Inchiesta sul mondo del fumetto: cinema e lacrime

Melodramma, stereotipi e pubblico nelle sale italiane

Cinema e lacrime


Nel settembre del 1961 Arturo Gismondi affronta sulle pagine di «Noi donne» uno dei temi più discussi della cultura popolare del dopoguerra: il rapporto tra cinema di massa, modelli sociali e pregiudizi. L’articolo, inserito in un’inchiesta dedicata al “mondo del fumetto”, allarga infatti lo sguardo dalle storie illustrate al grande schermo, sostenendo che anche il cinema più popolare possa trasmettere, dietro l’apparenza innocua del melodramma, dell’avventura o della commedia sentimentale, idee arretrate sui rapporti tra uomini e donne, sulle differenze sociali e sulle discriminazioni razziali. Gismondi passa così dal cinema americano a quello italiano, da William Holden e Jennifer Jones in L’amore è una cosa meravigliosa ad Audrey Hepburn in Sabrina, fino ai melodrammi con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, ai film musicali di Claudio Villa, alle serie di Don Camillo e Peppone, a Pane, amore e fantasia e Poveri ma belli. Ne emerge una fotografia polemica ma preziosa del cinema popolare tra anni Cinquanta e primi Sessanta, quando melodrammi, commedie, film musicali e peplum raggiungevano un pubblico vastissimo, spesso lontano dall’attenzione della critica cinematografica più autorevole.


I pregiudizi più avvilenti, le più false convinzioni, le più arretrate concezioni della vita trovano spesso via libera sui giornali, sugli schermi e sul video: la macchina del fumetto produce senza sosta storie lacrimose e complicate, popolate di personaggi fuori dalla realtà del nostro tempo. Esaminiamo questa volta il sottile veleno che nel buio delle sale cinematografiche gli spettatori assorbono sull'onda della commozione costruita dagli industriali del fumetto.

Il cinema è un’arte ma è anche un’industria. E’ un’industria, ma è anche un veicolo per diffondere nel pubblico delle idee, una concezione del mondo, e spesso addirittura miti e pregiudizi. Ed è proprio il cinema più «popolare» (nel particolare significato che a questo termine prestano i produttori), a risentire di questa situazione. In questi casi il cinema, che nelle sue espressioni migliori, nei suoi prodotti culturalmente e artisticamente più validi costituisce uno strumento di elevazione e di liberazione, si trasforma in una macchina per la creazione o per la perpetuazione del pregiudizio, dei tabù, dei modi di pensare più arretrati e avvilenti. Dietro le storielline più innocue, dietro i film apparentemente meno «impegnati» scopriamo, assai spesso, il sottile veleno di idee retrive, sbagliate, che come una triste eredità continuano a legare gli uomini, e ancor più le donne, a un passato di servitù culturale e morale. Scoprire, al di là della storia d’amore e di avventure, al di là della cortina del sentimento e dell’emozione, i germi e le radici di questo modo sbagliato di concepire la vita, è, qualche volta, assai difficile e tuttavia fornisce allo spettatore e alla spettatrice un’arma per affrontare in modo critico la produzione cinematografica, per scegliere ed accettare il buono, il bello, e tutto quanto migliora e arricchisce- la nostra personalità, per respingere quanto può diminuirla e umiliarla.

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Ai primissimi posti nelle statistiche degli incassi cinematografici degli ultimi anni risulta il film americano L’amore è una cosa meravigliosa. Ha avuto, anche in Italia, un successo di pubblico grandissimo, straripante, conciliato dall’amore dei due protagonisti, William Holden e Jennifer Jones. Il finale amaro, tristissimo, con la morte proprio del protagonista, è servito egregiamente ad affermare il principio che non sempre i film debbono necessariamente «finire bene». Per essere esatti, anzi, qualche volta i film debbono proprio «finire male». In genere, debbono finir male, per esempio, tutti quei film nei quali l’amore minaccia di congiungere per sempre personaggi appartenenti a razze diverse, come è nel caso del protagonisti de L’amore è una cosa meravigliosa: lui bianco, americano, lei «gialla», cinese, seppure di razza mista.

Il finale tragico era imposto, in questa occasione, da un codice severissimo, seppure non scritto, al quale non c’è regista americano che non si adegui, e secondo il quale i matrimoni misti non debbono mai giungere in porto, per salvaguardare un pregiudizio che deve essere conservato intatto nel pubblico: quello della incomunicabilità delle razze, della impossibilità di una loro fusione.

L’abilità del regista de L’amore è una cosa meravigliosa fu di aver saputo nascondere il sottile veleno dietro una pletorica, zuccherosa storia d’amore.

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In altri casi, invece, il giuoco è più grossolano. Recentemente è stato proiettato, sugli schermi italiani, un bruttissimo film, ambientato anche esso in Cina, dal titolo La setta del drago rosso. Anche in questo film l’elemento sentimentale è costituito dall’amore di un bianco per una cinesina. Eppure, nonostante la dedizione della fanciulla, alla quale il suo compagno corrisponde, per la verità, con una certa condiscendenza, avvertiamo per tutto il film che la storia d’amore non può finir bene. La contrapposizione delle due razze è qui troppo netta, da una parte ci sono i buoni, che sono i bianchi, dall’altra i cattivi, che sono i cinesi. La ragazza cinese morirà con una freccia nella schiena. Immolandosi per il suo uomo. E con questo finale il regista ha risolto diverse situazioni, ma soprattutto ha evitato lo scoglio, di un amore misto. L’esperienza dimostra che si tratta, per un film americano, della situazione più difficile da risolvere.

Qualche anno fa per esempio ad Hollywood un gruppo di cineasti cominciò a lavorare ad un film che doveva, secondo le intenzioni degli autori, affrontare in modo nuovo e coraggioso il problema razziale negli Stati del Sud. Quel film era Pinky la negra bianca che ebbe anche un certo successo. Ma quando la pellicola cominciò a circolare per le sale d’America, suscitando le ire degli imbecilli cultori della razza, la cui brutalità era. messa a nudo dalla storia della giovane Pinky, essa deluse non poco e ambienti più avanzati. Si notò che, arche in questa occasione il regista non aveva trovato il coraggio di far sposare i due protagonisti. Il film, sia pure ribaltando la morale corrente, finiva con un rifiuto della giovale negra, la quale preferiva restare fra la sua gente piuttosto che seguire l’uomo che amava al Nord, in mezzo ai bianchi. La denuncia del razzismo c’era, e aspra. Ma, ed è ciò che sta più cuore all’opinione pubblica segregazionista americana, il principio della inconfondibilità delle razze vi era riaffermato, ancora una volta. Questo genere di soluzioni nei film che in qualche modo mettono in discussione il problema delle razze è quanto di meglio possono auspicare i cultori del segregazionismo. Esso, infatti, può colpire alcuni ambienti particolarmente arretrati, quelli dei razzisti fanatici, membri di sette, attivisti della separazione delle razze, ma al tempo stesso si assicura l’adesione della più larga opinione pubblica razzista, quella che pur non arrivando a odiare e a perseguitare le «razze inferiori». rifugge tuttavia, per una sorta di repulsione atavica, dai matrimoni misti, e dalla libera unione di uomini e donne di razze diverse.

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L’opinione pubblica italiana è, nella sua totalità e anche nella parte politicamente più arretrata, immune dal germe del razzismo virulento e fanatico. Le notizie che pressoché quotidianamente appaiono sui nostri giornali intorno alle intemperanze dei razzisti degli Stati del Sud suscitano. da noi, un misto di sdegno e di pena. Eppure, gli spettatori italiani accettano senza particolare disagio, il sottile veleno contenuto in film come L’amore è una cosa meravigliosa. La setta del drago rosso, Pinky la negra bianca, eccetera.

Attraverso questi film la cinematografia americana diffonde fra noi o rinsalda nel caso che già esistano, pregiudizi e miti che sono il retaggio ultimo, e più insidioso, di un modo incivile di concepire i rapporti fra gli uomini.

Il razzismo di certi film americani, del resto, non si esercita solo ai danni dei negri o dei «gialli». Una discriminazione più sottile, più insidiosa è contenuta, e spesso in modo involontario, ai danni di altri gruppi nazionali: gli italiani, gangsters o servili proprietari di locande, gli e-brel, mercanti e strozzini, spagnoli, portoricani, sudamericani in genere, nullafacenti e rissosi. Un particolare tipo di razzismo è coltivato in molti film western della «vecchia maniera», col buono da una parte e i cattivi dall’altra, nemici irriducibili, e coll’immancabile, trionfo :del bene, e della giustizia contro la malvagità. In molti di questi film, è stato osservato. il buono è biondo, alto, slanciato e vigoroso. Il cattivo è forte anche esso, ma più tarchiato, e quasi sempre bruno di capelli e di carnagione. L’ingenuo simbolismo di questi film identifica il «buono» con l’uomo del Nord, leale, forte, generoso; il «cattivo» con l’uomo meridionale, violento, privo di scrupoli, sleale e subdolo antagonista del bene. La «scazzottata» finale celebra in modo esemplare il trionfo della giustizia sull’impostura, ma anche di un tipo umano sull’altro. Il «cattivo» soccomberà dopo aver dato prova di slealtà, dopo aver gettato la polvere negli occhi dell’avversario, dopo aver cercato di colpirlo a tradimento, ecc...

I produttori si rendono conto che il pubblico femminile, anche il più ingenuo, è ormai abbastanza smaliziato da respingere le eterne versioni della favola di Cenerentola, delia Bella Addormentata, del Principe" Azzurro e i film con tale genere di storie si vanno facendo sempre più rari. Almeno nelle forme tradizionali, dolciastre e lacrimose, perchè in realtà l’elemento della ragazza povera che risolve tutti i suoi problemi sposando l’uomo ricco, e soddisfacendo così ai due bisogni ritenuti per tradizione fondamentali per una donna: quello dell’amore e quello della conquista di una stabilità economica, continua ad essere presente anche in certi film all’apparenza modernissimi. In Sabrina, per esempio, con William Holden e Humphrey Bogart e Audrey Hepburn il regista ha l’abilità di conferire a tutta la storia della fanciullina che sposa il capitano d’industria un andamento fiabesco, accentuato dalla recitazione un po’ astratta di Audrey Hepburn. Sostituito, dunque il più positivo personaggio del capitano d’industria, del ricco borghese, a quello, ormai poco credibile e interessante del nobile signore, la favola del Principe Azzurro continua a prestare valida materia agli sceneggiatori e ai registi di scarsa fantasia, e ad affascinare le fanciulle di scarso discernimento. La donna, in queste storie, non ha a disposizione, per affrontare il mondo, che il suo amore, la sua virtù, la sua capacità d’amare e di far innamorare. Utilizzando nel modo più saggio queste sue possibilità può vivere felice vicino ad un uomo ricco e, particolare da non trascurare, anche di bell’aspetto.

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La cinematografia italiana, per la verità, a parte il periodo dei «telefoni bianchi», e del tentativi di «commedia brillante» tutti prima della guerra, non ha mostrato mai eccessiva predilezione per il genere Cenerentola.

Il classico «fumetto» cinematografico italiano preferisce, Invece, calcare le strade, ben più aspre e cosparse di lacrime, del genere figlio-della-colpa, o le-colpe-del-padri-ri-cadono-sui-figli.

Una caterva di bruttissimi filip, che i critici in genere non recensiscono perchè prodotti per il famoso «circuito B», per le sale di seconda o terza visione, per la provincia, per la campagna, ha Invaso negli anni passati le sale cinematografiche italiane. Hanno, per lo più, a protagonisti Amedeo Nazzari e Yvonne San-son. Alcuni titoli: Catene, Tormento, I figli di nessuno, Abbandonata, L’angelo bianco. La storia è in genere assai ingarbugliata, aggrovigliatissima, ricca di colpi di scena e di situazioni impreviste. L’elemento base, tuttavia, è sempre quello della fanciulla che ha commesso un errore, e che soltanto una serie tremenda di sofferenze, di equivoci, di dolori può redimere. Qualche volta l’«errore» non è stato commesso dalla fanciulla, ma dalla di lei madre che di solito è morta dandola alla luce. Alla espiazione della madre, in questo caso, si aggiunge quella della figlia, che solo a prezzo di lacrime amarissime riuscirà a riconquistare il suo amore.

Questo filone si arricchisce, di solito, di una serie di classici desunti dalla più affliggente letteratura dell’800: Le due orfanelle, per esempio, Il fiacre numero 13, La portatrice di pane. La cieca di Sorrento. Un mondo pullulante di trovatelli, di orfane indifese, di cattive megere che occultano la biancheria fine e la lettera trovata indosso alla creaturina quando venne depositata da un servo fedele sui gradini di una chiesa (preferibilmente quella di Notre Dame) onde dannarla per sempre alla mendicità e procurarsi cosi i pochi spiccioli da consumare in una bettola.

Da qualche tempo tuttavia questo genere di storie, più che attraverso i film di Nazzari, che pure continuano a circolare e a incassare quattrini nel famoso «circuito B», rivivono, seppure edulcorate da una serie di canzonette, nelle pellicole del produttore Misiano, sconosciute anche esse alla critica ufficiale, che troppo poco si preoccupa di conoscere quale sia il vero pane di cui si nutre il pubblico più popolare. E’ il genere nato dalle canzoni di successo, con Claudio Villa, Nunzio Gallo, con Luciano Tajoli e altri «divi» della canzone. L’elemento fondamentale, in questo caso, è costituito dalla canzonetta, e la storia è costruita come una «sceneggiata» della canzone.

Gli americani sono senza dubbio più abili nel confezionare tragiche storie di donne perdute o quasi: si può ricordare tra tutti, il film Lo specchio della vita che ebbe a protagonista Lana Turner, un’attrice che fece poi molto parlare di sè, in modo molto più realistico. In questi film, di solito, è il sesso che fa da motivo conduttore: non quello sfacciato degli «spogliarelli», ma quello tormentato degli amori impossibili e delle vergogne nascoste.

Un genere di film tutto italiano è stato quello della serie popolaresco-paesana, alla Pane amore e fantasia. Un precedente di questi film, ambientati nella società ristretta, semplice, patriarcale di un piccolo centro, lo avevamo avuto con le storie di Peppone e don Camillo, interpretate da Gino Cervi e Fernandel, e tratte da un libro di Guareschi. In questi film, i problemi più gravi come quelli del conflitto fra il potere civile e politico, rappresentato dal sindaco don Peppone, e il potere religioso, rappresentato da Don Camillo, venivano risolti in modo bonario, a base di lazzi, beffe paesane, e al massimo con qualche innocua scazzottata. Un tentativo di reinserlre un filone in qualche modo «politico», che facesse leva cioè sull’interesse degli italiani per gli avvenimenti pubblici, sulle divisioni ideologiche che corrono spesso all’interno di una stessa famiglia, si ebbe con Nonna Sabella, tratto anch’esso da un libro, quello di Campanile. Nonna Sabella. però, non riuscì ad avere il successo della serie di Don Peppone, anche se fu confortata da incassi non indifferenti: qui gli autori, volendo evitare tutte le «grane» possibili, accentuarono al massimo l’aspetto farsesco della vicenda, che è quella di un uomo pieno di ideali, di un socialista (per la verità un po’ all’antica), che la sua donna riesce a distogliere dalle proprie idee in omaggio alla saggezza, alla famiglia, ecc...

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Assai maggior successo ebbe, a suo tempo, Pane, amore e fantasia con Gina Lollobrigida. L’elemento di fascino del film era costituito, anche qui, dalla descrizione di una società paesana con le sue beghe e le sue piccole passioni, ma quel che fece di questo film uno dei preferiti della classe dirigente, si da essere definito «l'antirealismo», fu la particolare concezione del popolo, dei poveri che il regista vi aveva espresso. La povertà era vista in modo pittoresco, come una condizione spensierata dell’uomo. I poveri erano felici, nonostante le loro difficoltà e le loro beghe, e alla fine tutto si risolveva con un po’ di canzoni e un po’ di amore. Dopo Pane amore e fantasia vennero Pane amore e gelosia. Pane amore e... ed altri dello stesso genere.

Un altro filone che giustamente venne considerato dai critici una reazione, o una edulcorazione del realismo cinematografico italiano, fu quello dialettale romanesco. Il prototipo fu Poveri ma belli. L’idea è tutta nel titolo: i poveri non hanno soldi, spesso non hanno lavoro, hanno un sacco di guai ma in fondo sono felici, perchè spensierati e, soprattutto. belli. Poveri milionari, Ladro lui, ladra lei e altri filmetti consimili appartenevano a questo filone, che sfruttava un po’ nel linguaggio, nelle Inquadrature, spesso nella tecnica, le esperienze del neo-realismo, ma per giungere a conclusioni completamente diverse. Nel neo-realismo era l'immagine di una vita reale, dura, spesso disperata, ma anche dello slancio e degli ideali dell’uomo, della sua speranza in un mondo e in una vita migliori. In questi filmetti l’immagine della vita appare falsata, al problemi reali si sostituisce l’intreccio meccanico che ha sempre al suo centro, e a sua soluzione, l’amore.

Da qualche tempo, però, tutti i generi cinematografici «popolari» (nel significato, lievemente dispregiativo che a questo genere danno i produttori), sono stati soppiantati da una ondata massiccia di film d’argomento «storico», o mitologico, o biblico. Le fatiche di Ercole, Ercole nella terra dei ciclopi, David e Betsabea, Sansone e Dalila, Il sepolcro dei Re, La schiava di Roma (che sarebbe addirittura la versione cinematografica, quanto mai libera del «De bello gallico» di Giulio Cesare), e ancora Le vergini di Roma. Maciste alle prese con la figlia della Maga Circe sono alcuni dei titoli attualmente in circolazione.

Si tratta in qualche caso di film americani, più spesso italiani, ancor più di frequente di filmetti nati da avventurose co-produzioni, girati in Italia con attori americani, magari in declino al loro paese, con grande uso di comparse scelte fra le più affamate e meno pagate del mondo, cioè italiane.

L’infimo livello di queste pellicole, tuttavia, non scoraggia il grosso pubblico, che accorre a gremire le sale cinematografiche ove si proiettano. Il fatto è che la gente ha riscoperto nelle storie romane, o bibliche, o medievali, gli elementi classici, eterni del «fumetto» cinematografico. Ambientate che siano nell’antica Roma, o nella Palestina della Bibbia, o nella Grecia della mitologia, le sventure dell’eroina, le paurose avventure dell’eroe, sono fatte degli stessi ingredienti, servono a spremere facili lacrimucce. Vi è anche, in questi film, una carica di erotismo rappresentata dalle consuete scene orgiastiche, dai triclinii, dall’abbigliamento succinto di protagoniste, schiave, amazzoni, maghe, maliarde. Le donne, con maggiore facilità che nei film di ambiente moderno, ovviamente. vi sono concepite in funzione erotica, di puro strumento del piacere, o come protagoniste di amori disperati, che nulla hanno a che invidiare a quelli dei più celebrati «fumetti» moderni.

Curiosamente, a volte, fa capolino in talune di queste pellicole una sorta di sentimento d’ostilità nei confronti dell’uomo, oggetto delle efferatezze di femmine atroci. In Sansone e Dalila vediamo il protagonista, accecato, girare la ruota del mulino, come un asino o uno schiavo, ciò che era a quei tempi il peggio che potesse capitare. In Ercole e la regina delle Amazzoni queste donne, bellissime, fanno strage di guerrieri. Non parliamo dei film con la Maga Circe, che incanta gli uomini e li riduce allo stato animale. Più spesso, tuttavia, sono le donne ad essere piegate dalla poderosa forza dell’uomo, dalle sue imprese mirabolanti che sono poi quelle degli eroi del west. oppure di Superman, di Nembo-Kid. eccetera. In un caso come nell’altro, tuttavia, siano le donne le dominatrici, o siano dominate dalla forza, dal coraggio, dalla virilità dell’uomo, ciò che questi film, nel rozzo disegno dei caratteri escludono sempre è il rapporto libero, sereno fra i sessi.

E’ questa infatti la caratteristica fondamentale e negativa di questo tipo di fumettistica, e purtroppo ancora molto diffusa, produzione «popolare».

Arturo Gismondi, «Noi donne», anno V, n.35, 3 settembre 1961


Noi donne
Arturo Gismondi, «Noi donne», anno V, n.35, 3 settembre 1961

Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: Arturo Gismondi, «Noi donne», anno V, n.35, 3 settembre 1961
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

Conclusioni

Riletto oggi, questo articolo di Arturo Gismondi acquista soprattutto il valore di una testimonianza d’archivio sul modo in cui una parte della stampa italiana osservava il cinema popolare all’inizio degli anni Sessanta. Le valutazioni espresse appartengono naturalmente al dibattito culturale, politico e sociale di quel preciso momento storico e devono essere lette all’interno di quel contesto, senza separarle dalla sensibilità editoriale di «Noi donne» e dalle trasformazioni che stavano attraversando l’Italia del boom economico. Proprio per questo risultano significativi i riferimenti a film, attori e generi allora ben presenti nell’immaginario collettivo: Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson con Catene, Tormento e I figli di nessuno; Gina Lollobrigida e il successo di Pane, amore e fantasia; il filone inaugurato da Poveri ma belli; Don Camillo e Peppone; il cinema musicale legato a Claudio Villa e Luciano Tajoli; fino alla grande stagione dei film mitologici e dei peplum.

Il documento restituisce inoltre un aspetto spesso trascurato nella ricostruzione della storia del cinema italiano: la distanza tra il cinema riconosciuto dalla critica e quello realmente consumato da una parte consistente del pubblico nelle sale di seconda e terza visione, nei piccoli centri e nelle province. Gismondi insiste proprio su questa produzione, considerandola un indicatore dei gusti, delle aspirazioni e dei modelli culturali dell’epoca. Conservato oggi come fonte storica, “Inchiesta sul mondo del fumetto: cinema e lacrime” permette quindi non soltanto di ripercorrere titoli e protagonisti di una stagione cinematografica, ma anche di osservare dall’interno il dibattito contemporaneo sul melodramma, sulla rappresentazione femminile, sugli stereotipi sociali e razziali e sulla trasformazione del neorealismo in forme di spettacolo sempre più popolari. È precisamente in questa dimensione documentaria che l’articolo conserva il suo maggiore interesse: una pagina della stampa del 1961 capace di raccontare, insieme ai film, anche lo sguardo con cui quegli stessi film venivano giudicati nel loro tempo.