana dell'antieroe candido, tenero e pacifista. L'opera si inserisce perfettamente nel filone della satira del militarismo tipica del secondo dopoguerra, valorizzando un cast stellare della commedia italiana e riaffermando, attraverso il sorriso e il nonsense, un profondo messaggio di convivenza e superamento delle barriere nazionalistiche in un'epoca ancora segnata dalle ferite del conflitto globale.
«Noi donne», 1958 - Il cineracconto - Parte 1 - Parte 2
Cervinia è già qualcosa di mio
Renato Rascel racconta le sue prime avventurose e divertenti vicissitudini di sciatore agli ordini di Leo Gasperi, sulle nevi del Plateau Rosa
Cervinia, giugno
Quando me lo trovai improvvisamente davanti, non potei evitare di guardarlo di sotto in su: non per antipatia, intendiamoci, ma secondo me questo fatto che è alto più di 4478 metri — ma siamo giusti! — è un’ostentazione di cattivo gusto. Comunque, io non dissi niente, finché Leo Gasperl non me lo presentò: «Renato, ti presento il Cervino».
«Congelatissimo di conoscerla!» risposi subito allegramente; facevo proprio di tutto per riuscirgli simpatico! Ma avéte mai visto quelle montagne piene di boria, con quell’aria gelida, che se ne stanno sempre lì in vetta, senza mai un sorriso, senza mai una parola gentile? Il Cervino mi fece subito questa impressione.
Ma chi credeva di essere? «Sai, non è colpa sua...» tentò di giustificarlo Leo Gasperl (l’avrei fatto anch’io: in fondo era il suo più grande amico!). «Credi a me: sotto la sua rude scorza di roccia basaltica, batte un cuore di fanciullo... Certo, ha avuto un’infanzia travagliata! Lo sai che un milione e mezzo di anni fa, quand’era piccolo, il mare gli arrivava quasi alla cintola?».
«Anche a me. quand’ero piccolo...».
«Sì; ma a lui, per duecento-mila anni di seguito!... Non lo trovi eccezionale?».
«Sì, non sono cose di tutti i giorni... Ma è una ragione per darsi tutte quelle arie?».
«E chi siamo, noi, per giudicarlo? Abbiamo strapiombi, picchi, ghiacciai? Tu che non sei uno qualsiasi, tu che hai perfino scritto "Arriverei, Roma!’’, sei mai stato coperto di nevi eterne? E garrule, limpide cascatelle gelate ti sono mai discese lungo i fianchi rocciosi?...» io chinai la testa umiliato. «Non hai neanche i fianchi rocciosi!».
«Ma sono un uomo!» dissi con improvvisa fierezza. «Cogito, ergo sum!».
Leo Gasperl mi guardava a bocca aperta: «E che c’entra? Niente.».
Cambiai subito discorso. In fondo, non ero arrivato lì per sciare? Già! A proposito... Ma, dico: siamo diventati pazzi?
E’ giusto che gli "sci" li vendano i negozi di articoli sportivi? E gli armieri, che ci stanno a fare? E i farmacisti? Se uno vuole una rivoltella, deve riempire 'quarantacinque domande; se poi vuole un bicchiere di acido prussico, non glielo danno nemmeno se si tinge la faccia di viola: «Ma via — gli dicono — lei così giovane, con la vita che ancora le sorride... ma perchè vuole ammazzarsi?». Con gli "sci”, invece, nessuno ti dice niente. «Mi dà un paio di "sci”? ’. «Subito, signore!». E mi venite a parlare di giustizia?
Per fortuna, io sono amico di quella specie d’istituzione di Cervinia, che si chiama Leo Gasperi; e, grazie a lui, per me le cose andarono abbastanza bene. Appena arrivato, visto l’albergo, tanto grande, ma tanto grande, che per andare dalla sala da pranzo al bar ci vuole la motocicletta, non volevo più muovermi di lì; poi, però, considerato il fatto che ero venuto a Cervinia per sciare, dissi: andiamo a sciare!
Giunti sulla funivia, cominciammo a salire verso il Plateau Rosa ,(m. 3600 più quelli personali del sottoscritto). Durante il tragitto, col viso spiaccicato contro il vetro del finestrino, guardavo, incantato, lo spettacolo che si presentava ai miei occhi; qui il Cervino, lì la Grande Muraille, un po’ più sotto Pian Maison e un po’ più sopra il Fuerggen: e noi lì, tranquilli, sospesi nel vuoto, attaccati a una corda — eravamo una trentina sulla funivia — ammappela, che corda!

So che, appena sceso dalla funivia, il vento ululava, il naso mi si staccava per il freddo, ma io mi sentivo Amundsen, mi sentivo Byrd, mi sentivo Fucks: tutte quelle montagne enormi, massicce, paurosamente importanti; e io piccolo, piccolo, tutto pieno di maglioni, di giacche a vento, di passamontagna, di occhiali, di calzerotti, di guanti di pelliccia, di scarponi a doppia guaina... E chi era Renato Rascel? Che aveva fatto? Che s’era messo in testa di fare? Dov’era, due milioni di anni fa. quando quelle montagne erano già qui. coperte di neve, esattamente come adesso?
Non so se sia mai capitato anche a voi, ma fa un certo effetto non sentirsi "nessuno”: gli applausi del Lirico, l’ultima sera della "rivista”; la gente che canta "Arrivederci, Roma”!; e tutte le infinite cose che sogno di fare, che voglio fare (sono sempre le più belle!). ma dov’erano andate a finire? Niente. Non c'era rimasto niente! Solo le montagne. E il freddo. E Leo Gasperi che cominciava a darmi gli ordini come un sergente maggiore, come un tiranno, come un ras... E vi assicuro che non più di cinque minuti prima era un amico, non un "maestro di sci"!
«Mettiti gli sci!».
«Signorscì!... Voglio dire: signorsì!». Il primo giorno, uno è sempre un po’ timido...
«Buttati».
«Eh?».
«Bùttati!».
Io speravo tanto d’aver capito male, ma anche a Plateau Rosa "buttati" vuol dire "buttati”; e io, rivolto un ultimo pensiero alla mia donna lontana, al mio pubblico pure, e alla mia assicurazione contro gli incendi — a che mi sarebbe servita, mi chiedevo! — via, mi buttai giù per la discesa del "Teodulo”. Sono 900 metri di dislivello. 4 km. e mezzo di pista, tre quarti d’ora circa, di percorso; ciononostante, dopo neanche quattro metri, io stavo già infilato nella neve come un cialdone nella panna.
Leo Gasperi mi guardò male: «Neve fresca!» mi rimproverò.
«Mica l’ho fatta io!» cercai di scusarmi: ed era la verità, non avevo pensato a portarmi la neve da casa; dico: vado lì a Cervinia, adopero quella locale...
«Quando la neve è fresca, devi portare uno sci più avanti dell’altro! Lo sanno tutti...» io non lo sapevo, ma feci cenno di sì «Avanti!». E si buttò di nuovo. Io, appresso. Come arrivai a Pian Maison, non ricordo bene, ma so che vi arrivai, e, guarda caso, sugli sci.
Ora sono qui, al calduccio, nella mia stanza: scrivo; guardo fuori; ho fame. Voglio dire: sono vivo! Nessun dubbio, su questo fatto, vero?
E, allora, come ho fatto a passate quella prima volta, su quei 90 cm. di pista fra la parete di roccia e il baratro del "passo del Teodulo"? Quale solerte Angelo Custode — ho fatto un conto, ne dovrei avere almeno dodici e piuttosto attivi — mi ha preso le punte degli "sci" e le ha guidate nella giusta direzione, mentre io chiudevo gli occhi e fra me dicevo: «se la va, la va?». Che meraviglia, quel primo giorno! Vi è mai capitato di essere felici di aver paura? Io non mi ero mai sentito cosi vivo, così giovane, così padrone di questa mia vita che se uno non se la gioca ogni tanto, non si accorge mai completamente di quant’è bella!
Oggi, è già diverso. Oggi — anche per me, come per tutti qui, a Cervinia — infilare un paio di "sci” non è poi tanto diverso dall’infìlarsi un paio di scarpe. E’ soltanto più bello! Così, quando ho visto Zeno Colò e i suoi undici "azzurri" volare sulla neve come angeli, ho capito che sono ancora tanto indietro, che devo ancora imparare tanto...
Ma Cervinia è già qualcosa di mio, come un pezzo di Trastevere; e tutte queste montagne, qua attorno, le amo come vecchi amici saggi che, appena posso, ritorno a trovare; e la gente, questa meravigliosa gente della montagna che mi passa accanto e mi saluta appena, come mi fa bene, come farebbe bene a tanti amici nostri!, Ma chi siamo? Ma chi crediamo di essere? Vi giuro: rjon mi muoverci più di qui. Parola d’onore!
Renato Rascel, «Tempo», 1958
La celebre scrittrice Liala firma una recensione fortemente critica ed emotiva sulle pagine della stampa d'epoca, intitolata "Addio a Rascel", in cui descrive la sua profonda delusione per la deriva artistica assunta dallo show televisivo Rascel City. Partendo dal ricordo personale di un elegante incontro galante avvenuto a Milano con Renato Rascel, descritto come un uomo colto, serio, raffinato e incredibilmente intelligente, la scrittrice analizza la progressiva perdita di smalto e di dignità artistica del comico nel corso delle puntate della trasmissione. Liala esprime un severo giudizio sulla scelta di inserire nello show elementi farseschi, gag grossolane sui barboni e una generale stanchezza recitativa, che sembrano quasi offuscare il grande talento drammatico e poetico che l'attore aveva precedentemente dimostrato in capolavori come Il cappotto e nei suoi trionfi teatrali.
- L'incontro milanese e l'eleganza di Rascel viene rievocato da Liala descrivendo un prestigioso ricevimento editoriale in cui l'attore spiccava per un abito chiarissimo di squisita fattura, dimostrando una classe e una cortesia fuori dal comune e smentendo sul piano umano l'immagine della classica macchietta da palcoscenico.
- La profondità culturale nascosta emerge durante la conversazione privata tra la scrittrice e l'artista, in cui Rascel rivela una sorprendente conoscenza della letteratura, citando con sensibilità e commozione le opere di Carducci e Leopardi, e mostrando un sincero interesse per la genesi dei romanzi di Liala e per l'origine dannunziana del suo pseudonimo.
- Il declino qualitativo di Rascel City viene analizzato puntata dopo puntata da Liala, che descrive uno show televisivo spento, noioso e privo di quella freschezza inventiva che caratterizzava il comico, ridotto a dimenticare le battute del testo e a farsi coraggiosamente suggerire e sorreggere in scena dalla partner Tina De Mola.
- La critica alla parodia dei barboni colpisce duramente le scelte autoriali della trasmissione, giudicate ripetitive e di cattivo gusto, in particolare nella rappresentazione grottesca dei senzatetto che consumano pasti in pentole comuni, definita una trovata deprecabile sia sul piano del decoro sia su quello dell'igiene.
- Il fallimento della metafora del volo viene evidenziato nel commento alla quarta puntata, dove il celebre tema del volo e delle acrobazie aeree (già colonna portante del successo teatrale di Un paio d'ali) si risolve sul piccolo schermo in virate piatte, prive di entusiasmo e di spettacolarità.
- La scelta infelice del titolo straniero viene fortemente contestata dalla scrittrice, che considera l'uso del termine "City" un inutile e provinciale errore linguistico, soprattutto alla luce della straordinaria ricchezza del vocabolario italiano.
L'articolo di Liala del marzo 1959 rappresenta un documento in grado di illustrare il difficile impatto dei primi grandi show televisivi d'autore sul pubblico intellettuale dell'epoca. La scrittrice, con la sua prosa appassionata ed esigente, mette in luce la complessa transizione di Renato Rascel dal teatro di rivista e dal grande cinema drammatico al nuovo mezzo della televisione di massa, che spesso tendeva a standardizzare e banalizzare le maschere più raffinate dello spettacolo italiano. Sul piano biografico, la testimonianza di Liala offre un contrasto affascinante tra la figura privata di Rascel — uomo colto, sensibile, elegante e attento ai grandi classici della letteratura — e le necessità commerciali di uno show televisivo che lo costringeva a indossare panni grotteschi non sempre all'altezza della sua intelligenza scenica. La dura recensione si configura non come un attacco distruttivo, ma come un accorato appello affinché un artista del calibro di Rascel rinunci alle facili concessioni popolari per ritornare a esprimere quel livello di alta poesia e comicità surreale che lo aveva reso unico nel panorama internazionale.
L'articolo affronta con taglio giornalistico la complessa vita sentimentale di Renato Rascel, focalizzandosi in particolare sull'impossibilità di una riconciliazione con l'ex moglie Tina De Mola dopo undici anni di separazione. La narrazione si sviluppa attorno al presunto e chiacchieratissimo flirt estivo tra il celebre comico romano e l'affascinante attrice Eleonora Rossi Drago, sollevando il dubbio se si tratti di un sentimento autentico o di una sapiente montatura pubblicitaria orchestrata per distogliere l'attenzione mediatica dalla bionda partner artistica dello show televisivo Stasera a Rascel City. Attraverso una rassegna delle donne più importanti del suo passato, l'articolo svela la doppia anima di un artista perennemente in bilico tra la vulnerabilità affettiva e la fama di conquistatore.
- Il presunto flirt con Eleonora Rossi Drago viene analizzato partendo dal loro recente incontro ravvicinato in un noto locale notturno romano, dove i due sono stati visti ballare, ridere e conversare intimamente in un tavolo riservato.
- I dubbi sulle manovre degli uffici stampa nascono dal frequente ricorso a finti idilli amorosi pre-fabbricati, citando come precedente la finta operazione pubblicitaria orchestrata a Capri tra l'attore Maurizio Arena e la francese Yvonne Monlaur.
- L'impossibilità di un ritorno di fiamma con Tina De Mola viene confermata nonostante le voci di riconciliazione, chiarendo che tra i due ex coniugi, pur legati da affetto reciproco e stima professionale sul set di Stasera a Rascel City, la separazione di undici anni è ormai definitiva.
- La galleria sentimentale del "piccoletto" ripercorre i suoi primi storici amori, a partire dal primo flirt giovanile con Tea Amodio negli Stati Uniti, fino alla ballerina Kiki Urbani e all'interprete Flora Medini.
- La presenza discreta di Huguette Cartier emerge come una figura chiave nella vita di Rascel, descritta come una donna colta ed estremamente riservata che si occupa di gestire con delicatezza le relazioni estere della casa editrice musicale dell'attore.
- La duplice natura psicologica dell'artista si divide tra il "primo Renato", un eterno ragazzo di vent'anni che si innamora con totale trasporto e passione, e il "secondo Renato", ferito dalle delusioni del passato e timoroso di essere deriso dalle donne.
L'articolo del marzo 1959 offre un prezioso spaccato della nascente cultura del gossip radiotelevisivo e cinematografico in Italia, documentando come la vita privata delle star venisse strettamente legata alla promozione dei loro impegni professionali, come nel caso della trasmissione Stasera a Rascel City. La figura di Renato Rascel ne esce ridimensionata rispetto al piedistallo del divismo classico, rivelando la fragilità umana di una maschera comica che, dietro i successi planetari e l'ironia stralunata, nascondeva una profonda e malinconica solitudine affettiva. Questo documento d'epoca evidenzia la transizione del giornalismo di intrattenimento verso forme di indagine più intime, in cui il confine tra realtà sentimentale e finzione pubblicitaria si fa sempre più labile, trasformando l'artista in un involontario protagonista della commedia della vita reale.
E' proprio vero che Rascel e Tina De Mola vorrebbero tornare a vivere insieme, oppure questa riconciliazione è impossibile? Esistono altre donne nella vita sentimentale del comico romano? Adesso negli ambienti artistici si parla di un suo flirt con Eleonora Rossi-Drago: ma è autentico, o si tratta di una "trovata" per distrarre l'attenzione dalla bionda protagonista di ''Rascel City"?
Giuseppe Tabasso, «Sorrisi e Canzoni TV», anno VIII, n.13, 29 marzo 1959
L'articolo d'epoca documenta lo svolgimento e i retroscena del VII Festival della Canzone Romana, svoltosi al cinema-teatro Maestoso nel popoloso quartiere San Giovanni a Roma. L'evento si è rivelato un autentico successo di pubblico, caratterizzato da un'atmosfera genuina e popolare che ha visto trionfare brani legati alla tradizione e al dialetto locale, lontani dalle logiche puramente commerciali delle grandi manifestazioni nazionali. Il momento centrale della manifestazione è stato il lancio da parte di Renato Rascel del brano Welcome to Roma mia, composto su testo di Garinei e Giovannini e concepito idealmente come il seguito della celeberrima Arrivederci Roma.
- Il trionfo della tradizione popolare ha caratterizzato la conclusione del VII Festival della Canzone Romana con la vittoria del brano Stella trasteverina, interpretato da Giacomo Rondinella e Giorgio Consolini, seguito al secondo posto da Monte Mario e al terzo da Solo con te.
- La consacrazione critica di Jula De Palma è arrivata grazie alla straordinaria interpretazione del brano Io credo in te, una canzone di classe giudicata degna dei palcoscenici più prestigiosi e che l'artista ha deciso di lanciare subito sul mercato discografico nonostante il mancato primo posto in classifica.
- L'entusiasmo dei giovani per Jimmy Fontana ha trovato ampio risalto durante la kermesse romana, dove il pubblico giovanile e televisivo ha decretato il successo personale del cantante, anche se i suoi brani non sono riusciti ad approdare alla finalissima.
- La presentazione di un'attesa primizia ha visto Renato Rascel offrire al pubblico romano l'esecuzione di Welcome to Roma mia, un pezzo scritto in collaborazione con il duo Garinei e Giovannini che celebra con ironia e affetto le bellezze e le contraddizioni della Città Eterna per i turisti stranieri.
- I problemi di ordine pubblico causati dal massiccio afflusso di spettatori hanno costretto le forze dell'ordine a bloccare gli ingressi del cinema-teatro Maestoso per motivi di sicurezza, lasciando fuori numerosi possessori di biglietto che hanno dovuto richiedere il rimborso.
- Il calore del pubblico del Maestoso ha travolto letteralmente Renato Rascel con acclamazioni oceaniche, costringendo il popolare comico e cantautore a concedere diversi bis esibendosi anche nei suoi cavalli di battaglia storici come Arrivederci Roma e Romantica.
La cronaca del festival del luglio 1960 offre un prezioso spaccato storico dell'Italia alle soglie del boom economico, evidenziando il profondo legame che ancora univa i grandi artisti dello spettacolo alle manifestazioni di carattere genuinamente popolare e rionale. La nascita di un brano come Welcome to Roma mia rappresenta un tassello fondamentale nella biografia artistica di Renato Rascel, confermando la solidità del suo sodalizio creativo con i commediografi Garinei e Giovannini e la sua capacità di farsi interprete ironico della crescente apertura cosmopolita e turistica della capitale. Al contempo, il pezzo mette in risalto il contrasto tra l'autenticità di queste "sagre musicali" di quartiere e l'artificiosità dei grandi festival nazionali come Sanremo o Napoli, evidenziando come i grandi interpreti dell'epoca – da Rascel alla De Palma – ritrovassero proprio dinanzi a platee popolari e veraci la loro più pura e felice dimensione espressiva.
«Il Musichiere», 7 luglio 1960
Rascel l'antieroe
L'articolo intitolato "Rascel, l'antieroe", firmato da Alfonso Madeo per il Corriere della Sera, traccia un profondo ritratto artistico, psicologico e biografico di Renato Rascel. Il pezzo analizza il contrasto tra la maschera scenica dell'attore — caratterizzata da una rassegnata mitezza, da un candore fanciullesco e da una poetica dello scoramento dell'uomo comune — e la sua reale personalità di uomo tenace, ambizioso e rigoroso con se stesso. Attraverso il racconto degli esordi teatrali nella metà degli anni Trenta, delle censure d'epoca fascista e del trionfo internazionale, emerge la parabola di un innovatore assoluto dello spettacolo italiano, capace di imporre una comicità atipica e intellettuale in un'epoca dominata da espressioni grossolane e di caserma.
- L'esordio rivoluzionario a Genova nel 1935 avviene sul palcoscenico del Politeama dove un giovane, minuto e spaurito Rascel si presenta con un vestito oversize dotato di taschino sulla spalla, conquistando un pubblico abituato a una comicità fascista e vitalistica grazie a una stralunata esibizione basata su filastrocche assurde e non-sense.
- La definizione di una comicità atipica risiede nella totale mancanza di volgarità e nella scelta di un modello di ironia piccolo-borghese dalle radici letterarie, che unisce la grazia zavattiniana di pellicole come Pazzo d'amore alla malinconia gogoliana di capolavori cinematografici quali Il cappotto.
- La dura gavetta giovanile e i mille mestieri vedono Rascel cimentarsi inizialmente come batterista, ballerino di tango, acrobata di circo e dicitore per sbarcare il lunario, lottando contro la povertà e la mancanza di mezzi per imporsi in un mondo teatrale reso difficile dalle pompose coreografie dell'epoca.
- L'audace scommessa con Lilla Brignone nel 1945 segna la svolta della sua carriera teatrale del dopoguerra quando l'attore, privo di un nome affermato ma sorretto da un'incrollabile determinazione, propone alla celebre attrice drammatica di fare da soubrette nella sua nuova rivista Viva fra diavolo, ottenendo un trionfo personale che ne decreta la definitiva vittoria artistica.
- Il rifiuto del ruolo di cantante professionista viene rivendicato con orgoglio dall'attore che, nonostante il successo planetario del brano Arrivederci Roma, sceglie di considerare la musica un semplice hobby per preservare il teatro e il palcoscenico come suo unico e vero mondo d'elezione.
- La ricerca di una costante evoluzione caratterizza il suo percorso artistico ed evita la cristallizzazione in un cliché di successo, spingendolo a presentare continuamente nuove sfide, come il programmato debutto in un nuovo spettacolo satirico di Garinei e Giovannini al fianco di Delia Scala.
L'analisi di Alfonso Madeo del 1964 offre una preziosa chiave di lettura storico-biografica che va oltre la semplice celebrazione della carriera di Renato Rascel. L'articolo evidenzia come l'attore abbia rappresentato il perfetto contraltare all'estetica del regime fascista; laddove la propaganda esaltava il gallismo, la forza fisica e il nazionalismo bellico, Rascel opponeva la figura di un piccolo antieroe intriso di ironia crepuscolare e mite rassegnazione, dando voce ai dubbi e alle fragilità degli italiani durante gli anni cupi della guerra e dei bombardamenti. Il pezzo documenta inoltre la transizione da una comicità d'avanspettacolo a forme d'arte più elevate, attribuendo a Rascel il merito storico di aver introdotto e sperimentato per primo in Italia generi complessi come la commedia musicale — con il celebre Attanasio, cavallo vanesio — e il teatro da camera. La descrizione del suo lussuoso attico panoramico a Monte Mario, arredato come la cabina di una nave di lusso, restituisce infine il ritratto di un uomo che, partito dal nulla e senza istruzione, ha saputo conquistare il successo materiale e il rispetto della critica intellettuale, mantenendo intatta una rigorosa e quasi severa etica del lavoro.
Sulla scena egli si muove in una dimensione di mitezza, di vaga rassegnazione, interpretando nelle sue filastrocche lo scoramento dell'uomo comune - Nella vita invece è tenace, ambizioso e duro anche con se stesso
Alfonso Madeo, «Corriere della Sera», 8 ottobre 1964
Renato Rascel si è sposato
La Gazzetta di Mantova del 4 gennaio 1966 riporta con un dettagliato servizio di cronaca la notizia del matrimonio civile tra il celebre attore Renato Rascel (all'anagrafe Renato Ranucci) e la sua segretaria, la cittadina francese Huguette Cartier, celebrato il giorno precedente a Milano. La cerimonia, svoltasi a Palazzo Marino in un'atmosfera di grande concitazione mediatica e curiosità popolare, rappresenta il coronamento di un sodalizio affettivo e professionale iniziato dieci anni prima. L'articolo descrive minuziosamente lo svolgimento del rito, l'arrivo degli sposi, i dettagli dell'abbigliamento, l'identità dei prestigiosi testimoni e la cronistoria del legame della coppia, inserendo l'evento nel contesto della vita artistica e personale del grande comico italiano.
- La celebrazione del matrimonio con rito civile è avvenuta a mezzogiorno del 3 gennaio 1966 a Milano, officiata dal sindaco Pietro Bucalossi per delega dell'ufficiale di Stato civile di Roma.
- L'arrivo degli sposi e la folla di curiosi hanno caratterizzato l'evento fin dalle prime ore del mattino, con centinaia di persone radunate in piazza San Fedele e decine di fotografi, operatori cinematografici e televisivi pronti ad attendere la coppia, giunta a bordo di una lussuosa Maserati 3500.
- La presenza della famiglia e degli affetti più cari ha visto la partecipazione dei due figli della sposa, Catherine e Pierre, nati da un precedente matrimonio della Cartier.
- I testimoni d'eccezione delle nozze sono stati l'attrice Delia Scala insieme al fidanzato e futuro editore Giorgio Nocella per lo sposo, e l'editore Vito Bianco insieme all'avvocato Claudio Cargiulo per la sposa.
- La descrizione degli abiti degli sposi rivela che Rascel ha indossato un classico vestito grigio a un petto con cravatta fantasia, mentre Huguette Cartier ha scelto un abito a maglia color caffellatte con soprabito bianco di matelassé e cappello di visone marrone.
- Le prospettive sul viaggio di nozze sono state delineate dallo stesso Rascel all'uscita dalla sala consiliare, dichiarando che la luna di miele si adatterà agli impegni della sua compagnia teatrale, prevedendo tappe di lavoro a Venezia e a Sanremo.
Questo articolo del gennaio 1966 assume un rilevante valore storico-biografico in quanto documenta il definitivo capitolo di una lunga e complessa vicenda burocratica e sentimentale per Renato Rascel. Il matrimonio con Huguette Cartier è stato infatti reso possibile solo dopo il precedente annullamento, da parte della Sacra Rota, delle prime nozze dell'attore con la soubrette Tina De Mola. L'evento svela l'intreccio indissolubile tra la dimensione privata e quella lavorativa del comico: la Cartier, conosciuta dieci anni prima al Casinò di Venezia e poi ritrovata a Roma negli studi della Scalera Film, era diventata nel tempo la sua fidata segretaria e stretta collaboratrice. Le nozze si collocano inoltre in un momento di intensa attività professionale per Rascel, all'epoca impegnato a Milano con le repliche dello spettacolo teatrale "Il giorno della tartaruga", a testimonianza di come l'impegno sul palcoscenico abbia costantemente scandito e influenzato ogni momento della sua esistenza.
Ieri a Milano - La nuova signora Ranucci è la sua segretaria, la francese Huguette Cartier
«Gazzetta di Mantova», 4 gennaio 1966
Il celebre settimanale Radiocorriere-TV nell'aprile del 1970 dedica un ampio servizio d'apertura all'inizio delle riprese di un nuovo e attesissimo sceneggiato televisivo prodotto dalla RAI: I racconti di padre Brown. L'articolo di Ernesto Baldo descrive l'avvio dei lavori e le prove negli stanzoni di via Vespasiano a Roma, dove il regista Vittorio Cottafavi e il protagonista Renato Rascel sono impegnati a dare forma e voce al celebre prete-detective nato dalla penna dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. Lo sceneggiato, strutturato in sei episodi autonomi e autoconclusivi, si avvale di un cast di prim'ordine che vede Arnoldo Foà interpretare l'astuto ladro gentiluomo Flambeau, in una complessa operazione culturale volta a far conoscere al grande pubblico italiano la profondità morale e l'ironia della narrativa chestertoniana.
- Il debutto di una nuova maschera televisiva vede Renato Rascel vestire i panni di padre Brown, un sacerdote cattolico in terra protestante caratterizzato da un aspetto volutamente dimesso, un fare goffo e un'apparente ingenuità campagnola, sottolineata da accessori d'epoca meticolosamente ricostruiti come il pesante ombrello dal manico ricurvo, gli occhiali da lettura e l'orologio da taschino con catenella.
- La struttura antologica della serie si articola in sei gialli ricchi di suspense e indipendenti l'uno dall'altro, ambientati negli anni Venti del Novecento (l'epoca del charleston) per sfruttarne la piacevolezza estetica e della moda; l'episodio di debutto, intitolato La croce azzurra, racconterà l'incontro e la sfida intellettuale tra il sacerdote e il ladro gentiluomo Flambeau, destinato a diventare nelle puntate successive il suo principale collaboratore.
- Le complesse esigenze tecniche e di produzione costringono la troupe a lavorare seguendo un ordine non cronologico rispetto alla messa in onda, iniziando le riprese interne a Roma dall'episodio parigino Il duello del dottor Hirsch, mentre per gli esterni sono previste trasferte e ricostruzioni tra la Germania, un isolotto sul Tamigi e le più classiche cornici della campagna inglese.
- La collaudata sinergia tra Rascel e Cottafavi si rinnova dopo i felici e storici esperimenti d'avanguardia teatrale e televisiva legati alla messa in scena di testi complessi come Delirio a due di Ionesco e La paura delle botte di Courteline, confermando l'intesa artistica tra il regista e l'attore romano.
- La concezione pastorale del detective viene difesa dallo stesso Rascel, il quale ci tiene a precisare che padre Brown non agisce come un comune confidente o un collaboratore della polizia, ma come un autentico pastore di anime convinto che gli errori e i delitti vadano puniti e superati esclusivamente attraverso il sincero pentimento e la redenzione morale.
- Il confronto critico con Alec Guinness, celebre interprete cinematografico del personaggio, vede il regista Cottafavi preferire la fisicità minuta e lo stupore fanciullesco di Rascel, giudicati molto più vicini alla reale estrazione popolaresca e contadina descritta da Chesterton rispetto alla recitazione dell'attore inglese, ritenuta fin troppo precisa, accademica e consapevole.
Il servizio del 1970 si completa con un saggio biografico firmato da Vittorio Libera, che ripercorre l'incredibile e feconda parabola umana di Gilbert Keith Chesterton, dalla agiata giovinezza londinese alla folgorante carriera giornalistica e letteraria, fino alla celebre conversione al cattolicesimo romano avvenuta nel 1922. L'analisi evidenzia il valore storico delle avventure di padre Brown, nate tra il 1911 e il 1927 non come semplici intrattenimenti polizieschi, ma come affilatissimi strumenti di polemica culturale e religiosa contro il razionalismo positivista e lo scientismo ateo propugnati da giganti del pensiero laico come Shaw e Wells. L'approdo di questa complessa architettura letteraria sui teleschermi della RAI rappresenta un momento cruciale nella storia della televisione italiana, evidenziando la volontà del monopolio pubblico di utilizzare il genere popolarissimo dello sceneggiato "giallo" come veicolo di alta divulgazione etica. Per Renato Rascel, il ruolo di padre Brown si configurerà come una delle vette assolute della sua maturità artistica sul piccolo schermo; la sua innata capacità di interpretare l'antieroe umile, stralunata e mossa da un candido stupore si sposa perfettamente con l'essenza stessa del personaggio di Chesterton, regalando al pubblico italiano un'interpretazione memorabile in grado di fondere perfettamente la comicità della sottrazione e la profonda spiritualità cattolica.
«Radiocorriere TV», 11 aprile 1970
La lavorazione dello sceneggiato televisivo della RAI dedicato a "I racconti di Padre Brown" entra nella sua fase cruciale con le riprese esterne realizzate in Inghilterra dal regista Vittorio Cottafavi. Il popolarissimo attore Renato Rascel veste la tonaca del celebre sacerdote-detective nato dalla penna di Gilbert Keith Chesterton, affiancato da un monumentale Arnoldo Foà nel ruolo del ladro gentiluomo Flambeau. La produzione, che ha scelto di ambientare le vicende intorno al 1925 per ragioni di sfarzo scenografico, si sposta tra i dintorni di Londra e le suggestive campagne del Kent, sfidando un clima rigido e insolito per l'estate inglese.
- Il calcio come sigla e metafora pastorale vede Renato Rascel impegnato in tonaca su un campo da gioco nei pressi di Londra per girare una combattutissima partita di calcio tra ragazzi della parrocchia, una sequenza destinata a diventare la sigla ufficiale di apertura e chiusura di ciascuna delle sei puntate dello sceneggiato.
- La rigorosa concertazione delle riprese nel Kent ha portato la troupe ad Ashford, all'interno di un'autentica e maestosa villa del Cinquecento circondata da un immenso parco d'epoca, utilizzata come set per ricostruire i misteriosi delitti e i complessi intrecci polizieschi che animano i singoli episodi.
- La figura di Flambeau e la redenzione morale costituiscono il perno drammatico dell'opera, dove il personaggio interpretato da Arnoldo Foà — un tempo audace e cinico criminale ricercato in tutta Europa — viene conquistato dalla carità cristiana e dal perdono di Padre Brown, trasformandosi nel suo più fedele collaboratore.
- L'eccezionale versatilità interpretativa di Rascel viene celebrata dal regista Vittorio Cottafavi, il quale rivendica la scelta del "piccoletto" come l'unica possibile per esprimere la complessa doppia natura di Padre Brown: un uomo in apparenza goffo, innocuo e distratto, ma dotato di un'intelligenza finissima e di una profonda spiritualità.
- Il desiderio di riscatto nei confronti del cinema traspare dalle parole dello stesso Rascel, il quale vive questo memorabile ruolo televisivo come una personale rivincita artistica dopo essere stato parzialmente trascurato o non compreso dai produttori cinematografici negli ultimi anni della sua carriera.
- L'impiego di un'équipe tecnica di assoluto prestigio vede il regista avvalersi dello scenografo Cesarini da Senigallia, del costumista Corrado Colabucci e del direttore delle luci Corrado Bartoloni, professionisti storicamente legati al successo di "Canzonissima" e qui chiamati a confrontarsi con una produzione di alto livello letterario.
La trasferta inglese per la realizzazione de "I racconti di Padre Brown" nell'agosto del 1970 segna un momento di straordinaria importanza nella storia della televisione pubblica italiana, confermando l'ambizione della RAI di fondere il genere popolare del "giallo" poliziesco con la grande letteratura europea. Sul piano biografico e professionale, l'interpretazione di Padre Brown rappresenta per Renato Rascel una vera e propria pietra miliare e il coronamento di una lunghissima carriera. Nonostante un prestigioso passato cinematografico e teatrale, l'attore romano riversa in questo personaggio un entusiasmo eccezionale, affrontando fatiche fisiche notevoli — come le lunghe scene di gioco sul campo da calcio — pur di dare vita a una figura che sente intimamente sua. Il confronto differenziale con la precedente versione cinematografica di Alec Guinness stimola ulteriormente il rigore drammatico di Rascel, offrendo al pubblico un sacerdote profondamente umano, popolaresco e contadino, la cui forza non risiede nell'azione ma nello stupore e nella capacità di comprendere l'animo dei peccatori per guidarli verso il pentimento.
Il regista Cottafavi sta ultimando in Inghilterra le riprese de «I racconti di Padre Brown» con Renato Rascel. Il «piccoletto» vive con entusiasmo lo straordinario personaggio inventato da Chesterton. Pensa di prendersi una rivincita sul cinema.
Giuseppe Bocconetti, «Radiocorriere TV», 29 agosto 1970
L'inizio delle riprese de I racconti di Padre Brown, celebre trasposizione televisiva prodotta dalla RAI nel 1970 sotto la regia di Vittorio Cottafavi, segna un passaggio cruciale per lo spettacolo italiano. Il leggendario attore Renato Rascel assume le vesti del sacerdote-detective creato dalla penna di Gilbert Keith Chesterton, affiancato da un monumentale Arnoldo Foà nel ruolo del ladro gentiluomo Flambeau. L'opera, ambientata per ragioni di sfarzo scenografico intorno al 1925, affronta le riprese esterne nelle suggestive campagne del Kent, dove la produzione si sposta per ricreare la tipica atmosfera inglese dei racconti originali, trasformando l'impegno in una vera e propria sfida artistica e fisica per i suoi protagonisti.
- Il debutto di una nuova maschera televisiva vede Renato Rascel vestire i panni di padre Brown, un sacerdote cattolico caratterizzato da un aspetto volutamente dimesso, un fare goffo e un'apparente ingenuità campagnola, sottolineata da accessori d'epoca meticolosamente ricostruiti come il pesante ombrello dal manico ricurvo, gli occhiali da lettura e l'orologio da taschino con catenella.
- La struttura antologica della serie si articola in sei gialli ricchi di suspense e indipendenti l'uno dall'altro, ambientati negli anni Venti del Novecento per sfruttarne la piacevolezza estetica e della moda; l'episodio di debutto, intitolato La croce azzurra, racconterà l'incontro e la sfida intellettuale tra il sacerdote e il ladro gentiluomo Flambeau, destinato a diventare nelle puntate successive il suo principale collaboratore.
- Le complesse esigenze tecniche e di produzione costringono la troupe a lavorare seguendo un ordine non cronologico rispetto alla messa in onda, iniziando le riprese interne a Roma dall'episodio parigino Il duello del dottor Hirsch, mentre per gli esterni sono previste trasferte e ricostruzioni tra la Germania, un isolotto sul Tamigi e le più classiche cornici della campagna inglese.
- La collaudata sinergia tra Rascel e Cottafavi si rinnova dopo i felici e storici esperimenti d'avanguardia teatrale e televisiva legati alla messa in scena di testi complessi come Delirio a due di Ionesco e La paura delle botte di Courteline, confermando l'intesa artistica tra il regista e l'attore romano.
- La concezione pastorale del detective viene difesa dallo stesso Rascel, il quale ci tiene a precisare che padre Brown non agisce come un comune confidente o un collaboratore della polizia, ma come un autentico pastore di anime convinto che gli errori e i delitti vadano puniti e superati esclusivamente attraverso il sincero pentimento e la redenzione morale.
- Il confronto critico con Alec Guinness, celebre interprete cinematografico del personaggio, vede il regista Cottafavi preferire la fisicità minuta e lo stupore fanciullesco di Rascel, giudicati molto più vicini alla reale estrazione popolaresca e contadina descritta da Chesterton rispetto alla recitazione dell'attore inglese, ritenuta fin troppo precisa, accademica e consapevole.
Questo documento d'archivio del 1970 evidenzia come la trasposizione di I racconti di Padre Brown rappresenti un'ambiziosa operazione culturale della RAI per elevare il "giallo" televisivo a opera letteraria di alto profilo morale e divulgativo. Sul piano biografico, per Renato Rascel l'interpretazione del prete-detective costituisce una vera e propria consacrazione della maturità artistica, in grado di valorizzare la sua inconfondibile maschera dell'antieroe candido, saggio e stralunato. La sua interpretazione, che Cottafavi preferisce per calore e aderenza fisica a quella pur celebre di Alec Guinness, restituisce l'immagine di un attore completo, capace di dominare i tempi comici e di infondere al contempo una straordinaria intensità drammatica e poetica al personaggio, superando la bidimensionalità della parodia per toccare le corde di un'autentica e profonda spiritualità.
«Radiocorriere TV»,3 settembre 1972
La nuova fascia preserale della Rete 2 propone, a partire da domenica 16 novembre 1980, l'attesa serie brillante Nemici per la pelle, diretta da Kicca Mauri Cerrato e scritta dalla collaudata coppia di autori Leo Chiosso e Sergio D'Ottavi. Lo show, composto da una prima serie di sei telefilm della durata di trenta minuti ciascuno, vede come protagonisti assoluti Renato Rascel e sua moglie, la showgirl Giuditta Saltarini. Le vicende ruotano attorno al movimentato e ironico menage quotidiano di due coniugi moderni: lui, pubblicitario fantasioso sempre alla ricerca dello slogan perfetto; lei, stilista e direttrice di un atelier d'alta moda dinamica e determinata.
- La genesi e la struttura del programma si collegano alla felice e precedente esperienza professionale del fortunato ciclo di Buonasera con... Renato Rascel, da cui si è attinto lo stesso affiatato gruppo di lavoro per dare vita a veri e propri telefilm brillanti ambientati in una villetta monofamiliare moderna, ricostruita interamente all'interno degli studi televisivi dallo scenografo Giorgio Aragno.
- Le trovate comiche e i tormentoni arricchiscono le sceneggiature grazie ad arguti effetti sonori ripetuti — come un misterioso e cadenzato fischio che confonde il protagonista tra lo squillo del telefono, il richiamo di un merlo o il campanello d'ingresso — abbinati alla celebre gag pronunciata meccanicamente da Rascel ogni volta che apre la porta: "io non compro libri a rate".
- L'irruzione della suocera tremenda rappresenta uno dei motori comici principali dell'opera, introducendo il personaggio di Glenda (interpretato da una straordinaria Didi Perego), costantemente accompagnato dalla gatta Messalina e impegnato in esilaranti schermaglie verbali con il genero, ribattezzato ironicamente "Renatino, genero assassino".
- Il ricco cast di supporto vede l'alternarsi di popolari caratteristi e volti noti del panorama artistico e della commedia dell'epoca, tra cui Femi Benussi, Enrica Bonaccorti, Giustino Durano, Aldo Bufi Landi, Edoardo Torricella e Aldo Massasso, chiamati a interpretare vicini invadenti, clienti esigenti o visitatori imprevisti capaci di scatenare scenate di gelosia.
- I duetti in stile commedia musicale caratterizzano ogni singolo episodio dello sceneggiato su testi degli autori e musiche originali composte da Detto Mariano e dallo stesso Rascel, affrontando con garbata ironia temi estremamente attuali come la ginnastica, le pillole, i bioritmi o il rincaro dei prezzi nei ristoranti, come nel caso del brano d'esordio Due penne all'arrabbiata.
- La specificità dell'umorismo mediterraneo viene rivendicata dagli autori Leo Chiosso e Sergio D'Ottavi, i quali spiegano che il titolo fa riferimento all'atavica contrapposizione tra uomo e donna, riletta non secondo i canoni algidi dei telefilm anglosassoni, ma attraverso lo specchio e la sensibilità tipici delle reazioni e della passionalità del mondo mediterraneo.
Questo servizio del novembre 1980 documenta una tappa fondamentale per la televisione italiana di fine anni Settanta e inizio anni Ottanta, segnando il consolidamento di un filone seriale capace di unire il formato del telefilm internazionale alle radici del teatro leggero e della commedia musicale italiana. Sul piano biografico, Nemici per la pelle rappresenta uno degli ultimi e più significativi impegni televisivi di Renato Rascel, qui affiancato nella vita e sulla scena dalla moglie Giuditta Saltarini in un perfetto equilibrio artistico che rielabora con fine ironia il proprio reale legame coniugale. La presenza di un'équipe tecnica e di scrittura di altissimo livello — dalle coreografie di Vivienne Stapleton Bocca alle musiche di Detto Mariano — testimonia la volontà della RAI di offrire uno spettacolo leggero ma strutturato con estremo rigore professionale, in cui la comicità surreale, la satira dei costumi moderni e la grande tradizione musicale di Rascel trovano una felice e matura sintesi espressiva destinata a rimanere nella memoria storica del piccolo schermo.
Metti in sei telefilm una moglie creatrice di moda e un marito pubblicitario con la mania degli slogan
Carlo Bressan, «Radiocorriere TV», 22 novembre 1980

Il 3 gennaio 1991 è il giorno della scomparsa di Renato Rascel a 78 anni, una delle figure più eclettiche, popolari e geniali dello spettacolo italiano del Novecento. Attraverso le testimonianze affettuose di colleghi, amici e le penne illustri viene tracciata la parabola umana e professionale di un artista che, partendo dal circo e dal varietà, ha rivoluzionato il teatro leggero, la commedia musicale, la canzone d'autore e il grande cinema drammatico. Ne emerge l'immagine di un uomo dal carattere complesso, rigoroso e a tratti duro nel lavoro, ma perennemente guidato dal timore di essere dimenticato e dalla necessità di difendere la propria dignità di "piccolo grande clown".
- La consacrazione e la paura di essere dimenticato rappresentano il filo conduttore dell'esistenza di Rascel, un artista che, nonostante i trionfi mondiali e l'affetto oceanico del pubblico, ha vissuto gli ultimi anni della sua vita con il timore che il mondo dello spettacolo e il cinema si dimenticassero della sua straordinaria versatilità e delle sue doti drammatiche.
- Le origini nel circo e la gavetta della rivista ne hanno strutturato la ferrea disciplina professionale; nato in una famiglia d'arte, Rascel inizia la propria formazione come batterista, acrobata, ballerino e dicitore, sviluppando una fisicità minuta e una mimica che diventeranno i cardini di una comicità atipica, poetica e profondamente innovativa per l'epoca.
- Il trionfo della commedia musicale si consolida grazie allo straordinario sodalizio artistico con il duo Garinei e Giovannini, una collaborazione leggendaria che regala al teatro italiano capolavori assoluti come Attanasio, cavallo vanesio, Alvaro piuttosto corsaro, Tobia candida spia e Un paio d'ali, rivoluzionando la struttura del teatro leggero nazionale.
- La rivincita artistica nei panni del "corazziere" e la celebre parodia di Napoleone testimoniano la forza della sua satira di costume, capace di scardinare la retorica del militarismo e di contrapporre alla pomposità dei potenti la mitezza, il candore e la rassegnata ironia dell'uomo comune e dell'antieroe.
- La transizione dal comico al drammatico trova il suo vertice assoluto nell'interpretazione del modesto impiegato Carmine nella pellicola Il cappotto di Alberto Lattuada, un capolavoro cinematografico che rivela al pubblico e alla critica internazionale la sua eccezionale statura di attore completo, spesso accostato a Charlie Chaplin.
- Il legame indissolubile con la musica viene celebrato attraverso il successo planetario di brani immortali come Arrivederci Roma e Romantica, melodie nate dal suo innato talento compositivo e capaci di tradurre in note la malinconia e il sentimento della sua amata capitale.
- L'addio commosso di amici e colleghi restituisce il ritratto privato di un uomo intelligente, colto e generoso; la moglie Giuditta Saltarini ne ricorda la lucida dignità e la passione fino agli ultimi istanti, mentre Gigi Proietti ed Enrica Bonaccorti celebrano il carisma di un maestro indimenticabile dello spettacolo italiano.
La scomparsa di Renato Rascel nel gennaio 1991 segna storicamente la fine di un'era per l'intrattenimento leggero e la commedia musicale in Italia, evidenziando come l'attore sia stato un innovatore assoluto capace di nobilitare l'avanspettacolo e di traghettarlo verso forme espressive colte, letterarie e di respiro internazionale. La transizione della sua maschera — dal candido "Renatino" al drammatico protagonista di Gogol, fino al celebre e popolarissimo Padre Brown televisivo — documenta la straordinaria versatilità di un interprete che ha saputo fondere l'umorismo e il sentimento. Le testimonianze dei colleghi e l'analisi critica di Biagi e Nascimbeni restituiscono alle nuove generazioni non solo il profilo di un capocomico severo e meticoloso, ma anche il valore storico di una comicità pura, priva di facili volgarità, in cui lo stupore e il non-sense si sono fatti veicolo di una profonda e universale poesia dell'animo umano.
m.i., Giorgio Polacco, «Il Piccolo», 4 gennaio 1991

ROMA — Renato Rascel è morto l’altro ieri sera alle 22 per arresto cardiaco nella clinica Alexia dove era ricoverato da otto mesi. Accanto all’attore, erano la moglie Giuditta Saltarini e il figlio Cesare di 17 anni. Rascel, che si chiamava Renato Ranucci ed era nato a Torino il 28 aprile 1912, è stato una delle più eclettiche e popolari figure dello spettacolo nell’arco di mezzo secolo. Memorabili le riviste e le canzoni. I funerali domani alle 11 nella chiesa degli artisti in Piazza del Popolo.
Tullio Kezic, «Corriere della Sera», 4 gennaio 1991
Gli inizi nell’anteguerra, dal circo ai primi varietà - I grandi musical con Garinei e Giovannini a partire da «Attanasio» Le mogli soubrettes, Tina De Mola e la Saltarini - «Arrivederci Roma» e «Romantica» - Il difficile rapporto col cinema
Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 4 gennaio 1991
Renato Rascel, 78 anni, è morto l'altra notte nella clinica Villa Alexia dopo otto mesi di malattia, un'arteriosclerosi irreversibile. Aveva accanto la moglie Giuditta Saltarini e il figlio Cesare. Nato a Torino il 27 aprile 1912, dietro le quinte di un teatro, Renato Ranucci debuttò giovanissimo prendendo il cognome dalla marca di un profumo. Da batterista e ballerino di tip tap ad attore comico, negli Anni 30 cominciò ad esprimere un nuovo umorismo surreale, ma fu anche autore di canzoni indimenticabili, come «Romantica» e «Arrivederci Roma». Con Garinei e Giovannini legò il suo nome a commedie musicali come Attanasio cavallo vanesio, Un paio d'ali, Alleluja brava gente. Messaggi sono stati inviati dal Capo dello Stato, dai presidenti di Camera e Senato.
Nella notte tra mercoledì e giovedì, a settantotto anni di età, è morto Renato Rascel, nella clinica Villa Alexia dove era ricoverato da otto mesi a causa dei disturbi provocati da una arteriosclerosi gravissima. Ad assisterlo la moglie Giuditta Saltarini e l'unico figlio Cesare, di diciassette anni. Il suo vero nome era Renato Ranucci, figlio d'arte, nato a Torino il 27 aprile del 1912 durante una tournée dei suoi poveri e romanissimi genitori. Tutti però lo conoscevano come Rascel. Attore comico, drammatico, musicista e ballerino Rascel fu una delle personalità più complete del nostro spettacolo. I funerali si svolgeranno domani mattina, alle 11, nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo. Messaggi di cordoglio alla vedova sono stati inviati dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dai presidenti del Senato Spadolini e della Camera lotti
Mirella Appiotti, Simonetta Robyoni, Masolino D'Amico, «La Stampa», 4 gennaio 1991
«L'Unità», 4 gennaio 1991, pagina 1
«L'Unità», 4 gennaio 1991, pagina 10
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- Cesare Zavattini, «Tempo», 11 aprile 1940
- «La Gazzetta di Parma», 6 giugno 1943
- Angelo Frattini, «Film», anno X, n.50, 13 dicembre 1947
- Ugo Zatterin, «Oggi», 18 gennaio 1951
- Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XIII, n.52, 29 dicembre 1951
- «Il Giornale d'Italia», 18 ottobre 1952
- Raoul Radice, «L'Europeo», anno VIII, n.53, 25 dicembre 1952
- «Epoca», 1953
- «Tempo», 1953
- G. D'Eramo, «Epoca», 1954
- «Noi donne», anno IX, n.16, 18 aprile 1954
- «Tempo», anno XVII, n.1, 6 gennaio 1955
- «La Gazzetta di Mantova», 3 marzo 1955
- «La Stampa», 17 maggio 1955
- Egle Monti, «Tempo», anno XVII, n.48, 1 dicembre 1955
- Raoul Radice, «L'Europeo», anno VIII, n.53, 25 dicembre 1952
- Enrico Roda, «Tempo», 1956
- «Le Ore», anno V, n.222, 10 agosto 1957
- «Epoca», 1958
- «Noi donne», 1958
- Giuseppe Tabasso, «Sorrisi e Canzoni TV», anno VIII, n.13, 29 marzo 1959
- Alfonso Madeo, «Corriere della Sera», 8 ottobre 1964
- «Gazzetta di Mantova», 4 gennaio 1966
- «Radiocorriere TV», 11 aprile 1970
- Giuseppe Bocconetti, «Radiocorriere TV», 29 agosto 1970
- «Radiocorriere TV»,3 settembre 1972
- Carlo Bressan, «Radiocorriere TV», 22 novembre 1980
- Enzo Biagi, Maurizio Porro, Tullio Kezic, «Corriere della Sera», 4 gennaio 1991
- Simonetta Robiony, Masolino D'Amico, Mirella Appiotti, «La Stampa», 4 gennaio 1991
- «Il Piccolo di Trieste», 4 gennaio 1991
- «L'Unità», 4 gennaio 1991
- «L'Unità», 6 gennaio 1991




















