Le belle famiglie

(Episodio: Amare è un po' morire)

Pronto, chi parla? L'obitorio? Ma che obitorio d'Egitto, ma chi l'ha chiamata, scusi, abbia pazienza! Avrò sbagliato numero...

Filiberto Comanducci

Inizio riprese: agosto 1964 - Autorizzazione censura e distribuzione: 16 dicembre 1964 - Incasso lire 217.596.000 - Spettatori 986.115


Titolo originale Le belle famiglie - Episodio: Amare è un po' morire

Paese Italia Francia - Anno 1964 - Durata 106 min circa - Colore B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Ugo Gregoretti - Soggetto Ugo Gregoretti - Sceneggiatura Ugo Gregoretti, Steno nell' episodio con Totò Amare è un po' morire - Produttore Giuseppe Colizzi - Fotografia Aiace Parolin - Montaggio Mario Serandrei - Musiche Jimmy Fontana, Franco Migliacci, Armando Trovajoli


Totò: Filiberto Comanducci - Sandra Milo: sua moglie Esmeralda - Adolfo Celi: Professor Della Porta - Jean Rochefort: Marchese Osvaldo


Le_belle_famiglieSoggetto 

Episodi 

Il principe azzurro

Maria è una povera contadina siciliana, figlia di una famiglia di cafoni che la maltrattano e vogliono farle sposare Francesco, un rozzo basso e manesco. La ragazza trova confidenza solo nella scrittrice Donna Lucrezia, a cui manda numerose lettere chiedendole di aiutarla. La donna risponde dicendo a Maria di crearsi un'immaginazione completamente diversa della sua famiglia e di Francesco, ma ciò servirà solo a peggiorare le cose e per di più ad alimentare la credenza che Maria sia impazzita, così il padre, dato che lei non vuole sposare Francesco, dichiara di mandarla dalle monache. Maria il giorno dopo lo insegue per sottomettersi al suo volere sposando Francesco, ma poi ci ripensa... 

Il bastardo della regina

Una coppia aristocratica del Nord Italia sta passando brutti momenti: una sera Carla si accorge che il marito Uberto non l'ama più e così ingaggia, sotto consiglio di un'amica e collega di disegno, di assumere un cameriere che le faccia la corte per rendere Uberto geloso. Contro ogni sua aspettativa, l'uomo proverà approvazione e piacere per l'uomo e addirittura piacere... 

La cernia

Il donnaiolo romano Luigi viene scaricato dalla sua ragazza Camilla e così torna a casa di notte passeggiando per la spiaggia. Qui trova una tenda con due persone che dormono: è una coppia tedesca e Luigi ne approfitta per pomiciare con la donna che subito si innamora di lui. Luigi il giorno dopo torna dai suoi amici per rivelare il suo incontro con Trude e promette loro di fargliela vedere mentre si spoglia e una sera, insieme a Trude e al marito va a ballare in un ristorante sulla costa. Per allontanarsi con la sua "cernia", Luigi fa conoscere il marito a Camilla e subito scappa nella spiaggia, nel frattempo, raggiunta anche dai suoi amici. Mentre Trude si sta spogliando, Luigi chiama i suoi amici, ma questi non trovano nulla di eccitante in lei e se ne vanno scontenti. Luigi si offende e fa per andarsene , ma Trude lo trascina in acqua ricordandogli la promessa che avrebbero fatto un bagno nel mare. Il poveretto cede e quando torna nella spiaggia e adocchia una tenda con due persone lo aspetterà un'amara sorpresa...

Amare è un po' morire

Totò interpreta il ruolo di Filiberto Comanducci, il presidente di una fabbrica che è al letto ammalato ed assistito dalla amorevole moglie Esmeralda. Il dottore (Adolfo Celi) gli consiglia di fare molta attività fisica e così Filiberto si ritrova a pedalare sulla ciclette, mentre Esmeralda corre via ad assistere un altro malato: il marchese Osvaldo.
Nessun uomo sospetta dell'altro, ma quando entrambi guariscono, Esmeralda troverà una terza persona da curare. 

Critica e curiosità

A fine agosto del 1964 accetta di tornare sul set con Ugo Gregoretti, reduce dal commercialmente fallimentare Omicron con Le belle famiglie. E' una delle ultime interpretazioni cinematografiche di Totò; si tratta di un film di Gregoretti a episodi, il quarto dei quali, di gran lunga il più importante per tematica, durata, contenuti e attori, ha per protagonista il grande attore napoletano. Gregoretti preferirebbe in realtà un attore più sofisticato ma il produttore Giuseppe Colizzi, poi famoso per i western con Bud Spencer & Terence Hill, vuole proprio Totò perché il suo nome malgrado tutto fa ancora cassetta. Antonio de Curtis, al quale viene offerto un cachet più basso del solito, si fa convincere solo quando scopre che Gregoretti è sposato con una duchessa napoletana.

L’attore ritrova la Sandra Milo di Totò nella Luna, e anche il buon vecchio Steno che dà una mano ai dialoghi. Gregoretti e la sua troupe, nuovi a Totò, sono stupiti di come quell’ometto malmesso, apparentemente cieco, riesca a muoversi spedito anche in mezzo al fogliame di un bosco, e poi addirittura a doppiarsi infiorettando la colonna sonora di piccole aggiunte.

Il titolo dell'episodio è Amare è un po' morire. Probabilmente si tratta di una delle interpretazioni cinematografiche meno conosciute di Totò; eppure, questo episodio è un vero e proprio gioiello, esaltato dall'interpretazione di Totò, ma anche da quelle di una bravissima Sandra Milo e di un grande Adolfo Celi.

Il film viene accolto malissimo, e la ‘licenziosità’ di alcuni episodi frutta pure un divieto ai minori di 18 anni bloccando la carriera cinematografica di Gregoretti.


Seduttori si nasce e Totò modestamente... lo nacque, ma non tutte le donne subirono il suo fascino. Sandra Milo, per esempio, conoscendolo sul set del film Totò nella luna rimase profondamente delusa. “Gli andai incontro con entusiasmo, gridando il suo nome, ma lui mi gelò con un saluto formale che chiudeva la porta a ogni confidenza: ‘Buongiorno, signorina, lieto di conoscerla’, racconta. “Quasi non ci credevo, ma il comico straordinario che mi faceva ridere più di Charlot, era un gentiluomo distaccato, chiuso in una specie di torre d’avorio. Che peccato! Conoscevo la sua fama di sciupafemmene, ma non ne fui in alcun modo coinvolta perché io ero innamorata pazza di Totò, mentre ero indifferente al principe Antonio de Curtis.”

Totò e Sandra lavorarono insieme in altri due film, Le belle famiglie di Ugo Gregoretti e Premio Nobel, per la televisione, in cui la Milo aveva il ruolo della signora che si spoglia nello sketch del vagone letto. Nemmeno la vista della sua bellezza ammansì l’attore, il quale, ricorda Sandra, la criticò per un cappello, secondo lui, tanto grande da intralciare i movimenti suoi e dei compagni di lavoro. Insomma, il comportamento di Totò nei confronti della biondissima Milo testimonia ancora una volta la sua predilezione per le brune. Tra loro non ci fu alcun feeling, eppure a Sandra è rimasta impressa l’eleganza di Totò che indossava calze lunghe di seta nera di fabbricazione inglese, simili a quelle del duca di Windsor.

Durante la lavorazione di Premio Nobel l’attrice provò una stretta al cuore nell’accorgersi che Totò, ormai completamente cieco, lavorava con grande fatica. E un giorno, mentre giravano una scena in un boschetto, per evitare che inciampasse, insieme a un macchinista, gli spianò la via strappando le erbacce e togliendo i rami secchi dal suo percorso, irritata dall’indifferenza degli altri componenti della troupe. Per strano che possa sembrare, in quel momento avvertì un forte trasporto verso Totò. Perché, spiega, in quell’uomo anziano che viveva con tanta dignità il suo dramma, ritrovò il “suo” Totò, quello con la faccia da ladro onesto, tanto ammirato in Guardie e ladri. Se lui non fosse stato sempre così freddo, certo lo avrebbe abbracciato, confessa, ma gliene mancò il coraggio. Eppure, se il principe fosse stato al corrente del suo gesto gentile per evitargli uno scivolone, le sarebbe stato grato per sempre, ma questo Sandra non poteva saperlo.

Liliana de Curtis


Così la stampa dell'epoca


1965 07 07 Rivista del cinematografo intro

Origine: Italia - Gemere: commedia umoristica - Prod.: Crono film, Archimede film, Les films number one - Regìa: Ugo Grego-retti - Interpr.: Totò, Sandra Milo, Annie Girardot, Nanni Loy - Sogg. e scenegg.: Ugo Grego-retti e Steno - Fot.: Ajace Parolini - Mus.: Armando Trovajoli -Distr.: Indipendenti regionali — Giudizio del C.C.C.: Escluso.

Giovane realizzatore non sprovvisto di talento e dotato del raro pregio di concepire e realizzare le proprie storie senza bisogno di demiurghi, Ugo Gregoretti — occorre riconoscerlo — non ha
saputo, in qualche anno di attività cinematografica, superare di fatto il respiro e la misura del bozzetto televisivo. Alia televisione Gregoretti aveva inventato uno stile tutto suo, un giornalismo antigiornalistico per eccellenza, fatto di «pezzi» dettati da uno spirito aristocratico, forse un po’ maligno, ma preciso e aggressivo come pochi altri. Al cinema ha conservato questa sua misura, superando sin dalla prima prova l’equivoco del «giornalismo» e dimostrandosi narratore, anche se un narratore celato nel bozzetto, nascosto dietro l’espediente del «brano di vita».

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Se con Omicron, soprattutto dopo la coscienziosa «revisione» operata dal regista dopo l’affrettata presentazione veneziana, Gregoretti sembrava sulla via di superare il bozzetto, di cimentarsi in una narrazione dal respiro più ampio e articolato, l’episodio di Le più belle truffe del mondo ed ora questo Le belle famiglie ci ripropongono un Gregoretti tornato alla sua «misura» abituale, tornato ad essere l’inventore, l’animatore e il regista di una serie di bozzetti che con la realtà conservano solo un legame parodistico e paradossale. Né d’altra parte si può farne una colpa a Gregoretti. In fondo, ad essere onesti, se ci deve essere un inventore in testa al «genere» del film comico a episodi che oggi, insieme ai macisti, ai film-sexy e ai western truccati, regge la bandiera della produzione cinematografica nazionale, questi non può essere che Gregoretti e il suo modo di far televisione (anche se non vanno dimenticati alcuni antenati illustri, come gli «zibaldoni» di Blasetti).

Dunque Gregoretti è tornato al bozzetto, all’episodio, e fin qui nulla di male: non è che la necessaria «marcia indietro» di un autore comico travolto da
una moda che egli stesso ha contribuito a creare. Ma il peggio è che gli episodi dell’ultimo Gregoretti fanno il verso, in maniera stanca impacciata talora urtante, agli episodi del primo Gregoretti, di cui rappresentano una riproposta meno sentita e felice: si pensi alla Sicilia dell’epi sodio II principe azzurro, la stessa Sicilia odiata, sinonimo di depravazione e di bar barie, che spuntava dal western umoristico de I nuovi angeli, una Sicilia che non riesce neanche a giungere al grottesco ma che è una vera e propria raccolta di mostri, ritratti con uno spirito acre, con una cattiveria così spinta da rischiare il gratuito; si pensi all’episodio balneare-ama-torio di La cernia, riedizione scorretta dell’analogo episodio, di vago sapore felliniano, inserito in I nuovi angeli. E così via: la fabbrica, il salotto borghese, le infedeltà coniugali, ecc.

Che Gregoretti possa essere autore graffiarne, moderno, resta per noi un fatto appurato, che questo film sia per altro la prova più stanca e «inutile» da lui fornita è altrettanto evidente. Ridotta nei termini di un’aggressività che fa il verso a se stessa, di un umorismo a corto di spunti che è costretto a inseguire la «battuta», la rappresentazione di Gregoretti scricchiola in più parti, per cui anche le concessioni erotiche, la ricerca della situazione compiacente, lo sfruttamento dei «doppi sensi» da avanspettacolo, risultano del tutto gratuiti. E in definitiva i soli momenti di comicità che il film ci regala, ove si voglia rinunziare allo scherzo di dubbio gusto e alla battuta volgare, sono quelli di una comicità tradizionale; i momenti regalatici da Totò per esempio. Troppo poco, crediamo, per Gregoretti.

Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 7 luglio 1965


«Se mai ce ne fosse stato bisogno, "Le belle famiglie" conferma il formato televisivo di Ugo Gregoretti. [...] E' un film ad episodi: quattro per l'esattezza. Gregoretti li ha ideati, sceneggiati e diretti: nessuna attenuante, quindi. Sono, tutti insieme, inferiori anche al modesto episodio incluso nell'antologia di Rogopag. [...] "Amare e un po' morire". Impreciso anche il titolo. Se mai: è un po’ far morire. Sandra Milo ricalca, tale e quale, il personaggio di irn altro episodio di Mauro Bolognini, ne "La donna è una cosa meravigliosa": quello, appunto, della donna infermiera, patologicamente scavata dal complesso materno, impegnata a soccorrere marito ed amante, con eguale sadico egoismo. La presenza di Totò e della Milo avrebbe potuto rendere sopportabile questo ultimo episodio: se non intervenissero le intemperanze, le cadute, le smagliature, proprie del temperamento del regista.»

a.s., «Corriere dell'Informazione», 31 dicembre 1964


«Il disco di Ugo Gregoretti, soggettista, sceneggiatore e regista satirico-sociale, continua a girare su se stesso senza decollare. Appena si stacca dal terreno dello sketch e dalla farsa comincia a tossire e a gracidare; ha un guizzo, una impennata estrosa e subito ricade di sbieco. [...] L'ultimo episodio. «Amare è un po' morire», sbeffeggia industriali e patriziato nelle persone di due mentecatti, l'uno — il sempre esilarante Totò — presidente d'una fabbrica di frigoriferi (e talmente riconoscibili che se non ci scappa una querela c'è da chiedersi a quali forme d'autodenigrazione arriveranno le aziende che continuano a servirsi della pubblicità cinematografica), l'altro — Jean Rochefort — campione di equitazione, ambedue coccolati dalla rispettiva moelie e amante: una Esmeralda (Sandra Milo) premurosamente spinta dall'istinto protettivo a cullarli, curarli e scarrozzarli come una mamma-infermiera-bambinaia, e a sentirsi tradita, fino a uscir di senno, quando i suoi due uomini guariscono. Ma il medico di casa, che la donna aveva sino ad allora respinto perchè non soffriva d'alcun malanno. esce menomato da un Incidente. Avendo di nuovo qualcuno da vezzeggiare, eccola tornata felice. (Un signorile particolare: con questo episodio entra nella storia del cinema Italiano un «pappagallo» e il riflesso d'un filamentoso liquido organico).[...]»

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31 dicembre 1964


«Poiché a Ugo Gregoretti non manca certo l'ingegno, è da ritenere che questa volta gli abbia fatto difetto la pazienza o il tempo necessari per costruire, da quattro spunti iniziali non privi di una certa loro forza polemica o comica, quattro racconti che, da quegli spunti, potessero trarre con sufficiente respiro una struttura narrativa meno occasionale e dispersa. Invece ognuno degli episodi procede a casaccio, chiedendo soccorso ad elementi spuri e spesso di lega scadente. [...] le enunciazioni moralistiche restano allo stadio di didascalia, non si risolvono mai nel racconto e gli spunti comici, che pure non mancano, derivano da singole situazioni o dall'apporto degli interpreti, fra i quali fa spicco l’intramontabile Totò, e non dal disegno degli autori, che sembrano più spesso affidarsi all’improvvisazione del momento. [...]»

P.V., «Il Popolo», 31 dicembre 1964


«La quarta (Amare è un po' morire) è la parodia di un'altra parodia, quella già tentata Mauro Bolognini nel secondo episodio della "Donna è una cosa meravigliosa"; e ancora una volta, cosi, ci troviamo di fronte a una donna che ama negli uomini solo la debolezza e le malattie, per poter essere non solo moglie e amante ma anche, e soprattutto, infermiera, istitutrice, madre. [...] il duo Totò-Sandra Milo, con troppa evidenza, ricalca il duo Sandra Milo-Alberto Sordi nella "Donna è una cosa meravigliosa" [...]»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 31 dicembre 1964


«Dopo il felice « I nuovi angeli » e il meno felice « Omicron », Ugo Gregoretti ritrova occasione di esprimere il suo tipico gusto per la satira tanto agile quanto spietata in questo film composto di quattro distinti episodi tenuti assieme dal tema indicato nel titolo: « Le belle famiglie ». [...] Ricordiamo Totò, spassosissimo nei panni del marito arteriosclerotico. [...] Giusta la musica. Bianco e nero.»

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 31 dicembre 1964


«[...] Per foruna dell'episodio (e del film) Totò ingrana un paio di suoi numeri [...]».

 Ugo Casiraghi, 1964


«Il cortometraggio più originale e ambizioso viene girato nel '64 da un giovane autore sperimentale, Ugo Gregoretti. Amare è un po' morire è l'episodio più corposo del film a episodi Le belle famiglie, grottesca ricognizione in quattro capitoli nell'universo della famiglia. L'idea di prendere Totò è del produttore Giuseppe Colizzi, che diventerà famoso firmando i western all'italiana I quattro dell'Ave Maria e Dio perdona, io no. «Sinceramente», ricorda Gregoretti, «a me Totò non sembrava il protagonista giusto perché avevo in mente qualcosa di un po' più sofisticato, comunque era chiaro che se Totò avesse accettato i soldi per fare il film si sarebbero trovati».

Alberto Anile



I documenti

Si mise seduto sullo sgabello vicino al leggio con la cuffia, dando le spalle allo schermo: guardavamo le immagini sullo schermo e vedevamo che era perfettamente in sincrono. Ascoltava una volta la cosiddetta colonna-guida, riusciva a capire dove erano le pause e le accelerazioni. Non solo, aggiungeva delle cose. Evidentemente aveva percepito delle pause che poteva riempire. Con nostro grande sbalordimento e apprezzamento.

Ugo Gregoretti


Le belle famiglie: l'incontro tra Gregoretti e Totò

Un regista, un Autore così non poteva non incontrare un Attore della levatura di Antonio De Curtis. Negli anni 50/60 Gregoretti, come molti italiani, vedeva i film recitati dal Principe, nei panni del suo personaggio Totò. Totò e Sandra Milo in Le belle famiglie Totò e Sandra Milo in Le belle famiglie Essendo all’interno di quel mondo della celluloide, ed essendo un regista di alto livello culturale, dietro le quinte aveva compreso una possibilità profonda di espressione assieme ad Antonio De Curtis, attore di raffinata preparazione, capace di gestire i gradi dell’ironia e non solo i tempi della comicità più sfrenata e buffonesca. Ugo Gregoretti avrebbe voluto continuare la collaborazione con l’Attore oltre il primo film Le belle famiglie del 1964, in cui Totò, o meglio, Antonio De Curtis, è presente in uno dei quattro episodi che lo compongono: Amare è un po’ morire, assieme ad altri grandi attori: Sandra Milo, Jean Rochefort ed Adolfo Celi.
Le belle famiglie, purtroppo, fu subito stroncato da ingiuste critiche che ne decretarono un fallimento immeritato.
Il film, seguendo la dissacratoria ironia tipica del regista e ben adatta agli interpreti scelti, è un prodotto ancor oggi gradevolissimo e soprattutto, per quasi tutti gli episodi, ancor molto attuale e godibile. Oggi l’ostacolo sarebbe prevalentemente l’essere stato girato ancora in bianco e nero. 

Le belle famiglie: i quattro episodi

L’idea di fondo de Le belle famiglie, illustrata nei quattro episodi, è la lettura ironica di alcuni comportamenti tipici della famiglia in Italia.
Il primo episodio de Le belle famiglie , ”Il Principe Azzurro”, vede una giovane Annie Girardot nei panni di una povera ragazza siciliana, vessata dal maschilismo imperante tra le mura di casa.
La ragazza, posta davanti alla scelta: nozze con uomo che ripugna o convento di clausura, obbedendo alle direttive paterne, ma così facendo, destabilizzando per sempre il maschilismo e il ruolo di comando del padre, sceglie la clausura, le cui pratiche e rinunzie le appaiono rosee prospettive al confronto della vita fino ad allora condotta nella casa paterna.
Il secondo episodio de Le belle famiglie, interpretato da un Nanni Loy dall’aplomb anglosassone, è bellissimo e verte sui gusti sessuali di una coppia che paiono, alla fine, convergere sull’esotismo di un cameriere vietnamita “Bastardo della Regina”.

Il terzo episodio: “La Cernia” traccia un graffiante confronto tra una coppia nostrana e una di altissimi teutonici. Dall’analisi emerge la piccolezza dell’ideale del maschio italiano che non è neppure la conquista, quanto, piuttosto, il fare “becco” ‘altro, non essendo in grado di accettare l’alternanza delle “corna” nel gioco dei tradimenti, che, nella sua trionfante ignoranza, crede di essere l’unico a saper condurre. Infine il quarto episodio de Le belle famiglie, Amare è un po’ morire, il più forte, soprattutto per la tematica dissacrante, tutta impersonata in una Sandra Milo appropriatissima in un ruolo di moglie/amante per lei inedito nella chiave assistenzialistica in cui è proposto.

In questo episodio Gregoretti ha individuato Antonio De Curtis per interpretare il protagonista, Filiberto Comanducci, marito di Esmeralda. Un ruolo che, tanto per la malattia arteriosclerotica, quanto per la situazione di uomo tradito, avrebbe potuto, con facilità, divenire una macchietta delle più ridanciane e volgari. L’attore ha saputo invece comprendere le intenzioni del regista, che gli proponeva uno dei ruoli migliori di quanti gliene proponessero in quegli anni.

I ricordi di Gregoretti ci fanno subito capire come andò. Il regista, che conosceva personalmente l’attore, gli aveva accennato a questo ruolo, ottenendone da subito un diniego.
Gregoretti, sicuro di volere quell’attore, attuò allora una strategia: ottenere l’assenso dell’Attore alla partecipazione a Le belle famiglie come favore tra pari appartenenti ad una medesima koinè cultural/aristocratica, percorrendo una via particolarmente attraente per l’attore.

Pertanto, trovandosi invitato a casa De Curtis, dove era sempre ben accolto anche per essere sua moglie appartenente ad una nobile e antica famiglia, durante la conversazione lasciò casualmente “cadere” alcuni particolari che evidenziavano che anche la propria madre aveva analoghe nobili ascendenze.
Dato all’Attore il tempo di digerire, e verificare, con testi araldici della sua biblioteca, la veridicità di tali informazioni, la conversazione riprese veleggiando liberamente verso un accordo per la partecipazione del Principe alla pellicola, ormai vista come una cortesia tra aristocratici. 

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Le belle famiglie: l'interpretazione di Totò 

L’interpretazione di Antonio De Curtis in Le belle famiglie è bellissima, senza gli “abiti da lavoro” del suo personaggio Totò, il Principe ci mostra il suo viso bello e intelligente che, con misura, come un attore anglosassone sulle tavole dell’Old Vic, tratteggia finemente e con una surreale ironia, priva di equivoci o doppi sensi, un ruolo maschile, che avrebbe potuto con facilità trasformarsi in un “Cocù” da vaudeville, dandogli invece una caratura lunare e un pallore che lo rendono ancor oggi fresco e attuale.
Totò e Sandra Milo nella scena della cyclette ne Le belle famiglie Totò e Sandra Milo nella scena della cyclette ne Le belle famiglie La descrizione dell’incidente occorso a Filiberto in sella alla sua cyclette, investito da un comò è degno di Alec Guiness agente del controspionaggio britannico, che disegna piani di armi segrete copiando il libretto d’istruzione dell’aspirapolvere.
Si sente la presenza di Gregoretti, ma il Principe, che ha fatto suo il punto di vista della regia, agisce in tutto e per tutto in piena autonomia.
Ricorda ancora Gregoretti che l’attore arrivava sul set non prima delle 11,30, attorniato da camerieri e assistenti che gli stavano intorno chiamandolo “Principe” o “Altezza”. Totò era già praticamente cieco, aveva perso la vista ad un occhio fin dal 1938 e nel 1957, a Palermo, in tourneè ebbe la prima avvisaglia della malattia che in breve lo avrebbe reso cieco.
Di questa grave sofferenza erano a conoscenza poche persone.
La testimonianza di Gregoretti è precisa; il Principe giungeva accompagnato da persone di fiducia sul set. Ascoltava ciò che accadeva attorno a lui e, chiamato in scena, vi entrava perfettamente ”Come se avesse un radar a guidarlo”.
Questo set fu particolarmente diversificato nei luoghi di azione e l’Attore si faceva approntare dei veri e propri Pic-Nic, nelle pause della lavorazione, aristocraticamente gestiti dal personale che lo accompagnava e che gli serviva raffinati bocconi con porcellane e posate. Spesso, ricorda Gregoretti, che con signorilità il Principe lo chiamava e gli offrriva un goloso boccone dicendo: “gradite un puparuolo?”. 

Le belle famiglie: la trama dell'episodio Amare è un po' morire 

Amare è un po’ morire, quarto e ultimo episodio de Le le belle famiglie, narra di Esmeralda che si divide tra l’assistenza al marito, sofferente di attacchi di arteriosclerosi, e quella prodigata all’amante, Osvaldo, affetto da problemi urinari. La donna conserva in un cofanetto chiuso a chiave, non le lettere d’amore di Filiberto e di Osvaldo, ma bensì le ricette dei medicinali di cui essa è dispensatrice. 
Per svagare i suoi uomini sofferenti, li porta in campagna; ma al posto del cestino con i cibi fa scorta in farmacia di specialità e, addirittura, di una nuovissima siringa a pistola, costosa ma infallibile! Ma, improvvisamente, ambedue gli ammalati, guariscono.

Esmeralda accusa pesantemente il colpo e assimila le guarigioni come tradimenti amorosi che tenta di superare ubriacandosi. Filiberto e Osvaldo, coalizzati dal comune affetto per la donna, chiamano nuovamente il Professor La Porta, il “loro” medico, interpretato da Adolfo Celi. Questi, già respinto da Esmeralda poiché perfettamente sano, allontanandosi bruscamente, poiché nuovamente respinto, rimane vittima di un gravissimo incidente; Esmeralda richiamata da questo evento vive così un nuovo amore, sicuro, poiché le menomazioni del professore non sono passibili di guarigioni.
Questi 35 minuti di pellicola non possono essere trascurati dagli appassionati del Principe, che hanno in quest’episodio la possibilità di godere l’Attore amato in una bella interpretazione che ci lascia orfani di una produzione cinematografica del Principe che avrebbe potuto essere e che non è stata.

Gregoretti medesimo pensava ancora al Principe per uno dei personaggi del circolo Pickwik che poi affidò, dopo la morte di Totò, a Tino Buazzelli. Non possiamo ancora una volta che dispiacerci, così come Franca Faldini ha ricordato, che la morte abbia colto il Principe prima che potesse interpretare, diretto da Pier Paolo Pasolini, un film totalmente muto, basato solo sulla comunicazione dell’espressività del volto e del corpo dell’Attore.

Emanuela Catalan


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Mediocre film a episodi (peraltro piuttosto sonnacchiosi), forse perché in definitiva (a parte la comparsata di Totò in "Amare è un po' morire") scarseggiano attori in grado di sostenere la scena; certo non tutto è da buttare e in definitiva il primo episodio ("Il principe azzurro") qualche sorriso lo strappa, soprattutto quando mostra la Girardot completamente allucinata dalla pubblicità che allora come oggi era martellante, ma complessivamente è un episodio inserito in un carnet di storielle di poco spessore.
    I gusti di Markus (Commedia - Erotico - Giallo)

  • Se non fosse per l'episodio finale con Totò, Rochefort, Celi e Sandra Milo sarebbe un film da evitare assolutamente. I primi tre segmenti non sono altro che barzellette allungate, girate malissimo e con una sceneggiatura pessima. Nel finale almeno si intravede un'idea originale e la bravura degli interpreti strappa molti sorrisi. Anche qui la regia è penosa, ma almeno sembra dare un senso a un'operazione che forse era meglio se non avesse mai visto la luce. Mediocre.
    I gusti di Rambo90 (Azione - Musicale - Western)

  • Quattro differenti episodi, non collegati tra loro, che ci mostrano alcuni vizietti e strane abitudini sessuali di alcune famiglie. Brava e divertente la Girardot che rispecchia la difficile situazione della donna siciliana di una volta, mentre il resto è tutto senza mordente. Nulla da eccepire sui messaggi che l’opera vuole lasciare, ma fondamentalmente ci si annoia, anche nell’episodio dove c’è Totò.
    I gusti di Minitina80 (Comico - Fantastico - Thriller)

  • Dispiace davvero constatare come questo interessante film a episodi sia frainteso e sottovalutato da molti. "Il principe azzurro", al di là della cornice farsesca, rivela, fra le righe, il perché molte donne ignoranti si facciano suore: per esercitare "almeno un po' di potere sulle persone umili e credulone". "La cernia" è esemplare nel rivelare l'insicurezza di certi uomini, che invece di sviluppare dei gusti estetici personali, si lasciano squallidamente influenzare dagli amici. Veramente brutto l'episodio con Nanni Loy e discreto quello con Totò.
    I gusti di R.f.e. (Avventura - Azione - Erotico)

  • Un splendente esempio di film penitenziale nel senso di irrogato come penitenza agli spettatori a sconto dei loro peccati. Ugo Gregoretti, un regista (!) che andava per la maggiore negli anni’60, dirige con la mano sinistra "una cosa" che rassomiglia a un film a episodi. Qua e là si nota la buona volontà di comporre delle azioni e di raccontare degli eventi ma Gregoretti della trama se ne frega, a lui interessa solamente il messaggio da comunicare, anche se non si riesce proprio a capire quale esso sia. Spocchia e noia si integrano alla perfezione. Male Nanni Loy, agghiacciante, mentre la Milo si salva per la bellezza.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Una primizia assoluta: Totò fa sbadigliare.
    I gusti di Graf (Commedia - Poliziesco - Thriller)

Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Episodio "Il principe azzurro". Quando il padre di Maria sta percorrendo assieme ai fratelli il corridoio suonando il campanaccio, il suo berretto di carta e' fatto con un giornale piegato in un modo che rende illeggibili le parole originariamente stampate: si vedono al contrario. Quando si ferma baciando le mani alla superiora, il cappello e' con tutta evidenza diverso: e' piegato mostrando perfettamente leggibili i grossi titoli della pagina di giornale che lo compone.
  2. Maria (Girardot) si riempe quasi completamente il piatto di minestrone ma, subito dopo che il fratello l'ha sgridata perchè gli aveva rovesciato sulla camicia una mestolata dello stesso, il livello di minestra nel piatto è diminuito (senza che lei ne abbia mangiato)
  3. Quando Sueni, il cameriere vietnamita, massaggia Carla (Andersen) lo fa cantando. Ma è visibilmente doppiato perchè si vede chiaramente che in molte scene non apre bocca (e, soprattutto, è impossibile cantare - ad alta voce, per giunta - e baciare contemporaneamente il corpo della donna!!!)
  4. Durante la cerimonia del varo del "milionesimo trentamillesimo primo" frigorifero l'attore che interpreta il direttore commerciale dell'azienda diretta da Filiberto Comanducci (Totò) indossa una evidentissima finta pelata (si vede dove finisce la calotta e dove inizia la vera fronte dell'attore), sulla quale era riportati i segni delle ferite subite durante il primo varo

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo.
 1964-Le bella famiglie 01Il castello nel quale Maria (Girardot) sogna di esser trasportata dal principe azzurro sorge “magicamente” come un vero ecomostro sulle rive delle celebri cascate di Monte Gelato di cui QUI TROVATE LO SPECIALE 
  
  
  EPISODIO "AMARE E’ UN PO’ MORIRE" 

La villa dove abitano l’industriale Filiberto Comanducci (Totò) e la moglie Esmeralda (Milo) è il Casal dei Pazzi, situato in Via Giovanni Zanardini a Roma.

Inquadrata prevalentemente in interni, viene ripresa esternamente quando il professor Della Porta (Celi), medico curante di Filiberto, lascia infuriato l’abitazione, dopo che Esmeralda – pur ammettendo d’amarlo – aveva respinto le sue avances perché preferiva una persona bisognose di cure “mediche” mentre il dottore era sanissimo.

 Accecato dall’ira, il professore esce sparato dal vialetto d’accesso della villa, scontrandosi con camion che transitava su Via Zanardini, involontariamente trasformandosi in quello che bramava Esmeralda, un paziente tutto da curare e coccolare. 
  
  Il cancello visto dalla strada

EPISODIO "LA CERNIA"
Il piazzale dove Luigi (Anthony) viene scaricato dalla sua ragazza Camilla è Piazzale del Faro a Fiumicino (Roma)

  

EPISODIO "AMARE E’ UN PO’ MORIRE"
L’azienda di elettrodomestici Ignis diretta da Filiberto Comanducci (Totò) era una delle palazzine degli stabilimenti discografici RCA e che oggi ospitano il Centro DECA, situato in Via di Sant’Alessandro 7 a Roma e visto anche ne Il nemico di mia moglie (1959). Il fotogramma è ripreso dal grande raccordo anulare, dal quale oggi lo stabile è visibile solo parzialmente in seguito alla costruzione degli altri edifici del complesso...

  

...ma grazie al 45° possiamo stabile con assoluta certezza che il posto è quello

  
  EPISODIO "AMARE E’ UN PO’ MORIRE" 

L’ippodromo dove il marchese Osvaldo (Rochefort), l’amante di Esmeralda (Milo), si impone in un concorso ippico è quello di Piazza di Siena, situato nel parco di Villa Borghese a Roma

  
L’edificio evidenziato con A è la Casina di Raffaello  
  
  EPISODIO "IL BASTARDO DELLA REGINA" 

La palazzina nel nord Italia dove vivono Uberto (Loy) e la moglie Carla (Andersen) si trova in realtà a Roma, in un complesso residenziale situato in Via della Camilluccia. Grazie a Mauro per fotogrammi e descrizione. La piscina del complesso

  
  La palazzina dove abitano Nanni Loy e gentile signora
  
  La palazzina gemella antistante vista dal balcone di casa Loy
  EPISODIO "AMARE E' UN PO' MORIRE" 

Il parcheggio dove Esmeralda (Milo) si ferma a fare acquisti in una farmacia mentre il marito (Toto) attende in auto è in Largo di Vigna Stelluti a Roma. Notare una farmacia tuttora esistente (che però non è quella in cui entra la Milo)

  Qui un controcampo che conferma la location
La Milo nell'immagine qui sotto esce di campo sulla destra, lasciando intendere di provenire dal palazzo alle sue spalle, ma in realtà non la si vede entrare, per cui si simmagina solo, che la farmacia sia questa... 
 EPISODIO "IL PRINCIPE AZZURRO" 

Il convento nel quale Maria (Girardot) prende i voti, pur di non sposare l’uomo impostole dal padre, nella finzione si trova in Sicilia ma, in realtà, è il castello di Campolattaro, situato in Via Palazzo a Campolattaro (Benevento)


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 7 luglio 1965
  • Ugo Gregoretti, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò", cit., p. 337.
  • Emanuela Catalan in http://www.quicampania.it/
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò, femmene e malafemmene", Liliana de Curtis e Matilde Amorosi, RCS Libri, Milano, 2003