La Rivista muore per non offendere nessuno
Crisi e tramonto della rivista italiana del dopoguerra
Nell’analisi firmata da Raul Radice su «L'Europeo» nel 1948, la crisi della rivista italiana del dopoguerra emerge attraverso il caso di Erminio Macario e dello spettacolo «Oklabama», tra censura implicita, satira attenuata, conformismo politico e declino del teatro leggero nel Nord Italia.
Le belle ragazze non la salvano.
Le riviste di questo autunno non hanno fino ad ora incontrato fortuna. Si sa quel che è accaduto al teatro Lirico di Milano alla prima di «Oklabama», allestita da Erminio Macario. Il pubblico aveva manifestato la propria scontentezza in modi diversi, tra l'altro indirizzando un caldo applauso a Wanda Osiris che si trovava tra gli spettatori. Poi la gente, prima che lo spettacolo fosse finito, incominciò ad andarsene; e Macario, dalla ribalta, invitava a rimanere. Deve essere stato un momento amaro per lui, abituato al successo. E l’idea che «Oklabama» potesse arenarsi dopo le prime repliche deve avergli procurato il brivido. Si diceva che l’allestimento dello spettacolo era costato ventisei milioni, un capitale che può essere recuperato soltanto se la rivista resiste all'incirca un anno. In quelle condizioni un insuccesso diventava un disastro. Dopo, Macario è corso ai ripari: furono fatti dei tagli, molte grossolanità di linguaggio, troppo facili o troppo scurrili, vennero eliminate. Sui muri apparve un manifesto nel quale si diceva che la nave «Oklabama», riparate le avarie del viaggio inaugurale, aveva ripreso a navigare in mare aperto.
È vero che Milano, in fatto di riviste, ha i suoi partiti, numerosi e spesso più intransigenti dei partiti politici. Gli applausi non sono sempre disinteressati e non sempre i dissensi nascono da una valutazione serena. C’è gente che alle prime rappresentazioni si dedica con spirito settario a ingrandire gli incidenti, approfitta del nervosismo degli attori e della duttilità del pubblico. Ne sa qualcosa Nino Taranto, che l’anno scorso fece questa esperienza a proprie spese.
Elena Giusti
Con tutto ciò, la prima di «Oklabama» deve essere stata un campanello di allarme non soltanto per Macario. È lecito il dubbio che un certo genere di riviste volga rapidamente al tramonto, che anche spettatori desiderosi di distrarsi siano stanchi dei luoghi comuni, dei quadri esotici, delle scenette imbastite senza pretesto e di una coreografia divenuta fine a se stessa; stanchi perfino delle sfilate di tante belle ragazze che si assomigliano tutte.
Dopo il 1945, passati i primi mesi in cui la rivista sembrò rinfrescata da uno spirito più libero, si è assistito a una rapida involuzione, quasi al proposito di non dar fastidio a nessuno e rendere lo spettacolo il più possibile scipito. Le sinistre divennero tabù, la satira si fece blanda, il pubblico si annoiava anche perché sapeva che da una certa parte non si sarebbe reagito. Così si scivolò su un terreno formale, privo di autentica tensione.
Si puntò allora su costumi lussuosi, scenari complicati e belle ragazze, confidando che lo spettacolo bastasse a sé stesso. Ma anche lo spettacolo ha un limite. Se venti ragazze splendenti o dieci quadri non bastano più, il problema non si risolve aumentando l’esercito delle ragazze o il numero dei quadri. Si è fatto il vuoto.
C’è un esempio significativo: la compagnia di «Sette giorni a Milano» recita con successo attingendo periodicamente materia alla cronaca cittadina. E ci sono le compagnie del Sud, come fu l’ultima di Totò: un attore che tiene conto dello spettacolo ma non rinuncia al carattere di Pulcinella né allo spirito di Pasquino.
Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.43, 24 ottobre 1948
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| Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.43, 24 ottobre 1948 |
Fonte originale: Raul Radice, «L'Europeo», anno IV, n.43, 24 ottobre 1948
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🎭 Conclusioni
Nel 1948 Erminio Macario diventa, suo malgrado, il simbolo della crisi della rivista italiana del dopoguerra. L’episodio di «Oklabama» raccontato su «L'Europeo» fotografa un momento storico in cui la satira politica attenuata, il conformismo culturale e la paura di urtare sensibilità trasformano il teatro leggero in uno spettacolo privo di mordente. La riflessione di Raul Radice mette in luce il tramonto di un genere che, rinunciando alla critica sociale e allo spirito corrosivo, tenta di sopravvivere con scenografie lussuose, coreografie spettacolari e sfilate di soubrette. Ma il pubblico del secondo dopoguerra, tra Milano e il Sud, chiede autenticità: lo dimostrano le compagnie legate alla cronaca cittadina e l’esempio di Totò, che non rinuncia mai alla maschera di Pulcinella né alla tradizione satirica di Pasquino.
