«Bada che ti mangio!»
Come si "monta" un grande spettacolo
Nel nuovo spettacolo Bada che ti mangio, la rivista di Totò firmata Michele Galdieri e prodotta da Remigio Paone trasforma l’uomo meccanico in Adamo Radioattivo, tra energia atomica, satira di costume, Teatro Nuovo, fontane luminose, coreografie di Gisa Geert e un varietà modernissimo.

«Bada che ti mangio!» è, come già vi dissi, il titolo del nuovo spettacolo che Remigio Paone ha organizzato e Michele Galdieri ha scritto per l’interpretazione di Totò. Uno spettacolo che, se mantiene per intero le sue molte promesse, sarà un’altra «pezza d’appoggio» per la fama di una rivista italiana non inferiore a quelle che vengono organizzate sulle rive della Senna. E le promesse dovrebbe mantenerle perchè tutti coloro che lo animano — dall’interprete al produttore, dall’autore alla coreografa, dallo scenografo al figurinista, per non dire di tutti gli attori e dei «numeri» di contorno — sono personaggi di primo piano nella vita della rivista italiana: gente già collaudata che ha la rara ventura di poter lavorare con una notevole larghezza di mezzi.
«Bada che ti mangio!» è una sintesi: la sintesi comica delle vicende, spesso cannibalesche, della vita moderna. E’ dall’esasperazione ironica di queste vicende che nasce lo spunto della rivista: uno spunto che talvolta dà vita ad un commento nostalgico ed accorato, altre volte assume l’aspetto di una critica acuta, appena celata dal tono ridanciano di una battuta comica.

Ascoltate, ecco i versi della canzone conduttrice del nuovo spettacolo. Serviranno, meglio di ogni altra descrizione, a darvi un’idea del tema:
«Bada che ti mangio!» dice il pesce grosso mentre salta addosso al pesce più piccin...
«Bada che ti mangio!» dice l'uomo alla natura. Osa addirittura sfidare il suo Creator...
Ecco, ci siamo. Infatti Galdieri si impadronisce del tema dello sfruttamento della energia atomica ed immagina che tre scienziati partano in pallone verso le regioni sideree, alla conquista di un etto (addirittura...) di materia cosmica, che servirà ad un moderno Cagliostro per dar vita ad un fantoccio meccanico. L’atomo è catturato, il fantoccio prende vita" in una notte di tregenda, dove tutti gli elementi battagliano. Sarà il signor Adamo Radioattivo dei duchi di Bandone, al secolo Totò.
La novella della scoperta percorre il mondo, lo mette a subbuglio, accende vivide vampate di interesse in ogni ambiente, in ogni ceto: tutti vogliono possedere questo cittadino radiocomandato di un mondo ultramoderno, a tutti fanno comodo i servigi dell’uomo senza cervello e senza volontà. I politicanti ne vogliono fare un ministro da manovrare a loro piacimento, le donne un amante ideale o un marito da comandare a bacchetta. E il fantoccio animato, concesso in affitto ora a questo ora a quello, s’insinua negli ambienti più disparati, vive le vicende più bizzarre, corre le avventure più emozionanti: versatile e tradizionalista, audace e timido. Compare in un «cabaret» esistenzialista, dove si mescola, neofita curiosissimo, ad una folla di negri intellettuali e di «putaines respectueuses»; fa il maestro di ginnastica, il torero, il massaggiatore di un istituto di bellezza; attore, interpreta a suo modo l’Amleto; va a giuocare a scacchi in un ristrettissimo circolo dove le partite non si giuocano fra «pezzi» bianchi e neri, bensì fra le rappresentanze, l’un contro l’altra armata, del capitale e del lavoro; s'accinge ai pellegrinaggi dell’Anno Santo; è assalito dai banditi; organizza feste per i centenari, e finisce perfino a Montecitorio.
Ma la natura ha un suo corso ineluttabile, e come tutte le sfide dell’uomo al Creatore, anche questa si conclude — ed è un invito di serenità al mondo — con la scomparsa dell’uomo meccanico. L’acqua delle fontane meravigliose laverà ogni cosa con la purezza del suo fresco fluire. La vita, fatta .e disfatta, e poi ancora rinata trionfante da ogni distruzione, riprende la sua via.
Questo, il tema ispirativo di «Balda che ti mangio!». Per Totò, per la sua comicità poliedrica, meccanica, surrealista, l’ingresso nel mondo astratto degli automi è come l'ascesa ad un apogeo. I tempi corrono, e dall’alto dei cieli di un impossibile che si avvera, l’automa Totò, munito di periscopio erotico e di pinze radio-palpative, nonché di altri simili congegni, può guardare con aria di soddisfatto orgoglio le spoglie ormai inanimate (ma ancora scosse dai sussulti di una vitalità prodigiosa) di quel galdieriano Pinocchio di legno che, in fondo in fondo, è il suo antenato. E per celare un che di intima commozione, s’attarderà con fare distratto ad una disquisizione sulla volpe, simbolo della furberia femminile — una volpe che ha le delicate fattezze di Elena Giusti — o prenderà energia con una trazione di atomo: un atomo dal dolce ed invitante aspetto di Isa Barzizza. Poi, rinfrancato, darà la stura al fuoco d’artificio delle sue parossistiche risorse di inventiva, di estro, di ritmi comici.
La cornice che Remigio Paone ha costruito con vecchia passione intorno al quadro di questo Totò superatomico si annuncia fastosa ma di buon gusto. L’ausilio di alcuni fra i più nobili specialisti della tecnica della rivista — in particolare la coreografa Gisa Geert, lo scenografo Gianni Ratto con la collaborazione dell’esecutore scenico Broggi, il figurinista Elio Costanzi per le realizzazione delle sarte Annamaria, Boetti e Origoni, il «mago delle luci» Rudi Bauer — è servito a Paone per la costruzione di uno spettacolo intenso, ricco di trovate sceniche, valorizzato esteticamente da una fioritura di volti leggiadri e di rosee epidermidi emergenti dal fruscio delle sete rare e dalla carezza morbida del velluto.
I quadri coreografici porteranno il pubblico da una fantasiosa panoramica della stratosfera fino ad un laboratorio che ironizza garbatamente sui molti gabinetti scientifici che, dal dottor Calligaris a Frankenstein, hanno fatto fremere le platee cinematografiche del mondo; faranno di una foresta un salotto; s’addentreranno nel colore acceso della Spagna delle corride; torneranno indietro nel tempo fino a raggiungere i romantici tempi di Chopin; monteranno su una scacchiera luminosa di vetro infrangibile per la partita fra l’oro e l’acciaio che conclude il primo tempo.
Ma il quadro culminante sarà quello delle fontane: una vera fantasmagoria di luci, mirabile per la varietà dei disegni tracciati dai getti d’acqua e per la molteplicità delle combinazioni di colori. Per giungere a tanto, un macchinario imponente, del peso dì 52 quintali, è stato istallato nel sottopalco del «Nuovo» ed il parco lampade è stato arricchito di dieci riflettori nuovi. Venti bocche lanciano colonne e ventagli d’acqua fino a cinque metri d’altezza. Il fluire dei getti d’acqua, determinato da un motore di ventiquattro cavalli, sarà sincronizzato alla musica, costituendo, di per sè, una composizione coreografica eccezionale.
Mario Casalbore
Elena Giusti, espressione sognante di una femminilità celata da un velo di ritrosia.
Isa Barzizza, vestita di una malinconia che è una piccola rivincita sulla vivacità di sempre.

Vorrei farmene un soprammobile. Pregarla di assumere un bello e sciolto atteggiamento, e deporla con cura amorosa sul mio scrittoio. Così, per rallegrare lo sguardo nella visione della sua delicatezza. La pregherei, prima di immobilizzarla per sempre, di guardare in basso, verso il piano di cristallo dello scrittoio, per darle in eterno la gioia di specchiarsi. Una consolazione: perchè la vita di Elena Giusti trascorre in mezzo ad invisibili specchi che le rimandano mille e una immagini di mille e una Elene Giusti, tutte adorne d’una grazia un po’ schiva (e fors’anche venata di lezio) ma innegabile. La grazia, appunto, morbida e sdegnosa di quelle statuine viennesi di Goldscheidt dalle esili mani adagiate nell'aria e dal volto pallido, minuto, aureolato di biondo.
Ma mi s’accende un dubbio. Se, costretta al pur decorativo ruolo di ninnolo di lusso, la bella Elena (oh, le reminiscenze ginnasiali!) si investisse della sua parte al punto dì tenere ostinatamente chiuse quelle labbra che sono uno scrigno del bel canto? Se la dolcezza della melodia restasse rinserrata nel fragile astuccio della porcellana?
Converrebbe, per il gusto di indugiar con lo sguardo sulla plasticità di una mirabile statuina, rinunciare al piacere di assistere al molle volteggiar nell’aria di un turbine di note, lieve e dolce come un cader di foglie morte?
Non converrebbe, certo. Allora, statuina, sì; ma dotata, per magìa, del dono della parola. Sì, ma se non s’accontentasse di cantare? Se volesse adoperar la parola anche per recitare? Oh, abbassare le luci, racchiudersi fra le braccia vellutate di una poltrona e fissar sguardo sulla statuina meravigliosa, mentre un disco gira e il radio-grammofono e diffonde nella stanza la voce squillante di Elena Giusti. Ma, all’improvviso, la mente è percorsa dal fremito di un sospetto. E se...
Ecco, proviamo. Socchiudo gli occhi, come se una strana sonnolenza m’avesse còlto. La statuina s’anima all'improvviso, il suo sguardo s’accende di malizia. Lascia scivolare le seriche vesti, si denuda. Rivela un corpo sottile ma sinuoso. Con mani languide, si accarezza, arpeggia lentamente, sapientemente, sulle braccia che rabbrividiscono, sulla gola, sui fianchi snelli... Mi guarda con velata ironia, come se volesse dirmi: «Quale errore, amico mio, quale errore! Fidarsi delle apparenze al punto di confinarmi nel grazioso ma gelido involucro di una statuina di porcellana. Donna sono, donna...».
Mario Casalbore
Se Isa Barzizza non esistesse, bisognerebbe inventarla. Bisognerebbe inventarla per la legge dei contrasti naturali, per tener fede — cioè — alla non interrotta serie delle antinomie della vita, secondo le quali una qualsiasi signora o signorina Belletti Bellini Belluzzi ha novantanove probabilità su cento di essere spaventosamente raschia (per non parlar dei frati che tutti chiamano padri dopo averli condannati a non far figli e, quel ch’è peggio, a non esercitare alcuna funzione per averne).
E’ appunto per la legge dei contrasti, che — mancando un’Isa a confronto — non potremmo immaginare Elena Giusti: tanto Isa è genuina ed «entità corporea», quanto Elena è laccata e immateriale. Vi accorgereste di un capello fuori posto, nella Giusti, e sareste indotti ad appenderle davanti il cartellino Non toccare», per tema di sciuparle una pieghetta del vestito; ma, per contrapposto, è tutt’altro che fragile la Isa, e il «Non toccare» andrebbe inteso in altro senso...
Isa è semplice e fresca, è brava e non ghiribizzosa: giovane, soprattutto, in un mondo che — assai spesso — si industria a mascherare, nel migliore dei modi, la brutalità dei dati anagrafici. Non conosce le stregonerie di Elizabeth Arden, non richiede le sapienti manipolazioni di Max Factor, non ricorre agli esorcismi di quegli instituts de beauté che conducono una bellezza più o meno classica a conseguire una maturità scientifica.
Nella sua meravigliosa giovinezza, Isa riassume la cristallina purità di un mattino di marzo e il mito di Venere generata dalla spuma del mare; poiché, anche rivestita — o svestita — di impalpabili veli, è casta e collegiale a tal punto da preoccupare i commendatori uricemici e obesi delle «poltronissime». E solo quando riappare in «combinazione», le calze di seta nera operano miracolosamente la trasformazione: il mattino di marzo si incendia ed assume l’affocata tinteggiatura di un pomeriggio d’agosto.
Avvolta nel torrente di luce che i «padelloni» rovesciano sulla passerella. Isa sorride non contaminata da pososerie: supplizio dei mariti accompagnati e lancinante ossessione dei giovinetti con pedicelli al viso. Poiché lei sola può farlo, vorrei vederla col volto nudo, detergerle il cerone dalla pelle: non diversa si mostrerebbe da un’apparizione lunare, di un sognante pallore di fiaba.
Carlo A. Giovetti

MARIO CASTELLANI
Fu scritto una volta che se Totò era un cannone, Castellani era il più accorto, il più estroso, il più scattante dei «serventi al pezzo». Era vero ed è vero. Fra tutti coloro che hanno avuto l’allettante possibilità di collaborare, fianco a fianco, all’irresistibile fuoco di artificio della comicità di Totò, accendendo con prontezza le micce nel giuoco di preparazione, Mario Castellani ha palesato una sensibilità tutta sua, una prontezza di intuizione impressionante (e quanto mai utile, se si ha a che faTe con un «soggettista» come Totò). Ma sbaglierebbe chi ritenesse Castellani null’altro che una «spalla», un «servente al pezzo». Castellani, a suo tempo attore brillante e comico di operetta, si distingue per una versatilità pregevolissima nella creazione dei tipi, recita con una misura e un senso dell’umorismo che raramente è dato di trovare in rivista, intride di malizia i versi delle canzoncine comiche che gli occorre di cantare.
PEPPINO DE MARTINO
«Cu fu che ti fricò?». Ricordate il vigile siciliano che minacciava d’arrresto Totò nell'esilarante scena della consulta araldica in C’era una volta il mondo? E’ un siciliano nato a Napoli, Peppino De Martino, eccellente attore e caratterista, che per molti anni fece parte delle compagnie di Raffaele Viviani e dei fratelli De Filippo, quando ancora facevano... blocco. Conosce come pochi il segreto di strappare una risata spontanea.
MARIO RIVA
E’ il più tumultuoso, il più «casciarone» degli attori di rivista. I mezzi toni, li ignora e li disdegna; la sua comicità non la propina a piccole dosi, ravvolta in un’ostia bagnata: la impone di prepotenza, te la caccia negli occhi, nel naso, in bocca, dovunque. Le sue battute e le sue storielle sono polemiche col pubblico, i suoi discorsetti sono comizi, dove la comicità viene scaraventata verso il pubblico con la veemenza di una campagna elettorale.
ROBERTO BRUNI
Le varie branchie dell’arte scenica le ha toccate un po’ tutte: è stato attore di prosa con ottime compagnie, prima fra tutte quella di Ruggero Ruggeri; ha lavorato in cinema, accanto ad Alida Valli. Ora è in rivista. Bel giovane, canta con una certa grazia, recita con misura.
MARIANO ROSSI
E’ la «bacchetta» della rivista, cioè il direttore d’orchestra. Piccolo, energico, a volte rude, ma sensibilissimo. Fra i «direttori» di rivista è uno dei meglio preparati. Viene, infatti, dal sinfonico.; ed al sinfonico il suo cuore si volge, anelando il ritorno. Ma in fondo, maestro, il «du-du-du-du» è musica...
GIORGIO BARACCHINI
E’ la prima volta che mette piede su un palcoscenico. Finora la sua voce era giunta agli uditori attraverso gli altoparlanti della radio. Canta con sentimento: ha una voce calda dal timbro profondo. («Alla Bing Crosby», dice). Farà strada, probabilmente, anche in virtù di un sorriso smagliante, cordialissimo, da buon figliolo.
ln questa tenerezza è forse il segreto del successo delle danze di Fioria Torrigiani e Riccardo Rioli. Silva, invece, volteggia in solitudine.

Una pagina dell'album delie donnine di Totò. Mica male, no?
Altri volti che sorrideranno accanto a Totò.
Fra le quinte di «Bada che ti mangio!»: Diana Dei, la prosperità; Adriana Serra, il sorriso (stavolta invisibile); Dorina Coreno, la malizia; Franchina Cerchiai, la monelleria; Ginger Stuart, l'ingenuità; Stella Nicolich, la femminilità. Una bella schiera di simpatiche figliole, non c’è che dire!
Strelsa Brown rappresenterà il sole nel quadro della stratosfera nella nuova rivista di Galdieri. E’ un sole piuttosto accecante...
In una rivista moderna a grande spettacolo, con un pubblico diventato ormai esigentissimo e competente in fatto di danza, la teoria delle «16 belle ragazze 16» che alzavano prima una gamba, più o meno ritmicamente, può considerarsi appartenente alla preistoria. Donde la necessità di valersi dell’opera di coreografi che fossero capaci di portare il «quadro» di rivista all’altezza di una composizione di balletto ed alla nobiltà di un’autentica arte. Fra questi, in primissimo piano, è Gisa Geert, artista di raffinata sensibilità, ideatrice di composizioni coreografiche che hanno nella scioltezza dell’azione e nell’armonia dei «gruppi» la loro attrattiva. Nei quadri realizzati da Gisa Geert aleggia una festevolezza tutta viennese e talora una visione personalissima della comicità .
Anche questa volta, le composizioni coreografiche realizzate da Gisa Geert animano una serie di quadri ricchi di movimento. L’accavallarsi degli elementi, nella notte di bufera che è stata scelta per la nascita dell’uomo atomico (Totò) è reso da una serie di azioni rapide, chiaramente rappresentative: l’incedere della luna è languoroso, quello del sole imponente, mentre il turbinio del vento è espresso da un prillare inesausto e il ticchettio della pioggia dalle «claquettes» di un gruppo di bene addestrate danzatrici. E il quadro si conclude in un crescendo, dove tutti gli elementi rotano vertiginosamente.
Di notevole rilievo plastico e coloristico è la scena della corrida. La fase preparatoria è piena di sospensione, la lotta fra l’uomo e la bestia è idealizzata con gusto, i «picadores» alternano il loro martellar di piedi e di «picas» con il volteggiar dei mantelli d’un effetto felicissimo. E il finale, ricolmo di drammaticità, esula dalla formula del quadro di rivista per entrare in una composizione che ha la suggestività e la potenza di un finale wagneriano.
Dall’ardore della Spagna, la rivista passa, nel secondo tempo ad una rievocazione chopiniana dalla delicatezza di pastello. Non più il tumultuoso scalpiccio delle «batterie», ma la morbidezza dei pas de bourrée e delle arabesques, dal ricamo aereo delle «sestine» e dei battements. Un quadro di impostazione classica, culminante in un pas de deux di Fioria Torrigiani e Riccardo Rioli.
Questi i quadri principali, sui quali la rivista poggia le sue basi spettacolari. Ma anche il quadro delle volpi, che costituirà la presentazione di Elena Giusti, e le altre coreografie dello spettacolo puntano su una chiara impostazione e su una ricerca amorosa del nuovo. Movimenti di balletto ultramoderno, e cioè espressionistico con intonazioni umoristiche, avrà certamente il quadro cosiddetto «delle scale» al quale partecipano gli inquilini di un intero casamento, ognuno esprimente un tipo a sè, ora comicamente ora drammaticamente impostato. Sfocerà in una danza elettrizzante.

1 Totò è un prodotto uscito dalle Officine Ansaldo di Genova, filiale di Napoli. E’ una locomotiva umana targata 000001. Hanno provato, in tanti, a continuare la serie: ma non vi sono riusciti. Il modello è rimasto a sè, inimitabile. Il brevetto è stato depositato dal Padreterno, e per conoscerne la formula tecnica della sua costruzione meccanica bisogna passare — e trapassare — all'Aldilà. Molti imitatori hanno tentato di scoprire il segreto; ma di questi audaci nulla più si è saputo. Una volta giunti nell’Aldilà, ci sono rimasti.
2 L’origine etimologica del nome Totò è da ricercarsi nel primitivo movimento delle labbra del primo spettatore che ebbe la ventura di assistere all’apparizione del fenomeno. A distanza di secoli, l’espressione di chi ascolta Totò è rimasta immutata: bocca aperta a mo’ di O giottesco, smorfia incantata fra lo stupore e il riso. Perchè questo resta assodato dall’esperienza degli scienziati: il riso che suscita Totò non nasce da sensazioni epidermiche, ma da violente scosse a moto sussultorio che scaturiscono dall’interno di ogni organismo umano. Prima il terrore, poi il riso. Il mostro umano Toiò non perdona: e le genti, terrorizzate e incantate, continuano à subire il suo fascino a bocca aperta. E le due sillabe magiche — Totò — danzano nell'aria.
3 Il bacillo Totò è un flagello dell’umanità. Anche i suoi più acerrimi nemici non sono riusciti a trovare il reagente o il virus che lo quetino. Nè si è mai dato il caso di rintracciare — nella totalità dei popoli più disparati — un solo soggetto psichicamente e fisicamente negativo. Il morbo Totò prende nel giro del suo maleficio ogni individuo: e dalla fase iniziale benigna caratterizzata da strabuzzamenti degli occhi e da risolini isterici, giunge presto alla crisi conclusiva e gravissima delle risate a singhiozzo e dei contorcimenti al ventre. Chi è affetto da tale morbo finisce col rotolarsi nella polvere in preda a un’esaltazione mentale e a un’agitazione schizofrenica che non trova riscontro in qualsiasi altro morbo, sia esso pure originario delle peggiori zone africane equatoriali.
4 Il morbo Totò procede a cicli. Tra un ciclo e l’altro, l’organismo umano del paziente cade in un deprimente stato di spossatezza fisica e di abulia morale. A qualsiasi altro spettacolo, il soggetto rimane del tutto indifferente: è la fase della noia più atroce e persistente. Sintomi più comuni: irritazioni alla gola, sbadigli e fischi. Poi, all’inizio del nuovo ciclo, ritorna il fanatico parossismo di cui si è accennato più sopra. I cicli — che combaciano con la presenza di Totò sul luogo di cura del paziente — continuano all’infinito. Così, per l’eternità.
5 Domanda: Totò è l'ultimo dei pazzi o il primo dei saggi?
6 L’astrazione Totò si muove sul filo dell’illogico, fuori dallo spazio e fuori dal tempo. Partorita dalla fantasia dei popoli, a lei tutto è concesso. E’ il trionfo dell’impossibile. Può morire sotto il pugno di un nano e può abbattere un gigante. I confini della ragione sussultano sotto i colpi dell’atomica dell’Impossibile. E' la guerra fra le forze ignote.
7 Ed ora, le Officine Ansaldo mi comprendano: non basta aver costruito Totò. Ora bisogna fabbricare un mondo attorno a Totò. E’ pericoloso dar vita a un giocattolo, dargli la carica e poi dirgli: va’ per le strade dell’universo, fa vita in comune con gli uomini. E’ assurdo. Una delle due: o esiste Totò, e allora tutto il resto, allo stato attuale, non ha senso d’essere; o sta bene il mondo com’è, e allora Totò non ha più diritto di vita. Bisogna fermargli la carica fittizia datagli da un Demiurgo in fregola di beffe all’umanità. Dirgli basta, fermarlo, smontarlo, farlo a pezzi, disperdere gli ingranaggi nel vento. Fate voi, Officine Ansaldo di Genova, filiale di Napoli. Assumetevi voi di fronte alla Storia la soluzione del dilemma: meglio il mondo o meglio Totò?
Daniele D'Anza
Daniele D'Anza, Mario Casalbore, Carlo A. Giovetti, «Film», anno XII, n.7, 13 febbraio 1949
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| Daniele D'Anza, Mario Casalbore, Carlo A. Giovetti, «Film», anno XII, n.7, 13 febbraio 1949 |
Fonte originale: «Film», anno XII, n.7, 13 febbraio 1949
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.
🎭 Conclusioni
“Bada che ti mangio!” racconta una rivista italiana a grande spettacolo dove la comicità surrealista di Totò diventa pretesto per una satira dello sfruttamento dell’energia atomica: l’uomo meccanico, l’Adamo Radioattivo e la materia cosmica trasformano il varietà in un teatro di idee, tra fantoccio radiocomandato senza volontà, politicanti che lo vogliono ministro, donne che lo sognano amante e quadri che passano dal cabaret esistenzialista alla partita sulla scacchiera del capitale e del lavoro. Sullo sfondo, le coreografie della stratosfera, la corrida spagnola idealizzata, la rievocazione chopiniana, le fontane luminose sincronizzate alla musica e il gusto della rivista moderna “di buon gusto”, con nomi di primo piano e una macchina scenica degna della grande stagione teatrale di Totò.
