Ricordo di Ettore Petrolini

Memoria teatrale e incisioni romane

Ricordo di Ettore Petrolini


Nel luglio 1947 «Musica e Dischi» rievoca Ettore Petrolini tra sala d’incisione, teatro di rivista romana, canzoni in dialetto e memoria scenica, raccontando l’artista nel momento in cui la sua voce incisa diventa documento storico della comicità italiana del primo Novecento.


Testata e pagina introduttiva dedicata a Ettore Petrolini su «Musica e Dischi» (luglio 1947)

Le nostre sale d'incisione si preparano alle vacanze estive lavorando a pieno ritmo. Passano voci d'ogni timbro e colore. Direttori d'orchestra e musici minori, votati all'obbedienza d'un comando luminoso: «Silenzio», son fusi in un rigore d'automi. L'ago del cronometro misura il tempo. Finestre chiuse ermeticamente, tendaggi alle pareti, lungo il soffitto lampadari sospesi entro campane di seta gialla: in questa luce, fra un senso d'attesa che non vien meno neppure per un istante, si dimentica il giorno e la notte. Il suono rimbalza, tuona, e par di vivere in una cassa di cristallo colata in fondo al mare.

Di qui, in questa stagione, molti anni addietro, passò per l'ultima volta Petrolini coi suoi compagni e un'orchestra di signorine, non ultima attrattiva dei suoi spettacoli a teatro. Le loro esecuzioni, date a guisa di interludi fra un atto e l'altro, andavano dalla tarantella al brano lirico, dal pezzo sinfonico al tango argentino.

Ricordiamo Petrolini istruttore e direttore. In queste sue mansioni non era davvero di facile contentatura, più severo anzi di quanto fosse lecito supporre. Prove, repliche, suggerimenti: un pizzicato al violino, un sottovoce al coro. Si muoveva da padrone dicendo: «Io sono un uomo di dominio pubblico. Sono un uomo divertente e devo fare sul serio». Intanto l'apparato registratore forniva la quinta edizione d'esame. Altre due seguirono assai vicine alla perfezione, ma guaste da incidenti imprevedibili: uno sternuto, il salto d'una corda spezzata. Poiché non avrebbe servito a nulla fare un rabbuffo al mandolino si ricominciò:

Pe’ ffa la vita meno amara
me so' comprato 'sta chitara
e quando er sole sceme e more
me sento un core cantatore

Non ci fu bisogno di altre sospensioni. Il coro filava; filavano gli strumenti che avevano i minuti contati come coloro che si avviano al patibolo. Di fronte all'altarino a quattro gambe del microfono Petrolini era pur sempre quello che conoscevamo. Non c’era ribalta, non aveva pubblico davanti a sé, ma si comportava come se ci fosse. Il vestito da passeggio non toglieva efficacia ai suoi atteggiamenti e neppure la mancanza di colletto e cravatta. Nei suoi riguardi non v’era quindi possibilità di parodia o di figurazioni lepide derivate dal contrasto fra l'espressione plastica del corpo e il senso della frase.

Tanto pe' canta',
perché me sento un friccico ner core...

fu eseguita coi dischi V.d.P. HN 534; HN M5; HN 537.

Lo scenario veniva fuori dai suoi gesti mentre cantava o dal recitativo cadenzato: un'osteria, un vicolo, una donna alla finestra. Asseriva di voler fare rustico e sincero, in modo che non si sentisse la «pellicola» e le smorfie lambiccate di Hollywood. Ma perché quell'apprensione di assomigliare a qualcuno? Il pittoresco paesano era cosa sua, pittoresco di cantante («La voce è poca ma intonata») e di canzonatore.

Nella sua collezione di macchiette satiriche mancava fino a quel momento quella dell'attore, cantante o musicista in ascolto di sé stesso all’altoparlante dopo l'incisione. Poiché nello studio fonografico della Voce del Padrone, ieri come oggi, erano in vigore consuetudini cordiali. I tecnici, nella loro cameretta, fecero cantare il disco di cera bionda e noi vedemmo Petrolini, con l'occhio indulgente, spoglio il viso delle morettine sardoniche, miste di beffa e di taglienti sottintesi, cercare l'immagine dell’arte sua convertita in sentimento musicale.

La scena è un po' lontana nel tempo; ora Petrolini richiama il nostro affetto da un deserto d'ombra, ma vivi sono i suoi accenti e la sua poesia nelle scene folcloristiche in dialetto romanesco e nelle canzoni romane incise in quel luminoso giorno d'estate.

Mario Casalino, «Musica e Dischi», luglio 1947


Logo del periodico «Musica e Dischi» (luglio 1947)
Mario Casalino, «Musica e Dischi», luglio 1947

Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: Mario Casalino, «Musica e Dischi», luglio 1947
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

🎭 Conclusioni

Il ricordo di Ettore Petrolini sulle pagine di «Musica e Dischi» nel luglio 1947 restituisce l’immagine di un artista totale, capace di trasformare la sala d’incisione in palcoscenico e la canzone romana in teatro puro. Tra macchiette satiriche, dialetto romanesco, incisioni su disco V.d.P. e memoria della rivista italiana del primo Novecento, emerge un protagonista che unisce disciplina, ironia e poesia popolare. Anche senza ribalta, davanti a un semplice microfono, Petrolini rimaneva attore, regista e interprete di sé stesso, lasciando un patrimonio sonoro che ancora oggi illumina la storia dello spettacolo italiano.