Il ratto delle Sabine - Il Professor Trombone

Siamo nel settecento avanti Cristo? Perbacco! In pieno Rinascimento.
Cavalier Aristide Tromboni
Inizio riprese: settenbre 1945, Studi Capitani e Via degli Avignonesi, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 23 novembre 1945
Titolo originele Il ratto delle Sabile (Il Professor Trombone)
Paese Italia - Anno 1945 - Durata 80 min - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Mario Bonnard - Soggetto Mario Amendola, Giorgio Moser - Sceneggiatura Mario Amendola, Mario Bonnard - Produttore Capitani Film Roma - Fotografia Giuseppe La Torre - Montaggio Gino Talamo - Musiche Cesare A. Bixio, Giulio Bonnard - Scenografia Mario Rappini
Totò: il cavalier Aristide Tromboni - Luisa Alleani: Ermenegilda Tromboni - Carlo Campanini: il maestro Ernesto Molmenti - Clelia Matania: Rosina - Laura Gore: Paolina - Mario Pisu: Alberto Randoni - Claudio Ermelli: Germani - Giuseppe Rinaldi: Emilio - Aldo Silvani: Tancredi - Lia Corelli: Mariannina, la figlia di Tancredi - Mario Castellani: il proprietario del teatro - Fosca Spadari: la figlia di Tancredi - Giuseppe Spadaro: Turiddu, il macchinista - Aristide Garbini: Bartolomeo - Ciro Berardi: il brigadiere dei Carabinieri - Italo Pirani: il direttore della scuola - Erminio Spalla: Giovanni, il carrettiere - Olga Solbelli: Matilde

Soggetto
Aristide Tromboni e la sua scalcagnata compagnia d'attori sono a caccia di scritture e soprattutto di cibo. In un paesino di campagna conoscono il professor Molmenti, ansioso di mettere in scena il suo delirante dramma storico, "Il ratto delle Sabine". Tromboni si offre di rappresentare in teatro, a patto che il professore paghi in contanti costumi e scenografi. Molmenti chiede che l'autore del dramma rimanga anonimo, ma quando due attori abbandonano la compagnia accetta di sostituirli salendo sul palco con la sua fedele cameriera, la stolida Rosina. Tra costumi ridicoli e attori inadeguati (il nome del re dei sabini da Tazio diventa "Gaetano") la recita va incontro ad un sonoro fiasco.
Critica e curiosità
1. Origini e parentela: dalla Prussia con amore (e umorismo)
La scintilla iniziale per questa saga tragicomica arriva da due simpatici fratelli austro-tedeschi, Franz e Paul von Schönthan. Gente di teatro, ben pettinati e con un debole per il dramma travestito da farsa. La loro commedia “Der Raub der Sabinerinnen” (Il ratto delle Sabine) del 1884 era già, di suo, un gioco di metateatro: una satira tenera e pungente sul teatro dilettantistico, le ambizioni artistiche represse, e i disastri che capitano quando professori serissimi tentano la gloria sulle tavole del palcoscenico.
Non è, attenzione, un dramma storico sugli antichi romani che rapiscono le sabine (anche se il titolo fa lo sgambetto): è una farsa teatrale sul tentativo di mettere in scena la famosa vicenda storica. Quindi, già all'origine, siamo in pieno teatro nel teatro — roba da far impallidire Pirandello se non fosse che Pirandello probabilmente lo avrebbe definito "simpatico, ma provinciale".
2. L’adozione italiana: Mario & Mario, ovvero i fratelli Lumière de’ noantri
La versione italiana dell’opera arriva con due nomi da segnare sull’agendina: Mario Bonnard e Mario Amendola. Nonostante non siano parenti, sono un’accoppiata fissa che ha contribuito a dare forma (e deformità) al cinema popolare italiano per anni.
Mario Bonnard (1889–1965)
Un vero highlander del cinema italiano. Attore nei tempi del muto, regista dalla metà degli anni '20 fino agli anni '60, Bonnard era un professionista instancabile, un artigiano del cinema che passava dal dramma alla commedia con la disinvoltura di chi fa il sugo mentre legge la “Divina Commedia”. Aveva un tocco classico, elegante, ma non disdegnava affatto il racconto popolare, spesso lavorando su adattamenti di opere teatrali o letterarie. Ha diretto anche Totò (Totò, le Mokò, Totò e i Re di Roma) e perfino peplum prima che andasse di moda tra le tv locali del pomeriggio.
Mario Amendola (1910–1993)
Amendola è stato una macchina da scrivere umana: sceneggiatore, regista, commediografo, e (più avanti) papà di quel Claudio Amendola che oggi ci guarda torvo nei polizieschi su Rai 1. Negli anni ’40 era già attivissimo e versatile. Ironico, popolare, mai elitario, Amendola sapeva cogliere il polso del pubblico e tradurlo in dialoghi scoppiettanti, a metà tra il bar di periferia e la scuola di recitazione.
3. Set cinematografico o campo di battaglia? Autunno '45 a Roma
Girare un film nell’autunno del 1945 in Italia equivaleva a tentare di fare una carbonara con una candela accesa e una bottiglia di vino vuota. Gli studi Capitani in via degli Avignonesi a Roma, appena disinfettati dal passaggio di Rossellini che ci aveva girato Roma città aperta, diventano teatro di questo nuovo sforzo cinematografico. Mentre fuori si contavano ancora i morti, dentro si cercava disperatamente di far ridere.
Il film fu realizzato in fretta — come una frittata quando stanno per arrivare gli ospiti — con mezzi scarsi: si vocifera che per le luci si usassero specchi di cortesia rubati dalle truppe alleate e che il catering fosse a base di fagioli e speranza. La pellicola, fragile come l’umore collettivo, fu girata con il cuore più che con i fondi.
4. Il destino beffardo: film scomparso, reincarnato, rinominato
La versione originale, quella girata con sudore, passione e probabilmente qualche bestemmia, non esiste più. Puff. Sparita. Come un progetto culturale del ministero. Nessuno sa bene come, quando e perché, ma il negativo fu successivamente smontato, ritagliato, incollato, ridoppiato e riconfezionato fino a diventare un nuovo film: “Il professor Trombone”, uscito nel 1950.
Ora, che razza di titolo è “Il professor Trombone”? È come se si fosse voluto enfatizzare il grottesco del protagonista: non più un intellettuale in crisi d’arte, ma una macchietta suonante, un baritono dell’inadeguatezza. La nuova versione è più farsesca, più comica, più ammiccante ai gusti del pubblico che nel 1950 voleva ridere, possibilmente senza ricordarsi della fame patita pochi anni prima. Ed è questa la versione sopravvissuta. La prima è evaporata, dispersa negli archivi, nei roghi accidentali o forse, come si vocifera, usata per imbottire i sedili di un autobus.
5. Un volto (e una voce) da ricordare: Giuseppe Rinaldi
E qui entra in scena un giovanotto che non sapeva ancora che sarebbe diventato la voce dell’America: Giuseppe Rinaldi, classe 1919, attore allora alle prime armi e destinato a diventare l’uomo con mille voci. A livello visivo, in questo film, lo vediamo ancora giovane e ignaro, ma la sua voce... oh, la sua voce!
Rinaldi è stato la voce italiana ufficiale di una galleria di divi da far tremare Hollywood: Marlon Brando (compresa la voce roca de “Il Padrino”), Paul Newman, Montgomery Clift, Gregory Peck, e chi più ne ha più ne metta. Se negli anni ’50 o ’60 avete visto un film americano doppiato bene, probabilmente c’era lui. Una leggenda invisibile, insomma: onnipresente, ma mai riconosciuto per strada.
6. Considerazioni finali: arte, farsa e sopravvivenza
“Il ratto delle Sabine” / “Il professor Trombone” è più di un film: è un esperimento di resistenza culturale, una cartolina stropicciata dalla storia, un monumento alla caparbietà di chi ha creduto che anche nel fango si potesse piantare un fiore — magari un po’ storto, magari puzzolente, ma pur sempre un fiore.
Non sarà ricordato nei libri di scuola, non vincerà retrospettive alla Biennale, ma resta un’opera che parla del tempo in cui è nata. E come tutte le cose nate nei periodi storti, ha un valore tutto suo: tenero, surreale, e un po’ ridicolo — proprio come noi.
🎭 Scene memorabili di "Il ratto delle Sabine" / "Il professor Trombone"
Nonostante la scomparsa della versione originale del film, la riedizione del 1950, "Il professor Trombone", ci regala alcune scene che incarnano perfettamente la comicità dell'epoca e il talento degli interpreti.
🎬 L'incontro tra Tromboni e Molmenti
Il cavaliere Aristide Tromboni, interpretato da Totò, incontra il professor Molmenti, un maestro di scuola con velleità drammaturgiche. La proposta di mettere in scena il dramma storico "Il ratto delle Sabine" dà il via a una serie di equivoci e situazioni comiche, con Tromboni che accetta l'offerta solo a patto che il professore paghi in contanti costumi e scenografie.
🎭 La messa in scena disastrosa
La rappresentazione dell'opera di Molmenti si trasforma in un fiasco totale. Tra costumi ridicoli, attori inadeguati e nomi storici storpiati (il re dei Sabini, Tazio, diventa "Gaetano"), la recita è un susseguirsi di gag e situazioni surreali. Il pubblico, invece di apprezzare, si trova di fronte a uno spettacolo grottesco e involontariamente comico.
🎤 La prima parolaccia del cinema italiano
Il film è noto anche per essere il primo nella storia del cinema italiano in cui viene pronunciata una parolaccia: "vaffanculo". Un dettaglio che, seppur piccolo, segna un punto di svolta nella rappresentazione del linguaggio colloquiale sul grande schermo.
🎞️ Il finale malinconico
Dopo il disastro teatrale, Tromboni e la sua compagnia abbandonano il paese. La scena finale li vede camminare sconsolati per le strade di Vicovaro, location reale delle riprese, sottolineando il tono agrodolce del film e la dura realtà degli artisti di strada dell'epoca.
Queste scene, sebbene inserite in una pellicola di produzione modesta, offrono uno spaccato della società italiana del dopoguerra, tra sogni infranti e una resilienza che si esprime anche attraverso la comicità.
Così la stampa dell'epoca
📰 Accoglienza critica e pubblica di "Il ratto delle Sabine" / "Il professor Trombone"
Il film "Il ratto delle Sabine", diretto da Mario Bonnard e interpretato da Totò, ricevette un'accoglienza mista al momento della sua uscita nel 1945.
Il pubblico dell'epoca accolse il film con entusiasmo. Secondo "Il Giornale del Mattino" del 5 dicembre 1945, la presenza di Totò garantiva "un'ora di buonumore", e gli spettatori risero "dal principio alla fine" .
🖋️ Opinioni della critica
La critica, tuttavia, fu più divisa. "Il Messaggero" riconobbe la comicità del film, mentre "Il Lavoro" criticò la regia di Bonnard per aver assemblato "svogliatamente" luoghi comuni, ritenendo che ciò avesse danneggiato il talento di Totò.
🎬 Riedizione del 1950: "Il professor Trombone"
Nel 1950, il film fu rieditato con il titolo "Il professor Trombone". Questa versione, pur mantenendo la comicità di Totò, non ottenne il successo sperato. Secondo "L'Unità" del 1979, il film ispirò successivamente opere come "Luci del varietà" di Lattuada e Fellini, ma all'epoca della sua uscita non fu un successo commerciale.
📊 Valutazioni attuali
Oggi, il film ha una valutazione di 3,03 su 5 su MYmovies.it, indicando una ricezione mista tra critica e pubblico. In sintesi, "Il ratto delle Sabine" fu accolto con entusiasmo dal pubblico per la comicità di Totò, ma ricevette critiche contrastanti da parte della stampa, evidenziando una discrepanza tra l'apprezzamento popolare e quello critico.
Un film con Totò rappresenta sempre una garanzia per un'ora di buonumore. E infatti ieri il pubblico ha riso dal principio alla fine nel veder riprodotta sullo schermo una commedia tanto cara all'indimenticabile Musco. Non mancano la trovate, non mancano gli atteggiamenti propri del comico che riscuote tante e così vive simpatie. La recitazione è scorrevole e sono stati ammirati la brava Matania, l'ottimo Campanini, la Gore, il Rinaldi, la Corelli, l'Aliani, il Silvani a tutti gli altri. Molto chiara la fotografia. Impeccabile il sonoro.
«Il Messaggero», 5 dicembre 1945
Totò, mimo personalissimo dalle doti eccezionali, non è davvero fortunato col cinematografo: infatti fino ad oggi, non s'è ancora incontrato con un regista capace di valorizzare le sue qualità. E tanto meno c'è riuscito Mario Bonnard che, mettendo svogliatamente insieme tutto il campionario dei più vieti e volgari luoghi comuni su guittalemme, ha, con questo Il ratto delle Sabine, reso un pessimo servizio al popolare comico; e non a lui soltanto. Sicchè Totò, sia pure in celluloide, ha dovuto registrare - non certo al suo attivo - i primi fischi sonori della sua vita d'attore.
Dopodichè c'è solo da aggiungere che, con film come Il ratto delle Sabine, non si può davvero affrontare la grande offensiva cinematografica straniera, prevista per la seconda metà del 1946.
Gaetano Carancini, «La Voce Repubblicana», 6 dicembre 1945
Le clausole dell'armistizio non contemplano, purtroppo, ii divieto d'insistere ancora a "sfruttare" Totò per il cinematografo. È un comico che sarebbe giusto non sottrarre al clima del varietà, al fuoco della ribalta, al contatto diretto coi suo pubblico, alla comunicativa immediata dei suoi lazzi e dei suoi estemporanei cachinni. Pensare a un Totò attore nel senso completo della parola è una delle tante aberrazioni della corrente retorica teatral-cinematografìca. E pensare, in ogni caso, a un Totò capace, con la semplice efficacia della sua maschera, di risollevare le sorti d'uno squallido, volgare, stupido, copione significa voler rendere un cattivo servizio al beniamino delle platee del Valle o del Quattro Fontane.
A ogni modo questo Ratto delle Sabine ha indubbiamente diritto al brevetto del più insulso, aberrante film prodotto dalla "cinematografia" italiana postbellica. Una sequela di cretinerie, di sinistri luoghi comuni, per i quali sarebbe stato inutile sprecare non diciamo pellicola ma anche carta igienica. Con siffatta produzione si osa parlare di "rinascita", e i noleggiatori hanno lo stomaco e la responsabilità d'incoraggiare tentativi del genere; quando ci risulta che film improntati a serietà d'intenti artistici e morali incontrano difficoltà d'ogni sorta per avviarsi verso una fase di realizzazione, e da parte di personaggi sul cui conto e sulla cui attività non è detto che non si debba ritornare. In quanto a questo impresentabile Ratto, aggiungeremo che Quartetto pazzo e Cosimiro sono stati vendicati e la loro memoria largamente riabilitata. Ed è quanto dire.
Ta (Vincenzo Talarico), «L'Indipendente», 7 dicembre 1945
Da anni ripetiamo - e sentiamo ripetere - che, dopo Petrolini, Totò è, tra tutti gli attori italiani, il vero attore, l'autentico attore-creatore. E si citano - a sostegno di questa tesi le più famose pantomime dell'"attore fantasista", alcune macchiette giustamente famose, alcune uscite piene d'estro, la espressività dei suoi gesti essenziali. Dopo aver visto al cinema i cinque o sei film da lui interpretati, e specialmente dopo questo Ratto delle Sabine, è lecito porsi una domanda. Un vero attore-creatore, un attore cosciente dei suoi mezzi e delle sue capacità espressive, si assoggetterebbe così facilmente ad essere coinvolto nei più squallidi e irresponsabili prodotti del cinema italiano?
Antonio Pietrangeli, «Star», Roma, 15 dicembre 1945
Fa dispetto e disgusto incontrarsi con simili film confezionati secondo la tipiche insegne della cretineria umane. Non abbiamo lo spazio per allestire un processo, quindi siamo costretti a dire che «Il ratto delle Sabine» è una pacchiana antologia cinematografica dove le più elementari esigenze della macchina da presa sono davvero ridotte ad un ruolo pietoso. Bonnard, il regista, ha tentato di creare una specie di allucinazione metafisica attorno alla faccia di Totò, ma nemmeno in questo è riuscito a sollecitare una smorfia di consenso.
t.cl., «Il Lavoro», 15 febbraio 1946
Mario Bonnard, il regista dei drammoni, ha voluto anche lui provare il gusto di fare cose da pazzi avvalendosi di Totó. Più volte è stato detto come questo mimo, questa moderna marionetta che sui palcoscenici non teme rivali, sullo schermo non aderisce agli effetti cinematografici. Quel che di lui, della sua comicità, risulta nella proiezione dei gesti, e della mimica è puro bagaglio teatrale. [...] La parte meno fiacca del film è appunto nella movimentata rappresentazione del dramma in versi. Alcune inquadrature hanno il sapore della vecchia farsa mentre altre riflettono la satira delle comuni passioncelle provinciali. Clelia Matania, a fianco di Totò e Campanili, giuoca la sua parte con divertente trasporto.
«Cine Sport», 6 marzo 1946
La buffa ma in fondo amara parte del capocomico Tromboni ha sedotto anche Totò. Egli non ha fatto dimenticare certo Ermete Novelli nè Antonio Brunorini, ma ha posto tutta la sua caratteristica, ammiccante comicità al servizio della famosa commedia della guitteria adattata allo schermo. tuffandosi da ultimo nella vera e propria farsa. Mario Bonnard deve essere stato felice di lasciarlo fare. Carlo Campanini è un piacevole autore e Clelia Matania disegna con vivacità e sapore un'originale figurina.
«Corriere della Sera», 30 marzo 1946
Totò è un personaggio in cerca d’autore, un elemento della natura che aspetta di essere utilizzato.
Orio Vergani, "Il ratto delle Sabine", «Film d’oggi», n. 14, 6 aprile 1946
Totò è comico insignificante: ed elevato dalla squisitezza degli esteti a dignità di Maschera.
E. Ferdinando Palmieri, "Sette giorni", «Film», n. 6, 13 aprile 1946
Il ratto delle Sabine (1945), che va in onda stasera (Rete uno, ore 21.30), è il secondo film del ciclo dedicato a Totò. Diretto da un estroso artigiano della comicità, Mario Bonnard, e sceneggiato da un non altrettanto fantasioso autore di rivista, Mario Amendola, il film riporta Totò, ai suoi albori cinematografici, sul palcoscenico dell’avanspettacolo Ma nella buia provincia ove la storiella è ambientata, non si rappresentano allegre commediole con procaci donnine. Il ratto delle Sabine, che dà titolo al film, è un tremendo melodramma, concepito da un disgraziato drammaturgo che vuol risollevare le sorti delia sua scalcinata compagnia.
Il ratto delle Sabine, con le sue piccole pretese, fu tutto sommato un copione troppo ferreo per lo scalpitante Totò. messo qui a dura prova. Del resto, il film — interpretato, inoltre, da Clelia Matania, Carlo Campanini, Aldo Silvani, Mario Pisu — non ottenne il successo sperato. Tuttavia, questo apologo straccione di guitti affamati, a quanto risulta, ispirò successivamente Lattuada e Fellini al momento di realizzare Luci del varietà. Certo, «Fellini è un’altra cosa», ma perché negare un qualche merito a questo disgraziato Ratto delle Sabine?
«L'Unità», 19 ottobre 1979
«Otto Totò» (rete 1 - ore 21,30) - nel ciclo dedicato a Totò va in onda il secondo film della serie, diretto da Mario Bonnard nel 1954: «Il ratto delle sabine». Accanto a Totò, Clelia Mata-nla, Carlo Campanini, Mario Pi-su. La trama: una compagnia di terz’ordine fa la fame in un paese. Dati gli incassi magri, ricorre al copione che il maestro del luogo ha in un cassetto, «Il ratto delle sabine», e riesce ad attirare il pubblico. Ma la conclusione è il solito fiasco. Forse, il significato di questo film sta in una frase che disse una volta Totò: «Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo...». Comunque, nemmeno il film, a suo tempo, fu un successo.
«Il Piccolo di Trieste», 19 ottobre 1979
Stasera in TV ne "Il ratto delle Sabine - Campanini: «Mi ricordo che Totò...»
TORINO — Carlo Campanini, 73 anni appena compiuti, toma con la memoria sul set di Il ratto delle Sabine, Roma 1945. «Totò era proprio scocciato. Mi disse sottovoce: "Questi scherzano, ma io, maestà lo sono veramente! E domani ti faccio vedere...". Mi portò gli incartamenti araldici: aveva fatto tutta la trafila, marchese conte principe...». Durante una scena del film che vedremo stasera in Tv, Totò, capocomico di una compagnia di guitti affamati, mette in scena (per sopravvivere) un dramma in versi, li ratto delle Sabine, opera del professore del paese, che è Carlo Campanini. A Totò spetta il ruolo del re; la gente, anche sul set, si diverte, ma l'attore, geloso del suo sangue blu, s’inquieta.
Da una commedia recitata in teatro da Angelo Musco, il regista Mario Bonnard («bravo ma pigro. Diceva «Fai tu, Carlino...») ricavò in fretta un film comico. «Girammo nel teatrino di via degli Avignonesi. Proprio li, Rossellini vi stava girando, a pezzi e bocconi, Roma città aperta. Io intanto facevo contemporaneamente con Soldati Le miserie del signor Travet. Per il film con Totò ebbi 200 mila lire: tante, uno sproposito...».[...]
— Ancora Totò. Eravate amici?
«Abbiamo fatto tanti film insieme, I due orfanelli resta il migliore. Fuori lavoro, Totò non frequentava nessuno. Ma era buono, aiutava gli attori sfortunati pagando affitti e conti in trattoria senza dirlo in giro. E si innamorava spesso. La Pampanini? Beh si, l’aveva corteggiata. Magari s’era illuso. Lei gli disse durante 47 morto che parla che lo considerava solo un padre, un fratello. E Totò, in uno sfoga notturno, scrisse Malafemmena». [...]
— Ha recitato accanto a Totò, Macario, Chiari: si considera una buona «spalla»?
«Non direi "spalla": sono un caratterista che recita in coppia. Ma la coppia è sempre esistita, nel teatro comico. [...]
Dino Tedesco, «Corriere della Sera», 19 ottobre 1979
🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️
I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.
I Documenti
Il film Il ratto delle Sabine (1945), noto anche nella sua riedizione del 1950 come Il professor Trombone, ha avuto una distribuzione home video piuttosto limitata, con alcune edizioni in VHS e DVD. Ecco un riepilogo delle principali uscite:
📼 Uscite in VHS
- Fonit Cetra Video / RAI – Collana Totò
- Anno: Anni '90
- Titolo: Il ratto delle Sabine
- Caratteristiche: Copertina verde con illustrazione stilizzata di Totò; edizione destinata al mercato italiano, senza contenuti speciali.
- Bravofilm – Collana Grandi Comici
- Anno: 1995
- Titolo: Il professor Trombone
💿 Uscite in DVD
- Il Grande Cinema di Totò – Edizione da edicola
- Anno: Circa 2005
- Titolo: Il ratto delle Sabine (Il professor Trombone)
- Caratteristiche: Distribuita in allegato a riviste o quotidiani; confezione semplice con libretto informativo; nessun contenuto speciale.
- RHV – Ripley's Home Video
- Anno: Data non specificata
- Titolo: Il professor Trombone
- Caratteristiche: Edizione con master restaurato; include una lunga intervista al regista Mario Bonnard come contenuto speciale.
📌 Considerazioni finali
Le edizioni home video di Il ratto delle Sabine / Il professor Trombone sono state piuttosto rare e spesso prive di contenuti aggiuntivi. L'edizione RHV si distingue per la presenza di un'intervista al regista, offrendo un valore aggiunto per gli appassionati.

Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo


Il ratto delle Sabine (Il professor Trombone), (1945) - Biografie e articoli correlati
Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1945
Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1979
Baralla Orlando
Berardi Ciro
Bonnard Mario
Campanini Carlo
Castellani Mario
Corelli Lia (Parodi Lelia)
Ermelli Claudio (Foà Ettore)
Garbini Aristide (Aristodene)
Gore Laura (Regli Laura Emilia)
La riscoperta di Totò: “Ma mi faccia il piacere…” – «Radiocorriere TV», 7-13 ottobre 1979 – Rivalutato dalla critica moderna post mortem
Matania Clelia
Orio Vergani su Totò in “Il ratto delle Sabine” – Il confronto con Chaplin – «Film d'oggi», 6 aprile 1946
Pisu Mario
Rinaldi Giuseppe (Peppino)
Silvani Aldo
Solbelli Olga (Anna Olga)
Spadaro Peppino (Giuseppe)
Spalla Erminio
Totò e... Carlo Campanini
Totò e... Clelia Matania
Totò e... Mario Castellani
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "I film di Totò, 1930-1945: l'estro funambolo e l'ameno spettro" (Alberto Anile), Le Mani-Microart'S, 1997
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- «Il Messaggero», 5 dicembre 1945
- Gaetano Carancini, «La Voce Repubblicana», 6 dicembre 1945
- Ta (Vincenzo Talarico), «L'Indipendente», 7 dicembre 1945
- Antonio Pietrangeli, «Star», Roma, 15 dicembre 1945
- t.cl., «Il Lavoro», 15 febbraio 1946
- «Cine Sport», 6 marzo 1946
- «Corriere della Sera», 30 marzo 1946
- Orio Vergani, "Il ratto delle Sabine", «Film d’oggi», n. 14, 6 aprile 1946
- E. Ferdinando Palmieri, "Sette giorni", «Film», n. 6, 13 aprile 1946
- «L'Unità», 19 ottobre 1979
- «Il Piccolo di Trieste», 19 ottobre 1979
- Dino Tedesco, «Corriere della Sera», 19 ottobre 1979