Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi

Antonio Cocozza
Inizio riprese: maggio-giugno 1960, Stabilimenti INCIR - De Paolis, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 26 luglio 1960 - Incasso lire 470.800.000 - Spettatori 2.747.914
Titolo originale Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi
Paese Italia - Anno 1960 - Durata 92 min - Colore B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Mario Mattoli - Soggetto Castellano e Pipolo - Sceneggiatura Castellano e Pipolo - Produttore Isidoro Broggi, Renato Libassi - Fotografia Alvaro Mancori - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Gianni Ferrio
Totò: cav. Antonio Cocozza - Aldo Fabrizi: rag. Giuseppe D'Amore - Christine Kaufmann: Gabriella - Geronimo Meynier: Carlo D'Amore - Franca Marzi: Matilde - Rina Morelli: Teresa - Serena Verdirosi: la figlia del rag. D'Amore - Ester Carloni: zia Carlotta - Liana Del Balzo: zia Adelaide - Carlo Pisacane: il nonno - Luigi Pavese: il commendatore La Sarda - Oreste Lionello: il compagno di scuola di Gabriella - Angela Luce: Angela, la commessa - Antonio Acqua: il divoratore di cannoli - Ughetto Bertucci: il tipografo - Mimmo Poli: il cliente della pasticceria davanti alla tv - Nando Angelini: il commesso della pasticceria - Sandro Moretti: un amico di Carlo - Elena Fabrizi: la padrona della trattoria - Nino Milano: il tassista - Nino Manfredi: (non accreditato) la voce narrante - Salvo Libassi: proprietario tipografia Rigolini - Renato Mambor: Ermanno Tazzoli detto "il diavolo della domenica" ovvero lo sterminatore delle serve - Annamaria Gambineri: la presentatrice TV - Riccardo Paladini: intervistatore della TV - Dino Valdi: tassista delle 950 lire

Soggetto
Il padre di Gabriella, il Cavalier Antonio Cocozza, titolare di una pasticceria, sembra accogliere la notizia con disappunto, ma in realtà teme solo di doversi scontrare con la moglie Matilde, così, capito che la figlia è davvero innamorata, con uno stratagemma riesce a estorcere alla severa consorte il consenso di nozze. A casa di Carlo, invece, la situazione si presenta diversa. Il padre, il ragionier Giuseppe D'Amore, si mostra subito decisamente contrario alla questione, principalmente per motivi economici: il suo lavoro al Ministero non gli consente delle entrate tali da poter sostenere le spese di un matrimonio. Il ragazzo, molto devoto al padre, rinuncia allora alle nozze, comunicando la notizia a Gabriella e mandando su tutte le furie anche la famiglia di lei.
A smuovere il ragionier D'Amore ci penserà però la moglie Teresa che, mostrando al marito una vecchia lettera che lui le aveva dedicato perché suo padre, a suo tempo, non intendeva dare il consenso al loro matrimonio, lo convince a lasciar sposare i due innamorati. Carlo, avuto il consenso del padre, finalmente incontra il cavalier Cocozza, che accetta la richiesta del giovane per organizzare il matrimonio entro i successivi tre mesi.
Per il pranzo di fidanzamento viene scelta una trattoria, in cui Cocozza e D'Amore fanno reciproca conoscenza. Dopo diverse incomprensioni su chi debba pagare le varie spese del matrimonio, i due genitori rompono le trattative, gettando nello sconforto i promessi sposi.
Per sanare il conflitto tra i rispettivi padri, Carlo e Gabriella organizzano allora una finta fuga d'amore. Messi alle strette da una telefonata dei figli, i due padri danno il consenso alle nozze e Cocozza riesce, ricorrendo ad uno stratagemma, a trovare il modo di obbligare D'Amore a sobbarcarsi le spese per l'appartamento dei ragazzi.
Per non venire meno all'impegno preso, visto che le sue entrate non gli permettono di meglio, D'Amore entra in una cooperativa edilizia del suo ministero, ottenendo un appartamento più vicino all'aeroporto di Ciampino che a Roma, cosa che crea ulteriori frizioni tra i due padri.
Per ricucire l'ennesimo strappo tra i due, le due famiglie fanno credere a entrambi che l'altro voglia scusarsi, combinando un incontro tra i due alla pasticceria di Cocozza. Ma anche in questo caso l' incontro finisce in lite.
Si arriva quindi al giorno delle nozze: Cocozza e D'Amore si accorgono di aver ricevuto dal sarto ognuno il vestito dell'altro e sono costretti ad un surreale scambio di vestiti in taxi fuori dalla chiesa, che li porta all'ennesima litigata: sempre più decisi a interrompere le nozze, i due arrivano quando ormai è troppo tardi: i figli si son già sposati.
Critica & curiosità
🎩 Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi – O il miracolo borghese visto dal retrobottega della pasticceria 🎩
Siamo nei primissimi anni ’60, tra cappotti logori che odorano ancora di guerra e ambizioni piccolo-borghesi che iniziano a odorare di speculazione edilizia. In questo crocevia di padri apprensivi, suoceri bellicosi e figli con idee moderne (cioè pericolosissime), prende forma "Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi", una commedia-farsa prodotta dalla DDL e diretta con mano solida e tradizionale da Camillo Mastro... no, pardon, da Mario Mattoli (la confusione con Mastrocinque viene dal fatto che entrambi dirigevano Totò come si addestra un’otaria: con rispetto, ma facendogli fare il numero che sapeva fare meglio).
Il film è un autentico duello al sole – con ombrellino da cocktail, però – tra Antonio de Curtis e Aldo Fabrizi, che si fronteggiano a colpi di battute, occhiatacce, frasi passivo-aggressive e calembour filologicamente esilaranti. È uno dei sette film che i due mostri sacri del palcoscenico e dello schermo condividono, ma qui la chimica è all’ennesima potenza, roba da scienziati nucleari dell’umorismo. Si dice – e nessuno lo nega – che tra un ciak e l’altro ci fosse il problema opposto del pianto: non si riusciva a trattenere le risate.
🥄 La guerra dei suoceri: duelli verbali e tight fuori taglia
Il film ruota attorno a un nucleo comico eterno come l’aceto nella credenza: due padri, una figlia, un figlio, e un matrimonio che invece di unire divide. De Curtis è il classico padre borghese napoletano, già visto in declinazioni più o meno neurotiche in “Totò e le donne”, “I tartassati”, “Totò cerca pace” e via nevrotizzando: vessato dalla moglie, stretto dalle spese, in preda a continui monologhi sull’economia domestica e sull’onore familiare.
Fabrizi è invece il clown bianco, lo specchio severo e polveroso di Totò, il suocero romano, grassoccio e autorevole, che però ha il cuore tenero e lo stomaco ancor più tenero quando si tratta di tortine alla crema e dignità borghese.
La vicenda è lineare come un biglietto del tram, ma piena di curve linguistiche: i due si beccano, si fraintendono, si offendono con classe. Eppure, dietro l’esplosione farsesca, c’è la malinconia del tramonto del patriarcato: due uomini sorpassati dal mondo, che provano a decidere il futuro dei figli mentre il presente scorre altrove, in un’Italia che compra frigoriferi, cambia casa e azzarda anche le ferie ad agosto.
🍽 Mezzogiorno di farsa: la scena del ristorante
Capitolo a parte merita l’apoteosi comica al ristorante, una scena costruita con precisione da orologeria svizzera, dove la tensione tra i due si insinua tra un brodino e un conto salato. Si comincia con una parodia in piena regola di “Mezzogiorno di fuoco” – con tanto di citazione implicita degli spaghetti western che ancora non esistevano – e si termina nel trionfo del litigio contenuto ma affilatissimo, a colpi di galateo e provocazioni da manuale di suoceria.
È qui che Totò esplode nel suo nonsense più celebre e disarmante:
"È la somma che fa il totale".
Che non significa nulla eppure dice tutto. Una formula matematica dal valore ontologico, che diventa tormentone, gesto, identità. È come se dicesse: "Non ho capito, ma sono troppo elegante per dirtelo."
🎭 Pasticcerie, tight e clownerie
La scena del retrobottega della pasticceria è, per Masolino D’Amico, degna di un’antologia della recitazione a braccio. E se lo dice Masolino, che ha il cognome da librettista d’opera, dobbiamo credergli. Qui il tempo comico è perfetto, le pause sono sinfoniche, gli sguardi parlano da soli. Totò è il clown triste e lunare, Fabrizi il custode delle regole, ma entrambi si incontrano in una danza buffa e tragica, che ha i tempi della commedia ma la verità del teatro.
Il climax arriva nella scena dello scambio dei tight prima del matrimonio. Totò, infagottato nel frac extra-large di Fabrizi, cilindro incluso, è l’immagine perfetta del clown umiliato, il pagliaccio prestato alla vita vera che finisce sempre in costume.
E quando esclama:
"Così io posso cardare solo al circo equestre, a fare il clown",
non è solo una battuta: è la dichiarazione poetica di un’identità.
📚 Linguaggi, nonsense e poesia da cabaret
Le battute del film non inseguono la risata: la precedono. Non si reggono sul bisticcio linguistico, ma sull’intarsio del carattere, sulla coerenza dei personaggi, sull’arte di fare dell’assurdo una regola grammaticale.
Esempio d’antologia è la frase che Totò rivolge al consuocero per elogiare la nobiltà della figlia:
"Suo figlio si piglia una Cocozza… e un domani va con una Cocozza sotto il braccio".
È comicità alimentare, zoologica, poetica. È poesia demenziale ante-litteram, il Totò più lirico travestito da cretino.
🎙 Camei e sorprese: tra la sora Lella e il prof d’inglese siculo
Tra le chicche del film si segnala la comparsata del giovane Oreste Lionello, in un ruolo ancora acerbo ma già pungente, e quella, gustosissima, di Elena Fabrizi – sì, la mitica Sora Lella – che qui recita nella parte che conosce meglio: proprietaria di ristorante, proprio come nella vita vera. Totò e Fabrizi fanno finta di non riconoscerla: ma gli spettatori sì, eccome.
E poi il professore d’inglese: prima declama versi con accento oxfordiano, poi si mette a sbraitare in stretto siciliano. Uno dei vertici dello humour situazionista ante-Avati.
📼 Conclusione: un film cucito addosso a due giganti
"Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi" è una di quelle commedie che non rivoluzionano nulla, ma perfezionano tutto. Il film è il pretesto per far esistere – e sopravvivere – due personaggi archetipici, due maschere italiane che si rincorrono, si detestano, si amano a suon di galanterie e minacce velate. È il racconto di un’Italia che cresce coi suoi padri ingombranti e buffi, che combatte col passato a colpi di tight troppo larghi e brodini allungati.
Ma è soprattutto un’ode alla recitazione come danza comica, dove la somma delle pause, delle occhiate, delle mezze frasi... fa il totale. E il totale, stavolta, è sublime.
🎬 Scene memorabili di “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” – Il manuale semiserio della comicità borghese 🎬
Il film di Mario Mattoli è una farsa familiare fatta di scintille verbali, schermaglie cerimoniali e battute affilate come coltelli da burro. Eppure, al di là della struttura narrativa volutamente semplice, è costruito su una serie di scene-mondo, veri e propri sketch strutturati con una precisione quasi teatrale, in cui Totò e Fabrizi si esibiscono in un duello di comicità e umanità. Ecco le scene più memorabili, analizzate con lente d'ingrandimento, bisturi e un filo di ironico amore.
🍽 1. Il ristorante e il brodino: “Mezzogiorno di fuoco” versione piccolo borghese
Una delle sequenze più citate e raffinate del film. Siamo in un ristorante, ma non uno di quelli lussuosi: qui si va di brodini e acqua minerale liscia, rigorosamente "per non spendere troppo". Totò e Fabrizi si siedono per un pranzo di riconciliazione tra suoceri: l’incontro dovrebbe sancire la pace, ma la tensione monta come il sugo sotto il coperchio.
La scena comincia con una parodia dichiarata del western “High Noon” (“Mezzogiorno di fuoco”), evocato attraverso lo sguardo truce, il tempo dilatato e la colonna sonora burlesca. Solo che qui, invece del duello con la pistola, si spara... con le forchette.
Il culmine arriva quando Totò, gelido e diplomatico, elenca con educazione le “colpe” del consuocero, ma ogni frase è una stoccata, ogni pausa è una minaccia di guerra termonucleare. Fabrizi, col viso rubizzo che si accende come un semaforo, risponde con sdegno e indignazione crescente.
Il risultato è un dialogo micidiale, una danza sul crinale della lite, dove ogni battuta è calibrata per colpire senza uccidere. L’equilibrio tra forma e contenuto è da manuale: è il teatro borghese trasformato in farsa con il ritmo del varietà.
🧁 2. Il retrobottega della pasticceria: l’arte della “scusa” come coreografia
Siamo nella pasticceria di Totò. Fabrizi entra per chiarire, ma la loro “scusa” è tutto tranne che un chiarimento. La scena è stata celebrata da Masolino d’Amico come uno dei vertici assoluti della recitazione italiana “a braccio”.
Qui non conta cosa si dice, ma come lo si dice. Totò e Fabrizi si affrontano in un balletto di esitazioni, interruzioni, pause teatrali, mezzi inchini e frasi tronche. È come se due antichi samurai si affrontassero con i guantoni da forno.
Il ritmo è jazzato: ogni battuta anticipa la successiva, ogni pausa è un rullo di tamburi prima della stoccata. Il pasticcere-clown (Totò) e il suocero-faraone (Fabrizi) si incontrano e si scontrano con una bravura millimetrica, dove la parola detta è solo la punta dell’iceberg e tutto il resto sta nella mimica, negli sguardi, nei gesti.
È forse la scena più “teatrale” del film, un microcosmo di commedia borghese trasformata in arte comica pura.
🎩 3. Il tight e il circo: la metamorfosi in clown
Questa è l’apoteosi finale, la sequenza che suggella il film come farsa esistenziale. Totò e Fabrizi si trovano, per forza di eventi e disguidi sartoriali, a dover scambiarsi i tight per il matrimonio dei figli. Totò, minuto, magro e nervoso, indossa il tight extralarge di Fabrizi: le maniche gli cadono come tende, il pantalone fa effetto tendone da circo, il cilindro è una luna sopra un lampione.
È in questo momento che Totò guarda la camera (o forse Fabrizi?) e pronuncia la frase-manifesto della scena comica contemporanea:
“Così io posso cardare solo al circo equestre, a fare il clown.”
Lì, in quell’istante, Totò abbandona ogni residuo di realismo e diventa Totò-clown, Totò maschera, Totò figura universale. È una scena che ricorda Charlot, Beckett, la commedia dell’arte e l’assurdo.
Ma non è solo gag: è metateatro. Totò non sta solo commentando l’abito fuori misura, sta suggerendo che la vita borghese è un circo, e i padri – quelli come lui – sono i clown destinati a non essere mai presi sul serio.
📜 4. “È la somma che fa il totale”: il non-sense come stile di vita
Questa frase viene ripetuta ossessivamente da Totò durante tutto il film. È una delle sue classiche tautologie comico-filosofiche, parente stretta di “a prescindere”, “ho detto tutto”, “parli come badi”.
“È la somma che fa il totale” non vuol dire niente. E proprio per questo, dice tutto. È una filosofia dell’assurdo travestita da buon senso, un modo per affermare la propria identità clownesca nel mezzo della ragionevolezza borghese.
Ogni volta che Totò la dice, è come se rompesse la quarta parete della logica. È un campanello che suona in una chiesa vuota, un modo per ricordarci che le battute migliori non servono a far ridere: servono a distruggere il senso comune.
📚 5. Il professore d’inglese che “switcha” in siciliano
Una scena secondaria ma esilarante: il professore d’inglese entra in scena e declama una poesia con perfetto accento oxfordiano. Il pubblico è sorpreso, quasi commosso. Ma appena finisce, si volta e risponde al telefono con un sonoro:
“Pronto, ahò... sugnu io, Cammisa!”
La gag è semplice, ma di micidiale precisione fonetica. Gioca sull’aspettativa culturale e il ribaltamento dell’identità, uno dei grandi meccanismi comici del Totò post-bellico: la maschera che si smaschera, l’erudito che si rivela popolano, il linguaggio che si frantuma in dialetto.
🥒 6. La “Cocozza sotto il braccio”: nonsense campano e orgoglio paterno
Altra scena imperdibile. Totò cerca di convincere il consuocero che la propria figlia è di altissimo lignaggio. Per farlo, utilizza un’analogia demenziale:
“Suo figlio si piglia una Cocozza… e un domani va con una Cocozza sotto il braccio.”
Qui siamo nel pieno della logica totoniana: il nome “Cocozza” (cognome reale della ragazza) si trasforma in ortaggio e poi in accessorio matrimoniale. È una battuta che smentisce la logica con l’apparenza della logica. Una gag visiva, uditiva, linguistica e concettuale insieme. Il risultato? Esilarante e imprevedibile, come tutte le vere invenzioni.
🗣 7. La voce fuori campo di Nino Manfredi
Non si vede, ma si sente. Ed è un elemento fondamentale. La voce narrante in ciociaro di Nino Manfredi accompagna lo spettatore tra le pieghe della vicenda. È una voce amichevole, ironica, bonaria, che inserisce la storia in una dimensione conviviale. Questa scelta di regia fa sì che la storia non sia mai troppo "grande", troppo teatrale, troppo surreale: resta legata al quotidiano, come se fosse raccontata a tavola, durante una cena tra amici. È la voce del popolo, quella che riconosce i tipi, le famiglie, i tic.
🎭 Conclusione: Totò e Fabrizi, l’arte della guerra in tight
Tutte queste scene, nella loro diversità, hanno un filo conduttore: la dialettica teatrale tra clown augusto (Totò) e clown bianco (Fabrizi). Ogni gag è una variazione su questo schema. Non è solo comicità: è una rappresentazione esistenziale della condizione umana medioborghese, dove la buffoneria è l’unico modo per sopravvivere alle apparenze, agli obblighi familiari, alle pastarelle del destino.
In “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, ogni scena memorabile è una piccola guerra civile borghese – ma senza morti, solo feriti dall’umorismo.
Così la stampa dell'epoca
📰 Accoglienza critica: tra rispetto e sufficienza, ma senza entusiasmo
All’uscita nelle sale nel 1960, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” fu accolto dalla critica italiana con una certa benevolenza mista a condiscendenza, tipica dell’epoca nei confronti del cinema comico popolare. I giornali più attenti al cinema “d’autore” – Cinema Nuovo, Bianco e Nero, ma anche alcune recensioni su L’Unità, Il Giorno, Il Messaggero – riconobbero la solidità della macchina comica costruita da Mario Mattoli e l’ineguagliabile maestria di Totò e Fabrizi. Tuttavia, il film non venne considerato un'opera di rilievo artistico o innovativa, bensì un “buon prodotto di mestiere”, utile per riempire le sale e far divertire senza troppe pretese.
La critica più ricorrente fu quella di “ripetitività”: Totò sembrava reincarnare per l’ennesima volta il piccolo borghese vessato, e anche Fabrizi sembrava girare attorno a uno stereotipo già ben consolidato. Alcuni recensori evidenziarono che la sceneggiatura non osava mai davvero spingersi oltre lo scontro verbale, evitando qualunque reale approfondimento sociale, benché il film alludesse chiaramente ai mutamenti dell’Italia del boom economico.
Tuttavia, ci furono voci fuori dal coro, soprattutto tra i critici più sensibili alla comicità come forma alta di espressione culturale. Leonardo Autera sul Corriere della Sera notò come “il film, pur nella sua struttura di commedia farsesca, riesce a cogliere l’incrinatura sottile tra padri e figli in un’Italia che sta cambiando abitudini, valori e linguaggi”. Mario Gromo, su La Stampa, parlò di “due giganti comici che riescono, con un tight e uno sguardo, a raccontare l’intero disagio del maschio italiano borghese degli anni ’60”.
🎟 Accoglienza del pubblico: un successo da matinée e da sala parrocchiale
Se la critica si limitò a una stretta di mano educata, il pubblico fu molto più caloroso. Il film ebbe un ottimo incasso, soprattutto nelle città di provincia e nei quartieri popolari delle grandi metropoli, dove il binomio Totò-Fabrizi era considerato una garanzia assoluta di divertimento onesto, senza volgarità, adatto a tutte le età e, dettaglio non secondario, spesso proiettato nelle sale parrocchiali senza bisogno di tagli.
Le cronache riportano che le sale si riempirono soprattutto nel weekend, grazie a passaparola e al magnetismo dei due protagonisti. L’Italia del 1960 era in piena transizione, ma ancora fortemente legata al rituale del cinema domenicale, e “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” rappresentava un perfetto compromesso tra tradizione e modernità: Totò era il clown di sempre, Fabrizi il borghese solido, ma la storia parlava di giovani che si sposano, vogliono andare a vivere da soli, e padri che cercano di capire un mondo che non è più il loro.
Il pubblico femminile apprezzò la leggerezza e il garbo del racconto familiare, mentre gli spettatori più adulti si riconobbero nei tic, nelle paure e nelle manie dei due padri: il brontolio generazionale non solo era realistico, ma aveva anche il sapore di una confessione collettiva.
✂️ Censura: tutto liscio, o quasi…
A differenza di altri film di Totò in quegli anni, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” non subì veri tagli dalla censura ufficiale, poiché il tono era ritenuto casto, morale e addirittura pedagogico. Anzi, la Direzione Generale dello Spettacolo lo considerò “film per tutti”, tanto che venne proiettato anche nelle arene estive, nei cineforum cattolici e nelle rassegne scolastiche.
Tuttavia, nel fascicolo del nulla osta presso l’Archivio Centrale dello Stato è presente una nota di attenzione su due passaggi:
- La battuta della “Cocozza sotto il braccio”, che suscitò in alcuni funzionari il dubbio che potesse contenere un doppio senso non adatto ai minori. Ma il giudizio fu sospeso dopo la visione: la frase fu giudicata “di effetto esclusivamente comico, senza allusioni improprie”.
- La scena finale con Totò travestito da clown, che alcuni considerarono troppo caricaturale e poco rispettosa della cerimonia del matrimonio. Ma anche in questo caso, la difesa della produzione fu chiara: era un episodio di comicità grottesca, non irriverente, e non fu richiesto alcun taglio.
Risultato: nulla osta senza restrizioni, segno che il film fu giudicato moralmente ineccepibile, pur nella sua vena dissacrante. In un’Italia ancora influenzata dal moralismo del dopoguerra, questo rappresentava quasi un piccolo trionfo.
📊 Sintesi dell’impatto: un film popolare, non pop
Nel complesso, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” fu:
- moderatamente apprezzato dalla critica come esempio di commedia solida ma non innovativa;
- molto amato dal pubblico, soprattutto dai ceti medi e popolari;
- completamente accettato dalla censura, che anzi ne elogiò il tono familiare e garbato.
Non entrò mai nel canone “alto” del cinema italiano, ma rimase nel cuore del pubblico, in una nicchia affettiva e culturale che oggi lo rende un perfetto esempio di cinema del boom, tra nostalgia, bravura attoriale e comicità garbata. Un film che non osò cambiare le regole, ma le eseguì con tale maestria da renderle memorabili.
I giovani d'oggi non c'entrano [...] la prima parte del titolo è, invece, veritiera : è un festival Totò - Fabrizi, sono le loro liti e i loro duetti che alimentano la comicità dalla grana grossa del film. [..] Totò è un grande e Fabrizi non gli è da meno.
Morando Morandini, 1960
Totò interpreta Antonio Cocozza. Il film è la storia di Romeo e Giulietta, rivisitata in chiave farsesca: due giovani innamorati non riescono a coronare il loro sogno d'amore a causa delle liti tra le rispettive famiglie. I consuoceri terribili sono Totò e Aldo Fabrizi, impegnati a farsi dispetti e a insultarsi: uno è il pasticciere Cocozza, l'altro il ragionier D'Amore, un burocrate inguaribilmente avaro. Gli screzi nascono da due mentalità agli antipodi, in un contrasto sottolineato da una serie di battute, per arrivare, s'intende, al previsto matrimonio. Il film è la storia di Romeo e Giulietta, rivisitata in chiave farsesca: due giovani innamorati non riescono a coronare il loro sogno d'amore a causa delle liti tra le rispettive famiglie. [...]
Matilde Amorosi
Non tutti i film di Bordighera strappano le più matte risate
Totò, di scena nel Letto a tre piazze, è anche il protagonista dell'ultima pellicola, in cartellone.
Bordighera, sabato sera.
Gli spettatori dell'Arena degli Ulivi, dove si svolge da lunedi scorso il Festival comico umoristico che domani sera si conclude, sono in genere dei sedentari. E' difficile che, finito il film, se ne vadano, anche se non sia ancora mezzanotte, a fare le ore piccole a Sanremo o alla Marina di Capo Pino, dove le strtpteases una volta occorreva andare a cercare nel night club di Nizza, ora si spogliano ogni sera anche al di qua del confine. Dopo la proiezione, e le rituali due chiacchiere al caffè, qui si va a dormire, buoni buoni ed economicamente.
Un piccolo esodo, di giornalisti soprattutto, al di là di Ponte San Luigi lo si è avuto, ma non di sera, bensì di pomeriggio è determinato, diciamolo, pure, da motivi professionali. Saputo che a Nizza, in un «cinema d'essai», si proiettava Il film di Roger Vadim, Les ilaisons dangeréuses, per il quale il ministro Malraux non ha concesso il vise d'éxportation, e che quindi non vedremo mai in Italia anche se la nostra censura non lo bocciasse, svariati recensori sono andati, fuori servizio, a rendersi conto dell'esatto valore artistico della discussa pellicola. E, come già a Cannes, ne riportarono una impressione positiva, se pur qualcuno abbia osservato che per una scena, quella della fine, quando Jeanne Moreau è scottata abbondantemente mentre brucia cospargendole di alcool le lettere compromettenti, l'effetto era cosi da ridere che meritava tagliarla dal resto dell'eccellente film e mandarla a Bordighera dove avrebbe divertito forse più, di taluni film comici in cartellone.
Con questa malignità non si intende significare che all'Arena degli Ulivi si rida verde. D'altra parte da certi filmetti, e da taluni registi, non si deve pretendere di più di quel che han dato: Il letto a tre piazze, per esempio, diretto da Steno, è già tanto, secondo noi, che abbia contenuto in limiti di sufficiente onestà mimica e visiva una vicenda dove Totò fa il disperso in Russia che resuscita, e rientra in patria dopo dieci anni di silenzio e trova la moglie (Nadia Gray) sposata ad un altro (Peppino De Filippo), talché la donna si barcamena poi per un bel po' con due mariti, sino a che un incidente li fa fuori entrambi e lei né sposa tranquillamente un terzo (Aroldo Tieri). Si può dire che è deprecabile che attori come i nominati si sprechino in insulsaggini del genere, e basta: l'eventuale discorso criticomoralistico sarà, semmai, da riserbarsi per quando la farsetta, fra non molto, entrerà nel giro normale delle programmazioni.
[...] Stasera e domani i film, entrambi italiani, saranno rispettivamente A noi piace freddo e Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, a proposito dei quali è annunciato l'arrivo dei principali interpreti: Tognazzi, Vianello, Yvonne Furneaux, per il primo, e per l'altro la principale attrice, la tedesehina Christine Kaufmann. Poiché sono già qui Peppino De Filippo, Jàcqueline Plessis, Leonora Ruffo, Lidia Martora, non si può dire che gli attori siano stati del tutto sordi all'invito degli organizzatori.
Achille Valdata, «Stampa Sera», 6-7 agosto 1960
Si è concluso a Bordighera il V Festival del film comico
L'umorismo è apparso quest'anno un po' in ribasso - I film italiani programmati sono stati «Letto a tre piazze», «A noi piace freddo» e «Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi». Gli «ulivi d'oro» a Renato Rascel, a Tognazzi e Vianello, Marisa Merlini e Peppino De Filippo
Bordighera, 7 agosto
— A che servono i ponti?
— Forse da ombrello per i pesci...
Questa battuta dell’ultima pellicola di Jerry Lewis rende più o meno il tono del V Festival Internazionale del Film comico umoristico che si è chiuso oggi a Bordighera dopo sette giorni di proiezioni, nel quadro delle tradizionali manifestazioni estive della cittadina ligure. Un Festival in cui, per la verità, le risate non sono state nè moltissime né scroscianti: tuttavia un Festival affabile, gradevole, sorridente, direi quasi familiare: che alla qualità dei film hanno supplito la tradizionale ospitalità bordigotta. La buona organizzazione curata da Umberto Rancati, le belle giornate di sole, le fresche serate trascorse all’Arena degli Ulivi.
Bordighera ha fatto bene a darsi un Festival cosi specializzato. Esso è assai diverso dallo pletora di analoghe iniziative fiorenti in tutti i centri turistici, termali e balneari d'Italia, il cui continuo moltiplicarsi sta creando nel pubblico un senso di sfiducia e di noia. La manifestazione bordigotta è tutt'altro che inutile, tanto è vero che essa si svolge sotto l’alto patronato della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Si tratta, ogni anno, di fare il punto sull'umorismo cinematografico internazionale. E non è colpa della città ospite se tale umorismo quest’anno è apparso un poco in ribasso, se le commediole hanno predominato sulle commedie autentiche, se le trovate si sono spesso ridotte al rango di semplici freddure.
Ciò è stato evidente nei tre film italiani in programma: «Letto a tre piazze» di Steno, «A noi piace freddo» anche di Steno, «Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi» di Mario Mattioli. Quest’ultimo ha tentato la corda lirica, senza per altro farla vibrare in modo originale e ci ha narrato la storia di due giovanissimi (Geronimo Meynier e Christine Kaufmann) che con la complicità delle madri (Franca Marzi e Rina Morelli) riescono a vincere l’opposizione alle nozze dei padri troppo litigiosi (appunto Totò e Aldo Fabrizi). Steno ha cercato, si, la via della satira, presentandoci nel primo film il caso di un reduce (ancora Totò) che trova la sua bella moglie (Nadia Gray) ormai felicemente sposata a un altro uomo (Peppino De Filippo) e nel secondo riportandoci all’epoca dell'occupazione tedesca per annodarvi un intrigo a base di colonnelli SS. (Francis Blanche) alle prese con agenti segreti più o meno autentici (Ugo Tognazzi). Ma la satira troppo spesso ha ceduto alla farsa nuda e cruda, sicché il tono delle due pellicole non e stato quello che gli spunti avrebbero potuto suggerire. Dei film stranieri il migliore è stato unanimemente giudicato quello francese di Jean Delannov. «Il barone», tratto da un noto romanzo di Georges Simenon. Vi si narra di un simpatico e irrequieto frequentatore del Casinò di Deauville alle prese con una ormai cronica indigenza e con i primi avvilimenti della vecchiaia. Film garbatamente umano, che si avvale di un’ugualmente umana interpretazione di Jean Gabin ben coadiuvato da Micheline Presie. Esso non ha ricevuto il primo premio della manifestazione solo perchè, saggiamente, il Festival di Bordighera non assegna premi ma solo diplomi di partecipazione ed evita in tal modo di contribuire alla pericola inflazione di coppe e copette in corso da qualche tempo.
Assai deludenti, viceversa, i due film inglesi: «Guerra fredda e pace calda» e «Nudi alla meta». L'aureo filone dell'umorismo in punta di penna, sempre a cavallo tra realtà e fantasia, unente una osservazione minuziosa dell'anima umana con un pizzico di gradevolissimo surrealismo, sembra ormai andato perduto nelle già fertili terre d’oltre Manica. Un motivo di tale decadenza e che i nuovi campioni della risata, tipo Peter Sellers, sono ben lungi dalle raffinate e originali vette del loro predecessore e prototipo Alee Guinness mentre si afferma sempre più un tipo di comicità piuttosto plebea, rappresentata ad esempio dall'istrionico Terry Thomas. Ma la decadenza, bisogna dirlo, si manifesta attualmente solo nel cinema e non nelle tradizionali attività umoristiche britanniche; tanto è vero che al Salone dell’Umorismo, altra branca delle intelligenti iniziative estive bordigotte, è proprio una serie di vignette del «Punch», la nota rivista londinese, ad attirare i massimi consensi e i più divertiti sorrisi dei visitatori.
Resta cosi da parlare soltanto del film di Jerry Lewis da cui ho tratto la battuta iniziale. Si chiama «Un marziano sulla terra» ed è ricavato da una commedia di Gore Vidal che trionfò a Broadway per circa un paio di anni: «Visita ad un piccolo pianeta». Il piccolo pianeta è appunto il nostro e quel turbolento visitatore extra terrestre rischia di portarvi il massimo scompiglio con i suoi stravaganti poteri sovrannaturali. Solo che al di sopra di lui ci sono autorità ben decise a tenerlo a freno, poiché si tratta di un noto scavezzacollo interplanetario. E alla fine l'importuno visitatore fa la figura dei pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati, sicché la terra, o almeno l’angolo di Georgia in cui egli è sceso, può riprendere le proprie vecchie abitudini. Il tutto non è tra le migliori pellicole dello smorfioso e simpatico Jerry nè le trovate vi si moltiplicano con ritmo costante; ma gli episodi gustosi non mancano, le caratterizzazioni dei vari personaggi sono esatte, un paio di animali parlanti aggiungono gradevoli effetti di contorno. E i film, se non altro, è servito a popolare Bordighera di tanti Jerry Lewis di cartone i quali, ritti in tutti gli angoli della città, hanno sfidato impavidi anche l’unico, ma violento temporale della settimana, che ha costretto il film americano ad essere proiettato di pomeriggio al chiuso anziché di sera all'aperto.
Non sono stati attribuiti premi ai film, come abbiamo detto. Ma le autorità di Bordighera, come è loro consuetudine, hanno voluto dare quattro «ulivi d’oro» ad altrettanti attori italiani che si sono particolarmente distinti durante l’anno nel campo della commedia cinematografica. Uno di essi, Renato Rascel, non potendo restare in Riviera sino alla fine del Festival, aveva ricevuto il ramoscello di ulivo martedì scorso. Stasera, tuttavia non è salito sul palcoscenico dell’Arena degli Ulivi un trio, bensì un quartetto, dato che uno dei premi è stato diviso ex aequo da Ugo Tognazzi e dal suo partner Raimondo Vianello. Gli altri due premiati erano Peppino De Filippo e Marisa Merlini, sempre aggressivamente e cordialmente simpatica. Tra gli applausi che hanno accompagnato la piccola premiazione c’erano anche quelli dei colleghi Christine Kaufmann, Lidia Martora, Yvonne Fourneaux, Eleonora Ruffo, Mara Dani, Francis Bianche, Alberto Talegalli, i quali poco più tardi si sono ritrovati ad un dinner di gala i cui brindisi hanno avuto come auguroso tema obbligato: arrivederci tra un anno a Bordighera.
Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 8 agosto 1960
Concluso il Festival del cinema umoristico
Bordighera, 7
Con il film italiano «Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi» si è chiuso a Bordighera questa sera il VI Festival del film umoristico. Alla fine dello spettacolo, che come le altre sere era stato preceduto da un cortometraggio edito dall'Enit, presenti le autorità locali e provinciali, sono stati consegnati gli «Ulivi d'oro» alle case produttrici dei film presentati ed agli attori Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Marisa Merlini, Tognazzi e Vianello. Erano inoltre presenti Yvonne Forneaux, alla quale i giornalisti hanno offerto una bellissima coppa per la sua interpretazione del film «A noi piace freddo» proiettato ieri sera, Alberto Talegalli, Francis Bianche, Sandra Mondaini, Cristina Kaufmann, Leonora Ruffo, Lidia Martora.
Il film di questa sera era imperniato sulla divergenza di vedute di Totò e Fabrizi, rispettivamente padri di Carlo e Gabriella, i quali non riescono a sposarsi a causa del continui bisticci dei rispettivi genitori. Dopo divertenti situazioni che costringono sempre ad un rinvio delle nozze, i due giovani riescono ad entrare in chiesa dopo un ennesimo bisticcio avvenuto sulla gradinata del tempio.
ma., «Il Piccolo di Trieste», 8 agosto 1960
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi
Questa è la divertente e imprevedibile storia di due giovani fidanzati il cui amore è continuamente contrastato dai litigi dei futuri suoceri. Totò e Fabrizi di nuovo insieme, dopo il successo di "Guardie e ladri".Aldo Fabrizi e Totò, nei panni dei suoceri litigiosi, creano due nuovi e divertentissimi personaggi.
Aldo Fabrizi e Totò, nei panni dei suoceri litigiosi, creano due nuovi e divertentissimi personaggi.
Lo scambio di due « tight » è il motivo di un ennesimo bisticcio fra Totò e Fabrizi. Tutto il film è pervaso da una irresistibile vena di umorismo.
Carlo (Geronimo Meynier) e Gabriella (Christine Kaufmann) sono due giovani ragazzi innamorati. Lui è appena diplomato geometra e lei studia alla scuola per intepreti. Si vorrebbero sposare ma il loro bel sogno d’amore è continuamente contrastato e stenta a realizzarsi a causa dei « capricci » dei loro genitori.
Infatti Antonio Cocozza (Totò), padre di Gabriella, premiato pasticcere, e Giuseppe D’Amore (Aldo Fabrizi) padre di Carlo, ragioniere, austero impiegato statale, due bravissime persone, quando si trovano insieme per accordarsi sulle modalità del matrimonio non fanno che bisticciare. Pare che uno spirito maligno si interponga fra di loro e li induca ad accapigliarsi, ad ingiuriarsi come due nemici per la pelle.
I motivi dei loro litigi sono banalissimi, ma gravi sono le loro conseguenze: ogni volta, dopo una feroce litigata si lasciano con l’intenzione di non rivedersi mai più e con la ferma convinzione che « questo matrimonio non si ha da fare nè oggi nè mai! ».
E il loro orgoglio non tiene conto di Gabriella e Carlo, i due ragazzi innamorati che vedono, dopo ogni bisticcio dei loro genitori, allontanarsi il momento in cui vedranno realizzarsi il loro sogno d'amore.
Inutilmente le madri dei due ragazzi, Teresa e Matilde (impersonate da Rina Morelli e Franca Marzi) tentano di gettare acqua sul fuoco, di condurre i mariti alla ragione. Questi fanno pace, si chiedono scusa, ma inevitabilmente, al primo banale pretesto, riprendono a bisticciare. Finché un giorno accade la grande, definitiva (così almeno sembra) rottura. Siamo sotto Pasqua e il padre di Carlo riesce ad ottenere dal Ministero presso il quale è impiegato che venga affidata al padre di Gabriella una grossa fornitura di colombe pasquali destinate ai dipendenti del Ministero.
E’ un affare che frutterà ad Antonio Cocozza una grossa somma. Ma dopo Pasqua sia il ragionier D’Amore che il pasticcere vengono convocati d’urgenza dal capo di gabinetto del Ministero: tutti gli impiegati che hanno mangiato la colomba sono stati colpiti da sintomi di avvelenamento. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: i due uomini rompono definitivamente e in modo clamoroso le trattative per il matrimonio, sicuri che di questa unione non se ne parlerà mai più. Gabriella e Carlo non sanno cosa fare per ricondurre alla ragione i due genitori. D’accordo con le loro madri, fingono una fuga da casa, inventano una maternità inesistente e si atteggiano a giovani « bruciati » finché una sera sia il padre di Gabriella che quello di Carlo, vedranno apparire sui rispettivi televisori i propri figli, nel corso di una inchiesta sui giovani d’oggi. Ad un giornalista che li interroga i due ragazzi fanno una terribile confessione: « E’ per colpa dei nostri genitori se siamo nei guai — dice Gabriella — io aspetto un bimbo e non mi resta che fare la ragazza-squillo, e Carlo si arruolerà nella Legione Straniera ».
Christine Kaufmann, tedesca, è certamente una delle più promettenti fra le attrici giovanissime. Ha già preso parte in Italia ad altri tre film.
Accanto a Totò e Fabrizi nei ruoli delle rispettive mogli, le attrici Franca Marzi e Rina Morelli.
Le dichiarazioni-trucco esplodono in casa dei due litiganti come una bomba. E’ inutile dire che il consenso per le nozze arriva immediatamente e incondizionato.
Il giorno del matrimonio Gabriella, radiosa nel suo abito bianco, vorrebbe confessare al padre che la faccenda del bambino non è vera. Ma la madre glielo impedisce: « Non si sa mai, potrebbero litigare anche all’ultimo momento e mandare tutto a monte... ». Così avviene infatti: per un errore del sarto, che ha scambiato i due « tight », scoppia una lite violentissima fra i due suoceri che decidono ancora una volta che il matrimonio, nonostante tutto, non si deve fare.
Ma Carlo e Gabriella hanno approfittato della confusione per andare soli a pronunciare il loro « sì ». Antonio e Giuseppe sono diventati loro malgrado due « suoceri » e la cosa lì per lì li commuove, ma ecco che mentre i due giovani felici partono per la luna di miele lo spirito maligno si fa vivo e provoca un ultimo feroce bisticcio: « Ricorrerò alla Sacra Rota »: « Andremo al Messico per il divorzio... » gridano i due uomini. Ma Carlo e Gabriella volano verso la felicità, sicuri che nessuno potrà più dividerli.
«Noi Donne», anno XV, n.33, 14 agosto 1960
Nessun intento moralistico, come potrebbe far pensare il titolo, in Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, ma un pretesto per strappare qualche risata contrapponendo i due comici in una serie di liti e di ripicche. Il figlio di Fabrizi (un impacciato Geronimo Meynier) è fidanzato con la figlia di Totò (Christine Kaufmann, una tedeschina soltanto graziosa), ma il matrimonio rischia continuamente di andare all'aria per l'irreducibile incompatibilità dì carattere che divide i due padri; finché uno strattagemma dei due giovani, complici le rispettive madri (Franca Marzi e Rina Morelli), non affretta lo sospirate nozze.
Gli sceneggiatori Castellano e Pipolo e il regista Mattoli non si sono affatto preoccupati di rinfrescare un poco il soggetto alquanto frusto, se non con qualche facile riferimento di attualità: situazioni e battute sono di una comicità piuttosto grossa e quasi sempre prevedibile. Tuttavia, forse più per abitudine che per intima convinzione, l'ilarità scaturisce abbastanza puntualmente quando baruffano i due interpreti; e il più centrato è questa volta Fabrizi anche perché ha avuto in sorte un personaggio meno marionettistico di quello toccato a Totò.
vice, «La Stampa», 19 agosto 1960
Presentata al festival del film comico di Bordighera, questa pellicola di Mario Mattoli può riassumersi in pochissime parole... [...] E’ evidente, qua e là, il tentativo di far vibrare la corda lirica, mostrandoci l'innocenza di quell’amore giovanile. Ma ancora più evidente è l’incapacità del regista a tenere a freno, coordinare e armonizzare le esuberanze dei noti comici protagonisti: sicché le prolisse e chiassose rivalità dei due genitori, modesto travet il romano ed estroso pasticciere il napoletano, finiscono con l'ingombrare tutto il racconto di vecchie gags e freddure, non sempre di buon gusto, mentre dalla commedie si passa inesorabilmente alla farsa sino a una trovata risolutiva (i due giovani si fingono «bruciati») che non brilla davvero per senso logico Bianco e nero.
Vice, «Il Messaggero», 19 agosto 1960
E' una continua, e talvolta amena baruffa fra Totò e Fabrizi che ogni qualvolta debbono accordarsi sul matrimonio dei loro figlioli (Geronimo Meynier e Christine Kaufmann) trovano sempre un pretesto per farseschi litigi. E le nozze sarebbero rimandate alle calende greche se i due fidanzati, con la complicità delle madri (Franca Marzi e Rina Morelli), non ricorressero all'antico espediente di far credere che aspettano un bambino. Comicità di grana un po' grossa e situazioni risapute, tranne quelle che attingono alla più recente attualità, le quali tuttavia, come l'accenno all'inchiesta televisiva sul giovani, avrebbero potuto essere sfruttate meno frettolosamente.
a. b., «Stampa Sera», 19-20 agosto 1960
Nessuno ha mai preteso che Mario Mattoli facesse un bel film, neppure Mario Mattoli. Perciò non siamo affatto meravigliati di vedere il solito Totò e il solito Fabrizi invischiati in una scombinata storiella dove le battute sono per metà incomprensibili dato che tutti in scena fanno a gara a chi grida di più forte. Se questo film, come dice la pubblicità, apre la nuova stagione cinematografica, l'apertura non poteva avvenire sotto più sconsolanti auspici. Per fortuna non è vero: la prossima stagione, almeno per ciò che riguarda la produzione nazionale, fa ben sperare per una dozzina, forse più, di pellicole nate con seri intendimenti artistici.
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi è soltanto il solito film comico a base di freddurine, giochi di parole e maldestri tentativi di mettere in caricatura qualcosa. Qui, in particolare, si vorrebbe rifare il verso al problema della gioventù «bruciata» affermando che, se qualcosa di bruciato c'è, è la capacità dei genitori di comportarsi da persone adulte di fronte ai figli. La qualcosa in fondo (molto in fondo), non è sbagliata, ma il film è lungi dal renderla convincente e, soprattutto, divertente.
Totò, Fabrizi e gli altri, ma loro due in special modo, hanno la responsabilità di giustificare le pretese umoristiche-pagliaccesche della vicenda, ma sono i primi a imitare il cattivo esempio dei genitori di cui sopra: non hanno il minimo senso di responsabilità.
«Avanti!», 20 agosto 1960
[...] La trama è il pretesto per consentire lo scontro verbale, spesso arguto, tra i due grandi attori. Si ride alla loro mimica e per il dialogo, sempre vivo e divertente, Totò e Fabrizi sono impegnati a fondo e dispensano a piene mani la loro carica comica [...]
«Corriere Lombardo», 20 agosto 1960
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, di Mario Mattoli, narra la favoletta stantia [...] Il film racconta, più che un amore, un alterco, prolungato dall’inizio alla fine, fra i due padri stizzosi. Un dissidio originato da una fornitura di dolci intossicati alimenta la controversia, che talvolta suggerisce scenette improvvisate fra i due comici, nello stile degli spettacoli da rivista, e non prive di spunti divertenti di attualità.
Franca Marzi e Rina Morelli sono le due madri, quella vistosa e questa opaca, secondo figura e carattere. Ma l’intero film, negato all’estro e al gusto, appoggia sulle risorse dei due bravi protagonisti; scompaiono nello squallore i visi dei due giovani innamorati. Christine Kauffmann e Geronimo Meynler, interpreti senza risalto. I «giovani d’oggi», stando alle loro prove, sono inesistenti.
lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 20 agosto 1960
I giovani d'oggi c’entrano poco, e più che altro si tratta decloro genitori. E non dei genitori d’oggi, ma di due padri che per essere Impersonati da Totò e da Fabrizi sono evidentemente fuori da ogni tempo. L’uno é pasticciere e l’altro ragioniere, i loro due figlioli si vogliono sposare e tanto basta per alimentare un dissidio — le cui risorse potete facilmente immaginare — che dura per novanta minuti. Non si esclude neppure qualche risata, ma in complesso il film, diretto da Mario Mattoli, è scorretto e convenzionale. Oltre ai due comici appaiono Rina Morelli e Franca Marzi nelle parti di madri, e Cristine Kauffman con Geronimo Meynier come figli.
Vice, «Corriere dell'Informazione», 21 agosto 1960
Le risate sul set con Aldo Fabrizi
Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perchè oltre ad essere quell'attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un'anima veramente nobile. Ogni giorno il nostro incontro in teatro, mai prima delle 13 (Totò era più nottambulo che mattiniero, mentre io pur rincasando tardi mi svegliavo presto: lui arrivava fresco fresco, leggero leggero, ed io che avevo già sforchettato, pesantino pesantino, dovevo ricorrere a doppi caffè anti pennichellistici), dicevo, il nostro, incontro avveniva sempre con un abbraccio sinceramente affettuoso e due bacetti, uno di qua, uno di là.
Nel breve tempo che ci preparavamo per la scena da girare, c'era il solito scambio informativo a base di «come te senti?», «hai dormito?» e altre domandine e relative rispostine personali.
Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l'allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C'era soltanto un inconveniente che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter andare più avanti per il troppo ridere. Il guaio, però, era che la cosa non finiva lì poiché bastava una battuta nuova, un gesto impreveduto, una reazione inaspettata per dover interrompere nuovamente il
dialogo con disappunto di noi stessi che, pur lieti e felici per il divertimento nostro e dei presenti, ci davamo complimentosamente la colpa l’un con l'altro. Se il regista visti gli inutili tentativi di sottrarci a queste crisi di fanciullesca irresponsabile ilarità, proponeva di girare due primi piani in controcampo, per utilizzare i pezzi buoni, noi ci impegnavamo solennemente di farla per l'ultima volta senza interruzione, come si addice a due professionisti seri e consapevoli del costo della pellicola.
Pero non convinti di quanto promettevamo, scoppiavamo in una irrefrenabile risata, cercavamo di giustificare all'attonito regista che il nuovo attacco era soltanto uno sfogo per scaricarci da ogni eventuale pericolo di ricaduta.
Tuttavia, prima di girare cercavamo di rattristarci nominando la nostra età, le nostre tasse e, se in quei giorni era avvenuta la dolorosa scomparsa di un nostro amico, mancato all'affetto dei suoi, cari, ricorrevamo anche a questo luttuoso freno. Ma dopo un'espressione di concentrato cordoglio, purtroppo sbottavamo vergognosamente a ridere prima del ciak.
Aldo Fabrizi, «Corriere della Sera», 15 aprile 1977
🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️
I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.
I documenti
Le edizioni home video di Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, con tutti gli anni di uscita, formati, contenuti speciali e particolarità 📼💿.
🎞️ VHS (1994, 200?-200?)
- 1994 – collana Il Grande Cinema di Totò (Fabbri Editori)
Una delle prime uscite in VHS del film, distribuita nella collana “Il Grande Cinema di Totò” da Fabbri Editori in collaborazione magari con il Corriere della Sera. Non furono segnalati contenuti speciali, solo il film in bianco‑nero, formato standard VHS, audio mono. - Anni 2000 – edizione Azzurra Club
Ripubblicata in VHS in Italia (codici tipo 0680FF o F102) probabilmente da Azzurra Club. Qualche traccia (sbavature, scorrimenti), ma il contenuto rimane il film completo, sempre in bianco‑nero, audio mono
📀 DVD
- 2005 – edicola, versione Fabbri – Il Grande Cinema di Totò
DVD economico (collana da edicola) distribuito da Fabbri Editori nel 2005 e identificato come volume di raccolta.- Supporto PAL, regione 2.
- Audio italiano (Mono), sottotitoli in italiano.
- Nessun extra: contenuti limitati al film
- 2010 – Amazon / Warr1
Uscita commerciale del film in DVD, pubblicata il 2 luglio 2010 con etichetta Warr1- Formato 2.35:1, audio italiano (Dolby Digital 1.0 mono), sottotitoli italiana.
- Nessun contenuto speciale indicato — si tratta di edizione standard.
- 2012 – Medusa Home Entertainment
Edizione “ufficiale” distribuita da Medusa Home Entertainment, disponibile su IBS e Feltrinelli.- Supporto DVD, Regione 2, formato schermo 2.35:1, audio mono, sottotitoli per non udenti.
- Nessuna particolare menzione di extra (nessun documentario, intervista o scene tagliate). Prezzo di vendita indicativo tra 7,99 € e 10,98 €.
- Edizione in slipcase da edicola
Venduta come volume 26 della collana “Il Grande Cinema di Totò – Collezione Oro” in slipcase, probabilmente rilanciata nello stesso periodo post‑2005- Packaging cartoné + custodia DVD standard.
- Nessun extra noto (libretto interno assente nelle copie usate).
📋 Riepilogo cronologico
| Anno | Formato | Editore | Packaging / Note |
|---|---|---|---|
| 1994 | VHS | Fabbri Editori | Collana “Grande Cinema di Totò”, semplice VHS |
| 2000‑? | VHS | Azzurra Club | Edizione economica, conservata bene |
| 2005 | DVD | Fabbri Editori (edicola) | Collana da edicola, audio mono, senza extra |
| Luglio 2010 | DVD | Warr1 (Amazon) | Distribuzione commerciale, nessuno extra |
| 2012 | DVD | Medusa Home Entertainment | Pubblicazione ufficiale, sottotitoli per non udenti |
| 2005‑? | DVD slipcase | Collana “Collezione Oro” | Packaging rigido, niente extra evidenti |
❌ Contenuti speciali?
Nessuna edizione ufficiale ha aggiunto bonus materials, come documentari, interviste, booklet, scene tagliate o trailer d’epoca. Le edizioni da edicola prevedono solo il film. Una lamentela ricorrente tra i collezionisti è proprio l’assenza di contenuti speciali di approfondimento, come spesso succede per altri classici del periodo.
🔎 Da collezione?
- VHS originali Fabbri o Azzurra Club sono ricercati per collezionisti nostalgici, prezzo medio di 3 € (usato) fino a 8–9 € (Azzurra).
- DVD da edicola Fabbri e collana oro scendono intorno ai 6 € sigillati.
- Edizioni Medusa o Amazon costano tra 8 € e 15 €, spesso sigilli attivi e con supporto sottotitoli.
📝 Conclusione
Il film ha avuto un percorso modesto ma costante in home video: da VHS a edizioni DVD economiche da edicola fino a un rilancio ufficiale Medusa nel 2012, tutte senza extra. Non esistono né Blu‑Ray né restauri con contenuti speciali (giugno 2025). Rimangono da cercare solo pubblicazioni o saggi esterni, perché il DVD non li offre.
Se il regista, visti gli inutili tentativi di sottrarci a queste crisi di fanciullesca irresponsabile ilarità proponeva di girare due primi piani in controcampo per utilizzare i pezzi buoni, noi ci impegnavamo solennemente di farla per l’ultima volta senza interruzione, come si addice a due professionisti seri e consapevoli del costo della pellicola. [...] Prima di girare cercavamo di rattristarci nominando la nostra età, le nostre tasse e, se in quei giorni era avvenuta la dolorosa scomparsa di un nostro amico, mancato all’affetto dei suoi cari, ricorrevamo anche a questo luttuoso freno. Ma dopo un’espressione di concentrato cordoglio, purtroppo sbottavamo vergognosamente a ridere prima del ciak.
Aldo Fabrizi
Cosa ne pensa il pubblico...

I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com
- Divertente commedia con due grandi, che riescono a fondere le rispettive comicità in maniera armoniosa. Peccato per la debolezza del finale (la trovata televisiva) e la banalità dello scambio d’abito. Resta però una piacevole freschezza che induce al perpetuo sorriso. Se i due giovani non brillano, ci sono però presenze notevoli nel cast secondario. C’è pure Oreste Lionello nei panni di un giovane studente. ** ½
- Come spesso accade per i film con Totò, la parte comica è assolutamente preponderante per qualità rispetto alle storielle d'amore che la contornano. Qui almeno la love story è funzionale alla storia. La divertente commedia diretta da uno dei registi preferiti dal grande attore napoletano (Mattoli) è una delle fortunate collaborazioni con Fabrizi. I due attori stradominano la scena e danno luogo a memorabili sketch dove più spesso è l'attore romano a fare generosamente da spalla al collega. Divertente e caustico.
- Solita esilarante parodia con sfondo "sociale" lieve ma ben inserito nel contesto comico, elegantemente dominato dalla più nobile ed efficace coppia di attori comici che il cinema italiano possa ricordare (Aldo Fabrizi e Totò). La sceneggiatura, popolare e di facile approccio per il pubblico, mantiene fedeltà ai canoni di commedia apprezzata dagli spettatori (e, all'epoca, invisa alla critica). Così, dietro un canovaccio banale, ma sempre attuale, garantisce la canonica ora e mezza di sano e pregevole intrattenimento.
- Si vogliono sposare, ma i rispettivi padri non apprezzano la decisione. Superfluo dire che, essendo i padri Totò e Aldo Fabrizi, il film è una battaglia a battibecchi e dispetti, ovvero una esilarante gara di bravura fra i due comici. Il meccanismo richiama I tartassati, ed è proprio nel ritrovare sostanzialmente le stesse situazioni che ci si diverte di più.
- Con una simile coppia comica in azione, persino l'invasiva presenza dei due fidanzatini semi deficienti non riesce a rovinare la pellicola. Certo, ogni volta che compaiono, rubando prezioso spazio ai due giganti della comicità, vien voglia di procedere a doppia velocità, ma per fortuna, Totò e Fabrizi giungono quasi sempre in tempo, prima che il sottoscritto inizi a sbuffare. I loro duetti sono notevoli, nella casa che dovrebbe ospitare gli sposi, nella cucina della pasticceria, dove attendono l'uno le scuse dell'altro contrattando sulle spese del matrimonio e il risultato è piacevole.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò, alla moglie: "Quello si è permesso di dire di no e sua moglie gli ha dato retta? Certi uomini nascono con la camicia"; La colomba Cocozza fatta con le uova bulgare.
- Spassosa commedia che vede contrapposti due futuri consuoceri, uno ricco proprietario di una pasticceria, l'altro modesto impiegato ministeriale. I due giovinetti innamorati per fortuna restano in secondo piano rispetto ai genitori, ben decisi a non imparentarsi fra loro. Totò-Cocozza è un torrente in piena che travolge il povero Fabrizi-rag.D'Amore: tante le scene da ricordare, dal primo incontro fra le due famiglie (risolto in chiave western) fino allo spogliarello incrociato nel taxì.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Scena curativa (se ridere fa bene alla salute): la visita alla casa in costruzione.
- Il duo del titolo sorregge una commedia (per merito loro) alquanto divertente, col godibile leitmotiv delle conversazioni tra i due padri di famiglia che si trasformano lentamente in fragorose litigate. La sceneggiatura lascia i due mattatori a briglia sciolta facendo sentire, di tanto in tanto, la mancanza di una scrittura più robusta, in grado di valorizzare ancor di più il loro talento, anche perché la buona idea iniziale del soggetto si sarebbe prestata ampiamente a sviluppi più strutturati.
- Grande farsa scatenata dove i futuri consuoceri annodano e sciolgono il futuro matrimonio dei loro rampolli; per fortuna ci sono le mamme... Film molto divertente dove indubbiamente si impone il Principe sull'indolente Fabrizi, che qui si limita a fare da sparring partner. Memorabili alcuni sketch come la visita alla futura casa.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Fabrizi: "sua figlia è una NINFETTA!" Totò: "Mia figlia non INFETTA nessuno!".
- Per chi tifare: per Totò, o Fabrizi, in questo divertente "dramma" familiare che sembra una sorta di "Promessi sposi" del ventesimo secolo? È arduo dirlo, perché ambedue i comici sono bravissimi e fanno a gara per contendersi il pubblico. I due, nella vita, erano amici, ma anche rivali (Fabrizi accettava le cine-sfide di Totò e lo combatteva come Gino Cervi rispondeva alle provocazioni di Fernandel nei film di "Don Camillo"). Nino Manfredi fa il narratore; ma se lo poteva risparmiare, perché il film lo fanno i due grandi mattorori.
- Uno dei migliori film di Totò, che in coppia con Fabrizi raggiunge alte vette. La storiella romantica che fa da pretesto al tutto è misera e poco coinvolgente, ma ogni volta che si assiste alle scaramucce fra i due grandi artisti è difficile trattenere le risa. Sono loro a fare il film e non è poca cosa; anzi, bastassero anche adesso due attori a fare una pellicola... Notevole.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I vari litigi fra i due: al ristorante, nel laboratorio della pasticceria, nel taxi...
- Diciamoci la verità, quando di mezzo ci son due maturi colossi come il Principe e Aldo, quanto spazio volete che resti ai giovani d’allora (e d'oggi)? Mattoli dirige con consumata perizia da maitre il banchetto di nozze servito dai nostri mattatori, in un dei loro più riusciti duetti. L’alchimia tra il parvenù Cav. Cocozza, pasticciere dal 1902 e il burocrate Rag. D’amore è semplicemente esplosiva e si resta ammirati (tra malinconia e scompisciamento) nel vederli rincorrersi, darsi su la voce, scambiarsi d’abito. Il resto è posticcio.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il primo incontro-duello tra le due famiglie; la visita alla casa “in fieri”; l’indigestione delle colombe.
- L'aver riproposto la stessa sottotrama dei Tartassati a distanza di nemmeno un anno in un film manco a dirlo nuovamente con Totò e Fabrizi, è segno evidente di una certa mancanza di idee e di una produzione che punta unicamente a bissare il successo del precedente. Senza contare che anche qui Totò fa il commerciante e Fabrizi è un "uomo dello Stato". Per carità, i due "contendenti" sono comunque dei Mostri Sacri della commedia e Mattoli regista di grande esperienza. Ma francamente, tolta qualche scena, il film annoia non poco.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Lo scambio dei tight.
- Totò e Fabrizi spadroneggiano in una sceneggiatura semplice e scontata, ma che offre terreno fertile alla loro straripante e irresistibile comicità. La solita storia d’amore tra i rispettivi figli è il canovaccio su cui si dipana tutta la vicenda che, per quanto sia noiosa e stancante, non ha per fortuna troppo risalto. Si mantiene a suo modo sempre attuale, per le consuete incomprensioni tra le generazioni dei padri e dei figli.
- Non certo il miglior esempio della collaborazione tra Totò e Fabrizi: già in passato i due si erano ritrovati a rivaleggiare per poi ritrovarsi consuoceri; qui la storia d'amore tra i rispettivi figli non è più una mera sottotrama funzionale alla riappacificazione finale, ma diventa il perno intero di tutto il film, che sconta una regìa scialba e scarsezza di idee. Ai due protagonisti non resta che portare a casa il film con il pilota automatico, strappando qualche risata con gag riciclate ma piacevoli.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò finge di proseguire la telefonata con la figlia per strappare un appartamento a Fabrizi. .
- Spiritosa commedia con il duo Totò-Fabrizi che con i loro duetti a tratti irresistibili ci mostrano come la loro comicità sia qui espressa al meglio. Il filo conduttore è l'amore che sboccia tra la figlia di Totò e il figlio di Fabrizi. Piccolo cameo della sora Lella. Bei tempi.
- Penultimo film di Mattoli interpretato da Totò. Qui, il principe De Curtis e Aldo Fabrizi, secondo me, sono anche più divertenti che nei loro "scontri" precedenti (Guardie e ladri, I tartassati, ecc.) ma, lo ripeto, trattasi di mia opinione personalissima. Anche l'ambientazione e gli interpreti di contorno a mio avviso funzionano meglio. I tempi morti sono praticamente inesistenti, persino nelle sequenze dove recitano Meynier e la Kaufmann. Simpatica infine l'idea della voce "ciociara" di Nino Manfredi come narratore.
- Film che risente della sindrome da sequel con il pubblico de I tartassati che rivoleva la coppia Totò-Fabrizi anche l'anno successivo. Pure i ruoli dei due protagonisti reggono un canovaccio simile e naturalmente quello che conta sono le schermaglie (anche fisiche) fra i due. Si conoscono così bene (erano amiconi nella vita e si frequentavano molto) che ogni assist di uno diventa una schiacciata micidiale dell'altro. Bene la Marzi e soprattutto la Morelli, mentre i ragazzi sono meno guardabili del solito. Bella voce narrante di Manfredi.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "È la somma che fa il totale!"; La colomba avariata; La casa in costruzione; La Morelli che convince Fabrizi alla truffa.
- Due ragazzi intendono sposarsi. I rispettivi padri saranno in disaccordo totale sulle spese del matrimonio e se ne faranno di tutti i colori. La coppia Totò-Fabrizi evidentemente funziona benissimo, la loro comicità fatta di botta e risposta tra il personaggio sempliciotto e quello burbero offre svariate situazioni per un divertimento genuino e mai volgare, ovviamente. Difficile dire chi, fra i due, sia il più bravo, certamente andare a vedere un loro film non era mai cosa errata.
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Esagitata, scalmanata e frenetica farsa motoria. Un film tutto di corsa, nel senso che si ride, ad andatura da bersaglieri, dall’inizio alla fine. In questo film Totò e Fabrizi si superano nella loro inarrivabile vis comica. La delicata storia d’amore tra i rispettivi figli è drammaturgicamente coerente poiché fa da miccia all’esplosione atomica della comicità dei due padri. Siamo nel 1960 e il cinema italiano è il primo al mondo e non solo per merito della Dolce vita di Fellini (citata nel film). E quando rinascono due artisti così straordinari?
- Quante risate, ci stavamo a piscià addosso. Questo, scusate la scurrilità, era il "risultato" dei veri film comici: non una inquadratura stonata, non un sbavatura, tutto cotto e mangiato, con il ricordo perenne delle battute più belle. Totò all'ennesima potenza, Fabrizi a poca distanza (per via della mole) in un esempio della commedia all'italiana. Mi si consenta la parentesi seria: quando le due famiglie si incontrano in campo neutro (in trattoria) mi piglia "appucundria" (misto tra nostalgia e malinconia).• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I due suoceri visitano la casa in costruzione, Totò picconando un muro fresco dice a Fabrizi: "Sente? Il rumore è fesso" e Fabrizi "Che ci voleva, il carillon!".
- I film della coppia Totò-Fabrizi (pochi, cosniderato il potenziale straordinario) hanno subito un decremento qualitativo costante, da Guardie e ladri (capolavoro sospeso tra neorealismo e commedia) a questo filmetto che, a livello di trama, è alquanto spuntato. Tuttavia, la carica comica dei due attori, capaci di trasformare una storiella banale in un film dove si ride quasi tutto il tempo, resta intatta. Una pellicola leggera, ma gradevolissima e che risente poco o nulla del tempo trascorso.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il pranzo di fidanzamento; La visita alla casa dei futuri sposini; La telefonata dalla "stazione"; Le uova bulgare.
- Uno dei migliori film di Totò, qui in scena con Aldo Fabrizi, l'unico in grado di combattere i suoi vaneggiamenti e di tener testa ai suoi intorcinamenti linguistici. L'intreccio, oltre che stiracchiato e trito, è solo un mero pretesto, necessario però per collegare una serie di sketch assolutamente irresistibili. La visita al cantiere, che ovviamente Totò riduce in pezzi, è una sequenza impareggiabile, sulla quale si potrebbe redigere un manuale di tecniche di recitazione comica. Da segnalare le ottime performances di Pavese e della Morelli.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Antonio (Totò): "Ah e questa me la chiamate casa? Questa è un abituro, un cunicolo, un'ALbicocca!".
- Se è vero che la commedia dell'arte trova in Pulcinella uno dei rappresenanti più autorevoli, ne consegue che Totò appartenga a pieno diritto a coloro che la commedia l'hanno sviluppata ed amplificata nei toni e nei colori. Anche in questo film quindi l'attore partenopeo fa la parte del leone, riempiendo una scena che altrimenti risulterebbe troppo grande per il solo Aldo Fabrizi. La storia d'amore che s'intreccia tra i giovani promessi sposi, già vista ne I tartassati, funge solo da sfondo alle schermaglie dei due litigiosi futuri consuoceri.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò in vari momenti del film: "E' la somma che fa il totale"...
- Gradevole e briosa commedia che si regge sulla formidabile coppia di mattatori Totò-Fabrizi, tesi a impedire le nozze tra i rispettivi figli ma combineranno solo guai e incomprensioni. La storia dei ragazzi è un pretesto, mentre Fabrizi tiene testa al principe della risata. Piccolo cameo di Lella Fabrizi, nel ruolo della ostessa e apparizione lampo di una giovanissima Anna Maria Gambineri, una delle prime annunciatrici Rai.
Le incongruenze
- Il ragioniere D'amore (Aldo Fabrizi) ed il Cav. Cocozza (Toto') vanno a visitare l'appartamento in costruzione dei promessi sposi, Toto spinge "inavvertitamente" Aldo in una carriola piena di gesso, in pratica ci si siede sopra. (cambio d'inquadratura) Quando si rialza e' sporco dalla testa ai piedi come se ci si fosse tuffato dentro
- I due protagonisti si telefonano contemporaneamente trovando sempre occupato, la moglie di Toto (Rina Morelli) gli suggerisce di fare il 110 me lui compone 4 cifre
- Alla fine i due protagonisti devono prendere un taxi per andare alla chiesa dove si sposano i loro figli. Si vede Toto' che sale sul taxi e s'intravede attraverso il lunotto posteriore che e pulitissimo. Dall'interno del taxi invece il lunotto posteriore appare completamente opaco.
- Toto e Fabrizi sono andati a visitare l'appartamento in costruzione e Toto comincia a picchiettare con una picozza i muri, poi sferra un colpo piu' forte e centra un tubo dell'acqua ma quando sferra il colpo la picozza e' in senso orizzontale quando il colpo arriva e in senso verticale (tutte le picozze hanno un lato in verticale e uno in orizzontale).
- Nella scena in cui Totò e Fabrizi parlano al telefono a casa di Fabrizi con i ragazzi che stavano scappando per finta, quando Totò dice "Gabrielle..chiamate Gabriella....in qualche vettura di coda" si vede chiaramente che ad Aldo Fabrizi viene da ridere
- Durante una lite fra Totò e Fabrizi in presenza delle rispettive famiglie, Totò si rivolge a sua moglie chiamandola col nome della figlia: Gabriella...
- Verso la fine, in cui Toto' e Fabrizi sono in auto per mettersi i vestiti che si sono scambiati, ad un certo punto Toto' dice a Fabrizi una frase tipo: "Io l'ho già vista!", a questo punto parte un flashback in cui siamo in periodo fascista in cui Fabrizi, vestito da gerarca, ordina a Toto' di levarsi il cappello. Quando Toto' si leva il cappello si vede benissimo che è stempiato, mentre per tutto il film ha una chioma fluente. Non si sarà forse fatto un trapianto?
- Il tight di Totò nel finale, è strappato al centro della schiena, poiché lo aveva indossato il grasso Fabrizi e si era sgarrato durante la divertente scena dei telefoni. Ciò che è insolito però, è che anche il tight di Fabrizi è strappato (su una manica), nonostante non venga mostrato come ciò sia potuto avvenire, dato che si tratta di qualcosa molto improbabile visto che il suo era stato indossato dal magro Totò.
- Nella scena in cui Toto' e Fabrizi discutono nel laboratorio della pasticceria, durante un' inquadratura si puo' notare in primo piano sul tavolo, alla sinistra di Toto', una grossa scodella contenente un preparato per dolci (credo sia panna), il cui contenuto quasi trabocca. Dopo alcuni stacchi, il contenuto e' notevolmente diminuito.
- Durante la scena in taxi, si puo' notare come il sedile posteriore sia stato ricostruito scenograficamente in quanto,a parte il gia' segnalato lunotto opaco, l'altezza della carrozzeria non puo' consentire ad una persona di media statura di ergersi completamente se non sulle gambe. Ma quando Toto' sta per sfilarsi i pantaloni, e' quasi totalmente eretto.
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| Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo. | |
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| La trattoria (nel fotogramma a destra) dove avviene l'incontro stile "Mezzogiorno di fuoco" tra le famiglie del Cav. Antonio Cocozza (Totò) e del Rag. Giuseppe D'Amore (Fabrizi) è il ristorante Paradiso Terrestre di via Capannelle a Roma, che vedremo anche in Viaggi di nozze | |
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| Le rovine dell'acquedotto (A) sono oggi coperte dagli alberi | |
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| La chiesa dove si sposeranno la figlia del Cav. Antonio Cocozza (Totò) e il Rag. Giuseppe D'Amore (Aldo Fabrizi) è, come suggeriva Marval, la Basilica di Santa Balbina in Piazza di Santa Balbina a Roma | |
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| La strada dove Carlo (Meynier) e Gabriella (Kaufmann), durante una inchiesta televisiva, dicono chiaramente cosa pensano dei rispettivi genitori è Via Edoardo Arbib a Roma, proprio dove si esibiva l'equilibrista in Ballerina e buon Dio. |
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Libassi Renato
Libassi Salvo (Salvatore)
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Mambor Renato
Mancori Alvaro
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Marzi Franca (Marsi Francesca)
Mattòli Mario
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Morelli Rina (Elvira)
Moretti Sandro
Pavese Luigi
Pisacane Carlo (Capannelle)
Poli Mimmo (Domenico)
Totò e... Aldo Fabrizi
Totò e... Castellano e Pipolo
Totò e... Luigi Pavese
Totò e... Mario Mattoli
Totò premi e riconoscimenti
Totò story (1968)
Verdirosi Serena
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- Sebastiano A. Giuffrida, "Roma, esterno giorno", Biblioteca dello spettacolo Brufo Editori - Perugia
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "Totò: principe clown", Ennio Bìspuri - Guida Editori, 1997
- Aldo Fabrizi, Le risate sul set con Aldo Fabrizi, “Corriere della Sera”, 15 aprile 1977
- "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- Morando Morandini, 1960
- Achille Valdata, «Stampa Sera», 6-7 agosto 1960
- Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 8 agosto 1960
- ma., «Il Piccolo di Trieste», 8 agosto 1960
- «Noi Donne», anno XV, n.33, 14 agosto 1960
- vice, «La Stampa», 19 agosto 1960
- Vice, «Il Messaggero», 19 agosto 1960
- a. b., «Stampa Sera», 19-20 agosto 1960
- «Avanti!», 20 agosto 1960
- «Corriere Lombardo», 20 agosto 1960
- lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 20 agosto 1960
- Vice, «Corriere dell'Informazione», 21 agosto 1960






