Totò le Mokò

Qui si tollerano troppe cose: questa è una Casbah di tolleranza e, coi tempi che corrono, c'è pericolo che la chiudano.
Antonio Lumaconi
Inizio riprese: settembre 1949, Stabilimenti Titanus-Farnesina
Autorizzazione censura e distribuzione: 17 dicembre 1949 - Incasso lire 424.000.000 - Spettatori 4.416.667
Titolo originale Totò le Mokò
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N - Audio sonoro - Genere commedia/comico - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Arduino Maiuri, Furio Scarpelli, Sandro Continenza, Vittorio Metz - Sceneggiatura Furio Scarpelli, Sandro Continenza, Vittorio Metz - Produttore Raffaele Colamonici per Forum Film, Roma - Fotografia Sergio Pesce -Montaggio Mario Sansoni - Musiche Edoardo Micucci - Scenografia Alberto Boccianti
Totò: Antonio Lumaconi, detto "Totò le Mokò" - Gianna Maria Canale: Viviane de Valance - Carlo Ninchi: Pepè le Mokò - Carla Calò: Suleima - Elena Altieri: Nancy Cleim - Marcella Rovena: Sara, l'indovina - Franca Marzi: Odette - Luigi Pavese: Francois - Mario Castellani: Za La Mortadelle - Enzo Garinei: La Tulipe - Armando Migliari: Claude Cleim - Gianni Rizzo: la guida nella Casbah - Floria Torrigiani: la ballerina del locale - Ciro Berardi: il facchino - Bruno Cantalamessa: il commissario

Soggetto
Antonio Lumaconi, detto Totò, è un uomo orchestra napoletano, cugino del famigerato bandito della casbah di Algeri Pepè le Mokò, da poco morto in una sparatoria. Essendo il parente più stretto ancora in vita del furfante, gli giunge l'offerta di "dirigere" la sua banda.
Certo che si tratti di una banda musicale, Totò parte immediatamente per l'Algeria convinto di poter finalmente coronare il suo sogno di diventare un rispettato direttore d'orchestra, ma al suo arrivo si accorge di essere divenuto in realtà il capo di una banda di pericolosi delinquenti. Con una serie di equivoci si scontra subito con la nuova realtà e grazie a un misteriosa pozione datagli da Suleima, l'ex-amante di Pepè follemente innamoratasi di lui, acquista una portentosa forza erculea, che lo rende praticamente invincibile.
Ormai noto nella casbah come Totò le Mokò, s'innamora di Viviane, una ricca straniera di passaggio, e questo provoca la gelosia irrefrenabile di Suleima che pratica delle magie su di lui e in una notte gli taglia i capelli da cui riceveva la sua forza sovraumana. Pepè, in tutto questo tempo fintosi morto, ritorna e lo sfida ad un duello per il controllo della banda. Sebbene privo della sua invincibilità, Totò vincerà il duello, riuscendo addirittura a sgominare l'intera banda. Con i soldi riscossi della taglia, ritorna a Napoli a dirigere una vera banda musicale.
Critica e curiosità
1. L'incipit: un sogno tra Algeri e Napoli
La neonata Forum Film – probabilmente fondata tra un caffè al bar e un assegno postdatato – decide di produrre Totò le Mokò, per la regia di Carlo Ludovico Bragaglia, un uomo che nella vita ha fatto tutto tranne il salto mortale all'indietro, ma solo perché nessuno glielo ha chiesto.
Bragaglia ha un’idea brillante: “Perché non ambientare la storia tra i vicoli di Napoli anziché nella solita casbah algerina?” L’intuizione è logica: dopoguerra, disoccupazione, camorra, sfollati e contrabbandieri – praticamente Gomorra ante litteram ma con più mandolini e meno AK-47.
E per infondere veracità alla storia, chi meglio del sommo Eduardo De Filippo? Totò, commosso come un parroco al battesimo del nipote, gli scrive una lettera grondante affetto: “Eduà, che gioia! Scriviamo insieme questo film, che sarà un capolavoro di umorismo!”. Applausi. Stretta di mano. Forse anche una lacrimuccia.
2. Il disastro annunciato: Eduardo contro il tempo, Bragaglia contro Eduardo
Ma la gioia, ahimè, dura poco. Eduardo prende la palla al balzo e si mette a scrivere… e scrivere… e scrivere. Passa l’estate tra soggetti, dialoghi e caffè lunghi, infischiandosene allegramente delle scadenze. Bragaglia nel frattempo invecchia di sei anni in sei settimane, e alla fine decide che il materiale è “inadatto” (leggi: troppo eduardiano, troppo lento, troppo riflessivo per uno che vuole vedere Totò dare testate alle ballerine).
Risultato: il copione finisce in soffitta e il film viene espiantato da Napoli e reimpiantato ad Algeri, come un ficus trasportato da Posillipo al deserto.
3. Il dream team dei battutisti: Metz, Marchesi & Co.
A questo punto entrano in scena i soliti noti: Age, Scarpelli, Metz, Marchesi, Continenza. Una squadra di guitti con la macchina da scrivere incorporata nel DNA, capaci di tirare fuori una sceneggiatura in meno di una settimana. Roba che se oggi li avesse visti Netflix, li avrebbe chiusi in uno scantinato con una scorta di Red Bull per sfornare serie per vent’anni.
Metz e Marchesi, in particolare, non scrivono: sparano. Il loro umorismo è quello dei giornali satirici tipo Il Bertoldo, dove il massimo della metafisica è una torta in faccia fatta con filosofia. Quando Marchesi propone una sequenza “poetica”, Metz gli risponde con la saggezza del criminale incallito: “A Marce’, Totò non ha bisogno di due poeti. Ha bisogno di due complici.” E la commedia è servita.
L’idea è di fare il verso a Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, in cui Jean Gabin interpretava il bandito Pépé le Moko.

«Il solco fascista», 10 novembre 1937. Trafiletto promozionale del film 'Il bandito della Casbah'
4. L’ambientazione: Algeri made in Cinecittà
Lo scenografo Boccianti, armato solo di cartongesso e fantasia, costruisce in studio un quartiere algerino con cento metri di nastro adesivo e molto spirito d’improvvisazione. Il risultato è una casbah hollywoodiana, dove ogni muro parla italiano e ogni tenda puzza vagamente di Vesuvio.
Carla Calò, attrice vagamente somigliante a Luisa Ferida (quando non c'è nebbia), viene scelta come partner di Totò. È bella, intensa, siciliana e – si scoprirà – ottima da usare come oggetto contundente in un numero di danza particolarmente... movimentato.
5. Il film: Totò, ovvero il burattino che imparò a menare
Ed ecco che finalmente si gira: ventidue giorni di set frenetico, più simile a una guerra lampo che a una produzione cinematografica. Il film che ne esce è considerato uno dei più spassosi di Totò e il preferito di Bragaglia. Ma attenzione: Totò le Mokò non è la solita sfilata di scenette – qui c’è un filo, un’intenzione, persino una parabola narrativa (lo so, fa paura).
Bragaglia abbandona la struttura a quadri della rivista teatrale e si ispira piuttosto alle vignette umoristiche, quelle che si leggevano in treno o sulla tazza del gabinetto, e che facevano ridere senza spiegazioni. Il Totò del film è una creatura da fumetto: bidimensionale, eppure gigantesco; un eroe infantile, eppure inquietante.
6. La svolta oscura: Totò, da luna a coltello
La vera rivoluzione, però, è tutta interna al personaggio: Totò cambia pelle. Addio principe dell’assurdo, addio lunare saltimbanco; benvenuto Totò “il feroce”. Il copione prevede che Antonio Lumaconi (che già dal cognome si intuisce non sia un eroe d’azione) diventi il nuovo Pépé le Mokò, ovvero un gangster algerino con l’accento napoletano e la mira da circo equestre.
La scena madre del film è un’esibizione di danza all’Alì Babà, dove Totò – per colpire la bella di turno – imita e massacra (letteralmente) un numero di ballo “apache”. Non contento di lanciare la partner in aria come un frisbee impazzito, la colpisce con una bottiglia, le sbatte la testa su una ringhiera e, se fosse stato un film Marvel, probabilmente avrebbe fatto esplodere tutto con gli occhi.
Questo Totò ha lo sguardo folle, il ghigno cattivo. Non è più il clown triste: è il pagliaccio con la mazza chiodata. Ed è esattamente quello che il pubblico voleva nel 1949: meno astrattismo, più mazzate; meno nonsense, più risate dirette, magari un po’ crude, ma efficaci.
7. Epilogo: da Eduardo a Edmond Dantès
Il film che avrebbe potuto essere un raffinato esercizio di umorismo eduardiano, si trasforma in una farsa nerissima, un’operazione chirurgica fatta con il martello. Bragaglia non insegue più il sogno dell’avanguardia: si è arreso – con dignità – all’artigianato di qualità, servendo un piatto ricco, speziato e vagamente tossico, ma inconfondibilmente italiano.
Totò, invece, abbandona definitivamente i suoi legami futuristi, surreali, campaniliani. Non è più un’idea: è un’arma. E Totò le Mokò ne è la dimostrazione più brutale e affascinante.
In conclusione? Totò le Mokò è un film che sarebbe potuto essere un poema e invece è diventato una testata in pieno volto. Ma che testata, signori. Che gloriosa, clamorosa, irresistibile testata.
🎭 La presa di potere di Antonio Lumaconi
Questa è la scena-simbolo del passaggio di Totò da “idiota cosmico” a “delinquente carismatico (e un po’ psicopatico)”. Antonio Lumaconi, napoletano trapiantato per caso (e per trama) ad Algeri, si ritrova suo malgrado a dover prendere il posto di Pépé le Mokò, famigerato boss locale ormai defunto. I banditi della casbah, prima perplessi (del resto, il tipo sembra più portato per la tombola che per il crimine), vengono rapidamente conquistati da un’esibizione di forza e furbizia da parte di Totò.
È qui che il film vira verso il grottesco: Totò, impacciato e ridicolo fino a pochi minuti prima, si trasforma improvvisamente in un boss convincente, capace di farsi temere... con lo sguardo. Non c’è logica né costruzione narrativa che giustifichi il cambiamento, e proprio per questo funziona: è pura illogicità totiana, che sfida la coerenza per farsi mito.
💃 Il balletto apache all’Alì Babà: Totò coreografo del caos
Questa scena merita di essere incorniciata e proiettata in loop nei musei d’arte contemporanea. Ci troviamo all’Alì Babà, un night club improbabile dove l’arredamento è un misto tra Le mille e una notte e il magazzino di Cinecittà.
Due ballerini si esibiscono in un sensuale ballo “apache” (quelli violenti, in stile noir parigino), sotto gli occhi di Totò e della bella di turno (Gianna Maria Canale, che probabilmente già si pente di essere nel film). Totò osserva. Totò riflette. Totò entra in scena.
Quello che segue è una delle parodie più cattive, geniali e fisicamente assurde mai viste. Totò prende la partner, la sbatte ovunque: sulle ringhiere, sui tavoli, per terra, e infine le spacca una bottiglia in testa (vuota, si spera). È slapstick allo stato puro, ma con una vena sadica che fa sobbalzare.
Questa sequenza, per quanto esilarante, segna un punto di rottura: non è più il Totò “che inciampa nella torta”, è il Totò che lancia la torta in faccia e poi ti interroga con lo sguardo per sapere se ti è piaciuta.
La scena della rissa tra banditi
Qui Totò deve farsi valere tra gli altri “malviventi” della casbah. E lo fa come solo lui sa: non con la violenza fisica (almeno non solo), ma con la logica demenziale e l’assurdo dialettico. Quando uno dei banditi mette in discussione la sua autorità, Totò gli risponde con una filippica delirante sul rispetto, la fratellanza criminale e... la geometria.
La forza di questa scena è nel ritmo e nel linguaggio: Totò gioca con le parole, le allunga, le stravolge, confonde l’interlocutore fino a renderlo inerme. È la versione malavitosa del sofista greco, un Socrate con la coppola. Il tutto condito da gesti nervosi, espressioni ferine e minacce che sembrano battute da cabaret.
📿 La scena del “rapimento d’onore”
In un bizzarro tentativo di conquistare la donna dei suoi sogni (Canale), Totò organizza un finto rapimento che dovrebbe farlo passare per l’eroe salvatore. Ovviamente il piano fallisce miseramente e il risultato è un guazzabuglio comico in cui tutti si inseguono, si nascondono, si travestono (sì, c’è anche questo).
In questo momento vediamo un Totò più simile a quello dei suoi esordi: il finto furbo, il truffatore da quattro soldi, l’uomo che si mette sempre nei guai per amore. Ma anche qui, il tono generale è più aggressivo, più cinico. La commedia degli equivoci diventa quasi tragicomica, una danza tra patetico e ridicolo che sfiora il farsesco puro.
🐫 La fuga finale nella casbah
Il film culmina con una rocambolesca fuga nella casbah, con Totò braccato da polizia, banditi rivali e chissà chi altro. È un climax costruito alla vecchia maniera: porte che si aprono e si chiudono, gente che cade dalle finestre, cammelli che appaiono senza logica, e Totò che corre come se avesse alle calcagna i creditori del Principe De Curtis in carne e ossa.
Questa sequenza, girata con una frenesia quasi slapstick, mescola i generi: è insieme commedia, avventura e fumetto animato. E nel caos generale, Totò resta l’unico punto fermo: un buffone eroico, un clown in mezzo a un mondo che ha perso la bussola.
🎙️ La chiusura: il ritorno alla farsa con sapore amaro
Il film si chiude con Totò che, dopo aver dimostrato di essere il “vero” le Mokò, viene abbandonato da tutti. I suoi seguaci lo tradiscono, la donna lo ignora, la gloria svanisce come fumo d’oppio nel deserto. È il ritorno del pagliaccio solitario, che resta a bocca aperta sul palcoscenico mentre il sipario si chiude in faccia.
Ma non è tristezza, è poesia farsesca. Totò resta in piedi, solo, ma più grande che mai: ha comandato, ha ballato, ha picchiato, ha fallito. In fondo, è questo che fanno i grandi comici: si rialzano anche quando tutti se ne vanno, e intanto fanno l’occhiolino al pubblico.
Così la stampa dell'epoca
📰 La critica: con il monocolo storto e la penna velenosa
Se ti aspetti che i critici dell’epoca abbiano accolto Totò le Mokò con squilli di tromba e fanfare, è meglio che ti sieda. La critica “alta” – quella dei cineclub, dei cappotti lunghi, dei sigari e delle citazioni da André Bazin – non fu tenera. Anzi, lo trattò come un film di puro consumo, un prodotto di bassa lega per le platee popolari, inadatto a entrare nel novero del “vero cinema d’autore”.
Molti recensori storsero il naso davanti a:
- La struttura narrativa fragile (per loro: confusa, per noi: gioiosamente assurda)
- L’umorismo “facile” e senza pretese intellettuali
- La caricatura degli ambienti esotici, vista come una burla al buon gusto (spoiler: lo era, e con gusto)
Qualcuno apprezzò la performance di Totò, ma lo fece con quel tono da “eh, peccato che sprechi il suo talento così”. Come se il comico dovesse recitare Shakespeare invece che ballare l’apache mentre spacca bottiglie in testa alle soubrette. Totò era sempre troppo per i critici: troppo teatrale, troppo fisico, troppo libero.
Ma mentre i critici cercavano la “poesia del neorealismo”, Totò le Mokò regalava la farsa del dopoguerra, con i suoi pugni di cartapesta e le sue risate disilluse.
🎟️ Il pubblico: rideva, eccome se rideva
Se la critica aveva il broncio, il pubblico invece rideva con la bocca spalancata e le lacrime agli occhi. Il film fu un buon successo al botteghino, soprattutto nel Sud Italia, dove il mix tra umorismo partenopeo e atmosfera da fumetto esotico colpiva dritto al cuore. E poi Totò, che per il pubblico non era un attore, ma una forza della natura, come un Vesuvio vestito da cameriere.
Il pubblico, reduce da anni di fame e guerra, non cercava il neorealismo in ogni fotogramma: lo viveva già nella vita reale. Al cinema voleva evasione, ma con intelligenza. Voleva il comico che, mentre ti fa ridere, ti dice anche che il mondo è un manicomio e la logica è roba da matti. Totò, in questo, era il miglior dottore.
Il gradimento fu tale che il film aiutò a cementare la formula “Totò + gag + ritmo veloce + musichette + soubrette” che avrebbe dominato per anni. Bragaglia stesso dichiarò che tra tutti quelli girati con Totò, Totò le Mokò era il suo preferito. E non per caso.
🧾 In retrospettiva: rivalutazioni postume e occhi nuovi
Col passare dei decenni, il film è stato rivalutato come esempio di comicità surreale e anarchica, una parabola grottesca sull’identità, sul potere e sulla maschera sociale. Un po’ Pirandello, un po’ fiera di paese. I critici più giovani, meno snob e più cinefili, hanno riconosciuto nel film:
- La sapienza artigianale di Bragaglia, che costruisce un mondo assurdo ma coerente
- Il talento dei dialoghisti (Metz, Marchesi & co.), con battute che sembrano uscire da un giornale satirico
- La trasformazione di Totò in un personaggio più ambiguo, meno buonista, quasi tragico
Insomma: Totò le Mokò oggi non è considerato un capolavoro assoluto, ma un tassello fondamentale nel percorso di Totò verso le vette della commedia italiana. Un film-ponte: tra il varietà e il cinema, tra la maschera e l’uomo, tra la botta in testa e la riflessione amara.
Le quotazioni di Antonio de Curtis salgono a venti milioni per film. Si fa il nome dell'attore a proposito di un Il prode Anselmo, da interpretare insieme alla Barzizza, ancora diretto da Steno e Monicelli. Ma Totò si è già impegnato a interpretare Totò le Moko, una sorta di parodia del celebre noir Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, in cui Jean Gabin interpretava il bandito Pépé le Moko: una pellicola celebre, i cui fasti sono appena stati rinverditi da Casbah, un remake americano. [...]
Alberto Anile

Il Principe Antonio de Curtis, o meglio Totò, è oggi l'attore più pagato. E’ diventato il principe degli schermi e delle scene. Ben tre film da lui interpretati si sono proiettati e continuano a proiettarsi contemporaneamente sugli schermi romani, mentre egli stesso calca le tavole del palcoscenico del «palazzo Sistina» nella rivista «Bada che ti mangio», ritoccata in molti punti perché già presentata l'anno scorso.
Le avventure di Totò, sia alla ricerca di una casa, sia alla presa con i banditi della kasbah, sia imperatore delle gang capresi sono bene accette al pubblico che accorre di buon grado a vederle.
Ma fino a quando durerà questo fenomeno? Il repertorio di Totò è ormai completamente conosciuto, Eppure il multiforme principe napoletano sta girando attualmente «Napoli milionaria» dall'omonima commedia di Eduardo De Filippo che oltre ad esserne l'autore e anche il regista e interprete. Ha, inoltre, firmato quattro contratti per altrettanti film rifiutandone ben 15.
Prevedere fin da oggi se questi film riusciranno a far ridere è avventato per non dire difficile. Il pubblico ha imparato a conoscere al primo accenno di ormai visti motivi comici di Totò. I soliti lazi e sberleffi che hanno tipizzato il mimo napoletano, come comico a tutti i costi, sono ormai superati. Le torte in faccia e le battute in vernacolo hanno fatto la loro epoca. Si deve cercare di sviluppare le vere doti cinematografiche di Totò le cui risorse sono state finora solo in parte valorizzate come, ad esempio, in «Yvonne la nuit».
Batteranno questa strada le nuove produzioni? Speriamo di sì, in modo da poterci augurare un aumentato livello artistico di questi film punto in ogni caso, Totò continua a mietere milioni. Ventitre si dice per «Napoli milionaria» e 200 in totale per i prossimi quattro film. Noi ci accontentiamo di poter ridere, senza però ancora sentire «siamo uomini o caporali?»…
«Cine Sport», 14 febbraio 1949
"Pepé le Moko" era un film di Duvivier interpretato da Jean Gabin e ispirato alle gesta di un fuorilegge che, per sfuggire alla polizia, aveva dovuto cercar riparo fra i tenebrosi meandri della Kasbah algerina. Questo film, diretto da C. L. Bragaglla, ne tenta una grassa parodia,[...] Ancora una volta, però, l’umorismo di simili vicende, è quello facile e dozzinale del teatro di rivista: per ravvivarlo, Totò — che ne é divenuto, ormai, quasi l'interprete di diritto — tenta, come sul palcoscenico, varie improvvisazioni ispirate a dubbi intenti e caricaturali; se questo, però, gli conquista la generosa risata delle platee, non consente a noi di collocare le sue esperienze cinematografiche fra i «classici» del vero umorismo. Peccato, perché di tutti i comici italiani Totò è l'unico cui il cinema potrebbe offrire nobili occasioni di rivelarsi interprete duttile e profondo.
G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 23 dicembre 1949
In un recente film parve che Totò accennasse a comporre in qualche modo un personaggio; in «Totò le Mokò», soggetto di Metz e Scarpelli, regia di C. L. Bragaglia, egli ritorna al pretto genere della rivista e la sua comicità questa volta si sbizzarrisce in una immaginarla Casbah algerina, con parodistiche reminiscenze che si indovinano dal titolo, mentre nel suo gioco farsesco e grottesco si lasciano trascinare la Canale, la Calò e Carlo Ninchi.
«Corriere d'Informazione», 23 dicembre 1949
Nel repertorio dei motivi comici utilizzati dal cinematografo, l'Oriente ha un posto tutt'altro che secondario. Da Buster Keaton, se non sbaglio, a Bob Hope non ha avuto limiti la serie dei film che, per cercare situazioni e complicazioni divertenti, sfruttano le risorse di un esotico mondo pittorescamente artefatto da un’abbondantissima letteratura straniera. E' un modo assai comodo per inventare e accreditare le più bizzarre peripezie. Metz e i suoi amici sceneggiatori hanno questa volta fatto ricorso alla storia e all'ambiente di Pepè le Mokò immaginando che alla morte del famoso bandito, reso celebre da Duvivier e da Jean Gabin, i componenti della sua banda chiamino a capeggiarli un suo lontano parente, Totò. [...] Una meno facile inventiva avrebbe potuto offrire al protagonista più numerosi e gustosi pretesti di comicità; ma Totò è cosi esilarante che riesce a divertire anche ripetendosi. Comunque nel ballo e nel duello ha fatto sfoggio di inediti e spassosi effetti. Diretto con movimentata e colorita scorrevolezza da C. L. Bragaglia, il film si giova anche delia partecipazione di Carlo Ninchi, della Calò e della Canale.
E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 23 dicembre 1949
«Il Giornale d'Italia» 23 dicembre 1949
Due comici
Parecchi anni fa, quando cominciava a formarsi quel suo pubblico che non l'ha più abbandonato, l'attore Totò subiva un'intervista dell'«Italia letteraria», che scrisse di lui cose molto « intelligenti », nel tono messo di moda da Cocteau per trattare dei clowns e dei circhi equestri. Vi si accennava a Charlot e alla Commedia dell’Arte, al fumismo e al funambolismo. Altri articoli seguirono in altri giornali; in uno si lanciava l’ipotesi, sempre a proposito di Totò, di «un matrimonio tra Aristofane e Pierrot . Probabilmente Totò non legge quello che si stampa sul suo conto, lo ha dimostrato restando insensibile ai cambiamenti, restando fedele al suo istinto comico, anzi alle sue vecchie battute, che ogni tanto ancora oggi ripete, come se il tempo non fosse nemmeno trascorso da quando caracollava sulle tavole del teatro Principe. In un mondo teatrale cosi sconnesso, Totò rimane un punto fermo.
E’ certo un attore inimitabile, che non è mai volgare, perchè i suoi gesti più volgari diventano arabeschi da contorsionista e le sue battute hanno la forza delle domande stupide. Oggi Totò è talmente definito che si è messo a fare un film dietro l'altro, non avendo nemmeno bisogno di una trama ma di una situazione. I titoli dei suo film recenti (Fifa e arena, Totò le mokò, Totò cerca casa) fanno pensare che il suo pubblico non sia di eccessive pretese per quanto riguarda le storie, che vada al cinema per veder muovere, scattare, ridere Totò, come gli ha visto fare in teatro: libero dall'osservanza di un testo, padrone di fare e di dire ciò che vuole. Perlomeno, sullo schermo Totò dà questa piacevole sensazione, di inventarsi la parte man mano che il film procede. Come per la serie infantile di Pinocchietto, arriveremo a un Totò al Polo Nord, a un Totò garibaldino, a un Totò nel serraglio.
I suoi incontri sono ormai fissati dalla pratica, e anche i personaggi .di contorno: una bella ragazza, un rivale, un amico (o «spalle»), che gli prepara le battute e sopporta ogni guaio. Totò si veste da donna, da bandito, da artista, da torero. Non ci sono limiti ai suoi travestimenti, e nemmeno ai suoi film, che ripropongono la vecchia «comica finale». Se il progresso cinematografico supererò alcune difficoltà pratiche, Totò potrà darci un film nuovo ogni sera.
Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949
Siamo lietissimi di economizzare spazio dicendo che questo film di C. L. Bragaglia non merita nessuna pietà critica. E se il pubblico casca nella trappola abbandonandosi alla risata più beata ciò dimostra che questo ignobile intruglio non è altro che una sfacciata pagliacciata cui schizzi ebeti sporcano lo schermo italiano. Punto e basta.
t. cl., «Il Lavoro», Genova, 11 gennaio 1950
[...] Per Totò le Moko non occorre avvertire che si tratta solo di un film comico: la presenza di Totò basta ad annunziarlo. Importante è soltanto sapere se fa ridere. Sì, fa ridere. Siamo però in tema di farsa e bisogna quindi accettare tutti i presupposti della farsa: inverosimiglianza, illogicità, buffonerie.
Gino Valori, «Cine Illustrato», Milano, 15 gennaio 1950
Dopo Macario, Totò; dopo Totò, Macario; e cosi via. I due sono ormai diventati un facile e popolare sinonimo del nostro cosiddetto film comico; e, se lo-potesse, sfornerebbe ciascuno dei due un film al mese. Parecchi dei loro film li si direbbe però ideati e ripresi in quindici giorni. Sono infatti tirati via con una fretta tremenda. La battuta azzeccata si perde fra altre bolse, uno spunto non privo di risorse è subito dimenticato, uno sviluppo che potrebbe essere felice ai arena d'un tratto; e il film procede alla carlona, con lazzi da farsa e da farsaccia, i primi capitati alla stanca fantasia di soggettisti e sceneggiatori. T[...] E la parodia, qua e là, c'è; ma quanto grossolana, facilona, qualsiasi. Trascura ogni pretesto ambientale; e rinuncia ad avere, con un suo timbro sia pure modesto, un suo sapore. E' una buffonata, nient'altro che una buffonata; farcita di uscite e di trovatine più o meno sguaiate. Eppure, qua e là, affiora un accenno di ritmo, come un breve solfeggio di cinema: e potrebbe essere di cinema vero. Ciò di solito coincide con qualche particolare impegno di Totò, che è soprattutto un mimo che parla troppo.
Quando apre bocca, la sua battuta è per lo più pretenziosa e sorda; per darle un credito ci vuole tutto l'incredibile ottimismo di quanti se ne deliziano. Ma quando l'attore tace, e il mimo si può sfogare, allora si rivela il vero Totò, che sa essere, con un gesto e una occhiata, incisivo, complesso, tutto a segno. [...] Totò ben difficilmente potrà essere un personaggio, ma potrebbe sicuramente essere una nostra ineffabile marionetta. Un pupazzo che potrebbe avere le malizie e le malinconie del clown più... stagionati, con delle virtù parodisti che d'ottima lega. Non sarebbe poco. Ma quando, i produttori che si sono dedicati a questo genere di film, vorranno comprendere che non c'è nulla di più tremendamente serio della preparazione di un film comico?
m.g. «La Stampa», 25 gennaio 1950
[...] Questa nuova «comica» di Totò è assai meno sconnessa delle precedenti, avendo un bersaglio a cui mirare. Bene o male, fila; e non manca di trovate. Lo stesso Totò è meno teatrale, più rapido e vario del solito, non sempre risolto una smorfia o battuta soltanto: un ritmo cinematografico talvolta affiora dalle sue convulsioni. Sono con lui Carlo Ninchi e la prosperosa Anna Maria Canale.
l.p. (Leo Pestelli), «Stampa Sera», 25 gennaio 1950
Sistematiche programmazioni di film moralmente dannosi
da Crocemosso
Non ci pare che l'articolista di «Tribuna Socialista» nel cercare la difesa dei suoi interessi a riguardo del Cinema Crocemossese sia stato felice ed intelligente. Proprio ignorante la voce elevatasi da Mosso non invece per contrario buon senso ed onestà? Siamo contenti che il richiamo sul nostro cinema sia partito non da noi: è un segno più che evidente che tutto ciò che da tempo si mormora e si dice da noi (e pensavamo che i signori gestori se ne fossero già accorti) è giusto, è ragionevole.
A Mosso ci si lamenta per i manifesti. Che dobbiamo dire noi, che vediamo sistematicamente avvelenata l'anima della nostra gente, specialmente dei ragazzi e dei nostri giovani? Facciamo notare «sistematicamente» perchè purtroppo non si tratta più di casi isolati. «Il mio corpo ti scalderà» - «Totò le mokò» - «Il falco rosso» (e quest'ultimo pieno di elementi negativi); disprezzo della religione, uccisioni, vendette, disonestà. Questa la ultima programmazione. Ma se almeno fossero lavori pregevoli dal punto di vista artistico! Oltre che di senso critico e morale, pare si manchi pure di senso psicologico. Pensano forse che da noi si possa digerire tutta questa roba? Ci stimano cosi poco?
Quello che molte famiglie vanno or ora ponendosi come interrogativo, deve interessare tutte le famiglie che hanno a cuore l’educazione dei figli. Bisogna interdire ai figli la visione dei film moralmente dannosi.
«Il Biellese», 13 febbraio 1951
Questi i film preferiti dal pubblico
In base agli incassi, hanno trionfato Totò, "Il cucciolo" ed "Enrico V"
Il cinema, oltre che un fatto artistico, è un fatto industriale e commerciale, e di questo suo secondo aspetto giova ogni tanto tener conto. È il pubblico (in Italia quasi 15 milioni di spettatori per settimana) che fornisce al cinema i giganteschi mezzi di cui ha bisogno: e sono i gusti del pubblico che, determinando l’indirizzo della produzione, influenzano in ultima analisi l'andamento stesso del film come arte. In America i gusti del pubblico sono severamente controllati attraverso il "Box Office”: in Italia, mancando un’organizzazione analoga, si ricorre a varie forme di sondaggio e ad altri mezzi statistici. Peraltro il migliore e più esatto sistema per conoscere le reazioni dello spettatore rimane quello basato sugli incassi: un interessante studio su tale delicato argomento è stato fatto, per l’Italia, nell'ultimo numero di "Cinespettacolo”, rivista tecnica dell’industria cinematografica.
Le cifre riportate si riferiscono ai dati della sola annata 1949-50 (1° settembre-30 giugno) e non sono definitive perché riguardano i locali di prima visione delle dieci città "sensibili”, cioè capo-zona, che sono Padova, Bari, Bologna, Catania, Firenze, Napoli, Roma, Milano, Torino e Genova. Ogni altro sistema rende impossibile un quadro esatto, se non a distanza di qualche anno, poiché un film posto in distribuzione ha durata diversa, che varia in genere tra i due e i cinque anni. Tuttavia, se pur relativi, i dati offrono un interessante panorama della situazione.
Oltre ai film italiani, sono stati proiettati in questo periodo 450 film americani, 21 inglesi, 16 francesi, 12 messicani, 3 spagnoli, 2 argentini, uno svedese, uno cecoslovacco e uno russo. Le cifre degli incassi sono distribuite lungo un gigantesco arco che va dalle centinaia di milioni per alcuni film americani alle 70 mila lire del film svedese Sangue ribelle. Per ciò che riguarda i film italiani, c'è da notare anzitutto l’incontrastato dominio di Totò: con cinque film (Totò cerca casa. L’imperatore di Capri, Totò cerca moglie, Yvonne la Nuit, Totò le Mokò), il popolare comico napoletano ha fatto incassare 284 milioni. Inoltre uno dei suoi film (Totò cerca casa) è il primo film italiano che, con 80 milioni e 300 mila lire d’incasso, s’incontra nella classifica assoluta, dopo sei film americani. Non dappertutto, però, Totò fa furore: se a Roma, a Padova, a Bologna, a Genova, a Firenze, a Napoli è in testa o con l’uno o con l’altro dei suoi film, a Milano gli hanno preferito la Silvana Mangano di Riso amaro e de II lupo della Sila e il Macario di Adamo ed Èva. Dal punto di vista della raffinatezza di gusti, né il pubblico di Milano né quello di Roma presenta comunque elementi confortanti: la città più evoluta appare invece Torino, che a tutti i film italiani ha preferito l’ottimo Domenica d'agosto di Emmer. Una buona affermazione in tutti i centri considerati ha avuto poi II mulino del Po. di Lattuada. che è secondo in graduatoria a Genova e a Bologna e complessivamente ha raggiunto i 30 milioni. Le cifre relative ad alcuni film considerati "molto popolari”, come Catene e Il bacio di una morta, sono invece piuttosto mediocri: in particolare, quest’ultimo non ha incassato che un terzo del Mulino del Po, testimoniando che. nonostante tutto, i gusti del pubblico delle grandi città non scendono oltre un certo livello.
Circa i film americani c’è da notare per prima cosa che il pubblico ha preferito dovunque il technicolor al bianco e nero: su 23 film che hanno ottenuto incassi di un certo rilievo, ben 13 sono in technicolor e sei di essi capeggiano la classifica. A parte Via col vento, che nel 1949-50 era stato proiettato in sole quattro città (ottenendovi comunque un fortissimo incasso), il film che ha nel complesso avuto i più alti Introiti è stato II cucciolo, che in nove città ha incassato 131 milioni. Seguono Giovanna dArco con 128 milioni nelle dieci città. Gli amori di Carmen (114 milioni), Il cielo può attendere (92 milioni), Il capitano di Castiglia (90 milioni), Il grande peccatore (82 milioni), ecc. Come si vede, tra questi colossi dello spettacolo uno solo è stato riconosciuto dalla critica come autentica espressione d’arte: Il cielo può attendere di Lubitsch. Scendendo all’esame città per città, si può osservare che Milano ha dato la preferenza al Cucciolo (44 milioni), seguito da II cielo può attendere (34 milioni), mentre Giovanna d’Arco è solo al sesto posto (22 milioni); Roma ha preferito Giovanna d’Arco (30 milioni), e Gli amori di Carmen. Giovanna dArco ha ottenuto il primo posto a Padova, Bari, Bologna, Catania, Torino; Firenze e Genova, come Milano, hanno dato la palma al Cucciolo; Napoli agli Amori di Carmen.
Anche tra i rimanenti film americani che hanno procurato buoni guadagni ai produttori, ben pochi hanno reale importanza artistica; forse soltanto La fossa dei serpenti (che ha avuto a Genova una ragguardevole affermazione) e II cielo di fuoco. Per il resto s’incontrano film spettacolari o decisamente commerciali come Ambra, Le avventure di Don Giovanni, La matadora. Il principe delle volpi, Giubbe rosse. Ero uno sposo di guerra. Il peccato, di Lady Considine, ecc. In due città (Catania e Firenze), ha avuto un discreto successo l'infelice Fonte meravigliosa di King Vidor.
Il fenomeno più notevole che si incontra analizzando i film di altre nazionalità, riguarda l'Enrico V di Laurence Olivier: quest’opera di alto e indiscusso valore, certamente uno dei capolavori del cinema sonoro, non pareva destinata a un successo di pubblico, sia per l’ardua materia trattata, sia per la forma poetica che necessariamente l'aderenza al testo shakespeariano richiedeva. Invece (e questa è certo la sorpresa più inaspettata e più gradita di questa arida statistica), ha conquistato clamorosamente il favore degli spettatori ed ha ottenuto un incasso (80 milioni) che la pone in testa a tutti i film di questo gruppo, rimanendo soccombente, in linea assoluta, soltanto ai sei maggiori film americani e, per pochissimo, a Totò cerca casa. Hanno probabilmente contribuito all’affermazione, il mezzo tecnico impiegato (colore) e il soggetto (storico-avventuroso), oltre alla popolarità di sir Laurence come attore.
Si rileva infatti, dalla semplice enunciazione dei titoli delle opere sinora esaminate, che in genere il pubblico preferisce il film storico-avventuroso e comunque il film in costume: seguono il genere drammatico-passionale, quello patetico, la commedia e il film musicale. Il film comico, a parte l’eccezione di Totò, non riscuote più grande successo, mentre il film psicologico lascia generalmente indifferente la gran massa degli spettatori. Anche per quest’ultimo genere esiste tuttavia una significativa eccezione, data da Le diable au corps di Autant-Lara, che, nonostante sia stato proiettato in sole cinque città e durante brevissimi periodi (per le note vicende di censura), ha incassato più di dieci milioni e mezzo, consentendo di pronosticare, in circostanze normali, un successo forse non inferiore a quello dell'Enrico V. E anche questo è un altro elemento di conforto circa i gusti del pubblico.
Tra gli altri film, Il terzo uomo (55 milioni), non ha ottenuto quella affermazione di cassetta che i primi entusiasmi del pubblico facevano presagire: neppure Manon, proiettato però in sole otto città, è andato più in là di una buona media (47 milioni). Quest’ultimo è stato, comunque, il film francese preferito dagli spettatori, seguito a grande distanza da Nel regno dei cieli di Duvivier e da Le minorenni di Becker.
Quali conclusioni si possono trarre da questa rapida rassegna? In generale le abbiamo già anticipate: va sottolineato che dove maggiormente i gusti del pubblico contrastano con quelli della critica è nel settore del film italiano. Tuttavia, rispetto agli anni passati, c’è un graduale e continuo miglioramento: quando un’opera come l'Enrico V avrà superato anche Totò, Il capitano di Castiglia o gli Amori di Carmen, potremo dire che la maturità degli spettatori cinematografici avrà compiuto un passo avanti decisivo.
Angelo Solmi, «Oggi», 7 giugno 1951
Prosegue il ciclo dedicato al grande comico
Tv: «Totò le Mokò» successore di Gabin
Secondo appuntamento con Totò «principe clown» questa sera sul Secondo. Va in onda un film realizzato nel 1949 da Carlo Ludovico Bragaglià, Totò le Mokò. Il gusto della parodia e l’umorismo paradossale contribuirono a. decretare il successo di questa pellicola "della quale sono interpreti anelli Carlo Ninchi, Franca Marzi. Gianna Maria Canale e Carla Calò. Titolo e ambientazione si riferiscono al famoso Pepe le Mokò, capolavoro di Duvivier con Jean Gabin protagonista.[...]
«Corriere della Sera», 4 aprile 1973
FRANCA MARZI SUL «PRINCIPE CLOWN»
Rivedendo Totò mi sono commossa
«Un grandissimo attore, un uomo dall'anima gentile»
Roma, 3
Franca Marzi, che ha girato ben 22 film a fianco di Totò, così ricorda il grande comico: «Un grandissimo attore, un uomo dall’anima gentile e pieno di umanità. Rivedendolo in televisione l'altra sera — ha detto T attrice raggiunta telefonicamente a Milano dove lavora nella sua azienda — mi sono commossa. Totò è stato per me un grande compagno e io sono onoratissima di avere lavorato al suo fianco».
Franca Marzi è ima delle protagoniste (ma l’attrice tiene a precisare «La mia fu una partecipazione») di «Totò le Mokò» che andrà in onda domani sera, secondo del ciclo «Totò principe clown», cominciato con «I due orfanelli»: la protagonista femminile era infatti Franca Marzi.
«Totò, si sa — dice ancora Franca Marzi — recitava a soggetto, arrivava sul set senza copione e improvvisava: questo creava, per gli attori che gli facevano contorno, non poche difficoltà. Ma erano difficoltà che io superavo agevolmente perché tra noi si era creato un certo affiatamento: lui diceva la sua battuta e io trovavo la risposta. Totò mi sceglieva anche per questo nei suoi film, perché riuscivo a dare un seguito alle sue improvvisazioni.
«Ricordi di Totò — dice ancora l'attrice — ne ho tantissimi e tanto grandi, ma che ora purtroppo, sfuggono. Ma una cosa ancora posso dire di Totò, una cosa che mi è stata di aiuto nella vita. Totò era un uomo generoso, che dava tanto a chi aveva bisogno e lo faceva nascostamente, quasi con pudore. Io, del resto, non l’ho mai visto rifiutare un gesto, non porgere una mano a chi chiedeva. Io — conclude Franca Marzi — sono sempre stata innamorata di Totò, spiritualmente». (Ansa)
«Il Piccolo di Trieste», 5 aprile 1973
Totò principe clown: TOTO’ LE MOKO’ - ore 21,20 secondo
Il secondo capitolo della «personale» di Totò ci presenta un flm che il comico interpretò nel 1949 con la regia di C. Ludovico Fragaglia: Totò le Mokò, basato su soggetto e sceneggiatura di Metz, Age e Scarpelli, e interpretato anche da Carla Calò, Franca Marzi, Gianna Maria Canale, Carlo Ninchi e Mario Castellani. Il titolo e gli sfondi sono presi a prestito da un capo d'opera del cinema francese d'anteguerra, il Pepe le Mokò di Duvivier, con Jean Gabin grande protagonista ; ma lo scopo non è di capovolgere in burla quel famoso precedente, ma unicamente di sfruttarne, comicamente, la celebrità. Sceneggiatori e protagonista non intendono dar vita a una parodia, ma semplice-mente ambientare nei terribili vicoli della Casbah di Algeri una vicenda tutta nuova, tutta inventata. E' la vicenda di Antonio Lumaconi, un poveraccio che campa le giornate a Napoli facendo il suonatore ambulante e sognando di diventare il direttore di una banda musicale rispettabile.
Per ora Totò e la banda se la porta tutta indosso di persona: la grancassa sulle spalle, i piatti fra le ginocchia, e mani e bocca adibiti all uso dei più svariati e numerosi strumenti. Capita, ad Algeri, che il pericolosissimo Pepe le Mokò venga ucciso in uno scontro con la polizia (o almeno cosi pare). I suoi uomini e la sua donna, spulciando fra le carte di Pepe, scoprono che a Napoli vive un suo stretto parente, il quale ha oltretutto un cognome (Lumaconi) che assomiglia assai al soprannome del capo scomparso. Parte un telegramma alla volta di Totò, invitato a trasferirsi ad Algeri per assumere la direzione di una « banda », e lui, che pensa a una banda di suonatori, parte senza indugio. Si può immaginare quel che succede quando si accorge di avere a che fare non con musicisti, ma con ladroni pronti a tutto. Vorrebbe fuggire all'istante : si trova però braccato dai poliziotti e, nel parapiglia, gli cade in capo una portentosa lozione che gli fa crescere i capelli e lo trasforma, novello Sansone, in un temerario e invincibile fuorilegge. Totò le Mokò diventa il nuovo terrore della Casbah, le donne lo adorano, i nemici tremano.
Ma ecco che rispunta il vero Pepe, che non era morto affano, e proprio quando la donna di Totò, gelosa, lo ha rasato a zero e gli ha sottratto coraggio e potenza. Il duello è inevitabile : Totò adatta braccia, gambe e corpo non all’uso degli strumenti, come era solito fare, ma a quello delle armi, si trasforma in un micidiale coacervo di bocche da fuoco e distrugge i banditi. Poi se ne torna a Napoli, dove finalmente potrà dirigere una vera banda musicale, un canovaccio farsesco senza mezzi termini e senza sottintesi : proprio quel che ci voleva perché Totò potesse scatenarsi nella girandola delle invenzioni, delle trovate e degli sberleffi, senza un attimo di respiro.
«Radiocorriere TV», anno 50, n.14, 1-7 aprile 1973
Totò come Gabin
A breve distanza dalla programmazione del celebre film di Jullen Duvivier Il bandito detta Casbah (ovvero Pepè le Mokò) dedicato al suo indimenticabile, recentemente scomparso, interprete Jean Gabin, ci pare curioso che la Rete 1 abbia voluto inserire in cartellone questa settimana (e precisamente mercoledì 8 dicembre, alle 14) Totò le Moko, affettuosa satira del precedente che il buon Totò realizzò nel 1949 con la regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Ci preme segnalare questa singolare iniziativa perché Totò le Mokò è forse il film che più ha contribuito al rilancio postumo, presso i giovani, del grande attore napoletano, cosi come Il bandito della Casbah, fu il film che diede maggiore notorietà in vita a Jean Gabin, facendo di lui il corrispettivo mito europeo del Bogart americano. La storia del cinema insegna che da un buon film si può ricavare un'altrettanto valida parodia mentre, quando il modello è scadente, la burla è spesso disastrosa.
Totò le Mokò è un esemplare illuminante della prima casistica, perché vi si accetta lo scherzo fino in fondo [...] Come in una pochade (aleggia la figura del grande commediografo napoletano Scarpetta, che dal vaudeville francese attinse ispirazione e stile) l'equivoco si protrae in una catena di invenzioni, cui dà linfa a sua volta la creatività spontanea di Totò, il suo surrealismo plebeo forse unico al mondo. O forse comune a tutti i napoletani.
d.g., «L'Unità», 14 dicembre 1976
Diretto con mano ferma da uno dei nostri registi maggiormente inventivi e poliedrici, Carlo Ludovico Bragaglia, molto attento a cogliere negli anni le variazioni del gusto popolare, sulla base di una sceneggiatura altrettanto solida e ben articolata (Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Alessandro Continenza), Totò le Mokò più che una parodia del film Il bandito della Casbah (Pépé Le Moko, 1937, Julien Duvivier ) appare come una sorta d’ideale continuazione in chiave farsesca e surreale, cavalcando con una certa disinvoltura i temi del paradosso e del nonsense, cari tanto al regista che al principe della risata.
Quest’ ultimo in particolare, al suo tredicesimo film, ormai entrato nelle grazie del pubblico, è lontano da quella svolta verso una comicità più riflessiva, soffusamente chapliniana, calata nel reale, che sarà rappresentata da Guardie e ladri (Steno e Mario Monicelli, ’51) e trasferisce ancora una volta sul grande schermo la maschera già portata al successo in teatro (vedi marsina e bombetta come abbigliamento base), una marionetta estremamente snodabile nel corpo e nel viso, per un’incredibile mimica gestuale e facciale, Pinocchio birbante la cui anarchia dei movimenti trova efficace contraltare in un’altrettanto estrema disinvoltura lessicale, una libertà d’espressione che scardina con irriverenza burlesca ogni forma e logica legata alla comune sintassi, facendosi così beffe di quanti siano portatori di un linguaggio preordinato, spesso in rappresentanza di una determinata classe sociale o dei ranghi di una burocrazia stolidamente assurda, quindi del potere in genere.
Nell’adeguarsi, dopo gli equivoci iniziali (si va avanti, efficacemente, sul piano dell’ironia, per almeno venticinque minuti, giocando su termini quali “banda”, “fughe”, “tromboni”, “piano” “gazza ladra”), alla nuova situazione di bandito esemplare, grazie anche ad un unguento che gli conferisce una forza prodigiosa, Totò ben incarna nella sua arte d’arrangiarsi, adeguandosi alle circostanze, l’uomo del popolo, non ancora “uomo medio”, che lotta con furbizia per soddisfare i bisogni primari, sopravvissuto alle storture e brutture dittatoriali e belliche, affidandosi ora alle proprie forze, ora alla provvidenza per poter continuare a stare al mondo e trovando, forse proprio in virtù di tali sforzi, adeguata ricompensa e soddisfazione finale.
Tra le scene da ricordare, oltre i suddetti equivoci iniziali, l’apertura, con la bellissima Mazurka di Totò, la danza apache, il duello col “risorto” Pépé (Carlo Ninchi), senza tralasciare alcuni calembour, a volte fini a se stessi (“Dove avete intenzione di condurmi a quest’ora?”; “In questura, dal questore”; “E il questore in quest’ora è in questura?”), altre con riferimenti all’attualità (“Qui sono tutti tolleranti. Questa è una Casbah di tolleranza. Con l’aria che tira finirà che la chiuderanno”), semplicemente ironici (“Tutti i giorni nella Casbah… Non sei un tipo casbahlingo”) o chiaramente sfottenti nel mettere in riga chi si concede arie da superiore (“Ma lo vuol capire? Lei è un cretino! Si specchi e si convinca”) .
Grazie alla sua valida costruzione complessiva, il film diverte e suscita risate ancora oggi: se poi siano meglio queste totoate, come all’epoca la critica definiva tali pellicole, in senso dispregiativo, o i lavori più “composti” che verranno in seguito, è questione ancora aperta, per quanto lo scrivente apprezzi in egual misura ambedue, ritenendole espressione di una duttilità nell’estro comico, capace di molteplici sfumature, non comune e difficilmente ripetibile.
Recensione di Antonio Falcone
🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️
I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.
I documenti
Ecco una panoramica dettagliata delle edizioni VHS e DVD di Totò le Mokò, il film del 1949 diretto da Carlo Ludovico Bragaglia e interpretato da Totò.
📼 Edizioni VHS
Durante gli anni '80 e '90, Totò le Mokò è stato distribuito in formato VHS da diverse case editrici:eBay
- Fabbri Video: nell'ambito della collana Il Grande Cinema di Totò, con una copertina rossa e immagini in bianco e nero tratte dal film.
- Univideo: edizione con copertina illustrata, parte della serie Gli Intramontabili.
- Imagine: versione della collana Cineteca, con una copertina che riproduce la locandina originale del film.
- Super Video Productions: edizione con copertina illustrata, distribuita principalmente nel mercato francese.
Queste edizioni erano generalmente prive di contenuti extra, offrendo il film nella sua versione integrale in bianco e nero.
💿 Edizioni DVD
Con l'avvento del formato digitale, Totò le Mokò è stato ripubblicato in DVD da diverse etichette:
- Medusa Video (2004): edizione standard in DVD, parte di una collana dedicata ai film di Totò.
- EBOND Editoriale: edizione distribuita in allegato a pubblicazioni editoriali, con copertina rossa e immagini promozionali del film.
- Collana Commedia Italiana: edizione identificata dal codice Com(I)0013, distribuita da rivenditori specializzati.
Anche queste edizioni DVD non presentano contenuti speciali significativi, offrendo il film restaurato nella sua versione originale.
📺 Disponibilità in streaming
Attualmente (2025), Totò le Mokò è disponibile per l'acquisto o il noleggio su piattaforme di streaming come Amazon Prime Video. Tuttavia, queste versioni digitali non includono contenuti extra o materiali bonus.
La scena in cui Totò impersona «l'uomo banda» nel film «Totò le Mokò» del 1949, verrà riproposta nel film «Mary Poppins» nel 1964, interpretata da Dick Van Dyke.


Il fenomeno del momento: la "danza Apache" («L'Europeo», anno VI, n.11, 12 marzo 1950)
La sceneggiatura a Eduardo De Filippo |
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| Caro Eduardo, mi ha scritto Carlo Ludovico Bragaglia che hai accettato di scrivere il soggetto per il mio prossimo film. Credimi, caro Eduardo, che questo mi ha riempito il cuore per due motivi. Primo perchè sono sicuro che con la tua eccezionale arte ne farai un capolavoro di umorismo; secondo, perchè mi è tanto caro che sia tu a scriverlo. Tuo Antonio |
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La giacca di Antonio Lumaconi |
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Cosa ne pensa il pubblico...

I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com
- Molto sotto la fama (*½ - sbalorditivo il ***½ di Morandini). Scatenata farsaccia che funziona nella parte iniziale, con l'equivoco sulla "banda" e con i doppi sensi a carattere musicale, ma che poi cala vistosissimamente, anche perché, tolto Totò, il cast non funziona granché, neppure Luigi Pavese. Delle donne l'unica a colpire è la popputissima Franca Marzi, qui in veste di barista.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Ti batterai per me?" "Batteròmmi!".
- Tra i migliori film interpretati dal principe De Curtis, diretto da Bragaglia in una commedia degli equivoci che si svolge tra Napoli e un Algeri bene resa dal punto di vista della cartatterizzazione ambientale. Classica commedia degli equivoci dalla sceneggiatura "scoppiettante", specie nella prima parte dove si gioca sull'ambiguità della terminologia musicale. Nella seconda parte il ritmo cala un po'.
- Una delle prime pellicole girate da Totò (all'epoca 51enne), diretto dal regista di fiducia dell'attore (il grande Carlo Ludovico Bragaglia). L'intreccio narrativo è quasi elementare, pur se firmano la sceneggiatura tre penne dorate quali quelle di Sandro Continenza, Furio Scarpelli e Vittorio Metz. Però Antonio Lumaconi è letteralmente esilarante e saprà strappare sorrisi sensa soluzione di continuità (gli effetti della "polverina", il balletto surreale, la sparatoria finale). Notevole la ricostruzione degli ambienti della Casbah algerina.
- Un one-man show di Totò, che con la sua ineguagliabile maschera e gli irresistibili giochi linguistici regge da solo le sorti di una commedia dalla trama ridotta all'osso (un equivoco), rimpolpata con riferimenti parodistici a Il bandito della Casbah e all'episodio biblico di Sansone e Dalila. Al cospetto dello scatenato Principe i comprimari diventano pressoché invisibili; solo le donne oppongono resistenza nelle figure della gelosa Calò e della provocante Canale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò colpito dal maleficio; Il ballo; il duello con la spada; Totò armato, solo contro tutti.
- Scatenata parodia de Il bandito della Casbah (con riferimenti anche a Sansone e Dalila), questo è uno dei film più divertenti del primo Totò, con un fuoco di fila di gag cui dà il via l'equivoco sul significato di "banda". Infatti Lumaconi, vero e proprio "uomo-orchestra", si reca ad Algeri convinto di dirigere una banda musicale ereditata dal lontano parente Pepè Le Moko e si ritrova suo malgrado a capo di una banda criminale. Innumerevoli i giochi di parole e le battute surreali. Un piccolo gioiello di comicità.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il ballo degli apaches; "Siamo uomini o caporali?"; "Il Questore a quest'ora è in questura?" .
- Un vecchio film di Totò, senza tempo, rivisto (per l'ennesima volta) a mezzogiorno di una domenica umida e grigia. La polverosa pellicola porta bene i suoi anni e nonostante molte scene ormai siano impresse nella mia memoria, riesco ancora a sorridere e divertirmi. Agile e dinamico, per gli annni che porta, con quella Casbah dei fuorilegge dove fumo e champagne sorridevano al dopoguerra, nella prospettiva di pace e rinascita, in cui il nostro cinema fece la sua modesta parte. (***)
- Uno dei migliori tra i film del primo periodo di Totò. La trama è semplicissima, tutta imbastita su un equivoco che dà modo al principe di scatenarsi in giochi di parole, macchiette e irresistibili mossette. Si ride molto e anche i personaggi secondari fanno la loro parte (in particolare Pavese e Ninchi). Notevole.
- Un gran bel Totò, negli anni in cui da maschera ancora troppo teatrale si avviava ormai a diventare personaggio comico dotato di personalità e spessore. In questo caso a dare una mano al Principe è l'altrettanto nobile (sua madre era una Visconti) avanguardista Bragaglia, in grado di colorare salacemente questa rispettosa parodia del film di Duvivier, fondata su un fuoco di fila di equivoci musico-criminali e la corrispondenza Napoli-Algeri. Memorabili diverse gag e intonatissimo l'intero coro a supporto del capobanda: squillanti la Canale e la Marzi.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il colpo al Grand Hotel col "disvelamento" della banda; Totò salmodiante nel vicolo; "A te la mala Pasqua!" "Che me frega: è ferragosto"; Il ballo bullo.
- Film a suo modo anche superiore a tanti altri del Principe. Intanto perché è uno dei pochi in cui Totò senza una vera spalla riesce comunque a inanellare gag su gag. E poi perché senza nessuna difficoltà riesce a dare vita a due personaggi diversi senza perdere in verve. Anche qui le scene mitiche si sprecano: il tango, il duello con il vero Lemokò, la prima rapina... Bravo Bragaglia e bella comunque anche la ricostruzione dell'ambiente della casbah.
- I primi venti minuti sono degni del miglior Totò; la serie di equivoci su cui improvvisare è costruita alla perfezione e dà la possibilità al comico di esprimersi al meglio. Poi, lentamente scende di tono per convogliare in un finale che butta troppo sulla baraonda. In tutto il film non mancano i giochi di parole mentre alcune scene surreali permettono alla vena eclettica dell’attore di venir fuori e a Totò di esprimere tutto il repertorio, legato ancora all’esperienza teatrale più che cinematografica. Degna prova corale dei comprimari.
Sgangherata e veloce commedia con un Totò particolarmente in forma e senza freni. Il film parte in modo scoppiettante per poi sgonfiarsi nella seconda parte, e ciò va a inficiare sul risultato finale. Non mancano i giochi di parole e le classiche smorfie di Totò. Bella e brava Franca Marzi e occhio a un giovanissimo Enzo Garinei che praticamente non parla mai.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò lancia la ballerina nel salone.
- Imperdibile per i fanatici dell'originale di cui è la parodia (ovvero Il bandito della Casbah). È qualitativamente disuguale, parte in sordina e finisce così e così ma ha una parte centrale niente male, con gag riuscite e trovate strepitose o almeno gustose (il trattamento che Totò riserva alla ballerina è autentica comicità sadica). Una quasi boiata ma con una sua dignità.
- Uno dei vertici dell’arte clownesca di Totò. Questa parodia scatenata del film francese Il bandito della Casbah offre l’occasione al regista futurista Carlo Ludovico Bragaglia di trasmettere in chiave farsesca al personaggio elettrico di Totò i concetti di moto perpetuo delle forme cinematografiche proprie della sua concezione astratta dell'arte, centrando l'obiettivo. Il film sposa il dinamismo di un balletto sperimentale con l’esagitazione anarchica e pulcinellesca del personaggio di Totò che sottolinea in senso assoluto i suoi tratti anarchici.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Non si conta in questo film il numero degli straordinari e assurdi giochi linguistici di Totò!
- Parodia del celebre "Pepè le moko" di Gabiniana memoria e non solo visto che Sansone e Dalila sono dello stesso anno. Il canovaccio è elementare ma un giovane Totò ci delizia con le sue trovate sceniche da saltimbanco; le sue battute, non più ampollosamente surreali come nei precedenti film, lasciano spazio alla comicità di pancia, senza dimenticare la sua immensa classe. Antonio Lumaconi-Totò, comunque non lascerà mai la sua condizione di morto di fame da generazioni, stereotipo che si ripeterà in quasi tutte le pellicola del principe.
- Divertente commedia in cui Totò si districa tra una sceneggiatura di genere fantastico (il gangster invincibile grazie a una pozione) e la necessità di dover far ridere lo spettatore. Il nostro ci riesce da par suo e come sempre è il vero mattatore che nasconde ogni mancanza. Buono il ritmo, non ci si accorge nemmeno di essere dinanzi a una pellicola datata 1949.
- Un film da vedere per divertirsi, lasciarsi coinvolgere dall'energia incredibile, inesauribile del grande comico. Uno dei miei film preferiti di Totò, una galleria di trovate mimiche e verbali. Una comicità non pensosa, liberatoria, da non sottovalutare. La battutina del questore in questura, poi, ha attraversato la mia vita come un tormentone, specie da quando, tanti anni fa, il vicequestore della mia cittadina mi chiamò al telefono un sabato pomeriggio e non seppi resistere alla tentazione di metterla in pratica.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il «numero» del pazzariello napoletano.
- Prima regola fondamentale da osservare, ogni qualvolta ci si accinge a vedere un film con il grande De Curtis, è quella di non porsi troppe domande sul come e il dove il film sia stato girato. Totò le Mokò non trasgredisce a questa regola: scenografia e sceneggiatura sono da considerarsi assolutamente semplici ed elementari. Detto ciò si deve comunque considerare l'opera assolutamente unica nel suo genere per un Totò in piena forma dal punto di vista della mimica. Uno dei film più gustosi del compianto comico partenopeo.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Alla richiesta di un secondo bacio Totò esclama: "un duplicato"!
- Totò, musicista di strada, si trova a sostituire il parente defunto Pepè Le Mokò, capo della banda di Algeri. L'equivoco giocato sul doppio senso di "banda" consente a Totò di sciorinare all'inizio tutta la sua vis comica: un gran trascinatore! Convince anche la Calò, legnosa la Canale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La donna della banda: "Baciami ancora!" Totò: "Un duplicato?".
La censura

Duplicato del verbale (datato 17 dicembre 1949) della Commissione Revisione Cinematografica datato 15 gennaio 1965
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)
Le incongruenze
- Nei titoli di testa Mario Castellani compare erroneamente come "Renato Castellani".
- Quando Totò è in Italia e suona per i bambini, in alcuni momenti non utilizza alcun strumento eppure la musica continua a sentirsi.
- L'uomo che accompagna Totò verso il postino ha un sigaro in bocca, ma nell'inquadratura dell'apertura della lettera il sigaro è passato sulla mano sinistra.
- Al suo arrivo a casa Mokò, Totò spiega la sua strategia alla "banda". Al cambio di inquadratura gli uomini che gli erano accanto si sono quasi tutti spostati di posto.
- Al Grand Hotel, la banda è impegnata a tirare fuori gli strumenti. Il bandito con il fez in un'inquadratura è abbastanza a destra di Totò, nell'inquadratura successiva è invece a sinistra.
- Totò sfoglia lo spartito e nell'inquadratura da davanti ha la bacchetta nella mano sinistra, mentre è nella mano destra nelle altre inquadrature.
- Durante la sparatoria Totò ha in mano un MP40, con la quale scimmiotta. Si sentono gli spari, che dovrebbe fare, ma si vede benissimo che non è lui che spara.
- Inseguito dalla polizia, Totò si rifugia nella camera di una donna semi-nuda. Nelle prime scene l'asciugamano che indossa per coprirsi e arriva fino alle ginocchia, mentre quando si nasconde pure Totò le arriva ai piedi.
- Quando in casa Totò dice alla banda di avere "terrore, spavento", Castellani in un'inquadratura è seduto, nella successiva è in piedi.
- Uscito il bando di cattura per Totò, alcuni arabi si mettono ad urlare per impedirne l'arresto. I labiali delle persone sono mal sincronizzate con le urla che fanno.
- I componenti della banda si riparano in casa e salgono velocemente le scale. Nell'inquadratura della salita delle scale dal pian terreno Castellani è il quinto della fila, ma nell'inquadratura dal primo piano diventa secondo.
- Al banco del bar "Ali Babà" Totò ordina da bere. In un'inquadratura il braccio sinistro è disteso sul banco, nella successiva è appoggiato solo con il gomito.
- La danzatrice del bar "Ali Babà" canta, eppure poche volte muove la bocca.
- Pepé ritorna facendosi vedere dai suoi nel retrobottega del bar "Ali Babà". In una scena parla con Pavese, poi con uno stacco brusco l'immagine successiva fa vedere che Pepé sta strangolando Pavese.
- La frangia del fez di Totò cambia continuamente posizione.
- La ex fidanzata di Pepé non si capisce dove abbia preso la foto raffigurante Totò, quando questi arrivando nella casbah il giorno prima non si è fatto foto.
- La ex fidanzata di Pepé usa la foto per fargli dolore con gli spilloni e con degli schiaffi. Lo colpisce prima al sedere e dietro la schiena e poi sulla bocca e sulla guancia. Come è possibile colpire tutte queste parti del corpo avendo una foto, mica è tridimensionale.
- Quando Totò si tocca dopo aver ricevuto lo schiaffo - tramite la fotografia, nel primo piano tutte le dita sono sulla guancia, mentre nel campo lungo il mignolo è sul naso.
- Totò e la ricca biondona sono nella stanza di lui e parlano di Napoli. La posizione della mano di lei, che tiene alcuni oggetti, si sposta al cambio d'inquadratura.
- Durante i combattimenti tra Totò e Pepé, Totò fa dei salti e delle acrobazie impressionanti, peccato che si vede benissimo che non è lui. La controfigura che lo sostituisce è palesemente più magro e più alto di lui.
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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

Il Grand Hotel di Algeri dove Antonio Lumaconi (Totò) si presenta con la sua nuova banda ereditata da Pepè Le Mokò e dove scoprirà che questa non è una banda musicale bensì un gruppo di delinquenti è l’ex casinò Paradiso del Mare di Anzio (Roma). Tutte le scene sono state girate nella Sala degli Specchi (la stessa dove Totò, 11 anni più tardi, girerà una scena di Risate di gioia), qui plurisfruttata in base all'inquadratura. Ripresa dal centro del salone verso i balconcini rappresenta la hall dell'albergo algerino mentre ripresa dalla prospettiva opposta è la sala del ricevimento dove Lumaconi scoprirà l’amara verità

La piazza di Napoli dove Antonio Lumaconi (Totò) suona la mazurka all’inizio del film non è affatto a Napoli ma in Piazza della Colonnetta a Isola Farnese (RM) sulla Cassia vicino all'antica città etrusca di Veio!
Totò le Mokò (1949) - Biografie e articoli correlati
Alabiso Daniele
Aldo Palazzeschi su Totò — «Epoca», 9 dicembre 1950 — Dal teatro alla commedia cinematografica, un profilo tra ironia e realtà
Alivernini Umberto
Altoviti Antonio
Berardi Ciro
Bragaglia Carlo Ludovico
Calò Carla
Canale Gianna Maria
Cantalamessa Bruno
Carlo Ludovico Bragaglia: «Totò, una marionetta che ignorava la sua grandezza» – «Il Mattino», 15 aprile 1992 – Totò e la nobiltà interiore
Castellani Mario
Continenza Alessandro (Sandro)
De Filippo Pasquale
Franca Marzi: «quel giorno Totò mi fece la dichiarazione d’amore» – «Corriere d’Informazione», 4 aprile 1973 – Storia e retroscena di un legame artistico
Garinei Enzo (Vincenzo)
Garrone Luigi Antonio
Gianna Maria Canale: «sono stanca di fare la regina»
In TV la rivincita di Totò — «Sorrisi e Canzoni», 25 marzo 1973 – La riscoperta televisiva e il trionfo degli otto film in prima serata
La mazurka di Totò
Marzi Franca (Marsi Francesca)
Meniconi Furio
Metz Vittorio
Migliari Armando
Ninchi Carlo
Pavese Luigi
Polacchi Elio
Rizzo Gianni (Giovanni)
Rovena Marcella
Scarpelli Furio
Supertotò (1980)
Tedeschi Alessandro
Torrigiani Floria (Vanna)
Totò e la parodia nel cinema italiano: elenco ragionato e riferimenti (1937–1967)
Totò e... Carlo Ludovico Bragaglia
Totò e... Furio Scarpelli
Totò e... Luigi Pavese
Totò e... Mario Castellani
Totò e... Sandro Continenza
Totò, l'invenzione e l'improvvisazione
Totò, une anthologie (1978)
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "Totò, un napoletano europeo" (Valentina Ruffin), Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996
- Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- «Cine Sport», 14 febbraio 1949
- G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 23 dicembre 1949
- «Corriere d'Informazione», 23 dicembre 1949
- E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 23 dicembre 1949
- «Il Giornale d'Italia» 23 dicembre 1949
- Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949
- t. cl., «Il Lavoro», Genova, 11 gennaio 1950
- Gino Valori, «Cine Illustrato», Milano, 15 gennaio 1950
- m.g. «La Stampa», 25 gennaio 1950
- l.p. (Leo Pestelli), «Stampa Sera», 25 gennaio 1950
- «Il Biellese», 13 febbraio 1951
- Angelo Solmi, «Oggi», 7 giugno 1951
- «Corriere della Sera», 4 aprile 1973
- «Radiocorriere TV», anno 50, n.14, 1-7 aprile 1973
- d.g., «L'Unità», 14 dicembre 1976



