Parliamo di Rivista

Storia, crisi e rinascita della rivista italiana di testo

Parliamo di rivista


Memoria storica e polemica lucida: l'articolo di Guido Di Napoli ricostruisce l’evoluzione della rivista italiana, dalle origini satiriche alle derive spettacolari, fino al ritorno alla “rivista di testo”, mentre Enrico Rocca chiarisce cosa la rende autentica: un’idea centrale, un autore vero, fantasia, eleganza e quell’umorismo italiano che deve circolare in tutto lo spettacolo.


Un po’ di storia... un po’ di statistica... un po’ di considerazioni... Ricordo che cominciavo appena a occuparmi di teatro quando chiesi a Calandrino:

— Perchè, col tuo ingegno e il tuo spirito, non scrivi commedie?
— Perchè — mi rispose Calandrino — è assai più difficile scrivere riviste. Tanto è vero che i commediografi sono tanti e gli autori di riviste siamo pochi.

Non so se Calandrino avesse, ragione. So, però, che in quei tempi il modello della rivista italiana era la Turlupineide, di Renato Simoni e il modello felicissimo, che non fu mai superato, ispirava il temperamento satirico ed umoristico di brillanti scrittori. Forzano scrisse Monopoleone, C’era una volta un lupo ed altro. Per la «Taverna Rossa» o pel a San Martino», a Milano, scrivevano Forzano, Colantuoni, Zangarini, Zambaldi, Fraccaroli, Pio De Flaviis, Fruttini, Nivellini, Tegani, Rocca, Veneziani, Bianchi, Sartori, Brusa. A Roma una stabile. all'«Umberto», rappresentava le riviste di Giovanni Corvetto e, poi, di Cilbertini. A Napoli prima le riviste — una all’anno — di Rocco Galdieri (Rambaldo) da L’omino che vola in poi, successivamente le mie (4 e 4... 8, con De Angelis, Calendario, Livio Film, Paese ’e Masto Rafele) costituivano avvenimenti cittadini. A Torino nacque dal ragioniere Testa e dal pittore Manca la compagnia Testa-Manca, con lo scenario caricaturale di Manca e partì in giro per l'Italia col Giornale di oggi di Manca e Ripp, Ripassi domani, ecc., seguita, qualche anno dopo dalla compagnia di. Emma Sanfiorenzo (la subretta dalle storiche gambe) con le riviste di Calandrino. Da Milano partiva la compagnia di Carlo Rota con le riviste di Serretta, di Frollini, con Manicomio di Ramo e, infine, con Barbapedana di Veneziani e Mazzucato. Con questa si chiuse il ciclo delle riviste italiane di satira politica cominciato con Turlupineide.

Seguì la rivista «di fantasia» tipo Ripp e Bel Ami. E, mentre le compagnie torinesi si orientavano verso la «féerie», col rigoroso «filo conduttore», Mazzucato ed io ci ribellavamo al filo conduttore e, per diverse vie, tentavamo la rivista a quadri legati, o meno, da un tenuo concetto informatore. Mazzucato con la sua compagnia di «sketches» (come allora si chiamavano le scenette) e il Pupo Giallo, io con il Teatro della Girandola e 24 ore di carica.

Sono preso da strazianti rimorsi se penso «di quanto mal fu madre» questa innovazione. Nè posso fare a meno di attaccarmi alla moderna immagine del cavallo di Troia, per affermare che quell'innervazione costituì il predetto cavallo, attraverso il quale il varietà si riversò nella rivista. I miei rimorsi diventano addirittura implacabili se ricordo che al «Trianon» di Milano iniziai, nel 1928, un nuovo genere di spettacolo dell’U.N.A.T., la Federazione nazionale fascista che (in tempi in cui nè «coda di gallo» nè «arlecchino» erano conosciuti) fu indicato col nome di «cocktail». Esso costituiva una trasformazione del varietà e qualcosa di simile fecero!) Calandrino a Torino, poi la «Zabum» a Milano. L'ordine gerarchico del vecchio varietà veniva sconvolto, s’introducevano le coreografie e le scenette di prosa comica; questo varietà rinnovato andava incontro alla «rivista a quadri», accorciando le distanze fra varietà e rivista.

Cominciò, intanto, il feticismo per le riviste parigine. Non quelle satiriche e intelligenti, scritte pei parigini, ma quelle sfarzose e nudista, inscenate pei cafoni internazionali. Gl’impresari di teatri e capocomici italiani cominciarono i loro viaggi a Parigi e (qualcuno infranciosandosi anche nel nome) diventavano autori, rubando coreografie e «sketches» alle «Folies Bergères», al «Palace», al «Casino». Si sminuì l’importanza del testo; gli scrittori cominciarono ad allontanarsi dalla rivista, oppure dovettero adattarsi a vedere, tra un quadro e l’altro, sbucar fuori a vanvera una coppia di ballo, una cantante, un numero di attrazione. Poi calarono in Italia i fratelli Schivarz a imbonire con fasto e femmine. La musica a «jazz» fece il resto. La rivista italiana precipitò. Se si eccettuano le poche riviste date da compagnie di prosa («Zabum»; «Falconi e Biancoli») quello che della rivista italiana, della rivista di testo, era salvabile, si rifugiò nel cinema-teatro e lì la rivista fu lieta e commossa di trovare festose accoglienze. Verso il 1930, 1931, si rappresentavano, in quei modesti palcoscenici, con complessi quantitativamente ridotti, ma qualitativamente, selezionati, le riviste «di testo» che avevano dovuto abbandonare le maggiori scene. Si ricordano ancora, dai fedeli clienti del genere rivista, la Poker d’assi, con De Rege, Massucci. Mariani, Fanfulla, la Gennari, la Dossena; le Due maschere con Sinaz, Siletti, Riva, Pantano; altra con Macario, Rota e Cristina Almirante; alcune, compagnie di Mazzucato e di Manca. Michele Galdieri (figlio ed erede spirituale di Rocco) dava: Tutto dipende da quello. Fra il 1930 e il 1933 tutte le grandi compagnie (Riccioli, Testa, Marasca, Bluette-Navarrini, ecc.) passarono dal teatro al cinema. Ilo detto: tutte. In questi anni la rivista d’avanspettacolo aveva toccato il punto più alto di una parabola. Poi discese. Ruzzolò. Anche qui gli scrittori dovettero lasciare il campo perchè la golosità del diritto d'autore fece di ogni capocomico — spesso analfabeta — un autore. Così: plagi maccheronici e sconclusionati; sconcezze; idiozie. Nel 1934 veniva creata la U.N.A.T. per la violenta intelligenza realizzatrice di Remigio Paone, e, per la prima volta, per mezzo degli industriali dello spettacolo (direttore De Pirro, vice-direttore Monaco) cominciava l'opera di controllo e di rigenerazione dell'avanspettacolo; opera lenta e durissima; così profondo, ormai, si era radicato il male dell'inquinamento del repertorio da parte dei capocomici. Solo a Giuseppe Blais, attuale presidente dell'U.N.A.T., doveva toccare la soddisfazione di vedere iniziata, e ormai in via di attuazione, quell'epurazione dell'avanspettacolo cui egli si era, negli ultimi anni, con ogni energia dedicato. Oggi nell'avanspettacolo va tornando la rivista italiana, la rivista di testo e, se ad essa cominciano a dedicarsi nuovamente gli scrittori, tocca questo merito a tutti gli Enti direttamente o indirettamente interessati: la Federazione nazionale fascista degli industriali dello spettacolo, il Sindacato autori e scrittori, l'U.N.A.T., la S.E.S.I.M., e la Società degli autori, oggi Ente per il diritto di. autori. Quest'ultima, con tutta una minuziosa e scrupolosa disciplina di norme per l'identificazione dei copioni, per la fedeltà della rappresentazione al testo, per la regolamentazione delle musiche inedite, ccc., sta mettendo l'ordine dove prima era. il caos e l'impresa, iniziata ex novo da pochissimi anni, è stata, ed è tuttora, più che mai ardua. Oggi l'avanspettacolo (son dati che rilevo dalle statistiche dell'U.N.A.T.) dà alle compagnie cifre d'incasso che superano quelle di tutti gli spettacoli «teatrali» (prosa, operetta, rivista e varietà) messi assieme. Nell'anno teatrale 1933-1939: L. 21.928.655; nel 1939-1940: L. 22.171.264; nel 1940-1941: L. 25.088.992. Si pensi che in questo anno la prosa ha dato alle compagnie un incasso di L. 13.570.582,45 e gli spettacoli teatrali di rivista, operetta e varietà di L. 10.831.337,25. Di fronte, quindi, agli altri quattro settori presi insieme (24.401.919,70), l'avanspettacolo ha dato un incasso di più di mezzo milione in più (687.072,30), senza contare le recite effettuate presso le Forze Armate.

La rivista teatrale, invece, risorta da pochi anni, mentre cioè l'avanspettacolo decadeva, tende, con la rinascita dell'avanspettacolo, a declinare nuovamente, dopo aver raggiunto cifre di incasso altissime nel 1939-40. Nel 1937-38, infatti, il settore della rivista dette alle compagnie un incasso di L. 3.648.773; nel 1938-39: L. 5.166.139; nel 1939-40: lire 9.813.727,35. Nel 1940-41, invece, l'incasso è sceso a L. 7.774.825,95, e l'andamento attuale delle stagioni, nell'anno in corso, accentua questa discesa.

La ragione? Una, per me: il capocomico-autore o quello che impone all'autore la taglia di larghi «rientri» di diritti. Vi sono, sì, poche riviste d'autore, di autentico scrittore, riviste di «testo», e sono esempi tanto più lodevoli in quanto assai rari. Ma vi son compagnie importantissime nelle quali il capocomico compra scenette a spizzico, le manipola e ricucina in famiglia o allestisce uno spettacolo intorno a sette pagine, di barzellette e due scenette. La rivista «italiana», materiata di arguzia, di grazia, di buon gusto umoristico e letterario, è lontana. Si riavvicinerà quando le. associazioni professionali degli industriali e degli scrittori e l'Ente pel diritto di autore riusciranno a creare condizioni adatte a favorire il ritorno degli scrittori e. ad ottenere l'eliminazione del capocomico da un campo che non è suo; quando, per esempio l'E.D.l.A. arriverà alla selezione degl'iscritti e alla revisione degl'iscrivendi, col disporre, come ha già attuato per la Sezione musica, un esame per chi, senza titoli sufficienti, pretenda esser socio o mandante.

Quanti capocomici, oggi autori, sarebbero riprovati agli, esami? Solo da queste bocciature potrebbe venire del bene alla rivista, riconducendola alla tradizione italiana di componimento satirico (non occorre, oggi che la politica è una cosa seria, mettere in scena i personaggi politici: c'è tanta satira da fare sugli avvenimenti, le mode, l'arte, i tipi del giorno) o di componimento di fantasia: la fantasia più libera, più sbrigliata (una volta non mancavano nemmeno pennellate sentimentali o drammatiche); fantasia: dote, cioè, di scrittori, di artisti, non di mestieranti.

All'altra forma di spettacolo (coreografia, canzonelle al microfono o meno, barzellette, ecc., con un po' di prosa che leghi il tutto o con l'incastro di. qualche farsetto) che oggi usurpa il nome di rivista, bisognerà ridare il suo nome, che è quello di «spettacolo di varietà» (cosi come, del resto, in avanspettacolo già la Federazione degl’industriali e la Società degli autori hanno distinto la «rivista» dal «varietà sceneggiato»).

Le Gerarchie competenti provvederanno, certo, a dare impulso alla rivista e ad onorarne le italianissime tradizioni, col favorirne la ripresa e lo sviluppo. Nel teatro e nel cinema-teatro.

Guido Di Napoli

Parliamo di Rivista: saggio storico e critico

Nel fascicolo scorso abbiamo pubblicato un accorto ed interessante articolo di Guido di Napoli, intitolato «Parliamo della Rivista». Poiché questo genere di spettacolo, rarissimamente dignitoso, dà alle Compagnie cifre di incasso che superano quelle di tutti gli spettacoli teatrali, è giusto che ad esso si rivolga l’attenzione degli esperti e dei critici per vedere di migliorarlo, non con altre gambe di belle donne e conseguenti altrettanti umbelichi, ma con un po’ di ossigeno, cioè di intelligenza. Enrico Rocca, uno dei nostri critici drammatici tra i più sensibili, dice che:

Fare una rivista è difficile ed occorre...

Una fiumana di gente all’ingresso, ressa al botteghino, nugoli di fumo in sala e nei corridoi: ecco i sintomi visibili del fatto che in teatro si dà una rivista. Un concorso almeno approssimativo di pubblico sarebbe la salvezza del teatro di prosa. Ma tant'è: la rivista, e le statistiche lo provano in modo schiacciante, trionfa.

Senonchè ecco che, nella stessa proporzione della domanda, l'offerta peggiora. Si vedono in giro riviste sempre più scalcinate, spettacoli che si fanno pagare (e che la gente s'adatta a pagare) un occhio della testa, i quali valgono alle volte molto meno di un qualunque avanspettacolo che è un insieme di numeri di varietà e che modestamente si dà per tale.

Ora, sia detto una volta per sempre, una rivista non può esser soltanto un insieme di attrazioni cabarettistiche: che sarebbe quanto dire coppie di danzatori, canterini e canterine, parodisti, contorsionisti e magari acrobati e prestigiatori. E nemmeno basta, per fare una rivista, che tra numero e numero un presentatore si affanni, bene o male, a far da col-legamento parlato.

Pure da qualche tempo in qua organizzatori di pochi scrupoli, profittando dell'orbello ( nomignolo che gli attori, non di rado a ragione, affibbino al pubblico pecorone) scodellano, con largo impiego di pubblicità, spettacoli che tutto sono fuorché, come si dicono, riviste.

E' quindi tempo che il critico teatrale — il quale a giusto titolo si occupa anche di questo genere anfibio che al teatro di prosa attinge attori spesso di prim'ordine — dica la sua in merito ai caratteri che distinguono la rivista genuina (quella per cui il pubblico, pagando, accorre a teatro) da quella surrogatizia anche perchè in questo campo nulla vieta l'uso dei generi di prima mano, autarchici, come vedremo, al cento per cento.

Per cominciare diremo che la rivista — spettacolo quanto si voglia fluido e caleidoscopico — ha bisogno più di quel che non sembri di un punto in cui consistere. Sono riviste effettive e gradevoli quelle che, senza rigore pedantesco, partono da un argomento centrale per irradiarsi lungo la libera traiettoria delle sue variazioni. La rivista ha da essere un viaggio intorno a un tema, viaggio fantasioso e capriccioso quanto si voglia, sbandato, se vi pure, estemporaneo, bizzarro, inaspettato, ma sempre viaggio con un punto di partenza e un punto d'arrivo; itinerario colorito con un capo e una coda ; circolo, possibilmente non vizioso, che si apre giocondamente e giocondamente si chiude.

Questo domanda un ordine e quindi un ordinatore, un autore ricco di capacità associativa e d'inesauribile vena comico-parodistica. Perchè ecco che qui veniamo a un altro punto: la rivista, per stare in piedi, non ha soltanto bisogno di molte belle gambe. Queste gambe belle e le loro vezzose proprietarie domandano, per valorizzarsi, un minimo di eleganza, di buon gusto e di fantasia. La bellezza femminile non è che un elemento nel quadro che la coreografia deve comporre sulla base di una trovata e dell'inventiva spicciola e poliedrica di chi deve tradurla in effettiva visione.

Nè bastano ancora l'eleganza e la fantasia compositrice e cromatica. Le più belle donne del mondo, i più suggestivi costumi, i quadri più mirabolanti ingenerano alla lunga monotonia se nella ricetta d'insieme manca l'indispensabile sale. Come capita con l'uovo, una rivista senza sale non fa nè bene nè mule, resta insipida per abilmente e dispendiosamente che sia congegnata.

Il sale è l'umorismo, è la facezia, è l'arguzia, ingredienti tipicamente italiani, ritrovabili in diversa e sempre vaporosa tipologia da Catania a Napoli, da Roma a Firenze, da Bologna a Milano, da Genova a Venezia. Nè vale che detto umorismo — nella sue gradazioni varie di freddura, bella, pantomima, parodia, satira eccetera — si accentri, senza relazione col resto, su di un numero o sull'altro. No. Esso deve circolare per le vene e per le arterie di tutto lo spettacolo vivificandolo sottilmente quasi per fenomeno di capillarità.

E poi — il che non ci allontana nemmeno dall'umorismo che fa così spesso pernio sull'inaspettato — si deve poter vedere all'opera l'elemento sorpresa, energetico improvviso dell'imprescindibile carattere di varietà continua che ogni rivista rispettabile deve poter (lire proprio.

Una rivista, quindi, non si può raffazzonare. Essa è opera difficile di composizione che richiede ogni volta l'attività creativa centrale di uno specialista del genere con larga e intima collaborazione di bozzettisti, coreografi, musicisti e canzonettieri a tacer del tutto di un elemento principe: e cioè quello degli interpreti, del corpo di ballo e di un'orchestra adeguatamente attrezzata.

Troppa roba? Sarà. Ma il pubblico paga e il critico ha da essere l'onesto avvocato difensore di questo contribuente volontario, di questo consumatore che ha diritto di trovare quello che s'aspetta e per cui ha sborsato fior di quattrini. E i quattrini non basta incassarli: occorre meritarseli. E per meritarseli bisogna faticare.

Certo: malgrado ogni sforzo di preparazione può capitare che la ciambella non riesca col buco. Ma allora l'impegno lo si individua lo stesso e dove sono mancate le forze viene spontaneo di rilevare la buona volontà. Ma vi sono casi in cui l'improvvisazione, la faciloneria e lo scarso rispetto delle giuste esigenze del pubblico sono evidenti. E allora non capisco davvero perchè si dovrebbero riservare gli strali della severità critica per il teatro (li prosa che persegue mire alle volte del tutto disinteressate ed usar eccessiva indulgenza per spettacoli di natura alquanto più commerciale.

Ciò non impedirà certo di dare a ognuno il suo e di portare ai sette cieli la rivista ben congegnata e meglio riuscita, persuasi come siamo che la letizia favorisca e non intralci il buon lavoro e che anche le cose lievi, scintillanti ed argute possano esser fonte di spicciola felicità.

Enrico Rocca

N. d. R. - Chi, occupandosi di rivista o recitando riviste, ha qualche cosa da dire in proposito, è il momento: Il «Dramma» è a disposizione degli intelligenti.

Guido Di Napoli, Enrico Rocca, «Il Dramma», anno XVII, n.367, 1 dicembre 1941 e n.368, 15 dicembre 1941


«Il Dramma», anno XVII, n.367, 1 dicembre 1941 e n.368, 15 dicembre 1941
Guido Di Napoli, Enrico Rocca, «Il Dramma», anno XVII, n.367, 1 dicembre 1941 e n.368, 15 dicembre 1941

Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: «Il Dramma», anno XVII, n.367, 1 dicembre 1941 e n.368, 15 dicembre 1941
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

🎭 Conclusioni

In queste pagine «Il Dramma» fotografa un punto delicato della rivista italiana: da un lato la sua forza popolare, capace di riempire le sale più della prosa e dell’operetta, dall’altro il rischio di ridursi a varietà mascherato, fatto di numeri cuciti a caso e pubblicità urlata. Guido Di Napoli ripercorre la genealogia del genere, dalla satira politica della Turlupineide alle trasformazioni del “cocktail” e delle feerie, denunciando il momento in cui il testo perde centralità e la rivista importa modelli parigini più vistosi che intelligenti. Enrico Rocca mette il sigillo critico: una rivista vera nasce da un tema, da un itinerario con capo e coda, da un autore capace di arguzia, sorpresa e buon gusto, perché il pubblico può anche essere indulgente, ma i quattrini — dice lui — non basta incassarli, bisogna meritarseli.