Macario è piaciuto ai parigini più per la moglie che per la rivista

Nozze a Parigi e debutto all’Etoile

E piaciuto ai parigini


Tra nozze all’Ambasciata italiana e debutto al teatro Etoile, Macario vive a Parigi una settimana da commedia: il ricciolo ribelle, la compagnia in trasferta e la prova del francese. Il pubblico lo acclama, i critici sono più severi con la rivista, ma il successo personale è netto.


Macario a nozze nella capitale francese. La vigilia dell'Epifania alla sede dell'Ambasciata italiana di Parigi il comico cinquantenne ha sposato Giulia Dardanelli, di ventanni più giovane di lui.

Parigi, gennaio

La vigilia dell’Epifania, puntualmente alle dieci di mattina come gli era stato ordinato, l’autista bussò all’uscio della stanza numero 12 dell'Hotel Baudin: «Signor Macario, i fiori sono arrivati — annunciò — e l’auto l’aspetta alla porta». L’attore era in maniche di camicia e stava vigorosamente spazzolando la sua chioma impomatata. «Scendo appena l’ho sistemato — rispose rabbiosamente — e voglio riuscirci a costo di rinviare la cerimonia». Si riferiva al bizzarro ricciolo che abitualmente gli scende sulla fronte e che voleva invece per l’occasione, nel giorno del suo matrimonio, dignitosamente allineato verso la nuca con gli altri capelli.

La cerimonia nuziale era fissata per le undici alla sede dell’ambasciata italiana e Macario vi arrivò puntuale, trenta secondi prima della sposa, ma ancora si lisciava preoccupato i capelli con il palmo della mano. Le apprensioni si dimostrarono ingiustificate poiché il ciuffo resistette poi impassibile, nell’insolita posizione che gli era stata imposta, per tutta la durata dei preliminari della cerimonia, stesura e letture di un’infinità di documenti che richiesero oltre una ora perchè Macario ha voluto, contemporaneamente alle nozze, riconoscere legalmente i suoi due figli, Umberto di otto anni e Mauro di quattro. Il ricciolo ebbe soltanto un lieve tremito quando il console aggiunto Paolo Emilio Mussa, sistemata a tracolla la sciarpa tricolore dell'ufficiale di stato civile, rivolse all’attore la rituale domanda : «Erminio Antonio Michele Macario, volete prendere in moglie la qui presente Giulia Dardanelli di 30 anni, nata a Ceva in Piemonte e residente a Santa Margherita Ligure?». Il comico rispose un graziosissimo «si» con tutta la serietà di cui è capace.

Macario e Giulia Dardanelli dopo la cerimonia all’Ambasciata italiana di Parigi: matrimonio e riconoscimento dei figli

Assistevano alla cerimonia solamente pochi intimi degli sposi e. in veste di testimoni, l'avvocato Mario Luzzati di Torino, che aveva assistito Macario nelle vicende giudiziarie, e l’attore Carlo Rizzo, che è abituale «compare» dello sposo sulla scena. Il temuto incidente avvenne quando il fotografo dell'ambasciata pregò i protagonisti del rito di mettersi in posa per una bella «fotografia ufficiale», allineati l'uno accanto all’altro, con le braccia garbatamente distese lungo i fianchi e gli occhi fissi all’obbiettivo. Al lampo di magnesio il ricciolo scattò e si distese come una molla, ma fortunatamente la cerimonia era finita.

I giornali del pomeriggio diedero con molto rilievo la notizia delle nozze poiché, a Parigi, Macario è il comico italiano più conosciuto. E’ famoso come interprete di film e la sua maschera goffa alla paesana è popolare quasi come il sorriso di Jean Marais e i polpacci di Louison Bobet. Lo chiamano «il Fernandel italiano» e la sera del suo matrimonio i duemila francesi convenuti al teatro Etoile — dove da una ventina di giorni Macario presenta la rivista «Votate per Venere» — chiesero insistentemente che fosse loro presentata la sposa. La moglie dell'attore, che da alcuni anni segue ininterrottamente fra le quinte il lavoro del marito, dovette infine acconsentire a presentarsi una volta alla ribalta, occasionale e commossa attrice. Gli sposi sorridevano felici e gli spettatori ignoravano quale grave rischio avevano corso Macario e la signora Giulia di concludere disastrosamente quella lieta giornata.

Poiché i giardini dell’ambasciata italiana confinano con il silenzioso parco della sospettosissima ambasciata sovietica (o per qualche altra oscura ma imponderabile ragione diplomatica) i componenti della compagnia di riviste erano stati pregati di non assistere alla cerimonia nuziale e di voler attendere gli sposi in un ritrovo mondano dell’Avenue des Champs Elysées, situato all'ultimo piano di un alto edificio e dotato di un terrazzo dal quale si ammira magnificamente la torre Eiffel. Erano tutti molto commossi e più di una ballerina aveva gli occhi lucidi al pensiero che un giorno o l’altro poteva capitare anche a lei la felicità di passeggiare al braccio di un marito. E’ un errato luogo comune l’affermazione che le ballerine desiderino una vita frivola e peccaminosa. Segretamente, esse aspirano a conquistarsi un quieto posticino accanto ad un focolare domestico.

Fu forse questa commozione a far dimenticare a subrettine e ballerine il senso della misura e, soprattutto, quella che è una delle regole fondamentali della vita di teatro; per recitare bene, lo stomaco deve essere vuoto o quasi. Quel giorno invece le famose ragazze di Macario fecero sparire pasticcini alla maionese, bignè alla crema, fette di torta ed altre leccornie in quantità impressionante. L'amministratore della compagnia era pallido, pensava allo spettacolo serale, guardava con terrore le ballerine alzarsi da tavola per avviarsi alla uscita con passo pesante e strascicato.

Questo dramma ignorava il pubblico francese che la sera del 5 gennaio applaudì i coniugi Macario al teatro Etoile, non sapendo che il vero eroe di quella serata ere il bicarbonato. Fino a poche ore prima il comico e sua moglie avevano vissuto gli stessi momenti di panico che avevano sofferti nell’imminenza del debutto a Parigi, quando l’essere arrivati nella capitale degli spettacoli di rivista, portandosi dietro dall’Italia 160 quintali di costumi, le pur brave soubrettes Vera Rol e Nory Morgan (entrambe torinesi ad onta del nomi), il ballerino Bruno Bran, trentadue girls e una decina di altri attori, poteva ancora apparire un’avventura dall'esito assai incerto.

Poiché era stato giudicato necessario recitare i dialoghi in francese, era assolutamente imprevedibile come il pubblico parigino avrebbe accolto il gioco scenico di Macario che, abitualmente, per suscitare ilarità nei suoi spettacoli in Italia, si vale di bisticci di parole, di deformazioni dialettali e di trasposizioni di sillabe nel pronunciare le parole. L’origine e il temperamento di Macario sono quelli di un clown. Nato a Torino nel maggio del 1902, sali per la prima volta su un palcoscenico a undici anni, nel teatrino di un oratorio salesiano della sua città. Poi passò ad una compagnia filodrammatica parrocchiale e a sedici anni si uni a un gruppo di guitti che davano spettacoli nei centri minori delle provincie piemontesi. Infine trovò il suo «genere», quando, abbandonata la compagnia, si diede a girare per le osterie di Torino improvvisando per gli avventori il personaggio e gli sketches che lo hanno reso celebre.

E sempre nella sua città natale, recitando in dialetto, cominciò a farsi conoscere nel campo della rivista, venticinque anni fa. Fu la prima moglie. Maria Giuliano, ballerina classica della celebre compagnia di Isa Bluette, che incitò Macario ad uscire dal Piemonte e ad affrontare un più vasto pubblico. L’anno seguente al matrimonio, il comico allestì con la moglie una compagnia di riviste che diede per qualche anno applauditi spettacoli in tutta Italia. Nel 1930 cominciò l'epoca aurea di Macario, il quale, formò altre compagnie avendo al suo fianco le più note soubrettes, fra le quali, e per lunghi anni, Vanda Osiris.

Arrivando a Parigi, più che la speranza di trovare nuove affermazioni all’estero, Macario aveva di mira certi suoi interessi in campo cinematografico e il desiderio di inserirsi definitivamente nel mondo cinematografico francese. Già nel settembre scorso aveva girato a Parigi un film con attori locali, «Moi, ma vache et ma femme». che viene presentato in questi giorni. Ora l'attore è in trattative con una grande casa cinematografica americana per girare un altro film sempre in Francia.

Ma Macario confessa che la sera del debutto al teatro Etoile gli tremavano le gambe e la voce come quarant’anni fa, allorché si presentò alla ribalta del teatrino parrocchiale a Torino. Lo atterriva il pensiero di dover usare una lingua a lui affatto familiare (la parte l’aveva studiata a memoria battuta per battuta) e di non potere all'occorrenza «rompere il ghiaccio» con una battuta improvvisata che è la sua estrema risorsa. In veste di capocomico poi, era anche preoccupato per l’intero corpo di ballo che partiva in svantaggio nei confronti della generosa e sleale concorrenza delle danzatrici locali. Benché in un cinematografo proprio a lato del teatro Etoile si presentasse un film italiano comico storico al quale erano state aggiunte per il pubblico francese scene in cui non si faceva risparmio di nudità e che non erano comparse nelle programmazioni in Italia. Macario aveva deciso eroicamente di non ridurre neppure di un centimetro gli abituali costumi delle sue ballerine.

Si è saputo dopo il debutto che i critici parigini avevano accolto con scetticismo l’annuncio dello spettacolo della compagnia italiana, ma dopo aver assistito alla «prima» scrissero sui loro giornali che le italiane «sont fort et dròlement belles». Non era ancora un giudizio. Il vero esame avvenne la sera successiva quando tutti gli sguardi si puntarono, su Macario e si scoprì che il comico parlava in modo sorprendente il francese ed era riuscito a rendere comunicativa la sua comicità. Il pubblico rideva e questo è quanto in primo luogo si richiede da un attore comico. Il successo personale era raggiunto.

Lo stesso discorso non vale invece — sempre restando al giudizio della stampa francese — per lo spettacolo in generale. Sono assai piaciuti alcuni numeri e quadri, meno altri; si sono lodati i settanta centimetri di capigliatura e il viso ingenuo di Giancarla Vessio, una ragazza di sedici anni arrivata di fresco al palcoscenico attraverso un concorso di bellezza; si è ammirata la grazia di Vera Rol. la vivacità di Nory Morgan e l’abilità di Bruno Bran; altre ballerine hanno avuto i loro applausi particolari, ma lo svolgimento della rivista non ha avuto complimenti nè per originalità nè per coerenza ad un tema.

A conti fatti, i francesi sono rimasti dell'opinione che il pubblico italiano ha certo un ottimo comico e belle ballerine, ma che dovrà sempre trasferirsi a Parigi se vorrà vedere un grande spettacolo di rivista.

Franco Serra, «Settimana Incom Illustrata», anno V, n.3, 19 gennaio 1952


Franco Serra, «Settimana Incom Illustrata», anno V, n.3, 19 gennaio 1952
Franco Serra, «Settimana Incom Illustrata», anno V, n.3, 19 gennaio 1952

Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: «Settimana Incom Illustrata», anno V, n.3, 19 gennaio 1952
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

🎭 Conclusioni

Questo articolo racconta il “doppio debutto” parigino di Macario: quello privato, con il matrimonio all’Ambasciata italiana e il riconoscimento dei figli, e quello pubblico, con la rivista “Votate per Venere” al teatro Etoile. Il tono è da cronaca brillante, costruita su dettagli teatrali perfetti – il ricciolo che non vuole obbedire, la fotografia “ufficiale” che lo tradisce, la compagnia tenuta lontana per ragioni diplomatiche e la serata salvata, con ironia spietata, da un vero protagonista invisibile: il bicarbonato. Sullo sfondo c’è la sfida più seria: portare a Parigi una rivista italiana con dialoghi in francese, senza poter contare sulle improvvisazioni dialettali che in patria sono una garanzia. Il verdetto è chiaro e interessante: i francesi applaudono Macario, lo riconoscono come “Fernandel italiano” e apprezzano la bellezza e la bravura delle ballerine, ma restano freddi sulla struttura dello spettacolo, giudicato poco originale e poco coerente. Ne esce un ritratto completo: un clown nato in palcoscenici poveri e osterie torinesi, diventato capocomico e star del cinema, che riesce a far ridere anche oltreconfine, pur pagando il prezzo di un confronto diretto con la “capitale” della rivista europea.