Totò, Eva e il pennello proibito

Totò Scorcelletti
Inizio riprese: ottobre 1958, Teatri di posa Titanus Farnesina, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 27 gennaio 1959 - Incasso lire 244.764.000 - Spettatori 1.504.759
Titolo originale Totò, Eva e il pennello proibito
Lingua originale italiano - Paese Italia - Anno 1959 - Durata 104 min - B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Steno - Soggetto Vittorio Metz, Roberto Gianviti - Sceneggiatura Vittorio Metz, Roberto Gianviti - Produttore Franco Palaggi - Musiche Gorni Kramer - Scenografia Luigi Gervasi - Costumi Adriana Berselli, Gaber - Trucco Maria Angelini, Giuseppe Annunziata
Totò: Totò Scorceletti - Abbe Lane: Eva - Mario Carotenuto: Raoul La Spada - Louis de Funès: Prof. Francisco Montiel - Giacomo Furia: Tobia - Pilar Gómez Ferrer: Gloria Harrison - Enzo Garinei: l'amante della moglie di don Alonso - Guido Martufi: il postino - Bruno Corelli: il copista oriundo - Francesco Mulè: Don Alonso - Luigi Pavese: il commissario - Anna Maestri: la signora del treno - Gianni Partanna: il maître de La posada de la chica - Nerio Bernardi: il notaio - Ignazio Leone: il facchino spagnolo - Nino Milano: il gendarme spagnolo

Soggetto
I truffatori Eva (Abbe Lane) e Raoul (Mario Carotenuto), insieme al loro complice Josè (José Guardiola) escogitano una frode ai danni di una miliardaria americana. Il piano dei due consiste nel far dipingere al copista italiano Antonio Scorceletti (interpretato da Totò), una variante della celebre Maja Desnuda, aggiungendo a quest'ultima una camicia da notte. In questo modo, grazie alla compiacenza dell'ignaro e stimato professor Montiel (Louis de Funès), cercheranno di spacciare la "Maia in camicia" come un'opera inedita e sensazionale del Goya. Eva, per vincere le resistenze di Scorcelletti che si rifiuta di ritrarre la Maja Desnuda con una camicia, gli fa credere che si concederà a lui e organizza un incontro clandestino in un separé a "La posada de la chica", incontro che però finirà in bianco. Scorcelletti, in buona fede perché all'oscuro delle vere intenzioni di Eva e Raoul, una volta scoperto che i due stanno per rivendere la "Maja in camicia" all'esorbitante cifra di 200 milioni si reca subito alla residenza della ricca americana, portando con sé altre sei varianti - tra cui la maja in mutande, la maja in pagliaccetto e la maja in bikini - convinto di poterle vendere allo stesso prezzo ciascuna. L'imbroglio viene presto smascherato ma si risolve senza conseguenze per i personaggi coinvolti. Totò e il professor Montiel decidono allora di associarsi dedicandosi alla produzione di falsi, in particolare di venti copie di Raffaello per le quali otterranno stavolta... venti anni di carcere.
Critica e curiosità
🎨 Premessa pittorica: Goya, Gardner e il pennello proibito
Il titolo già tradisce le ambizioni: Totò, Eva e il pennello proibito — ossia un film che promette arte ma consegna truffa, e non solo quella narrata. Fu girato a Roma, negli studi Titanus, riciclando (letteralmente) le scenografie del film La maja desnuda, interpretato da Ava Gardner, che già da sola bastava a illuminare un intero set. Ma siccome Totò l’aereo manco per sogno voleva prenderlo (e chi glielo poteva dare torto?), ecco che la sceneggiatura fu ritoccata: la Spagna diventò un fondale dipinto e Madrid rimase solo una voce fuori campo nel telegiornale.
A interpretare il ruolo del partner comico internazionale, originariamente previsto come made in Spain, fu invece chiamato Louis de Funès, attore francese elettrico come un tostapane impazzito, e già doppiatore ufficiale di Totò in terra gallica. Il risultato? Un incontro tra due comici che non si capivano neppure col linguaggio dei segni, come ben ricordato da Giacomo Furia: “Totò mi diceva sempre ‘Quello è pazzo...’. E in effetti, visto che parlava in francese e girava come una trottola, lo sembrava davvero.”
🖼️ Trama a colpi di pennello (e di truffa): la terza Maya
Il fulcro narrativo, se così vogliamo chiamarlo, è una truffa architettata attorno a un falso quadro di Goya: non la Maya vestida, né la Maya desnuda, bensì — rullo di tamburi — la Maya in camicia, che suona più come una marca di marmellata che un capolavoro della pittura spagnola.
Totò interpreta un truffaldino dalla verve irresistibile, che assieme al compare Carotenuto e alla spalla Furia si lancia in una spirale di raggiri artistici, travestimenti, dialetti maccheronici e invenzioni linguistiche da far impallidire il vocabolario Devoto-Oli.
🚂 Treni, telegrammi e déjà vu: ricicli d’autore
La partenza in treno per Madrid è costruita sul solito schema già visto (e stravisto) in Totò le Mokò, Totò a Parigi e Totò a colori. C’è la lettera misteriosa, l’invito a una città straniera, la signora nello scompartimento (stavolta è Anna Maestri) e una girandola di doppi sensi linguistici. Il Totò “ispanofono” si lancia in perle come:
- Josè = “Cos’è?”
- Corasón = “Che ore sono?”
- Maya = “Maglia”
- Io faccio le Maye = “Sono il magliaro”
E poi ancora: microbi e antibiotici, cenestare e pomiciare, gestini e cestini. Insomma, una babele semantica che solo Totò poteva attraversare con eleganza, mentre lo spettatore tentava di seguire senza precipitare nel nonsense.
💃 Tabarin, toreri e altri travestimenti vintage
Il film è una miniera di ricicli, citazioni e autocitazioni:
- I due arrivano a Madrid vestiti da toreri, come in Totò, Peppino e la malafemmina.
- C’è il valletto scambiato per un monsignore e il carabiniere promosso a generale.
- Al tabarin si esibisce un Totò contorsionista, direttamente importato da Fifa e arena e Totò le Mokò.
Il tutto è giocato sul filo del grottesco slapstick, con momenti comici indimenticabili, ma anche scene che straripano nella farsa cartonata, come quella famigerata del pozzo, talmente sopra le righe da sembrare disegnata da Hanna & Barbera.
👮 Commissari, furti e faccende da barzelletta
L’altra perla è il personaggio del commissario, interpretato dal solidissimo Luigi Pavese, con cui Totò ingaggia duelli verbali degni di un torneo di freccette al veleno. A reggere la baracca ci sono anche Mario Carotenuto, con la sua ambiguità truffaldina da paraculo di classe, e Giacomo Furia, lo zerbino umano su cui Totò scarica ogni frustrazione con la precisione di uno stilista al fitting.
🎭 Totò, l’Augusto malinconico
Ma, come sempre, a brillare davvero è lui, Totò, l’attore, l’Augusto, il clown filosofico travestito da cialtrone. La sua interpretazione è sobria, di un realismo surreale che fa scuola, e che regge anche quando tutto intorno si smarrisce in gag da varietà. Il contrasto tra il suo Augusto e il clown bianco interpretato da Furia è pura poesia circense.
🌍 Destini internazionali e titoli alternativi
Il film ha avuto diverse uscite:
- In Spagna come La culpa fue de Eva, ma censurato con tagli chirurgici e revisioni di sceneggiatura.
- In Francia come Un coup fumant, ma solo dopo che i francesi minacciarono il ritiro dalla co-produzione per lo scarso spazio dato a De Funès (e non avevano tutti i torti).
- In Inghilterra come Totò a Madrid, titolo sobrio, quasi minimalista.
📚 Critica dell’epoca: tra stoccafissi e sabato grasso
Secondo il Morandini, siamo al minimo storico: "il peggiore dei cinque film di Totò del 1959". Una mazzata, ma comprensibile se si guarda il pasticcio strutturale della seconda parte.
Diversamente, la collana “Il Grande Cinema di Totò” lo difende con onore: un’esplosione di battute, giochi di parole e parodie dell’arte e del falso artistico. Totò, vi si legge, pare ringiovanito, e la sua battuta “Ogni limite ha una pazienza” viene liquidata dalla critica come “una spiritosaggine da sabato grasso”.
Ma — come in tutti i classici — il tempo fa giustizia, e oggi il film è ricordato come una delle più libere e totòesche rappresentazioni del caos comico-artistico che solo il Principe sapeva orchestrare.
🖌️ Conclusione: il pennello sarà anche proibito, ma Totò dipinge sempre capolavori
Totò, Eva e il pennello proibito non sarà un film “da festival”, non vincerà Orsi d’oro né Palme né Leoni, ma resta un concentrato purissimo di umorismo linguistico, metacinema farsesco e clownerie esistenziale. Un film che vive — come il suo protagonista — nell’eccesso geniale, tra l’arte e la truffa, tra la Maya e la maglia, tra il pennello e la risata.
Doppiatori nel film:
Carlo Romano: Louis De Funes
Rosetta Calavetta: Abbe Lane
Giuseppe Rinaldi: Riccardo Valle
Le scene più famose e memorabili di Totò, Eva e il pennello proibito — ovvero un compendio di slapstick, citazionismo, linguistica destrutturata e travestimenti iberici, il tutto filtrato attraverso la maschera eterna del nostro Augusto.
🚂 La scena del treno: babele ferroviaria a tutta risata
È una delle sequenze d’apertura del film ed è un classico modulo comico totòesco, già collaudato in Totò a Parigi e Totò a colori. Totò viaggia verso Madrid — o meglio, verso un fondale di cartapesta che finge Madrid, causa la sua nota avversione per gli aerei — e divide lo scompartimento con una signora (Anna Maestri).
Questa scena è un delirio fonetico e semantico, dove Totò, parlando un improbabile “spagnolo da osteria”, si abbandona a giocosi fraintendimenti:
- Josè? “Cos’è?”
- Corasón? “Che ore sono?”
- Maya? “Maglia!”
- Fucilati invece di rifocillati
- Cestini al posto di gestini
- E il surreale verbo cenestare, che diventa con disinvoltura “l’imperfetto del verbo pomiciare”.
È un compendio di comicità fonetica e nonsense linguistico degno di un cabaret dadaista, con una carica eversiva che spiazza lo spettatore e lo costringe a ridere nonostante se stesso.
🧳 La stazione di Madrid: valigie, toreri e identità sbagliate
Appena arrivati nella capitale iberica — si fa per dire, dato che siamo sempre a Cinecittà sotto mentite spoglie — Totò e Giacomo Furia si presentano vestiti da toreri. La trovata, già vista in Totò, Peppino e la malafemmina, qui viene riproposta in chiave farsesca, quasi da cartone animato.
Il climax comico della scena è la caduta delle valigie, con oggetti che volano da tutte le parti, valigette con doppio fondo e — naturalmente — la mitica faccia stranita di Totò, che guarda in macchina e sembra dirci: “Signori, io recito, ma loro non ci stanno con la testa”.
Il tutto è esaltato dalla totale indifferenza della gente attorno, che sembra ignorare la follia, come in una pièce beckettiana con le nacchere.
🧥 L’equivoco del valletto: da domestico a monsignore
Una perla di comicità basata sulla confusione tra ruoli sociali e apparenze: Totò scambia un valletto vestito in livrea per un monsignore, trattandolo con deferenza ecclesiastica e millantando una conversione dell’ultimo minuto.
Il gioco è tutto sul piano della recitazione gestuale, con inchini, mani baciate, “reverenze” e frasi ecclesiastiche inventate, tipo “la carità è sorella della tappezzeria”.
Questa gag è costruita su una comicità dell’assurdo travestita da buonsenso, tipica di Totò: tutto è perfettamente logico… in un mondo che ha perso ogni logica.
🎭 La scena del tabarin: contorsioni, risate e déjà vu
Altra scena madre, altro citazionismo spinto: siamo nel locale notturno (o “tabarin”, che fa tanto Belle Époque), dove Totò si esibisce in un numero musicale e corporeo che è un’autocitazione diretta da Fifa e arena e Totò le Mokò.
La performance è un capolavoro di teatralità mimica: Totò si piega, si torce, balla come un burattino disarticolato, mescolando tip tap, danze zingare e accenni di flamenco come un mixer impazzito. È una delle sue tipiche performance totali, dove il corpo diventa linguaggio e lo sketch si trasforma in parodia metateatrale.
Sullo sfondo, la bella Abbe Lane, diva internazionale prestata alla commedia, fa da decorazione esotica e sguardo stupito, quasi a chiederci: “Ma che succede?”.
🔍 Il commissario e il truffatore: dialoghi al vetriolo
Le scene con Luigi Pavese nei panni del commissario sono una vera e propria scuola di comicità dialogica. Totò, accompagnato da Carotenuto e Furia, finge di essere un rispettabile “esperto d’arte”, ma ogni parola che pronuncia è una mina semantica:
- “Il pennello? È proibito! Soprattutto se lo si usa fuori dal quadro...”
- “Goya? Ne conosco uno che fa il salumiere a Porta Maggiore!”
Il commissario, rigido come una colonna dorica, si scontra con l’irriverenza verbale di Totò, in un botta e risposta pieno di sarcasmo, malizia e doppi sensi. Un incontro tra legge e anarchia, tra burocrazia e poesia.
🚰 La scena del pozzo: caduta nel grottesco
E qui si tocca il fondo — letteralmente e metaforicamente. Totò e Carotenuto si ritrovano calati in un pozzo, in una sequenza troppo lunga, troppo caricaturale, troppo scollegata dal resto del film.
I due cercano (con scarsi risultati) di recuperare un oggetto prezioso finito sul fondo, ma lo stile cambia improvvisamente: la recitazione diventa da burattino, le gag si fanno infantili, la scena si trascina senza ritmo. È una caduta di tono che disturba, un passo falso in un film che, nonostante tutto, mantiene un suo equilibrio narrativo tra arte e truffa.
🧑🎨 La rivelazione finale: l’arte, la truffa e la giovinezza
Nel finale, Totò rivela — non senza una punta di malinconia — di essere l’autore del quadro “proibito”, una Maya “in camicia” dipinta con tale maestria da ingannare tutti. Un falso autentico, come direbbe lui stesso.
La chiusura è degna della sua poetica: la giovinezza non è un’epoca della vita, ma uno stato mentale, e il nostro Totò, con il suo “realismo surreale”, lo dimostra anche con un pennello in mano. Le ultime battute sono un piccolo capolavoro:
“Morto un microbo se ne fa un altro, impara Vitaliano!”
E infine, la sentenza:
“Ogni limite ha una pazienza.”
Una frase che fu sminuita dalla critica (“fa tanto sabato grasso”, dissero), ma che oggi è incisa nella pietra della comicità italiana.
📌 In conclusione
Le scene memorabili di Totò, Eva e il pennello proibito compongono un collage di sketch, numeri teatrali e duetti linguistici che sfiorano il surreale e toccano punte altissime di comicità classica. Alcune sequenze sono riprese da altri film, sì, ma rielaborate con la genialità camaleontica di Totò, che riesce a far sembrare nuovi anche i déjà vu.
Così la stampa dell'epoca
Come fu accolto Totò, Eva e il pennello proibito da critica, pubblico e censura all’epoca della sua uscita, nel prolifico (e confuso) anno 1959, quando Totò girava film più velocemente di quanto il pubblico riuscisse a digerirli.
📰 Critica italiana: dalla perplessità all'irritazione
All’uscita del film, la critica italiana fu — per usare un eufemismo — gelida come una mattina d’inverno a Ladispoli. Il film venne giudicato da molti recensori come una delle opere più deboli del Totò anni ’50, nonostante il cast di contorno e la potenza istrionica dell’attore napoletano.
Nel dettaglio:
- Il Morandini, che giudica a posteriori ma si fa portavoce del malumore dell’epoca, lo definisce “il peggiore dei 5 film di Totò del 1959”, un anno in cui il Principe aveva girato I Tartassati, La cambiale, Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi e Totò, Peppino e la dolce vita. Un’annata densa, insomma, ma non sempre felice.
- La sceneggiatura di Metz fu bersaglio privilegiato: considerata troppo farraginosa, pasticciata, con un crescendo comico che si spegne nella seconda parte. L’uso del pozzo come climax narrativo fece storcere parecchi nasi, a partire da quelli degli intellettuali che già mal digerivano la comicità farsesca priva di sottotesti civili.
- Alcuni critici salvarono Totò, parlando di una “recitazione surreale e calibrata”, ma lo fecero in mezzo a fitte nebbie di sarcasmo. Per esempio, la battuta “Ogni limite ha una pazienza”, oggi proverbiale, venne liquidata come “una spiritosaggine da sabato grasso” (citazione letterale da un quotidiano dell’epoca, probabilmente il Tempo o il Giornale d’Italia).
- La presenza di Louis de Funès fu giudicata “decorativa” o “inutile”, visto che l’attore francese recitava in francese e veniva doppiato per il pubblico italiano. Molti parlarono di co-produzione imposta più per motivi commerciali che artistici, cosa che all’epoca non era rara.
🎟️ Pubblico: affetto incondizionato, ma con riserva
Diversamente dalla critica, il pubblico italiano si dimostrò più generoso, anche se con qualche distinguo. Il film non fu un flop commerciale, ma non raggiunse neanche i picchi clamorosi di pellicole come Totò, Peppino e la malafemmina o La banda degli onesti.
Fattori che contribuirono a un’accoglienza moderatamente tiepida:
- La confusione della trama, specie nella seconda parte.
- L’eccesso di scene “già viste”, che alcuni spettatori cominciavano a riconoscere.
- L’assenza di Peppino De Filippo, ormai divenuto compagno insostituibile nella percezione popolare.
Ma c’erano anche elementi amati:
- I giochi linguistici furono considerati esilaranti: gli spettatori li ripetevano uscendo dalle sale.
- La performance di Giacomo Furia, eterno punching-ball di Totò, suscitava affetto e simpatia.
- Il quadro della “Maya in camicia” divenne oggetto di battute popolari, un po’ come accadde per la “malafemmina”.
🚫 Censura italiana: colpi di forbice e moralismo anti-Maya
La censura italiana dell’epoca non vide con favore il titolo e alcuni contenuti del film. Già il riferimento al “pennello proibito” suscitò i soliti rossori in camicia nera. Anche se eravamo nel 1959 e il Paese cominciava a modernizzarsi, la censura era ancora attivissima nel proteggere la morale pubblica da nudi artistici e doppi sensi da osteria.
Tagli e interventi principali:
- Alcune battute a doppio senso furono mitigate nei dialoghi finali.
- La caricatura della Chiesa, nella scena del valletto scambiato per monsignore, fu giudicata “sconveniente” ma non censurata del tutto: fu lasciata con l’aggiunta di un’inquadratura esterna “di contorno” per alleggerire l’effetto.
- Il riferimento alla Maya desnuda fu oggetto di una relazione della Commissione di Revisione Cinematografica, che valutò il rischio di “volgare strumentalizzazione del nudo artistico”.
Il nullaosta arrivò, ma con l’etichetta “per adulti”, che a quei tempi equivaleva quasi a un semi-bollino rosso, sebbene privo di conseguenze economiche gravi per il film.
🇫🇷🇪🇸🇬🇧 Accoglienza estera: tagli, titoli creativi e diplomazia comica
Francia – "Un coup fumant"
- La co-produzione con la Francia fu messa a rischio per via dello scarso spazio dato a De Funès, che in patria era già in ascesa come star.
- Dopo alcune trattative diplomatico-artistiche, il film uscì con un titolo neutro (Un coup fumant) e ricevette recensioni miste.
- Alcuni critici francesi salutarono Totò come “le clown existentiel italien”.
- Altri lo trovarono “incompréhensible” per via dei giochi linguistici intraducibili.
Spagna – "La culpa fue de Eva"
- In Spagna il film fu tagliato e censurato pesantemente: furono eliminate
- le battute sul nudo,
- le allusioni al pennello “proibito”,
- e la scena del valletto-monsignore.
- Il titolo fu trasformato in “La colpa fu di Eva”, trasformando la trama in una specie di parafavola biblica travestita da commedia.
Inghilterra – "Totò a Madrid"
- Distribuito senza clamori né promozione particolare.
- Non fu capito, ma Totò guadagnò una piccola schiera di cultori anglofoni che lo considerarono un “proto-Monty Python napoletano”.
📚 Giudizi successivi e rivalutazioni
Nel tempo, il film è stato rivalutato da critici e studiosi, che ne hanno sottolineato:
- Il valore storico come esperimento di internazionalizzazione comica (insieme a La legge è legge).
- La brillantezza della prima parte, e la qualità mimico-linguistica di Totò, paragonata a quella delle sue opere maggiori.
- L’idea della “Maya in camicia” è oggi vista come geniale parodia dell’arte e del feticismo culturale, anticipando certi toni alla Benigni ante litteram.
La battuta “ogni limite ha una pazienza”, inizialmente derisa, è oggi scolpita nella memoria nazionale, parodiata, citata, venduta su tazze e cuscini da salotto. Altro che sabato grasso.
🏁 Conclusione: incomprensioni, ritardi e giustizia postuma
Il destino critico di Totò, Eva e il pennello proibito è stato — come spesso accade ai film di Totò — vittima del tempo in cui è uscito: troppo avanti per i censori, troppo anarchico per i critici, troppo riciclato per parte del pubblico, ma irresistibile per chi ama il Totò linguista, trasformista e surreale.
Goya toma nel cinema italiano, per una variazione spagnola sul tema e sul personaggio Totò. Diretto da Steno, Totò, Eva e il pennello proibito tramuta l’attore comico in un copista di quadri e anche in un falsario, giacché inventa una terza «Maya» goyesca, da aggiungere alle due famose: «Maya in camicia». Un briccone, impersonato da Mario Carotenuto, gliene affida l’incarico; e da modella fa Abbe Lane. Alcuni attori spagnoli, come Luis De Funes, stanno nello sfondo, insieme con le vedute di Madrid e la danza del «flamenco». Un Totò, stavolta, con le nacchere; ma non diverso da quello abituale, nel clima consueto della farsa, esasperata nella sequenza del marito tradito che insegue la moglie in un locale notturno. Situazioni già note, battute ad ogni costo spiritose che fanno tanto sabato grasso; del tipo di questa, colta sulle labbra di Totò, «Ogni limite ha una pazienza». C’è del vero.
lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 15 febbraio 1959
Ma Totò [...] crea anche una Maja in mutande, una Maja in reggiseno, una Maja in bikini, ecc. ma non è fortunato. E neanche gli spettatori, siamo giusti, lo sono, costretti a ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d'ogni luce d'intelletto umano. [...] Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti a ingerire prodotti cosi squallidamente raffazzonati, cosi privi di spirito e d’ogni luce d’intelletto umano.
Ugo Casiraghi, «L’Unità», 15 febbraio 1959
Dovremmo dire che Steno si è ispirato a Goya nel realizzare questo film, se in tal modo non traessimo in inganno lo spettatore facendogli credere che il regista abbia voluto compiere un’opera di notevole impegno. In verità, e il nome di Totò basta a confermarlo, si tratta di un'opera veramente disprezzabile: il popolare comico è indubbiamente un buon attore, ma ha fatto molto più male al cinema che bene lasciando che il suo nome venisse usato come richiamo per innominabili produzioni. [...] Il film è una farsaccia, ma quello che dispiace è che neppure come farsaccia sia stato condotto seriamente.
«Corriere dell'Informazione», 16 febbraio 1959
Tale il titolo, tale il film: un intruglietto d'occasione (l'occasione è il recente « La Maya desnuda») coi soliti ingredienti dì giochi di parole, doppi sensi, freddure, spogliarelli ecc. legati dalla salsa Totò. [...] Di qui una girandola d'espedienti e d'equivoci, che allontanando sempre più la vicenda dal senso comune, la precipitano nella farsa, dove il proposito di far ridere a tutti i costi è più facilmente conseguibile. Qui infatti il filmetto trova una sua comicità intermittente, a singhiozzo; e fra troppe cose di pessimo gusto, qualche raro spunto indovinato. Ma i conti non tornano, e ancora una volta la faciloneria guasta tutto. Totò protagonista non delude quanti ancora amano ritrovarlo nel suo vecchio repertorio. Esclama «eziandio», separa il «chicche» dal «sia», prende «corazon» per «che ore sono?», balla il «flamenco», si veste da torero, e nel diluvio delle battute qualche volta fa centro. Insomma si mostra ancora capace di gestire un film da sé solo, col vecchi mezzi. Se non merita lui d'entrare nella galleria dei «mattatori», non lo merita nessuno...
l.p. (Leo Pestelli), «La Stampa», 21 febbraio 1959
Farsetta a ruota libera, con l'inesausto Totò net panni d'un imbrattatele, complice involontario d'un truffatore madrileno nella confezione d'una «Maya in camicia », capolavoro... ignorato del grande Goya. La modella in camicia trasparente è Abbe Lane. Di lei s'innamora il plttorucolo guastando gli interessi del falsario. Di qui una serie di equivoci fino al prevedibile Anale. A strappi, si ridacchia: per qualche trovatina del copione e la buffonesca lena del protagonista.
«Stampa Sera», 21 febbraio 1959
[...] La commediola è fatta di cosette trite, condite dal soliti lazzi di Totò e dalle mediocri trovate del regista Steno. L'interpretazione di tutti è sul piano del soggetto e della regia.
«Il Messaggero», 22 marzo 1959
Si tratta di un film comico che riesce e stento a far sorridere, basato quasi dei tutto sui lazzi di Totò che si agita inutilmente nel vano tentativo di colorire e di rendere digeribile un copione assolutamente insulso. [...] L'azione si trascina stancamente tra un equivoco e l'altro, si complica e si risolve poi nel modo più prevedibile e che non vi sarà difficile indovinare. Ha diretto Steno, svogliatamente, scivolando spesso nel cattivo gusto. Totò ha fatto il possibile ma tutto ha un limite; gli altri sono Abbe Lane e Mano Carotenuto.
Vice, «Il Tempo», 22 marzo 1959
Totò, in questa sua ennesima avvenuta cinematografica, veste i panni di un « copista » [...] La storia è inconsistente ed inconsistenti sono la regia e la sceneggiatura: Totò, rispolverati i suoi vecchi lazzi e le sue vecchie macchiette, fa quel che può per strappare le risate alla platea, ma raramente vi riesce. Accanto a lui sono Abbe Lane e Mario Carotenuto: entrambi quanto mai impacciati.
Vice, «Il Popolo», 24 marzo 1959
Totò tra vero e falso
Nell'ambito della serie che la TV dedica a Totò, questa sera si proietta (alle 21,35, Rete 1) un film di Steno, Totò, Eva e il pennello proibito, targato 1958. Oltre a Totò figurano tra gli interpreti Louis De Funes (il comico francese dalla faccia gommosa era allora un ottimo caratterista, non ancora dilatato malauguratamente alla misura di protagonista), Abbe Lane (classica bellezza dell'epoca), Mario Carotenuto e Giacomo Furia.
Totò è qui nel panni di un pittorello che deve «ritoccare» una copia della Maja desnuda di Goya per farne una «Maja in camicia», destinata a mettere a rumore i critici e il mercato d'arte per un colossale imbroglio. Memorabile è la sequenza iniziale che vede Totò dare l'ultima pennellata ad una perfetta Gioconda, usando Giacomo Furia travestito in qualità di modella. L’eterno, seducente gioco tra il vero e il falso (quello di F for fake di Orson Welles, per intenderci) assume nel film di Steno e Totò i caratteri di una farsa grossolana dagli accenti surreali, godibilissima a questo livello. Migliore di tanti altri film di serie B «di marca Totò», questo di Steno impronta l'infimo al sublime, l’arte alla paccottiglia. Qualche anno dopo sarebbe successo sul serio, magari alla Biennale di Venezia.
«L'Unità», 16 febbraio 1979
Domani a Roma un singolare happening di Bonito Oliva
Totò principe? Macchè, critico d'arte
Totò è stato anche un precursore e un teorico dell’arte moderna? Ha anticipato il «Gruppo ’63», l’«Opera aperta» di Umberto Eco, l’Anacronismo di Maurizio Calvesi, la Body-Art. la Transavanguardia? Ha divulgato, con parole ed esempi accessibili alle masse, l’Astrattismo, il Futurismo, il Dadaismo, il Post-Modem di Paolo Portoghesi?
E’ quanto sostiene Achille Bonito Oliva, a sua volta body-artist ante litteram, inventore dell’Eclettismo, del Nomadismo, della Transavanguardia, autore della supercontestata edizione della Biennale Arte ’93, sempre in vena di paradossi, c provocazioni c sempre alla ricerca di trovate clamorose. Lo sostiene attraverso un video - «Toto-Arte» - che sarà proiettato venerdì prossimo nel Roof-Garden del Palazzo delle Esposizioni, nell’ambito delle performances che vengono inscenate nell’Electronic Art Cafè», la nuova moda lanciata a Roma dal creatore di eventi multimediali Umberto Scrocca.

Oliva, in che modo Totò aveva anticipato il «Gruppo ’63», ossia il movimento d'avanguardia italiano degli Anni Sessanta?
«Nella celebre lettera che detta in Totò, Peppino e la malafemmina, il grande comico napoletano, che io non esito a definire il "Socrate moderno”, scardina ogni analisi logica, ogni ordine sintattico, ogni regola grammaticale, recuperando nello stesso tempo le "parolibere” di stile futurista».
E l’«Opera aperta» teorizzata negli Anni Sessanta da Umberto Eco come l’aveva anticipata?
«In Totò cerca moglie l’attore dice: "Nella mia arte manca sempre qualcosa”, cioè che l’arte è sempre incompleta, aperta, non-finita, come il non-finito di Michelangelo. Quel film è del 1950, l'Opera aperta di Eco del 1962. Non è chiaro?»
Vuole dire che Eco ha preso l’idea da Totò?
«Come diceva Paul Valéry, il nome è un destino. Uno che si chiama Eco che cosa può fare, se non echeggiare le idee altrui?» Ma, secondo quanto sostiene lei, Totò era stato derubato un po’ da tutti, incluso Maurizio Calvesi con il suo Anacronismo. «E’ cosi. Quando, in Totò, Eva e il pennello proibito, l’attore dice c’è più difficile copiare che inventare, non anticipa tutti i copiatori maldestri dell’arte antica lanciati da Maurizio Calvcsi? Con una differenza, però. Totò lo diceva con un senso ironico, che manca del tutto agli odierni anacronisti. Egli voleva evitare che chi non aveva talento si mettesse a dipingere o a scolpire riempiendo il mercato di cose immonde».
Insomma, Totò capiva l'arte moderna meglio di Longhi, Argan, Berenson, dello stesso Bonito Oliva?
«Di Longhi e Argan sicuramente».
Costanzo Costantini, «Il Messaggero», 9 febbraio 1995
🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️
I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.
La censura

Duplicato del verbale originale (gennaio 1959) della Commissione Revisione Cinematografica in data 24 agosto 1978
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)
I documenti
Tutte le edizioni home video di Totò, Eva e il pennello proibito, dalla VHS al DVD (e oltre), includendo anni di uscita, edizioni, contenuti speciali e curiosità.
📼 1. VHS – le prime uscite
- 1990 circa: prima edizione VHS italiana — pubblicata da Fonitcetra Video (confezione "big box"), ora reperibile in collezioni private e su eBay
- Serie “Il Grande Cinema di Totò” (Fabbri/Corriere della Sera): uscita tra fine anni ’90 e inizio 2000, con fascicolo illustrato incluso. Circa contemporaneamente, la stessa collana distribuì l’edizione in VHS
🎥 2. DVD – le edizioni più comuni
- 2003 – Ripley’s Home Video / Terminal Video
- Singolo disco DVD (101 min), formato widescreen, audio Dolby Digital 5.1 italiano e sottotitoli per non udenti.
- Contenuti speciali inclusi: trailer originali, scene inedite in lingua originale, interviste, curiosità, filmografie e galleria fotografica
- 2005 – Francia
- Uscita francese del DVD, a seguito dell’edizione cinematografica del 1969 (Un coup fumant). Dettagli tecnici meno chiari, ma uscito appunto questo anno
- Edizioni internazionali
- Disponibile su Amazon.ca (import Canadian DVD), spesso venduto come “Italian Import”, circa primi anni 2000.
💿 3. Edizioni speciali / da collezione
- “Special Edition – 2 DVD”
- Titolo commerciale comune su eBay e simili come “SPECIAL EDITION – 2 DVD FILM”
- Spesso presentato come “film interattivo”, confezione da collezione, utilizzato nei cofanetti commemorativi.
- A volte includono booklet o fascicoli fotografici, ma le specifiche variano in base all’inserzione.
🗂️ 4. Contenuti speciali – confronto completo
| Edizione | Anno | Dischi | Audio & Sottotitoli | Contenuti extra principali |
|---|---|---|---|---|
| VHS Fontcetra / Fabbri | '90s/'00s | VHS | Italiano mono | Fascicolo illustrato (solo Fabbri), nessun extra multimediale |
| DVD Ripley’s Home Video | 2003 | 1 DVD | DD 5.1 + sott. per non udenti | Trailer, scene inedite, interviste, curiosità, filmografie, foto |
| DVD import Canada (Amazon.ca) | primi '00s | 1 DVD | Italiano | Omaggio all’edizione italiana, nessun extra noto |
| DVD francese “Un coup fumant” | 2005 | 1 DVD | Francese | Localizzazione con doppiaggio fr., extras non specificati |
| Special Edition 2 DVD (eBay etc.) | anni 2000 | 2 DVD | Italiano | Possibile booklet, film interattivo, packaging premium |
🔍 Raccomandazioni per collezionisti
- La versione DVD Ripley’s (2003) è la più completa dal punto di vista di extra.
- Se ti interessano booklet o fascicoli illustrati, cerca le edizioni “Special Edition 2 DVD” o le VHS della serie Fabbri / Corriere della Sera.
- Se vuoi un’espressione internazionale del film, il DVD francese del 2005 con titolo Un coup fumant può avere fascino, ma valuta che il doppiaggio è in francese.
🔁 Disponibilità attuale (2025)
- Amazon.it/ca: copie nuove o usate, in particolare il DVD italiano (usato a ~€10–11)
- eBay/Second hand: si trovano VHS, DVD singolo e special edition 2 DVD, spesso in ottimo stato .
✅ Sintesi finale
Se desideri un’edizione ricca di contenuti multimediali, punta al DVD Ripley’s del 2003. Per un’esperienza più da collezionista, una “Special Edition 2 DVD” o le VHS con fascicolo della collana Fabbri possono essere perfette. Le edizioni internazionali aggiungono un gusto da curiosità, ma con meno bonus.
L’idea era nata perché avevano girato a Roma un film con la Gardner, La Maja desnuda. Dovevamo sfruttare in interni le stesse scene e poi si sarebbe dovuto andare a girare alcuni esterni in Spagna. In realtà gli spagnoli avevano partecipato alla produzione perché volevano Totò in Spagna. Ma lui niente, non voleva andarci. Totò non è andato mai in aereo, era un pauroso; d'estate, in barca, andava praticamente costa costa mentre l’autista doveva seguirlo con la macchina lungo la strada: nel caso ci fosse stata qualche onda di più o il mare cominciasse a muoversi un po’, Totò dava immediatamente ordine di fermare la barca, scendeva e pigliava la macchina. Così in Spagna non ci siamo andati, tant’è vero che cambiarono la sceneggiatura e invece del comico spagnolo che doveva esserci venne il francese Louis de Funès.
Giacomo Furia
Cosa ne pensa il pubblico...

I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com
- Il film ha parecchie freccie al suo arco, a cominciare da un De Curtis in ottima forma, in grado di dare corpo - come sempre - ad improvvisazioni che migliorano uno script, di per sè, già efficace. Ottime le spalle, tra le quali, oltre a Mulè e Carotenuto, si segnalano Giacomo Furia e Luis De Funes. Azzeccata, a dir poco, Abbe Lane nei panni succinti (per l'epoca) della "primadonna"...
- Il copista dipinge la terza Maja "di Goya" e il falsario tenta di rifilarla: la storia consente di aggregare attorno a Totò diversi filoni comici possibili, dalla farsa in stile Feydeau alla commedia degli equivoci giù giù fino al pittoresco-satirico spagnoleggiante. Il tutto discretamente congegnato sia a livello di sceneggiatura che di realizzazione, peraltro con un buon cast (dove su De Funès primeggiano semmai Carotenuto e Furia) e con lo stesso Totò ben inserito in un contesto più ampio e al tempo stesso non fragile. Vedibile con piacere.
- Discreta commediola ben diretta da Steno e vivacizzata da un Totò in discreta forma. Al suo fianco compaiono altri mostri sacri del nostro cinema e di quello francese. Mostri come il mitico Mario Carotenuto o Giacomo Furia, o Luigi Pavese e Francesco Mulè ed Enzo Garinei. E per il cinema francese un grandissimo Luis De Funes. Memorabili i duetti di quest'ultimo con Totò. Buon ritmo. • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I duetti tra Totò e Giacomo Furia e tra Totò e De Funes; Il finale.
- Una commedia frizzante, dove quello che contano sono il ritmo e il meraviglioso cast di comici piuttosto che la sceneggiatura (abbastanza prevedibile). Totò è un vulcano come sempre, eccellente soprattutto quando si può scatenare nei duetti con il suo allievo (un Giacomo Furia perfetto); Carotenuto ripete il suo ruolo di truffatore incallito con grande bravura e De Funes strappa più di un sorriso con la sua agitazione. Abbe Lane invece è bella, ma di recitare non se ne parla. Finale molto divertente. • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Le pareti che girano nel locale; Il finale con la moltitudine di maye.
- Una commedia dai tanti spunti divertenti che ci regalano un Totò frizzante e pieno di vita, che sforna battute e giochi di parole a raffica. La sceneggiatura è ben costruita e curata in modo da garantire una certa continuità a discapito di buchi e tempi morti che spesso hanno penalizzato molti dei suoi lavori. La storia di per sé poi funziona e anche la regia sapiente di Steno e la bravura delle spalle contribuiscono a rendere la commedia gradevole e ben riuscita.
- Film di aurea medietà che è la parodia di La Maja desnuda di Henry Koster, film drammatico di coproduzione italo-franco-americano. Un Totò con le nacchere e in trasferta in Spagna dove, come ottimo pittore copista, ne combina di tutti i colori coinvolgendo nella sua pochade scatenata persino il capolavoro del grande pittore Goya. Giochi linguistici più saporiti del solito, la consueta regia svelta e professionale di Steno, qualche accenno caricaturale sui luoghi comuni degli spagnoli, scenografia ricca e curata e una parata di interpreti niente male.
- Film con spunti molto divertenti. Il Principe duetta con il grande De Funès. Il risultato è strano, perché ad un occhio attento la gestualità di De Funès risulta più esagitata di quella del Principe. L'arcano è forse svelato con le origini spagnole del francese. Anche Carotenuto riesce a ritagliarsi un buon ruolo, così come Giacomo Furia. Come sovente accadeva ad una sceneggiatura pessima corrispondeva il superlavoro a cui si sottoponevano i "nostri" grandi attori, con film a ripetizione. E ciò non faceva certo bene al risultato finale.
- Totò travolgente come al solito in questa trasferta spagnola che lo vede nei panni di un pittore (copista, per la verità, pedissequo emulatore, piuttosto che artista; idiota più che genio) alle prese con una fantomatica terza Maya di Goya, quella "in camicia". Tutto funziona bene, la semplice trama scorre senza intoppi e gli attori reggono bene la scena... certo, in funzione del soverchiante protagonismo del Principe De Curtis. Chissà quale sarà il "pennello proibito" del titolo.
Le incongruenze
- Quando Totò si apparta con la signora nel salottino privato, in quello a fianco vi è una coppia ed è presente un monitor dove, spiega il maitre, è visibile la sala principale del locale (per controllare l'arrivo di mariti gelosi), grazie ad una telecamera nascosta. Dopo varie vicissitudini si vede l'arrivo del marito geloso, ma questi si trova nel corridoio e non nella sala principale
www.bloopers.it
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| Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo. | |
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| La stazione di Madrid alla quale scende il copista Totò Scorceletti (Totò), chiamato in Spagna da Raoul La Spada (Carotenuto) perché realizzi un falso della “Maja Desnuda” di Goya è davvero la ex Estación del Norte (ora Estación de Príncipe Pío) in Paseo Rey a Madrid. Oggi si presenta così | |
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| Ecco la pensilina e le decorazioni sull'ala destra prima del nuovo restauro (che ha riportato i colori antecedenti al vecchio restauro ed eliminato gli stucchi sulle facciate comparsi solo durante il primo restauro) |
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Partanna Gianni (Grifeo di Partanna Giovanni)
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Voleva ripartire per l'America
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- Giacomo Furia, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998, cit., pp. 269-270.
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "Totò: principe clown", Ennio Bìspuri - Guida Editori, 1997
- Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 15 febbraio 1959
- Ugo Casiraghi, «L’Unità», 15 febbraio 1959
- «Corriere dell'Informazione», 16 febbraio 1959
- l.p. (Leo Pestelli), «La Stampa», 21 febbraio 1959
- «Stampa Sera», 21 febbraio 1959
- «Il Messaggero», 22 marzo 1959
- Vice, «Il Tempo», 22 marzo 1959
- Vice, «Il Popolo», 24 marzo 1959
- «L'Unità», 16 febbraio 1979
- Costanzo Costantini, «Il Messaggero», 9 febbraio 1995
