La banda degli onesti

Il pavimento è una schifezza, lo so, e mi scuso a nome suo. La prossima volta glielo faccio trovare incartato.

Antonio Bonocore

Inizio riprese: gennaio 1956 - Autorizzazione censura e distribuzione: 20 marzo 1956 - Incasso lire 388.846.000 - Spettatori 2.603.938


Titolo originale La banda degli onesti
Paese italia - Anno 1956 - Durata 106' - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Camillo Mastrocinque - Soggetto Age & Scarpelli - Sceneggiatura Age & Scarpelli - Produttore Isidoro Broggi per DDL Roma - Fotografia Mario Fioretti - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Alessandro Cicognini - Scenografia Alberto Boccianti
Totò: Antonio Bonocore - Peppino De Filippo: Giuseppe Lo Turco - Giacomo Furia: Cardone - Gabriele Tinti: Michele, figlio di Bonocore - Giulia Rubini: Marcella, figlia di Lo Turco - Nando Bruno: Maresciallo Denti - Luigi Pavese: Ragionier Casoria - Memmo Carotenuto: Fernando - Gildo Bocci: tabaccaio - Lauro Gazzolo: Andrea - Salvo Libassi: Brigadiere Solmi - Anita Ciarli: la madre di Antonio - Yoka Berretty: Marlene, moglie di Antonio - Mario Meniconi: Un Finanziere - Guido Martufi: Riccardo, figlio di Lo Turco - Enzo Maggio: Barista

La_banda_degli_onestiSoggetto

Antonio Bonocore, portiere di uno stabile di Roma con una moglie tedesca, si trova per caso ad assistere il signor Andrea, un anziano inquilino che, prima di morire, gli rivela di essere in possesso di alcuni cliché originali della Banca d'Italia, di cui era stato a lungo dipendente, nonché della carta filigranata per stampare banconote da 10 000 lire. Il signor Andrea aveva rubato questo materiale con l'intenzione di vendicarsi del fatto di essere stato messo da parte, ma non aveva poi mai avuto il coraggio di passare all'azione. Chiede quindi a Bonocore di buttare nel fiume la valigia con i cliché.

Bonocore però decide di non gettare la valigia, ma ignorando le tecniche di stampa delle banconote, per produrre i pezzi da 10 000 si vede costretto a chiedere la collaborazione del tipografo Giuseppe Lo Turco e, successivamente, del pittore Cardone, tutti e due variamente indebitati come lui.

Facendo leva sui bisogni economici dei suoi compari, organizza delle furtive riunioni notturne per dar vita a una banda di falsari.

I tre riescono a stampare le banconote e a "spacciarne" una in un bar notturno. Le cose però si complicano quando Bonocore scopre che suo figlio maggiore Michele, finanziere da poco trasferito a Roma, sta seguendo un'indagine relativa proprio a delle banconote false.

Dopo aver sentito alcuni particolari raccontati da Michele e vedendo la polizia che va a perquisire la tipografia di Lo Turco, e notando strani cambiamenti nel modo di vestire dei suoi "soci", Antonio teme di essere scoperto, con l'aggravante che essendo egli padre di un finanziere, possa costare il posto al figlio. Pertanto prega i suoi compari di non spendere più un soldo, e di disfarsi subito dell'attrezzatura, sotterrandola fuori città.

Antonio, sentendosi ormai braccato, decide di farsi arrestare proprio da Michele: un figlio che arresta il padre - egli spiega - non solo non lo cacciano, ma lo promuovono, e diventa un esempio per tutti i suoi colleghi.

Decide perciò di mettere in pratica il suo progetto andando di persona in caserma per farsi arrestare dal figlio, il quale crede che voglia scherzare. Ma dopo aver sentito dal Maresciallo che l'indagine seguita da Michele si è chiusa con l'arresto di una banda di falsari professionisti e che il biglietto da lui spacciato era stato sì identificato, ma non era uno di quelli prodotti dai tre, bensì il campione usato, falso anch'esso e cedutogli da un usuraio, certo Pizzigoni, sta quasi per svenire.

Scopre poi che nessuno dei suoi soci aveva avuto il coraggio di spendere una sola delle banconote fabbricate.

I tre, ritrovata la tranquillità, decidono di distruggere tutte le banconote false e la valigia con i cliché, allestendo un falò; come gag finale, Bonocore si accorge (troppo tardi) di aver buttato tra le fiamme, nella foga, anche la busta contenente il suo stipendio.

Critica e curiosità

Peppino accetta di fare da coprotagonista e le riprese partono all’inizio del 1956. Inizialmente annunciato per la regia di Franciolini, diventerà un classico dei film di Totò anche se alla sua uscita nelle sale parte della critica come era suo costume non fu dello stesso avviso. E' il primo film in cui la coppia Totò - Peppino esplode in tutta la sua comicità, famose le storpiature del cognome della vittima - partner Lo Turco (Lo Truzzo, Turchetti, Lo Turzo, Lo Struzzo) che saranno poi ripresi in film successivi. La scena dei tre protagonisti nella tipografia che viene girata con la caratteristica velocità delle comiche americane è un'idea dello stesso Totò. Totò e Peppino mettono a fuoco due meccanismi che si riveleranno fondamentali, la prevaricazione fisica del primo sul secondo, e poi quella onomastica: gli chiude la mano in una pressa tipografica, gli versa del solvente sulla testa, quindi gli disintegra anche il cognome. Totò riesce così a smarcarsi dal rischio del personaggino piccolo-borghese alla Paolella, tanto patetico ma anche tanto noioso, riconducendo l’attenzione dello spettatore al di fuori della trama, a divertirsi con la risata liberatoria, il qui prò quo fantasioso, il nonsense surreale, la cattiveria gratuita. Totò riprese il nome "Bonocore" anche in un personaggio nel film Totò diabolicus, del 1962.

Sembrano ancora operanti le divisioni geografiche stabilitesi durante la guerra. Alludendo alla moglie e al figlio che stanno parlando tedesco fra loro, Totò commenta: «Ma chi li capisce? Questi stanno al di là della linea gotica!»

L'incerto possesso delle lingue straniere — e in questo caso del dialetto - così come dei registri più formali dell’italiano, non è mai per Totò un buon motivo per astenersi dal loro uso. Con una buona dose di disinvoltura e un istinto al plurilinguismo che ha le sue radici nell’umorismo dell’avanspettacolo e della rivista, i suoi personaggi si lanciano nel dialogo poliglotta sia per motivi strettamente pratici, come la comunicazione con gli stranieri (o presunti tali) sia per accrescere il proprio prestigio. Quasi tutte le figure a cui dà vita amano fare sfoggio di espressioni straniere più o meno improprie, ma non riescono mai a dimostrare un’effettiva competenza nelle rispettive lingue.
Nel film, il portiere Antonio Buonocore (Totò) ha una moglie tedesca e un figlio bilingue. Antonio prende in giro l’autoritaria moglie (la chiama «signor Führer»), ne imita l’accento e ironizza sulla sua erre moscia. Quando squilla il telefono le ordina: «rispondi al Telefunken» e, apprendendo che la telefonata è per lui risponde: «Jawohl meine Frau. Danke schön !» Più tardi però appare chiaro che del tedesco non ha neppure una competenza passiva.

Sulla Gazzetta dello Sport compare un articolo dal quale si evince che la macchina stampatrice a pedalina che stampò le prime "diecimila" false si trova attualmente in un'azienda tipografica di Macomer in provincia di Oristano dove fa bella mostra di sè assieme ad una foto dei tre falsari.

Dati tecnici:

Formato negativo (mm/video pollici): 35 mm
Processo cinematografico: Spherical
Formato stampa film: 35 mm

Distribuzione:

Portogallo: Totó e as Notas Falsas, 4 maggio 1960
Germania Ovest: Die Bande der Ehrlichen


Così la stampa dell'epoca


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Da diversi anni, Antonio Bonocore è portinaio presso un enorme stabile di un quartiere periferico, quando il nuovo amministratore del condominio decide di licenziarlo. Ciò malgrado la fama di onestà e di serietà di Antonio. Nel frattempo ad Antonio, non ancora a conoscenza del pericolo che lo sovrasta, un vecchio pensionato del Poligrafico, prima di morire confessa di aver asportato dall'Istituto il cliché del biglietto da diecimila e della carta filigranata. Un furto inutile perchè la sua coscienza gli aveva poi impedito di fabbricare dei biglietti in serie. Prega quindi Antonio di distruggere carta e cliché. Ma proprio quando Antonio sta per esaudire le ultime volontà del vecchio gli piomba addosso il preavviso del licenziamento. E cede alla tentazione. Trova due soci, un tipografo e un decoratore che segretamente si mettono al lavoro: i biglietti risultano perfetti. Si tratta ora di spacciarli. E Antonio spaccia timidamente il primo a un tabaccaio; ringalluzziti i tre decidono di produrre in serie. Ma a questo punto arriva in casa di Antonio il figlio Michele, che è una guardia di Finanza, trasferito da Domodossola a Roma. E basterà soltanto la sua presenza a fare rinsavire Antonio.
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Regista del film «La banda degli onesti» è Camillo Mastrocinque; il soggetto e la sceneggiatura sono di Age e Scarpelli. Produzione DDL, distribuzione Momi Caiano. Antonio Bonocore è interpretato da Totò qui in atteggiamento amletico mentre è tentato di diventare falsario.Antonio con uno dei suoi complici, Loturco (Peppino De Filippo). Ma anche il Loturco non ha la grinta di un bandito e come dimostra la foto sotto è in preda a scrupoli che non lo lasciano dormire. Avrà il cuore più leggero quando con una onesta autodafé i biglietti andranno in fumo.
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E’ il figlio di Antonio Bonocore che determina il ravvedimento finale della banda degli onesti. Come Guardia di Finanza trasferito a Roma è incaricato dal suo maresciallo di svolgere un’indagine appunto su una banda di falsari. Le indagini sembrano proprio portare alla scoperta dei tre.Ma la banda è un’altra. E i tre che non avevano spacciato un solo biglietto, quello di Antonio non era di loro fabbricazione, bruciano tutto. Altri interpreti del film: Giulia Rubini, Giacomo Furia, Memmo Carotenuto. Gabriele Tinti, Nando Bruno, Yoka Berretty, Luigi Pavese, Anita Ciarli.
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«Le Ore», anno IV, n.151, 31 marzo 1956 

La casa di produzione che fa capo a Totò ha realizzato finora un solo film di rilievo, quel "Coraggio" di cui si è parlato alcuni numeri fa. Ma "Destinazione Piovarolo", e ancor più questo "La banda degli onesti", rivelano unicamente l’esigenza di buttar fuori in fretta e furia un prodotto comico adatto a far fronte alla nutrita concorrenza che esiste in questo settore del cinema italiano.

A rigor di logica, e basandosi su certe esperienze del passato, dovrebbe bastare un film con in cartellone due nomi di sicuro richiamo come Totò e Peppino De Filippo: in altre occasioni film anche più banali di questo hanno, come si suol dire, fatto soldi.

E invece "La banda degli onesti" non attira il pubblico come era nei voti dei realizzatori. Spiegare questa parziale defezione di spettatori non è facile, perché non è neppure esatto affermare che la gente non va a vedere i film mediocri. Probabilmente nel caso di "La banda degli onesti" è valida la considerazione che per reggere una vicenda banale non bastano due attori comici famosi, ma ce ne vorrebbero almeno il doppio (come è il caso di "Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo" che è appena uscito e a cui arriderà certamente un successo maggiore).

Totò portinaio e Peppino De Filippo tipografo perseguitato dalle cambiali sono i protagonisti del film. Il primo viene in possesso, del tutto casualmente, di un cliché del Poligrafico dello Stato, un cliché delle banconote da diecimila lire. Si mette d’accordo con il tipografo, e con un pittore (per il dosaggio dei colori), e il terzetto si mette al lavoro e stampa alcune migliaia di banconote false. Ma poi nessuno ha il coraggio di spacciare questi soldi falsi, perché tutti e tre sono onesti e ossequienti alle leggi. E quando la Tributaria arresta alcuni falsari professionisti, e il pericolo di essere scoperti si è dileguato, i tre compari si portano alla periferia di Roma e fanno un gran falò dei soldi falsi, del cliché, della carta filigranata, e di tutto l’armamentario. Torneranno poveri ma onesti, e si ricorderanno per tutta la vita dello spaghetto sofferto.

Trattato con un certo coraggio, ed eventualmente puntando su un tono amaro e sarcastico, questo soggetto poteva fornire parecchi spunti di indagine del costume. Ma il buon Mastrocinque si è comportato come sempre (meno che come quando fece l’attore nel film di Germi "In nome della legge") e ha risolto ogni notazione sul piano fin troppo abusato della macchietta regionale.

Per rendersi conto, del resto, di come il film sia mancato basterà pensare a quello che, pur su un piano altrettanto modesto, riusciva a dire un analogo filmetto americano: "L’imprendibile sig. 880". Un umorismo gradevole, anche se superficiale, una serie di situazioni congegnate con garbo facevano di questa vicenda del falsario dilettante una cosa godibile.

«Cinema Nuovo», 10 maggio 1956 (Giudizio * su ****)


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Muse napoletane, abbiamo tante volte mangiato cocomeri o lupini insieme, aiutatemi a dire tutto il male e tutto il bene possibili di Totò. Chi è più attore e meno artista di lui? Chi, se non Totò, è l’unico, il massimo denigratore che Totò abbia, l'ospite furtivo, il cugino povero, il visitatore umile, frainteso, balbettante, di se stesso? Chi, o lacere e fulgide Muse napoletane, si inganna, si disconosce, si rinnega più del nostro impareggiabile conterraneo Totò? Poteva, il Creatore dei Petito, degli Scarpetta, dei Viviani, dei De Filippo, realizzare con maggiore talento e con maggiore impegno un lavoretto come Totò? Egli, l’Apollo indigeno (mi permettete di figurarmelo anziano, grigio, arruffato come un « solachianiello », ovverosia come un ciabattino, di Materdei? Gli mettiamo sulle ginocchia un domestico e rognoso, un mandolino, invece della mitica lira, e siamo a posto), vedeva lontano, chilometri e chilometri, sulla via del comico. Perciò fece Totò come lo fece. Piccolo, anzitutto, ma dilatabile: che agevolmente si rapprendesse, fino ad assumere l'apparenza di un oggetto, e che un momento dopo, con altrettanta facilità, si allungasse e allargasse e sfrangiasse come le nuvole di giugno su Mergellina. Un corpo di funambolo, anzi di fachiro, a tratti disanimato, cadaverico, e a tratti invaso dalle furie, scattante, volante. L'inerzia e il moto, pietre e vento, nel medesimo involucro. Gli arti indipendenti, liberi, dissociati, un braccio o una gamba di Totò è in individuo nell'individuo, un attore nell’attore. Il collo a segmenti, a cannocchiale. E infine (Muse napoletane, aiutatemi) un volto senza parentele, indefinibile, astruso, un mondo chimerico di fronte occhi naso bocca zigomi anomali, buffi e terrifici, che agghiaccia e rapisce, che stimola al riso e, contemporaneamente, a non so che umana solidarietà e partecipazione.

Mi fa ridere e sospirare la mascella deragliata di Totò. Egli, tanto se avesse dato retta ai suoi connotati surreali (affrancandosi da ogni coerenza), quanto se li avesse gettati a contrasto nel reale, nei malinconici avvenimenti di ogni giorno, sarebbe stato un pozzo di finissima allegria cinematografica. Ma, debbo ripeterlo, Totò non ha intelligenza di sé, non vive con Totò. Non si è mai cercato o indovinato, mai. Ha trasferito per ventanni, sullo schermo, il Totò del Varietà; e che diavolo annunzia, mentre Taranto passa egregiamente alla prosa e mentre l'incauto Rascel sogna di affrontarla a sua volta? Una Compagnia di Riviste.

Ma fermiamoci al cinema. Scaduti gli impegni che lo vincolavano se non erro alla Ponti - De Laurentiis, Totò ha fondato una Casa di Produzione. Ottima idea. Quale avrebbe dovuto essere il primo pensiero di un Totò che abitasse in Totò, che gli volesse effettivamente bene? Quello dei copioni e dei registi. Mannaggia. Totò aveva gli indirizzi degli uomini di penna e di manovella usati per lui dalla Ponti - De Laurentiis, e ad essi, immediatamente, ha fatto cenno. Che ve ne pare? È amico o nemico dell’arte sua, l'ineguagliabile Totò? Cosi abbiamo avuto il coraggio (un fallimento) e adesso abbiamo La banda degli onesti, un film quasi apprezzabile nel suo genere, abbastanza gaio, ma che certo non ripiglia il Totò di Napoli milionaria e dell'Oro di Napoli. Infatti La banda degli onesti avrebbe anche potuto chiamarsi Totò portinaio o Totò falsario, alla vecchia maniera; nessuno ci avrebbe rimesso, né gli autori del testo, né gli interpreti, né la regia.

Antonio, il « pipelet » di un casermone suburbano, accudisce a un solitario e decrepito inquilino che, morendo, gli lascia (fu incisore al Poligrafico dello Stato) un cliché per le banconote da diecimila lire e una risma di carta filigranata. Fondamentalmente retto, ma pieno di guai, Antonio si aggrega, per tentare la grande avventura della disonestà, due ometti come lui: Giovanni, proprietario di una meschina tipografia, e Felice, un pittore d'insegne. I tre, dopo molte esitazioni, decidono di osare. La notte, nell'antro di Giovanni, rosicchiati dalla paura, stampano alla meglio i favolosi biglietti. Subito la vicenda si complica: Antonio ha un figlio sbirro, al quale per l’appunto viene affidato l'incarico di stanare certi audaci falsari. Di qui una catena di equivoci, talora ingegnosi, talaltra sgarrati o puerili (quello per esempio del cane dato per morto e che invece, dalla campagna dove Antonio lo ha abbandonato, ritorna ovviamente, caninamente a casa); fino all'epilogo, nel quale i tre compagni bruciano l'apocrifo denaro e ci informano (ma era già successo nel film Racconti romani) di non averne spacciato nemmeno l'ombra. Il motivo essenziale del raccontino era di qualità psicologica, era la nativa incapacità a delinquere degli umili personaggi, il congeniale orrore del crimine, davanti al quale sbiadisce ogni miraggio di ricchezza e di gioia: ma la sommaria, trafelata regia di Camillo Mastrocinque non ha dato, al poetico argomento suggerito dalla trama, né cielo da vedere né terra da camminare.

Due parole sul Giovanni di Peppino De Filippo. Illustre e caro Totò, lo guardi, lo osservi obiettivamente con me. Lui sì. Peppino. sa chi è e che cosa vuole. Pur esilarandoci, pur deformando squisitamente nella caricatura il personaggio affidatogli, Peppino lo adotta, lo vive in ogni gesto, lo fa carne propria. Giovanni ha, in parecchie inquadrature, un'intensità charlottiana. Quella mesta figura di tozzo artigiano, accanto alla sua « pedalina », quella faccia di tanghero oppresso, accigliato. in perpetua guerra con gli infimi e tragici problemi della « cambialetta. dì tremila lire, del cliente in debito di mille e cinquecento lire, del conto di novecento lire in sospeso dal fruttivendolo, Peppino le ha tratte dal gran mare della gentuccia partenopea, nel quale, come il sottoscritto e come Totò, d'altronde, annaspò lungamente. Ridiamo, perciò, del Giovanni di Peppino De Filippo, ma non senza qualche brivido. Antonio è, al contrario, l’ennesimo divertente « numero » di Totò: né verità né bugia; accademia, esibizione dei rari connotati dei quali ho detto in principio, e basta. I muri della portineria fremono come teloni, a causa di ciò; e ammicca, fuori campo, la buca del suggeritore. Dio perdoni ai soggettisti la moglie tedesca dì Antonio. A che pro, tedesca? Non ha la minima ingerenza nell'intreccio, non esiste: Age e Scarpelli avevano questo buco nell'acqua della rappresentazione e lo hanno preferito germanico invece che italiano, sarà una forma di estremo, calante, occiduo patriottismo. Felice, il pittore di insegne, è Giacomo Furia. La sua macchietta di « babbasone », di omaccio puerile e mammista, cioè traboccante dì filiale tenerezza, mi pare valida, imbroccata, e meritava uno sviluppo maggiore. Senonché Totò urgeva... ci vuole il coraggio mio per dirgli: caro Totò, badi che la seconda o la terza virtù del genio cinematografico, paghi o non paghi di sua tasca la pellicola e tutto, è la discrezione. A me i vezzi, l’irresistibile boccuccia a cuore, i femminei sgomenti dì Giacomo Furia, mi deliziarono. E bravo don Giacomino: era inoltre Pasqua a Napoli, figuratevi, l'apoteosi dell’agnello che voi, come attore, gentilmente accarezzate e schernite.

Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XII, n.15, 7 aprile 1956


«Lo spunto de «La banda degli onesti» è allettante: come sia inetta la gente per bene, quando si tratti di far tacere liti coscienza. Non è uno spunto nuovo, tra l'altro De Sica lo ha studiato mirabilmente nella piccola borghesia, per «Umberto D.»; e non è uno spunto comico, se mai si presta a un'analisi psicologica. Per ottenere effetti di allegria, i soggettisti di questo film (che erano Age e Scarpelli in origine; ma poi il loro canovaccio ha subito mutamenti sostanziali) hanno sostituito alla crisi morale, ossia alla lotta con se stessi, la crisi della paura, ossia la lotta con la legge. [...] Forzatamente, con storture e deviazioni continue dall’attendibilità, travestendo la colpa in modo che sembri innocenza e viceversa, il film si contorce secondo l'estro degli interpreti. La materia di un dramma è divenuta materia buffonesca e nulla è più che sembra; anche le banconote si trasformano da vere in false. Alla fine, in strana associazione a non delinquere risulta candida più delle sue intenzioni, e un po' meno delle sue intenzioni il film riesce divertente. Peppino De Filippo è l'interprete meglio registrato, con il rilievo che egli dà alle mezze tinte o con gli accenni essenziali, asciutti, che in lui esprimono gli stati d'animo. Grazie a De Filippo, a Totò — che non si discosta dal personaggio sè stesso, ma non manca di determinare comunicativa con il pubblico — e a Furia, questa Banda, pur immiserendo il tema, ottiene un suo rozzo effetto; anche moralmente dicendo, giacché afferma i limiti della libertà di stampa, se applicata alle banconote.»

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 19 aprile 1956


«C'era da aspettarsi di peggio. Mastrocinque ha saputo frenare Totò, limitandone al massimo i lazzi teatrali, e, se così si può dire, ha portato avanti Peppino De Filippo, rendendolo cinematograficamente efficace. Si aggiunga il simpatico Giacomo Furia, ed ecco al completo «La banda degli onesti». Degli onesti, perchè? Perchè questo portinaio, questo tipografo e questo pintore da insegne, venuti in possesso di un perfetto clichè per biglietti da diecimila lire, stampano tanto da diventar milionari, ma al momento di spendere manca loro il coraggio, cd eccoli poveri e onorati.
C*è qualche momento (quando le si vede nel terrore del pericoloso gioco in cui si son gettate) in cui le tre figurine acquistano la luce e la consistenza del personaggio.»

Mosca, «Corriere d'Informazione», 20 aprile 1956


«Nel lodevole intento di rinnovare il suo repertorio, Totò cerca, nei soggetti prescelti, di incarnare personaggi più umani e consueti, lontani dai lazzi e dalle smorfie e più vicini alla quotidiana realtà. [...] Film modesto, di stanca vena, povero di situazioni, di trovate e di comicità. Lo spunto di partenza — onesti falsari troppo onesti e troppo timidi — era abbastanza felice, ma risulta stiracchiato in motivi e scenette che rivelano, ad ogni momento, la corda e la loro fredda e inutile costruzione slegata dal racconto e dalla vicenda. Totò è comunque sempre attore di grandi doti e a lui, assai bene affiancato da Peppino De Filippo e da Giacomo Furia, il pubblico fa buona accoglienza, scordando spesso, per merito dell'ottimo protagonista, i limiti del modesto filmetto.»

P.V., «Il Popolo», 13 aprile 1956


«[...] Nel panorama non troppo consolante dei nostri film comici, questa pellicola di Camillo Mastrocinque merita una menzione onorevole. Spigliata, briosa, dotata di un dialogo vivace e di qualche genuina trovata, la storia corre diritta all'onesto scopo di suscitar risate, e bisogna riconoscere che ci riesce, grazie soprattutto all'interpretazione di Totó, nelle vesti del portinaio capo-banda, di Peppino de Filippo che impersona il tipografo mentre Giacomo Furia è il tremebondo pittore.»

Vice, «Il Messaggero», 13 aprile 1956


«Per anni il film "comico" italiano sorretto dalla mimica di questo o quel divo e dalle avvenenti sinuosità di stelle stelline pur imponendosi sul piano commerciale ha denunciato una carenza di temi e di ispirazione veramente grave; ma, infine, s'è forse capito che non bastano lezzi insipidi, situazioni troppo da pochade, epidermidi in mostra per sorreggere un genere che vanta al suo attivo intenti più nobili, si pensi soprattutto a Chaplin. Ed ecco ne «La banda degli onesti» il regista Mastrocinque presentarci un poveruomo alle prese con una tentazione troppo forte per la sostanza è per le ristrettezze in cui egli si dibatte. [...] Nell'antitesi profilata delle parole del titolo sta il gioco scenico e la morale di questa commedia, comica di effetti ma sostanzialmente tesa a inquadrare motivi di profondo interesse umano, che un'interpretazione sul filo del rasoio fatta ad arte da un Totò che si allontana sempre più dalla tipica macchietta per approfondire i suoi personaggi e da un De Filippo misurato e sensibile, rende evidente gustosa. Fra gli altri interpreti ricordiamo Giulia Rubini, Giacomo Furia e Gabriele Tinti.»

Vice, «Il Tempo», 13 aprile 1956


«Il secondo film prodotto interamente dalla D.D.L. è La banda degli onesti, girato nel gennaio '56 da Camillo Mastrocinque. I protagonisti sono il portinaio Antonio Bonocore (Totò), il tipografo Giuseppe Lo Turco (Peppino De Filippo) e il pittore Felice Cardoni (Giacomo Furia), tutti assillati dai debiti. Un giorno Bonocore si ritrova tra capo e collo un insperato tesoro, un cliché autentico della Zecca e un pacco di carta filigranata, il materiale sufficiente per fabbricarsi in proprio parecchie banconote da diecimila lire. [...]»

Alberto Anile


«Un altro film che ha solo la pretesa di divertire. E con ciò si è detto tutto: non che mancassero motivi e possibilità per dare alla pellicola un valore più «umano», ma sembra che il regista si sia contentato soltanto di far ridere il pubblico. E, naturalmente, ha permesso a Totò e a De Filippo di dar pieno corso a tutte le loro risorse di comici, senza tenerli un po' a bada con il freno dell'arte. Comunque, il film è "divertente": e chi si contenta gode. [...] Interpreti principali : Totò. Peppino De Filippo, Giulia Rubini, Giacomo Furia. La regia è di Camillo Mastrocinque.»

Paglialunga, «Momento Sera», 14 aprile 1956


Foto di scena e immagini dal set



I documenti


Quella che Age e Scarpelli consegnarono al regista per La banda degli onesti era già in partenza una signora sceneggiatura. L’ossatura del film è tutta loro. Totò e Peppino l’hanno infarcita ulteriormente durante la lavorazione. Succedeva che prima di una scena Totò convocasse Peppino e me in un angolo del set, e lì, come costumava ai tempi della commedia dell’arte, uno diceva una cosa, uno un’altra e si inventavano delle gag fuori dal copione. Quindi al ciack ognuno dava un ulteriore contributo personale così come gli veniva in mente. L’idea, per esempio, di velocizzare la sequenza dei soldi la ebbe Totò lì per lì. Sbaglia, però, chi definisce Peppino la spalla di Totò, perché Totò era un grande comico e Peppino era un grande attore comico. E tra una dote e l’altra corre una bella differenza. Sul piano umano Totò era una persona davvero eccezionale, ha fatto del bene a piene mani a tutti. Lavorarci era inoltre un andare a divertirsi. Comunque, era tanto spassoso sul set quanto pacato appena smetteva i panni della scena. La prima volta che mi invitò a casa sua mi trovai d fronte un gran signore che, sebbene affabile, incuteva soggezione.

Giacomo Furia


Discutendo con Andrea Camilleri su Totò e Peppino De Filippo, da lui molte volte diretti:

Che cosa volevi intervenire su quei due? Io mi facevo dire supergiuù come avrebbero recitato in scena, stabilivo dove mettere la camera e mi andavo a prendere un caffè.

Camillo Mastrocinque


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Celebre e divertentissimo. Esilaranti i tre protagonisti (Totò, Peppino e Giacomo Furia) che mettono a segno trovate lessicali esilaranti, incomprensioni, gesti, esitazioni, paure, con il vertice nell'incontro fra Totò e Nando Bruno, altro delizioso caratterista dell'epoca. Dialoghi ricchi di finezze fanno scordare alcuni eccessi. Un bel film.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Una di Totò, una di Peppino. Totò: "Chiedo scusa a nome del pavimento". Peppino: "...e i treni arrivano in orario!".

  • Tra i migliori film della collaborazione tra Totò e Peppino De Filippo, La banda degli onesti è la storia di un gruppo di sprovveduti che si improvvisano falsari. Sebbene la regia non sia impeccabile, il film regala momenti molto divertenti, assicurati dalla bravura dei due protagonisti supportati da ottimi caratteristi.

  • Tre poveracci si improvvisano falsari di banconote. Spassosissima commedia con l'impareggiabile Totò, accompagnato da un brillante Peppino. La storia è divertente e i due, in gran forma, la trasformano in un piccolo gioiello della comicità. La capacità di Totò di trovare l'equilibrio tra la sua verve pirotecnica (soprattutto verbale, per non parlare del ritmo comico) e l'adesione a un personaggio da commedia all'italiana è straordinaria.

  • Il film, quel poco che dice lo dice molto bene, grazie alla verve e all'affiatamento dei due protagonisti, così terrorizzati dalle conseguenze di ciò che stanno facendo da... Inoltre Totò ha la sfortuna di avere il figlio finanziere e la faccia che fa quando viene a sapere che è sulle tracce di una banda di falsari è impagabile. Come spesso accade, quando escono di scena i due istrioni il film precipita. Lo spaccio della prima banconota è un gioiello, ma anche la sua produzione. Da vedere.

  • Il connubbio tra Mastrocinque e Totò ha partorito pellicole migliori. Non che il film manchi di simpatia e non sia divertente ma sono le idee a latitare. Pochi i momenti davvero riusciti. Naturalmente la professionalità e la verve dei protagonisti è indiscussa. Niente di particolare.

  • Commedia con momenti molto divertenti ed un sottofondo malinconico, legato alle mediocri condizioni economiche dei protagonisti e alle loro situazioni familiari (vedi i rapporti di Totò con la moglie), che le dona spessore. Contiene una sequenza assolutamente spassosa: quella della stampa delle prime banconote false, con uno splendido duetto Totò/Peppino, ben supportato da Giacomo Furia. Trascurabili le scene col figlio finanziere (ma del resto, nelle commedie storiche di Totò i figli sono sempre detestabili o insulsi).• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che, alla richiesta della "carta", tira fuori di tasca un rotolo di carta igienica.

  • Mio vanto e orgoglio aver "litigato" con Mereghetti in persona riguardo l'una stella e mezzo assegnata a questo film; uno dei migliori interpretati da Totò e uno dei pochi con una storia solida alla base. Profumo di Soliti Ignoti nelle rocambolesche vicende di tre uomini piccoli alle prese con un vero clichè della zecca. Tecnicamente non sono neanche falsari; diciamo che sono una... dependance della banca. Caratteri straordinari, battute immortali. Dopo anni Mereghetti ora segna 2 e mezzo.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La barba fatta coi "peli dei condannati a morte"; Totò legge i nomi dei condomini; la stampa; il test dal tabaccaio; Mustafà ritorna...

  • Classico della premiata ditta Totò & Peppino con il consueto stuolo di comprimari valore aggiunto (Giacomo Furia parte del "diabolico terzetto", i consueti Pavese, Carotenuto, ecc.). E' possibile dare una svolta alla vita grama attraverso un "colpo gobbo"? I nostri eroi ci provano, ovviamente con risultati esilaranti. D'altro canto più che l'onor poté il digiuno (basta broccoletti e patate!); vicenda a latere dei giovani funzionale e non prepotente. Viva la filiale della Zecca.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il nome del povero Lo Turco ripetutamente storpiato da Bonocore ai confini con le parolacce; La fabbricazione della prima banconota.

  • Capolavoro assoluto. Scritto e diretto con la consueta maestria dall'ottimo Mastrocinque con almeno quattro sequenze memorabili: Totò e Peppino al bar con lo zucchero; produzione del primo biglietto; lo spaccio e il finale davanti al falò. Totò e Peppino sono ad alti livelli e sono ottimamente affiancati dal grande Giacomo Furia. Cult irripetibile.

  • Un film agrodolce. Da un lato si sorride grazie all'abilità del principe De Curtis, dall'altro ci si interroga sulle condizioni sociali e sulle difficoltà quotidiane di mettere pranzo e cena insieme. "L'occasione fa l'uomo ladro" fa da filo conduttore della sceneggiatura di Age e Scarpelli, ma "la paura fa novanta" ne può essere perfetto contrappeso. Totò trova in Peppino e Furia ottime spalle comiche e si lascia andare alla consueta ridefinizione linguistica dell'idioma italiano. Un classico.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che cerca di stampare i biglietti ex se...

  • Quando le diecimila lire erano grandi come un lenzuolo e rappresentavano circa un sesto di uno stipendio medio negli anni '50. Una commedia caratterizzata da personaggi di una umanità scomparsa (altri tempi), attori dalla recitazione talmente spontanea che forse non si può nemmeno più definire recitazione. Divertimento allo stato puro, quando i tre sono in azione. Totò e Peppino iniziano un sodalizio di una comicità unica, che supera di gran lunga quella di tante altre coppie, seppur meritevoli, dello schermo. Imperdibile.

  • Tre poveri diavoli s'improvvisano falsari ma il senso civico prevarrà sull'azione criminosa. Una spassosa commedia in cui emergono alti momenti verbali gestiti dal duo Totò e Peppino. Alcune scene sono rimaste nell'immaginario collettivo ed anche la regia cerca di privilegiare la verve dei protagonisti.

  • Film che consacra il sodalizio tra Totò e Peppino De Filippo. I due attori (in grande spolvero) sono decisi a fare soldi attraverso lo spaccio di banconote false. Ma anche essere falsari non è facile... Le scene belle sono davvero tante e il sospetto di essere scoperti fa sì che i protagonisti si trovino di fronte a situazioni sempre più comiche e paradossali. Un classico evergreen.

  • Uno dei migliori film di Totò in assoluto, riconosciuto anche dalla critica. Merito non solo del Principe della risata e della sua degnissima spalla, ma anche e soprattutto della sceneggiatura (Age e Scarpelli) e della regia (Mastrocinque). Gli sketch si sprecano e le battute sono spesso travolgenti. Tanto che riesco a ridere ancora oggi, rivedendolo. La regia fa funzionare come un meccanismo svizzero i "tre compari", caratterizzati magnificamente ed assolutamente complementari tra loro. Anche Furia fa la sua parte degnamente e non sfigura.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Tutta la sequenza di quando iniziano a falsificare le banconote; Il ragionere Casoria; La storpiatura continua di Totò del nome di Lo Turco (Peppino).

  • Seppur supportata da un tessuto narrativo che poggia su siparietti comici gustosissimi e su dialoghi spassosi, ciò che colpisce maggiormente nel lavoro dell'abile Mastrocinque è la vena malinconica dei personaggi alle prese con le difficoltà economiche e quotidiane. L'insegnamento morale è chiaro e univoco, ovvero per fare i delinquenti bisogna averne le capacità, mentre i puri di cuore devono "rassegnarsi" a scelte di vita che si confanno alle proprie caratteristiche. Ben oleati e amalgamati Totò e Peppino, affiancati da un buon Furia.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La stampa della prima banconota; L'equivoco fra Totò e il figlio; Il primo spaccio di banconota falsa.

  • L'alchimia tra Totò e Peppino trova linfa in una sceneggiatura semplice che tratteggia a grandi linee la vita scarna degli anni '50. Tempi comici puntuali e comprimari di livello per una regia sufficiente nei tratteggi e buon uso dei primi piani. Verso la fine un po' si sgonfia l'effetto dirompente dell'inizio e il filarino amoroso risulta debole per lo scopo conclusivo.

  • Una commedia ben riuscita grazie alla sinergia tra Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia, tutti in piena forma e molto bravi a non esasperare troppo i rispettivi personaggi. C’è anche tanta malinconia e umanità che scaturiscono dalle situazioni umili in cui versa ognuno di essi. Non ci sono grossi vuoti narrativi che compromettono irrimediabilmente la visione e la vis comica dilaga dall’inizio alla fine.

  • Divertente (a tratti da sbellicarsi) commedia in cui, dinanzi allo sfondo di una società povera, si mette stupendamente in scena l’arte di arrangiarsi tipicamente napoletana, l’umiltà e l’integrità morale delle gente comune. Calembour a tutto tondo, fraintendimenti, il dono dell’autoironia, squisiti giochi di parole, la maschera sorniona e frizzante di un Totò in piena forma, due spalle eccellenti come Peppino De Filippo e Giacomo Furia. Da incorniciare tutta la sequenza con Totò che fa visita a Lo Turzo, Turchese, Lo Struzzo!!!

  • Un classico della coppia Totò/De Filippo, diretti dall'esperto Mastrocinque. Il film vive su una sceneggiatura povera e si basa tutto sulla bravura dei due protagonisti, molto affiatati qui come in altre pellicole. La tematica è semplice: si improvvisano falsari grazie a un "colpo di fortuna" ricevuto e se ne vedranno delle belle, specie considerando che Totò ha un figlio nella finanza. Non tutto fila liscio, ma grazie ai due grandi attori si può comunque parlare di un buon film.

  • Altro celeberrimo e straordinariamente riuscito successo cinematografico (ma anche televisivo) dell'immenso principe De Curtis. Con l'intento evidente di "farsificare" alcuni topoi tematici del noir statunitense, Age e Scarpelli forniscono a Totò terreno fertile per le sue gag surreali, coadiuvate stavolta da due superbe spalle quali Peppino De Filippo e l'inatteso Giacomo Furia. All'arte di arrangiarsi proverbialmente napoletana, i tre protagonisti aggiungono anche un'amara ma onestissima vena umana di orgogliosa rinuncia ed umilissima integrità morale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I ripetuti ed impacciatissimi tentennamenti di Totò dinanzi al titolare della tabaccheria, al quale cerca di rifilare la sua prima banconota falsa.

  • Impagabile commedia diretta da Camillo Mastrocinque con la coppia Totò e Peppino che fa scintille grazie anche all'aggiunta di un simpaticissimo e goffo Giacomo Furia. Il film si lascia seguire senza sbavature e con moltissime gag azzeccate e ci fa rimpiangere quali bei film ci sapessero regalare negli anni '50.

  • Un portiere prossimo a perdere il lavoro si imbatte nell'occorrente per fabbricare banconote false e, nonostante la ritrosia iniziale, non può che cedere alla tentazione. Totò (attore che personalmente trovo fastidioso) rappresenta il tipico comportamento italiano e in particolare partenopeo, truffaldino e intrallazzatore, pronto a dichiararsi "ligio alla legge" (almeno un tempo) per poi corrompersi alla minima seduzione. Le gag gestuali e le mosse di Totò appartengono a una comicità d'altri tempi, fastidiosa e in parte scomparsa, fortunatamente.

  • Il primo di una (purtroppo) breve serie di capolavori del cinema comico italiano girati da Totò e Peppino nel 1956. La storia una volta tanto non scontata e una intelligente sceneggiatura di Age e Scarpelli esaltano il duo che confeziona scene ormai di patrimonio comune. Regge bene la scena anche il bravo Giacomo Furia. Interessanti i continui riferimenti alla povertà, piuttosto diffusa, di un'Italia che stava ancora aspettando il boom economico. I duetti fra i protagonisti sono, naturalmente, piccoli capolavori d'improvvisazione. Doveroso!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La fabbricazione delle banconote false...

  • Tre uomini vengono in possesso di un cliché per stampare banconote da 10.000 lire e si improvvisano falsari ma, alla lunga. Insieme alla "malafemmina" è il miglior film della straordinaria coppia Totò-Peppino, che recita con meccanismi straordinariamente oliati e tempi comici perfetti. Sebbene ci sia qualche caduta, il film non esce mai dai binari di una sana goliardia e offre numerosi momenti spassosi. Sullo sfondo ancora una volta la bella cartolina di un'Italia in bianco e nero.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La stampa delle prime banconote false; Totò che sbaglia sempre il cognome di Peppino.

  • Forse il miglior film interpretato da Totò. Il suo personaggio del portiere di stabile è un vero, commosso salmo all’umanità semplice ed autentica oltraggiata dalla malvagità altrui e insultata dalle difficoltà della vita. Totò, Peppino e Giacomo Furia danno vita a personaggi eterni, senza tempo, veri archetipi immortali di una condizione esistenziale: gli uomini sconfitti dalla vita. Siamo ancora in pieno neorealismo, ben mescolato ai modelli drammaturgici della commedia comica non ancora all’italiana. Ma questo film ne è un potente annuncio.

  • Uno dei classici della filmografia di Totò, grazie anche alle interpretazioni di Peppino e del bravo Giacomo Furia. La storia del padre di famiglia che, per troppa onestà, viene messo in mezzo a una strada e deve scegliere scegliere tra "i morsi della coscienza e quelli della fame" non può che essere sempre attuale. Tante battute memorabili e duetti irresistibili che coinvolgono il cast. Il finale è forse un po' troppo buonista e retorico, ma tutto sommato può starci. Evergreen.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Mi ricorda il Pinturicchio... Della prima maniera!"; "Papier Igienic... L'ho vinta a una lotteria..."; "Lei e il cane mi avete smontato!".

  • Tra i più celebri e riusciti film con il grande Totò (e De Filippo) e la regia di Camillo Mastrocinque. Una commedia davvero eccellente, dai tempi perfetti e gag ancora oggi divertentissime. Il "principe" De Curtis regala risate e battute in continuazione. Imperdibile.

  • Totò e Peppino De Filippo funzionano sempre (e il secondo non è da meno). Questo è un film di poche pretese ma, almeno nella prima parte, la vicenda scorre via in modo brillante, godibilissima. Manca la cattiveria della classica commedia italiana, ma almeno Totò non deborda dal suo personaggio. Un film da vedere e rivedere, specie per chi ha una certa età (anche oltre) e ricorda il sapore del buon tempo andato dove, chissà come e perché, c'era lavoro per tutti e tempo di godersi la vita.

  • Un altro raro caso nel quale il Principe della risata si mette al servizio della storia (ottima), anziché il contrario. Assieme alla Malafemmina si raggiunge l'apice dell'alchimia Totò + Peppino, dove il secondo è talmente bravo a dar corda al primo che definirlo spalla è altamente limitativo. Si fa molto presto ad augurarsi che i tre timorosi e simpatici falsari riescano a togliersi dalle secche smerciando le diecimila lire false, alla faccia della Finanza, figlio incluso, che (non) li sta braccando. Bel cinema comico d'altri tempi.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Peppino, nel fugare i dubbi: "Allora, siete d'accordo?" Totò: "Siete...? Siamo!" Peppino e Furia: "Siamo!" Totò, con fare accusatorio: "Ah, siete d'accordo!".

  • Film talmente simpatico da meritare ogni volta la visione, grazie a De Filippo almeno a livello di Totò, al simpatico Furia e nondimeno al resto del cast. Un paio di scene sono classici della comicità, e il tema della povertà e dei rapporti familiari complicati risulta tanto toccante quanto tristemente attuale, senza scadere nel patetico e nell'eccessivamente melodrammatico come in altri film coevi. Gli onesti veri non possono cambiare... un bel messaggio da un bel film che non invecchia mai.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Lo spiegone davanti al caffè super-zuccherato; La carta igienica; La barba finta.

  • Altro celebre film della rinomata ditta Totò e Peppino che, poveri e senza quattrini, tentano la via dell'illegalità per diventare ricchi. Il tentativo fallisce prima di iniziare perché è meglio rimanere onesti e senza soldi piuttosto che ricchi e malviventi. La morale del film è questa, semplice ma partorita pian piano, con delicatezza e situazioni divertenti che, numerose, accompagnano gli attori dall'inizio alla fine. Grande esempio di cinema con poche lire di budget perché la differenza la fanno gli attori, non gli effetti speciali.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il caffè tra Totò e Lo Turco (Peppino).

  • Grande film di Mastrocinque, molto ben costruito, che mescola a dovere commedia all’italiana (non a caso il copione è di Age e Scarpelli) e patetismo, senza dimenticare di lasciare a Totò i suoi spazi (ad esempio, il puntuale storpiamento del cognome di Peppino, come al solito bravissimo). Il giovane Giacomo Furia non sfigura accanto ai mostri sacri, ritagliandosi una figurina di grande tenerezza.

  • Indubbiamente uno dei migliori film della ditta Totò/Peppino, ma bravissimo anche Giacomo Furia come spalla dei due protagonisti, che insieme danno vita a sequenze veramente divertenti e memorabili. La sceneggiatura e i dialoghi sono ben lavorati e strutturati, sapientemente inseriti dalla ben oliata mano di Camillo Mastrocinque. Attori di contorno e caratteristi ben usati, soprattutto la figura del commissario. Merita sicuramente la visione!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La stampa in tipografia; Il test dal tabaccaio; Il cane Mustafà; La figura del commissario.

La scena in cui si stampano i soldi falsi fu un’idea di Totò, che suggerì di girarla in modo da farla diventare una comica alla vecchia maniera. L’effetto velocizzazione lo fece l’operatore stesso girando, noi recitavamo regolarmente, ma l’idea fu di Totò. Parecchie cose in quel film sono di Totò. Ricordo che Alfredo De Laurentiis, che era un ottimo organizzatore, aveva pronte tante di quelle cose che faceva prendere dal trovarobe perché a un certo momento Totò poteva dire: “Per fare questa cosa mi serve un calamaio”, le cose più impensate... E allora per non fare fermare il film in attesa che arrivasse sul set l’oggetto richiesto da Totò, la produzione si organizzava in modo tale che qualunque cosa potesse chiedere era subito pronta.

Giacomo Furia


Mi sono trovato con due grandi. Totò un grande comico: poteva leggere l’elenco telefonico e suscitare ilarità. Peppino un grande attore comico: doveva capire il personaggio e poi ne faceva quello che voleva. Due grandi che però mi hanno agevolato, cercavano di farmi fare le mie cose nella maniera migliore... Totò pensava a Peppino, Peppino pensava a Totò, tutt’e due pensavano a Giacomo Furia... Questo ha reso il film più interessante, più bello, perché quando si lavora in questo modo poi si vedono i risultati. Dovrebbe essere il segreto del successo di tutti i film; l'unico responsabile di una pellicola è il regista però se c’è un’ottima collaborazione da parte di tutti, dall’ultimo macchinista al produttore, vien fuori un buon film. Questa era la cosa bella con Totò, uno andava a lavorare però in fondo non andava a lavorare. I francesi dicono parlando del teatro, à jouer, e in fondo con Totò era proprio un gioco.

Giacomo Furia


Il tormentone Lo Turco

Peppino De Filippo interpreta ne La banda degli onesti la parte del tipografo Lo Turco. Ebbene Totò, ovverosia il portiere Antonio Bonocore, non pronuncia mai correttamente il cognome Lo Turco; ecco come Totò lo storpia ripetutamente:

Lo Turzo
Lo Curto
Turchesi
Lo Tripoli
Lo Struzzo
Gianturco
Turchetti
Turco


Mi ricorda Pinturicchio

Bonocore, il "capo" della Banda degli onesti, propone a Lo Turco un "artista" come esperto in colori per la stampa delle banconote; lo porta quindi dal "pittore"; si tratta dell'imbianchno Cardone (Giacomo Furia), impegnato a completare la scritta "Cannoli alla siciliana" della insegna di un negozio.

Lo Turco: "Quello è il pittore? ".
Bonocore: "Signor Lo Struzzo, ma chi vogliamo pigliare, Picasso? Vogliamo De Chirico? Vogliamo far resuscitare Raffaello? ".
Lo Turco: "Quello è un mezzo imbianchino! ".

Si avvicinano, Bonocore prensenta Lo Turco a Cardone.

Lo Turco: "C'è un certo rilievo... ".
Bonocore: "C'è uno stile, una personalità, io sono un profano, non ne capisco, ma a me ricorda un tantinello il Pinturicchio! ".
Lo Turco: "Della prima maniera ".
Bonocore: "Perchè questa maniera qua... ".
Lo Turco: "...è l'ultima! "


Siete d'accordo? Siamo d'accordo! Le ragioni per tirarsi indietro o agire

In una scena di grandissima comicità della Banda degli onesti, i nostri tre falsari discutono se dar luogo o meno al loro piano criminoso. A turno i tre assumono ciascuno il ruolo di chi spinge all'azione o, viceversa, il ruolo di chi si tira indietro. 

Ricordiamo le principali motivazioni ad agire:

Bonocore:

Noi non spacciamo moneta falsa; ecco, casomai, noi tutt'al più siamo una succursale, in francese si direbbe una dependance; quando a un esercente capita un nostro biglietto tra le mani, lo guarda e fa - questa è una banconota della dependance, sì, sì, è buona, dagli il resto - e ci paga.

Cardone:

Ripensandoci bene, in fondo in fondo, nei confronti della legge noi siamo a posto; anche la carta è autentica; tutt'al più può essere definito come un reato a responsabilità limitata. E che ci fanno?

Le motivazioni per tirarsi indietro:

Cardone:

Noi facciamo peccato! Peccato mortale!

Lo Turco:

Non dimentichiamoci io chi sono. Sono un tipografo!

Bonocore:

Io modestamente nella media borghesia italiana occupo una società! Io ho una portineria bene avviata, con gli inquilini che vanno e vengono e quindi a Pasqua, Natale e Ferragosto mi danno la mancia, soldi, al mio onomastico fiori, candele, etcetera!


Il ragioniere Casoria

Non tutti lo conoscono, ma il personaggio del ragioniere Casoria, nel film La banda degli onesti, è probabilmente uno dei personaggi più importanti e, purtroppo, più attuali della complessiva opera cinematografica di Totò.
Totò vedeva il mondo diviso in due grandi categorie: gli uomini e i caporali (da cui il film); i primi sono soggetti alle peggiori angherie da parte dei secondi. Chi sono i caporali? Purtroppo tanti: si parte dai "caporali di giornata ", ovverosia da soldati semplici che per un momento acquisiscono un potere gerarchico, si passa ai superiori sul lavoro, ai politici, a chiunque può rovinare con una sua volubile scelta la vita di un uomo.
Il ragioniere Casoria entra a pieno titolo nella categoria dei caporali, ma con un'aggravante. E' un uomo di potere, perchè in quanto amministratore del condominio dove Totò (Antonio Bonocore) svolge il suo lavoro di portiere, può licenziarlo da un momento all'altro se non ubbidisce alle sue disposizioni. L'aggravante sta nel fatto che è un lestofante, e le sue disposizioni consistono nel coinvolgere il portiere Totò nell'imbroglio sul carbone da utilizzare per il riscaldamento: ne vorrebbe far pagare 120 quintali al condominio per comprarne solo 40. Totò da persona onesta si rifiuta e il ragionier Casoria decide immediatamente di sostituirlo con altro portiere (Memmo Carotenuto) più "morbido".
L'Italia di oggi è piena di ragionieri Casoria, ma soprattutto è divenuta piena di persone alla Memmo Carotenuto.


Passare dalla parte del Ragioniere Casoria

Agli Italiani oggi appare chiaro che in considerazione del gran numero dei ragionieri Casoria esistenti, per fare carriera, per diventare ricchi, per acquisire potere non vi è che una strada, quella del portiere Memmo Carotenuto: divenire Yes-man ed agevolare, senza mai contraddirlo, il proprio caporale, il proprio ragionier Casoria. Questa tendenza generalizzata degli Italiani è riassunta dal grande Totò con una frase divenuta famosa: "Passare dalla parte del ragioniere Casoria".
E' quello che propone Bonocore a Lo Turco, altro personaggio onesto spinto a divenire un falsario, per risolvere i loro problemi: "Ci sarebbe una soluzione, adeguarsi, questo è il segreto! Passiamo dall'altra parte, saltiamo l'ostacolo a pie' pari, disertiamo, passiamo dalla parte del ragioniere Casoria! "

"La banda degli onesti" dal sito www.quicampania.it


Le incongruenze

  1. Quando Toto' e Peppino(Lo Turco) sono nel bar e prendono un caffè le tazzine sono piene ma nell'inquadratura successiva esse sono vuote e loro fanno finta di bere lo stesso
  2. Il film si svolge nel 1956 e il vecchio signor Andrea quando muore ha circa 90 anni quindi si presume che sia andato in pensione circa 30 anni prima giusto? E mi dite dove esistevano quelle banconote da 10000 lire nel 1930 o giu di li?
  3. Quando Antonio è nella sala caldaie con il rag. Casoria, quest'ultimo in alcune scene gli dà del "tu" in altre del "lei"
  4. Nella sala caldaie, Antonio ferma il rag. Casoria prima che vada a sbattere con la testa contro un tubo di ferro. dopo che i due hanno battibeccato il rag. va via e si vede Antonio (Totò) che attende che il rag. urti. Poi si sente un suono metallico e un grido di dolore. Il blooper sta nel fatto che il rag. portava il cappello (che avrebe dovuto attutire il rumore), mentre il rumore che si ode appartiene a un contatto tra due parti metalliche.
  5. Si nota chiaramente, in alcune scene, la differenza tra audio in presa diretta e dialoghi successivamente doppiati. Un esempio quando Cardone va a fare visita a Totò con la mano di legno: un paio di battute di Totò sono state sicuramente doppiate.
  6. Nella scena in cui i tre provano a stampare per la prima volta un biglietto da diecimila, si vede che Peppino inserisce un foglio di carta filigranata completamente bianco nella macchina e dopo solo un giro di stampa lo estrae stampato su entrambi i lati, mentre il foglio sarebbe dovuto uscire stampato solo da un lato dato che la macchina è del tipo vecchio che non prevede la stampa fronte-retro.
  7. Totò nella carbonaia con il ragioniere Casoria accende la luce due volte, nelle due inquadrature che si susseguono.
  8. Totò dice che il figlio sta bene perché è nell'esercito, quando invece è nella Guardia di Finanza.
  9. Lo Turco legge "La legge punisce i falsificatori e gli spacciatori di moneta falsa", seguendo con il dito sul cliché. In realtà quella scritta sul cliché è scritta al contrario quindi Peppino fa finta di seguire la scritta con il dito.
  10. Da come è scritto sul cartello della Guardia di Finanza appare che un maresciallo comanda una brigata!!!!; come maresciallo è molto potente, anche troppo.
  11. Cardone quando va ad aprire la porta di casa per fare entrare il portiere ha in mano una mano di legno che sta dipingendo. La mano di legno è in due posizioni diverse rispettivamente nelle due inquadrature.
  12. Quando Totò legge alla famiglia riunita a cena la lettera che il figlio Michele ha mandato, rimprovera la moglie di aver chiesto al figlio di mandare qualche soldo, dicendole: "Capirai, con quello che gli passa l'Esercito". Ma Michele non è un militare dell'Esercito, bensì della Guardia di Finanza.
  13. Il figlio finanziere di Totò viene assegnato alla squadra "Volanti" (ma la squadra volante non è della Polizia?).
  14. Sempre Michele è assegnato alla repressione frodi valutarie, falsari, e quant'altro: però si vede che quando si reca in caserma, sulla targa esterna si legge: "Guardia di Finanza - Legione Allievi". Ma le Legioni Allievi GdF sono reparti addestrativi, non operativi...
  15. Quando Totò va a proporre "l'affare" a Lo Turco, durante la consumazione dei caffè al bar Totò fa un accenno ai "disonesti profittatori" e ai vari "rag. Casoria", al che Lo Turco chiede chi sia questo Casoria che di tanto in tanto compare nel discorso. Ma da quando i due si sono incontrati, questa è la prima volta che Totò accenna a Casoria...
  16. Quando stanno per stampare la prima banconota, Lo Turco ad un certo punto dice: "Ecco, abbassiamo e via..." e abbassa una leva, lasciando a intendere che da questo gesto dovesse uscire la banconota. In realtà, nella scena successiva, Lo Turco ripete il medesimo gesto, abbassando la leva che, a questo punto, doveva trovarsi già abbassata...
  17. Nella scena in cui Totò ha tra le mani la lettera del figlio e dice alla moglie "Ha scritto Michele" si nota chiaramente che il doppiaggio non si trova col movimento delle labbra.
  18. Quando Totò va a casa del Sig. Andrea, questi gli indica la valigia contenente clichè e filigrana che si trova sopra un armadio senza specchio e con una cimasa arrotondata: dopo la morte del vecchio, Totò va a recuperare la valigia, ma questa volta l'armadio è a specchio ed ha una cimasa squadrata.
  19. Quando Totò non riesce a prendere sonno, accende un piccolo lume sul suo comodino e non solo come di incanto la stanza si illumina a giorno come se avesse acceso un lampione da strada, ma l'errore più grande sta nel fatto che tutti gli oggetti che sono nella stanza, proiettano due ombre ciascuno, segno evidente che sono illuminati da due fonti di luce diverse e che provengono dall'alto e non certo dal piccolo lume.
  20. Alla fine della chiacchierata in cucina tra Buonocore e Lo Turco, quando Totò elenca le cose che vorrebbe gli venissero portate in carcere, Peppino gesticola con le mani dicendo "io non ho le rendite stese al sole" facendo un gesto con la mano destra e tenendo la barba nella sinistra. Al successivo stacco di inquadratura, Peppino continua a fare lo stesso gesto con la mano destra ma nel frattempo la mano sinistra è vuota e la barba è sul tavolo.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
 1956-La Banda 01 
La pasticceria di cui Cardone (Giacomo Furia) decora la vetrina è in Piazza Gimma a Roma. Tenendo conto della nuova toponmastica, l'unico sistema per arrivare alla location rimaneva la vetrina su cui dipingeva Furia. Viste le fattezze più moderne doveva esserci ancora oggi e di certo non sarebbe cambiato di molto l'aspetto. 11 era il primo numero chiave e che corrisponde al numero delle sezioni decorative a fianco della vetrina di Furia. Erano 11 anche nel film! A quel punto, conteggiando le vetrine non corrispondeva la porta...
  
  Nel paesaggio retrostante il mercato coperto ora chiude la visuale del film. Con un fotogramma da Il segno di Venere (1955), si nota uno dei palazzi scomparsi:
  
  Ecco cosa si vedrebbe ora dalla ripresa più classica della scena
  
Qui una sovrapposizione del fotogramma del Segno di Venere che mostra bene la corrispondenza dei palazzi sopravvissutiQui un'immagine che mostra bene i palazzi abbattuti di Piazza Gimma (sopra le teste di Totò e Peppino)
 A sinistra la avola riassuntiva che mostra bene dov'era il palazzo principale abbattuto, oltre al resto. Purtroppo possiamo dire definitivamente addio ai palazzi della Banda degli onesti. Il loro "sacrificio" ha dato vita alla succursale del Liceo Scientifico Statale Avogadro. Erano palazzi dei ferrovieri che già a metà degli anni '60 erano stati abbattuti.
  
  Il ponte da cui Totò tenta di disfarsi della valigetta contenente i cliché originali della Banca d'Italia è, come evidente, il Ponte dell'Industria a Roma. La freccia rossa indica il punto in cui stava Totò.
La strada dove Bonocore (Totò) e Cardone (Furia) abbbandonano il cane è oggi nientemeno che il Grande Raccordo Anulare a Roma! Il profilo dei monti sullo sfondo coincide e sulle mappe viene segnalato anche come km 13 (e nel film si vede di sfuggita una pietra miliare che porta la scritta " S.S 5 - km 13 Roma"). IL GRA era in sede di approvazione come "Nuova strada di circonvallazione della città di Roma". I lavori li iniziarono nel 1951. Seguendo il percorso di Totò e Furia si possono riconoscere il Casale di via Grotte di Torre Rigata.
  la Torre di Pratolungo sullo sfondo
e infine il casale di via di Casal Monastero di fronte a loro
A sinistra, la mappa che mostra il punto dove stanno i due (e da dove partono le tre linee verso gli edifici inquadrati)
  E infine ecco l'enorme differenza dello stesso punto visto ieri e oggi
La banda degli onestiLa banda degli onesti
La tipografia Lo Turco si trovava in Piazza degli Zingari a Roma.
La banda degli onestiLa banda degli onesti
 
La banda degli onestiLa banda degli onesti
Il bar dove Totò spiega a Peppino la metafora del caffè senza zucchero, si trova in Piazza della Suburra adiacente all'ingresso della Metro Cavour, dove Totò e Peppino si fermano a parlare.
La banda degli onestiLa banda degli onesti
Il condominio dove Totò lavora come portinaio è in Viale delle Milizie 76 a Roma.
La banda degli onestiLa banda degli onesti
La vetrina del negozio dove Totò crede di essere pedinato da due carabinieri è in Via degli Zingari a Roma
La banda degli onestiLa banda degli onesti
Il Comando della Guardia di Finanza dove Totò va a confessare di aver falsificato le banconote è l'attuale sede del Comando Generale della G.d.F., Caserma Piave, in Viale XXI Aprile a Roma.Il Comando della Guardia di Finanza dove Totò va a confessare di aver falsificato le banconote è l'attuale sede del Comando Generale della G.d.F., Caserma Piave, in Viale XXI Aprile a Roma.
La banda degli onestiLa banda degli onesti
La tabaccheria dove Totò tenta di scambiare la banconota presunta falsa è in Via di Monte Savello a Roma.

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò e Peppino, fratelli d'Italia", (Alberto Anile, Pablo Escobar), Einaudi, 2001
  • Giacomo Furia, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • http://ilcinemaitalianoperlestradediroma.blogspot.it
  • "Totò, un napoletano europeo" (Valentina Ruffin), Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996
  • «Le Ore», anno IV, n.151, 31 marzo 1956
  • Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XII, n.15, 7 aprile 1956
  • "La banda degli onesti" dal sito www.quicampania.it