Approfondimenti e rassegna stampa - Walter Chiari
Walter Chiari, raccolta di articoli di stampa
Walter Chiari – A Milano lo trovarono più divertente di Pietro Nenni – «Settimana Incom Illustrata», 10 marzo 1951 – Satira, politica e spettacolo nell’Italia del dopoguerra
Walter Chiari – Mario Mattoli batte Walter Chiari in due tempi – «Settimo Giorno», 13 dicembre 1951 – Critica e meccanismi della comicità
Walter Chiari – Finalmente Lucia gli ha detto di sì – «Noi donne», 1 febbraio 1952 – Cronaca sentimentale e di costume
Walter Chiari – I coniugi Annichiarico – «L'Europeo», 22 gennaio 1953 – Un caso curioso nel mondo dello spettacolo
Walter Chiari controcorrente – «La Settimana Incom Illustrata», 2 gennaio 1954 – Un attore fuori dagli schemi artistici dello spettacolo italiano
Walter Chiari – «Non risponderò a un matrimonio con un altro matrimonio» – «Tempo», 3 marzo 1955 – Vita sentimentale con Lucia Bosè e spettacolo italiano
Walter Chiari – E così sono diventato Walter Chiari – «L'Europeo», ottobre-novembre 1955 – Origini, carriera e costruzione di un personaggio
Antonella Lualdi — Gli uomini sono sempre mascalzoni — «Epoca», 4 ottobre 1953 — Dietro le quinte del film di Glauco Pellegrini
Walter Chiari – “Selvaggio” ha ammaliato Ava Gardner – «Tempo», 1956– Fascino italiano e mito hollywoodiano
Walter Chiari: «Elsa non è la mia fidanzata» – «Tempo», 1956 – Smentite e cronaca di costume
Walter Chiari e Delia Scala immaginano di essere marito e moglie – «Tempo», 12 luglio 1956 – Gioco mediatico di coppia tra teatro e costume
Walter Chiari – Il misterioso trasloco di Walter Chiari – «Tempo», 23 agosto 1956 – Vita privata e cronaca mondana
Walter Chiari – Travolto dal ciclone Bettina – «Tempo», 25 ottobre 1956 – Passione, gossip e spettacolo italiano
Walter Chiari – Freud in passerella con Delia Scala – «Epoca», 25 novembre 1956 – Ironia colta nello spettacolo italiano
Walter Chiari – Le poesie di Walter Chiari – «Tempo», 31 gennaio 1957 – Un volto intimo tra versi e riflessione
Ridono anche loro: confessioni d'autore - «Settimo Giorno», maggio 1952 - Analisi storica dei comici e della comicità
Walter Chiari un clown del nostro tempo – «Noi donne», 1958 – Ritratto moderno dell’attore comico
Walter Chiari – I signori hanno deplorato la scomparsa delle soubrettine – «Tempo», 22 ottobre 1960 – Mutamenti di gusto nello spettacolo
Walter Chiari – La piccola storia della tromba di Walter Chiari – «Rivista Illustrata», 1960 – Quando un dettaglio diventa racconto
Perché in Italia «questo» cinema comico? – «Rivista del Cinematografo», luglio 1965 – Attori, produttori e crisi della comicità
Walter Chiari a Broadway – «Tempo», 16 settembre 1961 – L’Italia dello spettacolo conquista New York
Walter Chiari – Gioco la carta decisiva della mia carriera – «Tempo», 14 ottobre 1961 – Scelte, rischi e svolta artistica
Walter Chiari – Questa è la vita di Walter Chiari – «Epoca», 11 novembre 1962 – Ritratto umano e professionale di un protagonista
Walter Chiari giocatore svogliato – «Tempo», 17 novembre 1962 – Talento, inquietudine e dispersione
Walter Chiari e Lelio Luttazzi sul successo: un po’ di “polvere” – «Tempo», 6 giugno 1970 – Due protagonisti dello spettacolo davanti ad un caso di cronaca nera
Walter Chiari – Cara Alida, sono il tuo Abate Faria – «Tempo», 6 giugno 1970 – Detenuto senza possibilità di difesa in celle d'isolamento
Luttazzi esplode: «se Walter Chiari mi avesse chiesto almeno scusa» – «Tempo», 19 settembre 1970 – Polemiche e tensioni fra i due amici dopo il caso giudiziario
Walter Chiari: «non mi difendo, accuso» – «Tempo», 24 aprile 1971 – Una presa di posizione pubblica per il rischio un nuovo arresto
Walter Chiari: «lavorando con Rascel ho perduto il sorriso ma ho ritrovato il successo» — «Oggi», 28 novembre 1986 — Il ritorno drammatico con Finale di partita
Il difficile giovedì di Walter Chiari – «Tempo», 1 febbraio 1964 – Cronaca di una giornata complicata
Walter Chiari, raccolta di articoli di stampa
Walter Chiari – A Milano lo trovarono più divertente di Pietro Nenni – «Settimana Incom Illustrata», 10 marzo 1951 – Satira, politica e spettacolo nell’Italia del dopoguerra
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Walter Chiari – I coniugi Annichiarico – «L'Europeo», 22 gennaio 1953 – Un caso curioso nel mondo dello spettacolo
Walter Chiari controcorrente – «La Settimana Incom Illustrata», 2 gennaio 1954 – Un attore fuori dagli schemi artistici dello spettacolo italiano
Walter Chiari – «Non risponderò a un matrimonio con un altro matrimonio» – «Tempo», 3 marzo 1955 – Vita sentimentale con Lucia Bosè e spettacolo italiano
Walter Chiari – E così sono diventato Walter Chiari – «L'Europeo», ottobre-novembre 1955 – Origini, carriera e costruzione di un personaggio
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Walter Chiari – “Selvaggio” ha ammaliato Ava Gardner – «Tempo», 1956– Fascino italiano e mito hollywoodiano
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Walter Chiari e Delia Scala immaginano di essere marito e moglie – «Tempo», 12 luglio 1956 – Gioco mediatico di coppia tra teatro e costume
Walter Chiari – Il misterioso trasloco di Walter Chiari – «Tempo», 23 agosto 1956 – Vita privata e cronaca mondana
Walter Chiari – Travolto dal ciclone Bettina – «Tempo», 25 ottobre 1956 – Passione, gossip e spettacolo italiano
Walter Chiari – Freud in passerella con Delia Scala – «Epoca», 25 novembre 1956 – Ironia colta nello spettacolo italiano
Walter Chiari – Le poesie di Walter Chiari – «Tempo», 31 gennaio 1957 – Un volto intimo tra versi e riflessione
Ridono anche loro: confessioni d'autore - «Settimo Giorno», maggio 1952 - Analisi storica dei comici e della comicità
Walter Chiari un clown del nostro tempo – «Noi donne», 1958 – Ritratto moderno dell’attore comico
Walter Chiari – I signori hanno deplorato la scomparsa delle soubrettine – «Tempo», 22 ottobre 1960 – Mutamenti di gusto nello spettacolo
Walter Chiari – La piccola storia della tromba di Walter Chiari – «Rivista Illustrata», 1960 – Quando un dettaglio diventa racconto
Perché in Italia «questo» cinema comico? – «Rivista del Cinematografo», luglio 1965 – Attori, produttori e crisi della comicità
Walter Chiari a Broadway – «Tempo», 16 settembre 1961 – L’Italia dello spettacolo conquista New York
Walter Chiari – Gioco la carta decisiva della mia carriera – «Tempo», 14 ottobre 1961 – Scelte, rischi e svolta artistica
Walter Chiari – Questa è la vita di Walter Chiari – «Epoca», 11 novembre 1962 – Ritratto umano e professionale di un protagonista
Walter Chiari giocatore svogliato – «Tempo», 17 novembre 1962 – Talento, inquietudine e dispersione
Walter Chiari e Lelio Luttazzi sul successo: un po’ di “polvere” – «Tempo», 6 giugno 1970 – Due protagonisti dello spettacolo davanti ad un caso di cronaca nera
Walter Chiari – Cara Alida, sono il tuo Abate Faria – «Tempo», 6 giugno 1970 – Detenuto senza possibilità di difesa in celle d'isolamento
Luttazzi esplode: «se Walter Chiari mi avesse chiesto almeno scusa» – «Tempo», 19 settembre 1970 – Polemiche e tensioni fra i due amici dopo il caso giudiziario
Walter Chiari: «non mi difendo, accuso» – «Tempo», 24 aprile 1971 – Una presa di posizione pubblica per il rischio un nuovo arresto
Walter Chiari: «lavorando con Rascel ho perduto il sorriso ma ho ritrovato il successo» — «Oggi», 28 novembre 1986 — Il ritorno drammatico con Finale di partita
Il difficile giovedì di Walter Chiari – «Tempo», 1 febbraio 1964 – Cronaca di una giornata complicata
Frammento di cronaca ravvicinato e arguto su Walter Chiari, catturato in un momento di sfrontata ironia nel backstage o durante i preparativi per un evento mondano. Attraverso un fitto scambio di battute dall'andamento teatrale, il noto attore milanese contesta con anticonformismo i rigidi dettami dell'eleganza classica di fronte a un formale invito che prescrive l'abito da sera. Nel rievocare una grottesca trattativa professionale intercorsa con un produttore o regista, il comico mette a nudo i meccanismi estemporanei, precari e talvolta surreali dell'industria cinematografica del tempo, rivendicando il fascino dell'imprevisto e dell'avventura rispetto alla piatta pianificazione dei copioni scritti.
- Il rifiuto del formalismo estetico emerge con evidenza nella descrizione del look esibito dall'attore, il quale si presenta in smoking abbinato a una camicia a righine giallorosse provocatoriamente aperta fino all'ombelico, rigettando categoricamente l'obbligo di indossare la cravatta richiesto dall'invito.
- L'elogio dell'imprevisto professionale viene espresso direttamente da Chiari, il quale dichiara di prediligere le scritture e le parti ricche di avventura e prive di schemi predefiniti, arrivando a paradossare che, piuttosto di piegarsi all'uso della cravatta, sarebbe persino capace di imparare a memoria un ipotetico copione di Totò al Giro d'Italia non ancora redatto.
- Il surreale aneddoto con Pegoraro delinea i contorni di una passata e caotica proposta lavorativa ricevuta a Stresa; alle pressanti domande dell'attore circa il titolo del film, la natura del ruolo (comico o tragico) e la provenienza del "patos" drammatico, l'interlocutore rispondeva con totale approssimazione, promettendo un generico rimborso spese e raccomandando ironicamente di non acquistare il "patos più caro che ci sia sulla piazza".
Sotto il profilo storico e biografico, questo breve frammento d'archivio restituisce con fedele immediatezza la cifra stilistica e l'attitudine esistenziale che hanno reso Walter Chiari una delle maschere più amate e moderne dello spettacolo italiano del secondo dopoguerra. L'evidenza che emerge dal testo documenta la transizione del divismo nazionale verso modelli di comportamento più fluidi, ribelli e disimpegnati, in aperta rottura con il severo e ingessato perbenismo della tradizione borghese precedente. Il gustoso dialogo incentrato sulla compravendita del "patos" drammatico inteso come pura voce di spesa contabile si configura come una preziosa e fulminante satira d'epoca contro le improvvisazioni e le ristrettezze finanziarie del cinema commerciale del dopoguerra, consegnando ai posteri il profilo di un artista totale che ha saputo fare dell'anarchia recitativa, della prontezza di spirito e del rifiuto delle convenzioni il nucleo fondante del proprio intramontabile mito mediatico.
Gianni E. Reif, «Film», 6 novembre 1948
Il profilo giornalistico d'epoca siglato da Casalbore per la rubrica "Ritrattini" traccia un'acuta e penetrante radiografia artistica e psicologica di un giovane Walter Chiari, colto nella fase ascendente della sua affermazione teatrale. Il testo scavalca i convenzionali encomi della cronaca di spettacolo per addentrarsi nelle peculiarità fisiche e recitative dell'attore, mettendone a nudo l'andatura dinoccolata, la loquela tumultuosa e l'originalità di una comicità che rifiuta le strade battute dalla tradizione di genere. Attraverso la descrizione della sua magnetica presenza scenica, l'articolo restituisce la figura di un interprete eccentrico e modernissimo, capace di stregare le platee grazie a un realismo esasperato che si fa satira e a una straripante, quasi febbrile, urgenza espressiva.
- L'inconfondibile iconografia del "Ciuffo" definisce l'aspetto esteriore dell'attore, descritto come un giovane alto e magro dall'andatura dinoccolata, caratterizzato da una perenne ribellione della capigliatura che ignora l'uso di spazzole o pettini e da un viso scavato e pallido, il cui aspetto quasi ascetico viene accentuato dal contrasto con gli abiti scuri che predilige.
- La loquela ininterrotta e febbrile costituisce la sua principale cifra comunicativa sul palcoscenico, caratterizzata da una voce bassa dal timbro dolente e da un profluvio di parole rapido, a tratti difficilmente intelligibile, che dà l'impressione allo spettatore di trovarsi di fronte a un individuo dagli occhi severamente sbarrati nel vuoto, quasi fosse assalito e rincorso da mille pensieri simultanei.
- L'efficacia dell'icasticità narrativa rappresenta il fulcro del suo rapporto con il pubblico; quando si spinge al proscenio per discorrere familiarmente, Chiari non si affida alla classica e geometrica struttura della battuta finale, ma riesce a suscitare l'ilarità della platea grazie alla pura forza evocativa del racconto, rendendo viva ogni singola storiella anche qualora fosse priva di una reale conclusione.
- Lo studio minuzioso della macchietta rivela il rigore tecnico nascosto dietro l'apparente spontaneità, concretizzandosi in caricature nate da un'osservazione attenta del modello reale e animate da guizzi di un umorismo acre, che traduce la facoltà naturale dell'artista di osservare la vita sotto un aspetto esasperatamente realistico, critico e talvolta polemico.
- Il rifiuto della comicità tradizionale emerge nel momento in cui l'attore tenta di infiorare il proprio eloquio con freddure o giochi di parole convenzionali, provocando un immediato calo di tono che fa riaffiorare nel pubblico una temporanea diffidenza, prontamente superata dal travolgente e consueto rincorrersi di gesti e parole.
Sotto il profilo storico e biografico, questa preziosa testimonianza d'archivio fissa con precisione l'istante in cui Walter Chiari (qui ritratto anche in una caricatura che ne enfatizza i tratti somatici) andava definendo una vera e propria "parola nuova" nel panorama della comicità italiana del dopoguerra. L'evidenza che emerge dall'analisi di Casalbore attesta il superamento delle vecchie maschere del varietà tradizionale – fatte di palandrane e storielle infarcite di facili doppi sensi – a favore di un modernissimo teatro della parola e del corpo, in cui la nevrosi urbana e l'anarchia espressiva diventano specchio antropologico dei mutamenti del Paese. Il testo consegna ai posteri il ritratto di un giovane attore dalla non lenta intelligenza, la cui apparente e geniale "follia" recitativa ha scardinato i vecchi codici della risata per imporre un modello di intrattenimento che rimane una pietra miliare nella storia dello spettacolo italiano.
Mario Casalbore, «Film», 23 gennaio 1949
Il ritratto biografico firmato da Enrico Roda offre una penetrante e anticonformista radiografia psicologica di Walter Chiari, descritto come il comico più fortunato del momento, ma intimamente segnato da un temperamento inquieto e malinconico. Dietro la maschera dello showman di successo e i trionfi sul palcoscenico del teatro Mediolanum di Milano, l'articolo svela il profilo di un uomo distaccato dal divismo, refrattario alle lusinghe della notorietà e perennemente diviso tra il desiderio di isolamento e il bisogno irrequieto di superare nuove difficoltà. Attraverso il racconto delle sue umili origini operaie, delle intemperanze giovanili, dei turbolenti trascorsi sentimentali e degli attuali eccessi automobilistici, emerge la figura di un artista totale che vive la scena senza filtri, utilizzando l'improvvisazione e la risata del pubblico come unico vero antidoto contro la propria congenita tristezza.
- L'irrequietezza e il rifiuto del divismo caratterizzano la quotidianità dell'attore, il quale, nonostante detenga la guida della compagnia di maggior successo a Milano, accoglie con freddezza le profferte delle ammiratrici e i biglietti del corpo di ballo, preferendo tornarsene a dormire da solo anziché cedere alle lusinghe mondane o alle facili derive da Don Giovanni.
- Le origini umili e la transizione al teatro delineano una giovinezza vissuta tra le strade di Milano come capo di una banda di quartiere, seguita da una parentesi da pugile nei pesi piuma precocemente interrotta a causa della fragilità delle mani rispetto alla potenza del colpo, e da impieghi come operaio elettrotecnico, lavori vissuti sempre come tappe di un bisogno prepotente di confrontarsi con nuove sfide.
- La natura ribelle e il simbolismo del ciuffo rimontano agli anni del liceo, quando i professori ne lodavano l'intelligenza ma ne criticavano l'ostinazione a non tagliarsi i capelli; quel celebre ciuffo ribelle ricadente sulla fronte assume il valore ideale di un araldico pennacchio alla Cirano di Bergerac, emblema tangibile di un temperamento insottomissibile.
- Le passioni sentimentali distruttive rivelano la sua tendenza a legarsi a donne difficili da conquistare e impossibili da mantenere, come la relazione che lo ridusse sul lastrico fino all'ultimo centesimo prima di chiudersi bruscamente, evidenziando una sotterranea propensione a generare da se stesso la propria infelicità.
- L'anarchia stradale e il disprezzo delle regole si manifestano nelle costose infrazioni automobilistiche, dalle multe per eccesso di velocità fino al clamoroso inseguimento stradale con la polizia stroncato solo dal surreale gesto dell'attore di offrire da bere agli agenti inseguitori per compensare la benzina consumata.
- Il paradosso del comico malinconico si compie nell'intenzione provocatoria di abbandonare le scene per ritirarsi in montagna a fare l'eremita con un cartello per barattare legna con un piatto di minestra, a dimostrazione di come il suo legame con il teatro sia fatto di nulla, nato per caso e sorretto solo dal pubblico che, ridendo, lo alleggerisce del fardello della sua stessa malinconia.
Questo articolo fissa una testimonianza di straordinaria lucidità sulla transizione del costume e dello spettacolo leggero in Italia, cogliendo Walter Chiari nell'atto di ridefinire lo statuto antropologico del comico moderno. La prosa di Roda scardina i cliché della cronaca rosa dell'epoca per restituire ai posteri la caratura di un intellettuale del gesto e della parola, la cui recitazione senza trucco e le cui continue improvvisazioni sul palco non rispondevano a una tecnica accademica, bensì a una viscerale necessità esistenziale di esorcizzare le miserie della realtà. L'evidenza che emerge dal testo fotografa il contrasto insanabile tra l'immagine pubblica di un idolo pop e la vulnerabilità profonda dell'uomo privato, offrendo una chiave di lettura fondamentale per comprendere la successiva evoluzione biografica di un artista che ha fatto dell'indipendenza e dell'anticonformismo le coordinate della sua intera ed eccentrica parabola umana.
Walter Chiari: Comico di successo ma inquieto L'articolo si concentra su Walter Chiari, definito "il comico più fortunato di quest'anno", che sta ottenendo il maggiore successo a Milano. Nonostante la fama, Chiari è descritto come un ragazzo malinconico e inquieto che ride "senza felicità". Assenza di vocazione per il teatro Chiari non ha la vocazione del comico, né forse quella dell'attore, ed è diventato attore "per caso più che per vocazione". Per vincere la noia, improvvisa ogni sera nuove battute.
Enrico Roda, «Oggi», 28 dicembre 1950

La recensione d'epoca curata da Pan per la rubrica "Varietà" documenta il debutto e il dietro le quinte di "Gildo", la nuova rivista teatrale scritta da Amendola e Marchesi che vede Walter Chiari assoluto protagonista sul palcoscenico del teatro Mediolanum. L'articolo tratteggia il profondo legame stilistico e temporale che unisce lo showman milanese alla stagione autunnale della sua città, celebrando la sua definitiva maturazione tecnica che lo ha liberato dalle vecchie scorie dilettantistiche per consacrarlo come la vera rivelazione comica del dopoguerra. Attraverso un'attenta analisi della struttura dello spettacolo, dei testi cuciti su misura e dei complessi parallelismi con i grandi modelli dell'intrattenimento d'oltreoceano, il testo offre una vivace panoramica sulle componenti satiriche, coreografiche e sui frequenti cambi di cast che caratterizzano questa fortunata e bonaria produzione teatrale.
- Il legame viscerale con l'autunno milanese definisce la natura stessa delle riviste di Walter Chiari, produzioni squisitamente stagionali che arrivano puntuali con le prime nebbie cittadine per identificarsi pienamente con la calda e rumorosa cordialità ambrosiana, tra costanti riferimenti al sapore del panettone, alle piccole beghe del Comune e alle accese passioni calcistiche locali.
- La rievocazione degli esordi nel 1943 segna il punto di partenza della sua parabola professionale, legata a un novembre "nero" in cui l'attore debuttò al teatro Olimpia all'interno di una modesta compagnia di varietà diretta da Rubens, un contesto precario in cui al termine degli spettacoli veniva organizzata una colletta d'oro del dilettante per sfamare gli artisti.
- La consacrazione e il successo di "Gildo" traggono origine da un celebre sketch d'esordio in cui Chiari interpretava un giovanotto impacciatissimo e balbuziente davanti al bancone di un bar, incapace di ordinare correttamente un'aranciata e costretto a ripiegare su quattro caffè bollenti prima di riuscire a pronunciare la parola esatta, un numero comico che a distanza di sette anni ha imposto definitivamente il suo nome in ditta.
- I parallelismi con i giganti d'oltreoceano nobilitano la tecnica recitativa dello showman milanese, accostato per il suo dirompente uso del dialetto a monologhisti del calibro della Manara, mentre per la sua caratteristica recitazione a singhiozzo e per l'esasperazione dei tic delle sue macchiette viene paragonato all'americano Danny Kaye, celebre per le sue filastrocche vertiginose che Chiari riadatta sostituendo i compositori russi con i nomi dei calciatori.
- L'evoluzione dello stile cinematografico viene indicata come un fattore cruciale di crescita tecnica, evidenziando come, se nei primi film comici l'attore appariva abbandonato a se stesso, la controllata e rigorosa esperienza vissuta sotto la direzione di Stemmle nella pellicola "Abbiamo vinto" abbia giovato enormemente alla sua attuale raffinatezza sul palcoscenico.
- La satira calcistica e di costume costituisce l'ossatura di "Gildo", una rivista bonaria e priva di polemiche aspre in cui spiccano la dichiarata e accesa fede milanista dell'attore espressa nella parodia dei tre fratelli svedesi Nordahl contro l'Inter, una serie di bizzarre avventure boccaccesche a difesa dei mariti e bozzetti di cronaca nera ispirati alla mania coniugale di uccidere le proprie mogli.
- I mutamenti del cast e l'eccellenza coreografica delineano la complessa macchina produttiva dello show, orfano quest'anno di due nomi di grosso richiamo come Alda Mangini (passata alla compagnia di Dapporto) e Marisa Maresca (in maternità), ma solidamente supportato dal talento di Rosetta Maggio, dall'ottima coppia di ballerini Rioli e Metafuni, dall'avvenente corpo di ballo svedese e dalle applaudite coreografie firmate da Dino Solari.
Questa testimonianza critica del secondo dopoguerra fissa un momento di fondamentale transizione nell'evoluzione del teatro leggero italiano, catturando Walter Chiari nell'istante esatto del suo definitivo affrancamento dal dilettantismo verso lo status di capocomico assoluto. Le evidenze tracciate nel testo documentano l'efficacia della scrittura drammaturgica di Amendola e Marchesi, capaci di confezionare un "vestito su misura" in grado di esaltare la modernità di un attore che fa della fisicità, della nevrosi verbale e dell'improvvisazione controllata i propri punti di forza. Il documento attesta inoltre la centralità della cultura di massa milanese del boom economico, in cui il dibattito sportivo legato al mitico trio svedese del Milan e la satira dei costumi familiari diventavano materia viva per il palcoscenico. Il frammento consegna ai posteri il ritratto di un'epoca felice del varietà, in cui il talento genuino della provincia italiana riusciva a dialogare idealmente con i modelli dello spettacolo internazionale, ridefinendo i codici della risata e del costume nazionale.
Settimanale «Epoca», dicembre 1950 - "Gildo", rivista di Walter Chiari
Lacrime e risate di Walter Chiari
Molti lettori, fra cui Natila S. ed Elena P., Firenze; Silvana Storiano, viale Zara 82, Milano; M. Rota, Milano; Briciola, Genova; ci hanno rivolto domande su Walter Chiari. Quando e dove sia nato, che cosa facesse prima di dedicarsi al teatro, quali siano le sue vere aspirazioni, i suoi progetti per l'avvenire. A queste domande e a tante altre che i esprimono tutte simpatia e interesse per il giovane capocomico, risponde lo stesso Walter Chiari.
Sono nato a Verona nel 1924. Ma la mia vera città è Milano, dove ho trascorso l’infanzia e dove tuttora abito (per quanto lo consenta la mia attività) con i miei genitori. Il quartiere in cui sono vissuto per molti anni è uno dei tanti della grande periferia di Milano. Tra quelle case tutte eguali sono nati i miei sogni. Ho pianto e riso come tutti i ragazzi di questo mondo, sognando a occhi aperti le solite cose fantastiche che popolano il mondo dell’infanzia e della prima giovinezza. Quando avevo tre anni, mio padre pensò 'li fare di me un avvocato. Capita spesso ai padri di ipotecare l'avvenire dei propri figli. Poi gli anni passano e i figli s’incaricano di rovinare tutto. Arriva un giorno - è sempre triste quel giorno - in cui i figli prendono un’altra strada, e il padre in silenzio li sta a guardare. È una vecchia storia, una vecchia storia Patetica come quella che interpreta Paolo Stoppa in «Morte di un commesso viaggiatore».
Io m’incaricai di spezzare i sogni di mio padre a quindici anni. Fu quando m’iscrissi tra i soci di una palestra per pugilato ri dilettanti. Dopo sei mesi conquistavo il titolo di campione lombardo dei pesi piuma. Quel match per me memorabile, perché si concludeva con la mia prima vittoria, rappresentò il primo incontro col pubblico di un uomo che avrebbe dovuto prendere a pugni la vita facendo l’avvocato. Ero orgoglioso del titolo di campione. Ero tanto orgoglioso quanto mio padre era demoralizzato. Poi sopraggiunse la guerra e le cose cambiarono.
Non potrei dire con precisione quando mi venne in mente di recitare. So che partecipai a una delle tante «Ore del dilettante» organizzate dalla Radio Italiana, che allora si chiamava E.I.A.R. Ebbi successo, e decisi fermissimamente di far l’attore. Fu una decisione saggia o no? È difficile rispondere. Dal 1946 (anno in cui esordii come attore comico nella mia prima rivista) a oggi, continuo a rivolgermi questa domanda alla quale non riesco a dare una risposta esatta. Perché se amo il teatro, amo anche scrivere e viaggiare. Vorrei poter scrivere più di un romanzo, e diventare celebre non come attore ma come scrittore. Due anni fa ero in procinto di lasciare il palcoscenico per fare l’inviato speciale di un quotidiano milanese. All’ultimo momento non mi fu possibile annullare il contratto con la Compagnia e tutto rimase come prima. O meglio, le cose cambiarono egualmente per me, almeno in parte. Cominciai a intercalare la rivista al cinema, e feci male. Certi registi fanno le cose in fretta coi risultati che tutti sanno. È umiliante per un attore fare del cinema come l’ho fatto io. Perché, nonostante il mio sogno di scrittore, amo - come ho già detto - il teatro e rispetto profondamente gli attori, tutti gii attori.
Mi piacerebbe, domani, dire qualcosa di più a quel pubblico che mi vuol bene e al quale voglio bene. Impegnarmi nell’interpretazione di un personaggio drammatico, esprimere qualche lato migliore, o per lo meno più umano, di questo Walter Ciliari che pochissimo conosco veramente. Sarà un sogno anche questo?
Walter Chiari, attore e capocomico «Epoca», 1951
I guai di Walter
Walter Chiari? C’è ormai qualcuno che non lo conosca? Basta la riproduzione del suo volto su un cartellone a richiamare nelle sale cinematografiche migliaia di spettatori. Il suo volto dalle mille espressioni, ora buffamente patetico, ora serio, ora raggiante, ora semplicemente buffo, è il più nobile ed espressivo di quanti, fino ad oggi, siano apparsi sullo schermo italiano. I personaggi di Walter, di solito, si trovano nei guai. Sia. Walter, commesso in un negozio di articoli sportivi, sia egli un disoccupato in cerca di lavoro, Walter ha la capacità di tirarsi addosso guai, sempre guai, e con questi riesce a divertirci immensamente. Gli ultimi pasticci nei quali è caduto, costituiscono la trama del film «Vendetta... sarda», prodotto dalla Excelsa Film e distribuito dalla Minerva Film.
«Vendetta... sarda», un titolo che ci fa pensare subito a duelli rusticani, a rivalità, a furibonde gelosie. Immaginiamo Walter in mezzo a tutto questo. L’azione prende inizio da un locale elegante, il «Somarello d’oro», sprovvisto, però, di eleganti clienti: rapidamente, poi. l’azione si sposta a Dente di Canu, un piccolo paese della Sardegna, e tutti i personaggi del film entrano nelle situazioni più pericolose e per il pubblico più divertenti. Pensate, per esempio, a quella che sarà la scena in cui Gualtiero, Mario e Riccardo, i tre eroi del film, dovranno duellare con i feroci fratelli Leoni. All’ultimo momento i nostri amici si accorgono che i fucili dei loro avversari non sparano a salve, come da un’intesa segreta era stato stabilito, ma che sparano autentici e mortali colpi!
Il regista del film, Mario Mattoli, ci promette un buon film; a sua disposizione, per realizzarlo, sono attori ormai pienamente affermati, come Walter Chiari, Mario Riva, Riccardo Billi, Carlo Campanini, Giovanna Pala. Dorian Gray, Alberto Sorrentino, Giorgio Bixio. Anna Maestri, Carlo Croccolo e la bella Franca Marzi.
«Noi donne», anno VII, n.5, 2 febbraio 1952
La cronaca giornalistica d’epoca documenta le movimentate vicende sul set del film Era lei che lo voleva, pellicola diretta da Metz e Marchesi che ha registrato una catena di imprevisti e ritardi senza precedenti nella storia della produzione. Il reportage descrive con taglio ironico le insospettabili traversie vissute dalla troupe cinematografica, costretta prima a fare i conti con l'indomabile compostezza sociale di un canguro ingaggiato per una scena di scompiglio, poi con l'improvvisa furia pugilistica dell'animale stesso e, infine, con la seria malattia e i successivi spostamenti teatrali del protagonista Walter Chiari. Nonostante le enormi fatiche produttive che hanno imposto settimane di fermo e un inseguimento della troupe attraverso diverse città italiane, la lavorazione si è conclusa con esiti eccellenti, promettendo al pubblico due ore di schiette risate.
- L'imprevisto del canguro educato ha segnato l'inizio dei guai sul set cinematografico, dove l'animale scritturato presso il Giardino Zoologico di Roma avrebbe dovuto portare il caos durante la ripresa di una festa di nozze; la bestia, tuttavia, ignorando le esigenze di copione, si è comportata per tre giorni come un perfetto gentleman in mezzo alla folla, scatenando la disperazione e la rabbia dei registi per la sua assoluta mancanza di maleducazione.
- La violenta reazione pugilistica dell'animale è divampata quando l'attore ed ex pugile Enzo Fiermonte, spazientito dalla docilità del marsupiale, gli ha sferrato un pugno sul muso; il canguro ha risposto scatenandosi in stanza con straordinaria agilità e abilità boxistica, sferrando potenti pugni a Fiermonte e ai pugili professionisti Tiberio Mitri ed Egisto Peyre presenti alla scena, costringendo lo stesso Walter Chiari a fare affidamento sulla propria prontezza di riflessi per portare a termine la sequenza.
- La malattia di Walter Chiari e il conseguente blocco di venticinque giorni hanno gettato la produzione in una grave crisi finanziaria e organizzativa proprio quando i ritmi sembravano tornati alla normalità, con i contratti in scadenza e i tecnici gravati da altri impegni professionali.
- L'inseguimento della troupe itinerante si è reso necessario dopo la guarigione dell'attore milanese, il quale si era nel frattempo trasferito con la sua compagnia di riviste prima a Milano e successivamente a Torino; la macchina da presa, i tecnici e le maestranze sono stati costretti a inseguire il comico nelle sue tappe teatrali pur di catturare le ultime scene e dichiarare finalmente concluso il raid produttivo.
- Un cast d'eccezione tra cinema e sport arricchisce questa produzione Excelsa, distribuita dalla Minerva Film, che oltre a Walter Chiari vede la partecipazione di Lucia Bosè, Carlo Campanini, Giuseppe Porelli, Jone Morino, Carmen de Lirio, Belle Tildy, Giovanni d'Anzi, Rolf Tasna e Mario Ruspoli; la trama del film orbita attorno all'inconsueta storia d'amore tra un pugile e una signorina della buona società, giustificando così la presenza nel cast di celebri campioni del ring.
L'articolo offre uno spaccato di straordinaria vivacità sulle modalità produttive e sulle dinamiche del cinema comico italiano dei primi anni Cinquanta. L'evidenza che emerge dalle cronache del tempo documenta il felice connubio tra il mondo del varietà teatrale, incarnato dall'irrequieto e gettonatissimo Walter Chiari, e l'universo dello sport popolare, rappresentato sul set da autentici miti della boxe dell'epoca come Tiberio Mitri ed Enzo Fiermonte. Il resoconto fissa una transizione cruciale in cui la lavorazione cinematografica era costretta ad adattarsi con soluzioni di fortuna ai serrati impegni delle compagnie di rivista itineranti, trasformando il set stesso in un palcoscenico di imprevisti reali e gag spontanee. Il frammento consegna ai posteri il ritratto di un'industria dello spettacolo artigianale e coraggiosa, capace di superare sessanta giorni di fatiche tremende e incidenti paradossali per gettare le basi della grande stagione della commedia nazionale.
«Epoca», 1953 - Walter Chiari e Carlo Campanini
Questo servizio giornalistico, pubblicato sulle pagine del settimanale Noi Donne all'inizio del gennaio 1954, traccia un ritratto intimo, ironico e scanzonato di Walter Chiari, uno dei volti più amati dello spettacolo italiano. Attraverso una cronaca fotografica realizzata direttamente tra le mura domestiche, l'articolo cattura la prorompente verve comica dell'attore, la sua passione per i travestimenti surreali e il profondo legame sentimentale con l'attrice Lucia Bosè. Il pezzo si inserisce nel contesto tipico dei rotocalchi dell'epoca, dove la spensieratezza del divismo cinematografico e teatrale si alternava, nello spazio della stessa pagina, alle dure realtà della cronaca sociale dell'Italia del dopoguerra, come il contestuale reportage sul rientro a casa dei detenuti beneficiari dell'amnistia.
- La satira e il successo della rivista: Il servizio celebra Walter Chiari nel momento di grande popolarità dello spettacolo Controcorrente, in scena al Teatro dei Satiri di Roma, un genere di rivista innovativo basato sull'intelligenza, sul buon gusto e sulla straordinaria capacità d'improvvisazione degli interpreti.
- L'eclettismo e le gag domestiche: L'attore viene immortalato in pose decisamente eccentriche all'interno della propria abitazione, come quando si rifugia nella cuccia del proprio cane per fargli compagnia o quando reinterpreta a modo suo la Primavera di Botticelli con dei fiori tra i capelli e in bocca.
- L'amore per l'antico e il travestimento: La cronaca descrive la singolare abitudine di Chiari di circondarsi di piante, fiori e vasi antichi; il contatto con questi oggetti archeologici scatena in lui l'irresistibile impulso di travestirsi da antico romano, avvolgendosi in candide tuniche.
- Il sodalizio con Lucia Bosè: Nello scorcio finale della pagina, l'attore compare al fianco della celebre attrice Lucia Bosè durante i preparativi del Capodanno, con il testo che la definisce affettuosamente la futura "signora Chiari" mentre tenta di rimediare ai piccoli dispetti domestici del fidanzato con le statuine del presepe.
- Il contrasto editoriale con la realtà sociale: La struttura della pagina evidenzia la convivenza della narrazione leggera dei divi con il reportage d'inchiesta di Liliana Panzarani sulle lacerazioni umane e familiari legate all'amnistia politica e civile di quegli anni, mostrando le due facce di una nazione in transizione.
Le immagini e i testi costituiscono una preziosa testimonianza storico-biografica del costume italiano dei primi anni Cinquanta, un periodo in cui il divismo nasceva e si alimentava attraverso la commistione tra palcoscenico e vita privata. Dal punto di vista biografico, il servizio fissa nel tempo il culmine della celebre e tormentata storia d'amore tra Walter Chiari e Lucia Bosè, una delle coppie più fotografate e seguite dalla stampa rosa prima della loro successiva separazione. Sotto il profilo storico-culturale, il documento riflette fedelmente la linea editoriale delle riviste femminili d'impegno dell'epoca, capaci di attirare il pubblico con il fascino dei grandi nomi dello spettacolo senza rinunciare a fare da specchio alle complesse dinamiche sociali e politiche della ricostruzione italiana.
«Noi donne», anno IX, n.1, 3 gennaio 1954
La cronaca teatrale firmata da R. D. M. offre una disamina acuta e densa sul panorama dello spettacolo leggero milanese durante la vibrante cornice dell'antivigilia di Natale, focalizzandosi sul duello ai botteghini tra la rivista di Walter Chiari al Teatro Nuovo e il nuovo spettacolo di Macario al Teatro Lirico. L’analisi supera la semplice rassegna mondana per addentrarsi nelle dinamiche evolutive della comicità italiana, ponendo a confronto l’esuberanza e il magnetismo contemporaneo di Chiari con la solida, ma ormai cristallizzata, maschera tradizionale di Macario. Attraverso lo studio della messinscena di L'uomo si conquista la domenica, l'articolo rileva le complessità strutturali e i limiti di una drammaturgia teatrale che fatica a sorreggere il talento purissimo del suo capocomico, costretto a muoversi all'interno di una cornice spettacolare che predilige i fasti visivi tradizionali rispetto all'originalità dei testi.
- La concomitanza delle prime teatrali milanesi accende la sfida dell'antivigilia natalizia, vedendo la cittadinanza dividersi tra il debutto di Walter Chiari al Teatro Nuovo con Oh, quante belle figlie, madama Doré... e il ritorno di Erminio Macario al Lirico con la commedia musicale L'uomo si conquista la domenica.
- Il contrasto stilistico tra i due comici orienta le preferenze del pubblico d'élite e delle "prime", inizialmente attratto dalla modernità, dalla mondanità e dal graffiante spirito di contraddizione di Chiari, erede di fortunati successi passati come Controcorrente e I saltimbanchi.
- La natura codificata della maschera di Macario emerge come un'istituzione del teatro di rivista, un'immagine tradizionale basata su una maschera candida, su espressioni mimiche e su un frasario umoristico infantili che hanno fatto epoca, ma che ormai non possono più rinnovarsi, richiedendo testi sempre nuovi e precisi per essere alimentati.
- I limiti del copione di Amendola e Mac vengono evidenziati dal critico, il quale giudica la trama ambientata in Svizzera e incentrata su un contrabbandiere braccato dall'Interpol inferiore per qualità e occasioni comiche rispetto al testo dell'anno precedente, Tutte donne meno io di Scarnicci e Tarabusi.
- La galleria dei travestimenti austeri costituisce la principale risorsa comica dello show, con Macario nei panni di un precettore scozzese alle prese con cinque figlie da maritare e supportato dalla soubrette Flora Lillo, in un gioco di equivoci in cui spicca l'ottima spalla interpretata da Alberto Sorrentino.
- Il ricorso forzato ai doppi sensi viene descritto come una scappatoia a cui il comico torinese si vede costretto, a causa della scarsa efficacia delle battute del copione, per innescare la miccia dell'ilarità in una struttura che per il resto funziona egregiamente sul piano visivo e scenografico.
- Il pregio dei numeri coreografici e del cast di contorno nobilita la produzione tradizionale, segnalando un notevole quadro di danza sul combattimento dei galli interpretato da Johnny Kormendi ed Elena Sedlak, e le efficaci prove di Sandra Mondaini, Pietro Carloni, Giulio Marchetti e delle ballerine delle Danzi.
Questa testimonianza critica fissa un momento cruciale di transizione all'interno dello spettacolo leggero italiano del secondo dopoguerra, catturando il definitivo passaggio di testimone generazionale tra la gloriosa tradizione del varietà classico e le nuove forme della rivista moderna. L'evidenza che emerge dal testo documenta la parabola di Erminio Macario, riconosciuto come il comico più personale e rigoroso del teatro italiano insieme a Totò e Taranto, ma qui colto nella delicata fase in cui la sua storicizzata maschera corporea rischia di rimanere imprigionata in formule drammaturgiche ripetitive. Il documento attesta la straordinaria vitalità culturale di una Milano capace di produrre e consumare simultaneamente spettacoli di altissimo livello artistico, offrendo ai posteri un prezioso spaccato su un'epoca in cui l'eccellenza delle maestranze coreografiche e la presenza di future icone dello spettacolo come Sandra Mondaini riuscivano a compensare le carenze della scrittura testuale, lasciando intatto il fascino monumentale del grande teatro di rivista nazionale.
«Epoca», 1956 - Recensioni riviste di Macario e Walter Chiari
La cronaca teatrale firmata da R. D. M. recensisce con acume la nuova fatica di Metz e Marchesi, Tutto fa Broadway, spettacolo che vede Walter Chiari protagonista assoluto nel solco della consolidata formula scenica "americaneggiante" inaugurata in stagione da Garinei e Giovannini per Gran Baraonda. Il pezzo analizza la struttura di una rivista fastosa e ricca di suggestioni d'oltreoceano, incentrandosi sulla dirompente e modernissima maschera comica di Chiari, appena ristabilitosi dal tifo e accolto dal tripudio dei suoi sostenitori. L'articolo esamina l'efficacia del cast di supporto, delle coreografie e dei numeri musicali, rilevando al contempo una certa ripetitività tematica legata alla parodia dei cliché statunitensi, pur celebrando il trionfo visivo e l'impatto sul pubblico di una macchina spettacolare complessa e ambiziosa.
- L'adozione della formula americaneggiante caratterizza la struttura della rivista di Metz e Marchesi, che fa propri gli ingredienti esotici del genere d'oltre Atlantico tra ballerini di colore, fondali metropolitani ricchi di grattacieli in prospettiva e abbondanti luci colorate ad evocare le féeries notturne delle grandi città statunitensi.
- La comicità anticonformista di Walter Chiari si impone sulla scena subito dopo la guarigione dell'attore dal tifo; lo showman si produce in una parodia storica della rivista dalle origini napoletane al periodo parigino, esibendo la sua tipica retorica della giovinezza dimessa con camicia sbottonata, pantaloni senza piega e una recitazione dinamica e acrobatica prestata dalla mimica dei nevropatici.
- Il fenomeno imitativo nei giovani attesta l'enorme impatto del comico sulle nuove generazioni, al punto che moltissimi giovani negli ambienti universitari di Milano e Roma ne mutuano i gesti e lo stile, valorizzando le sue innate qualità attoriali votate alla macchietta e alla caricatura, anche se il critico ne suggerisce un maggiore autocontrollo su temi ormai abusati come la satira del cinema americano.
- La solidità del cast di supporto garantisce il perfetto funzionamento dello show, grazie alla comicità irresistibile di Carlo Campanini, che esplode sulla scena superando una scorza di apparente timidezza, e alla caratterizzazione tipologica del legnoso e rossiccio Franz Steinberg.
- La componente femminile e coreografica si avvale della disinvolta soubrette Lucy d'Albert, della recitazione in stile castigliano di Carmen De Lirio, della grazia della star francese Belle Tildy e della prorompente presenza di Gilda Marino, il tutto inserito nelle geometrie coreografiche di Gisa Geert e nel dinamismo di ballerini che richiamano lo stile di Katherine Dunham e Harry Feist.
- L'isolamento della jazz band viene evidenziato come l'unico limite strutturale nel finale del primo tempo, laddove i pur bravi ragazzi della Roman New Orleans Jazz Band, inseriti dopo il tradizionale Can-can, non riescono a fondersi appieno con il resto dello spettacolo, rimanendo un elemento a sé stante.
Spaccato critico che documenta una fase cruciale di transizione e di standardizzazione industriale all'interno dello spettacolo leggero italiano nei primi anni Cinquanta. Il testo offre una preziosa testimonianza sulla genesi del divismo giovanile di Walter Chiari, descritto non solo come un acclamato capocomico, ma come un vero e proprio fenomeno di costume antropologico capace di influenzare la moda e il linguaggio dei giovani universitari dell'epoca. L'evidenza dell'avvenuta guarigione dal tifo fissa un preciso snodo biografico dell'attore, mentre i severi confronti con le parallele produzioni di Garinei e Giovannini attestano la nascita di una serrata competizione commerciale interna alla rivista italiana, ormai costretta a rincorrere lo sfarzo e i ritmi del modello di Broadway per intercettare i gusti del pubblico del boom economico. Il frammento restituisce così ai posteri il ritratto di un'era in cui il teatro comico nazionale si internazionalizzava, fondendo le radici della tradizione dialettale con le nuove suggestioni musicali del jazz e della danza d'avanguardia.
Il lancio della pellicola "Gli uomini, che mascalzoni!", diretta da Glauco Pellegrini nel 1953 e prodotta da Rizzoli Film in collaborazione con Francinex, rappresenta un'interessante operazione di rielaborazione dei classici del cinema italiano. Le pagine dei fotoromanzi promozionali dell'epoca, ripartite in puntate, illustrano in dettaglio la trama sentimentale e i tormenti del protagonista Bruno, interpretato da Walter Chiari, diviso tra una vita di espedienti amorosi e la ricerca di un riscatto sentimentale sincero.
- La trama e il gioco delle parti ruotano attorno alla figura di Bruno, un autista di rimesse che si finge un uomo facoltoso per conquistare Mariuccia, una ragazza semplice e onesta interpretata da Antonella Lualdi. Nel frattempo, il protagonista gestisce con disinvoltura relazioni parallele con donne mature e facoltose, come Elsa, o giovani capricciose, come Franca.
- La svolta sentimentale sul lago di Como segna il punto di rottura della maschera di Bruno. Durante una gita romantica intesa come una facile mossa di seduzione, il giovane scopre con angoscia che Mariuccia lo ha sempre saputo umile lavoratore e lo ama per ciò che è realmente, scatenando in lui una profonda crisi di coscienza.
- L'ostacolo della scommessa mette a dura prova la redenzione di Bruno quando il ricco rivale Giorgetto scommette ventimila lire sulla capitolazione di Mariuccia. Nonostante i malintesi e le interferenze delle sue vecchie fiamme, Bruno decide di ripulire la propria vita, affrontando anche il severo giudizio del padre di lei pur di ottenere la sua mano.
- La redenzione e il lieto fine si compiono all'ombra del Duomo di Milano, dove le nubi del passato del reduce si diradano definitivamente lasciando spazio a un amore purificato e a una promessa di matrimonio che unisce i due giovani in un quadro di ritrovata onestà.
Questo adattamento diretto da Glauco Pellegrini costituisce il remake esplicito dell'omonimo capolavoro diretto da Mario Camerini nel 1932 (che rivelò al grande pubblico Vittorio De Sica). Rispetto all'originale d'epoca fascista, la versione del 1953 con Walter Chiari e Antonella Lualdi si adegua ai canoni estetici e narrativi del "neorealismo rosa" degli anni Cinquanta, spostando in parte l'accento sulla psicologia del reduce e sulle accresciute ambizioni di benessere materiale tipiche della ricostruzione post-bellica. La scelta di Walter Chiari, attore popolarissimo e dal fascino scanzonato, si rivela perfetta per incarnare la transizione del personaggio da simpatico "mascalzone" a uomo maturo pronto ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla società e alla famiglia.
«Noi donne», 12 luglio 1953 - Antonella Lualdi e Walter Chiari
Il debutto nelle sale di "Un giorno in pretura", pellicola diretta da Steno e prodotta dal celebre sodalizio tra Carlo Ponti e Dino De Laurentiis, offre lo spunto per un vivido affresco della società italiana dei primi anni Cinquanta. L'articolo, apparso sul settimanale Noi Donne nel gennaio 1954, analizza la struttura a episodi del film, imperniata sulle vicende quotidiane che si consumano nell'aula del pretore Salomone Del Russo, interpretato da Peppino De Filippo. Accanto alla recensione di questa commedia corale, la pagina cinematografica propone uno sguardo critico sulle altre novità della stagione, tra cui la produzione hollywoodiana "Storia di tre amori" e la parodia nostalgica "Cinema d'altri tempi" con Walter Chiari, delineando con precisione i gusti, le tendenze e le contraddizioni del pubblico del secondo dopoguerra.
- Il microcosmo della pretura romana si rivela un palcoscenico ideale per mettere in scena un'umanità variegata e marginale, dove piccoli reati di sussistenza, accuse di adulterio, denunce per oltraggio al pudore e accese rivalità calcistiche tra tifosi di Roma e Lazio si intrecciano sotto l'occhio indulgente del magistrato.
- Un cast di future stelle illumina la pellicola di Steno, che vanta la partecipazione di interpreti straordinari come Silvana Pampanini, una giovanissima Sophia Loren nei panni di una ladra, Leopoldo Trieste e un memorabile Alberto Sordi nel ruolo del bagnante nudista Ferdinando Mericoni.
- La recensione di "Storia di tre amori" esprime forti riserve sulla coerenza narrativa della pellicola americana a episodi con Kirk Douglas e Pier Angeli, pur salvandone il valore formale, le interpretazioni e le spettacolari coreografie dedicate al balletto.
- Il valore di "Cinema d'altri tempi" viene individuato nella sua capacità di rievocare con intelligenza e ironia il cinema muto di inizio secolo, grazie all'affiatamento della coppia di protagonisti formata da Walter Chiari e Lea Padovani.
Questo ritaglio rappresenta una preziosa testimonianza della transizione della commedia italiana verso il neorealismo rosa e la commedia di costume. "Un giorno in pretura" funge da fondamentale trampolino di lancio per personaggi destinati a entrare nel mito collettivo: il Ferdinando Mericoni di Alberto Sordi, qui ancora confinato a un singolo episodio giudiziario, riscuoterà un tale successo da spingere i registi a dedicargli, solo pochi mesi più tardi, l'intero lungometraggio "Un americano a Roma". Attraverso la critica cinematografica dell'epoca emerge chiaramente il ritratto di un'Italia desiderosa di leggerezza ma ancora profondamente legata alle proprie tradizioni, alle passioni popolari e a un profondo senso di umanità, elementi che i registi dell'epoca hanno saputo codificare trasformando la semplice cronaca in grande cinema d'autore.
«Noi donne», anno IX, n.1, 3 gennaio 1954
MACARIO E CHIARI. Nel giro di due sere, a Milano, da una parte Macario e dall'altra Walter Chiari; come dire la stabile tradizione contro l'irrequieta ricérca della novità: un confronto non facile e, nel caso in questione, combattuto poi ad armi impari, poiché il copione di Tutte donne meno io non è nemmeno lontanamente confrontabile con quello dei saltimbanchi. Insomma. Chiari ha corso su una Ferrari e Macario, tutt'al più, su una vecchia Bugatti. Ma non era di una gara che si voleva parlare; piuttosto di un'antitesi che si è presentata, sui due palcoscenici milanesi, nei suoi termini opposti. Macario è la tradizione, una scuola. il remoto ricordo dei guitti di una giovinezza raminga e, alla sua maniera, romantica; Chiari è l'improvvisazione e l'anti-tradizione, un po' di goliardia, qualche scintilla pazza e perciò stesso estrosa, un temperamento-fiume.
Macario è assai più attore di Chiari, nel senso tradizionale della parola; Macario conosce i toni, i sottotoni, le pause; non ha segreti per lui l'arte delle grimacca, la mimica che fa, di una maschera come quella che egli interpreta da anni, un cangiante personaggio teatrale. Chiari non recita ma parla; è sulla scena come nella vita, irruento, polemico, fragoroso e fanciullesco. Macario nella vita è un tranquillo signore in doppio petto che parla con pacata nostalgia degli attori, di prosa, del tempo che fu; la figura di Chiarì si confonde con quelle d'una serie di giovani del nostro tempo, un po’ sovraeccitati, tirati a mille giri, ma che magari s'arrestano di colpo, tac, chi sa perché, una molla s'è rotta o semplicemente hanno trovato una ragazza che li ha portati all'altare; di costoro Chiari interpreta assai bene il linguaggio aspro e insieme barocco, infantile e paradossale. Dunque, per Macario, non c'è niente do fare, ci vuole uno spettacolo costruito secondo le dimensioni normali. Per Chiari va bene lo spettacolo-rivoluzione.
Il fatto è che spettacolo normale non vuol dire la povertà di copione di Tutte donne meno io. Lo spunto, si sa, era ottimo; era una idea che Macario rigirava dentro di sé da parecchio tempo, quella di presentare uno spettacolo in cui l'unico uomo fosse lui e, intorno, tutte donne; un'idea che fa parte anche di quella sua galante funzione di Diogene della passerella, sempre in cerca di belle donnine da lanciare. Ed era un'idea anche quella di mettergli accanto Carla Del Poggio. Soltanto, sia per lui sia per lei. I due autori, Scarnicci e Tarabusi, non hanno trovato i quadri tipici, funzionali; hanno tratto Macario fuori dalla sua maschera di tonto candido e furbo, ma i nuovi personaggi che egli interpreta non sono al centro di situazioni irresistibili, né originali; e reggono solo per il mimetismo intelligente di questo dotatissimo comico, che è riuscito a dare, per esempio, una nota nuova, fatta di astuzia sorniona, a un personaggio secolare come quello del vieux marchcur. Quanto a Carla Del Poggio, dopo la presentazione. Indovinatissima, che cosa le hanno offerto, i due autori? Assai poco, per la verità. E si che, elegante, pepata e nervosa, la Del Poggio ha dimostrato di avere brio, disinvoltura, una certa vocazione persino; di potere, insomma, diventare un'ottima soubrette. Lo spettacolo, dicono, è stato ora rinsanguato e in parte modificato; è stato chiamuto a collaborarvi, dicono, quell'abile cerusico del cosiddetto teatro minore che è Marcello Marchesi. Dunque, una rivista da rivedere e tonti auguri. Non bastano infatti un titolo, delle buone coreografie e le canzoni di Amru Sani, per fare uno spettacolo.
A Walter Chiari, invece, è andata bene. Ed è andata bene perché, dopo la troppo polemica Controcorrente dell'anno scorso, egli ha trovato la giusta misura, la via di mezzo tra spettacolo e contenuto, fra quel po’ d'apparenza che pur cl vuole, e la sostanza comica, che è fondamentale. Cosi, lontano dall'accentuato e un po' duretto e talvolta sgradevole broncio satirico dei Fo-Durano-Parenti e dall'intellettualismo amarognolo dei Gobbi, s'è rifatto, in fondo, a quelle che furon le origini della rivista in Italia, dai tempi di Turlupineide a quelli di Zabum: cioè, molta prosa, molte idee, un certo sprezzo del conformismo, senza tuttavia pestar troppo sui piedi alle platee, ché tanto alle prediche fatte dai quei frivoli pulpiti nessuno cl crede; e un intelligente impiego degli attori del teatro maggiore. Il tutto, entro una cornice da rivista, naturalmente. Cosi, Aroldo Tieri e Liliana Tellini - il primo, forse, un po’ sacrificato - portano allo spettacolo una nota particolare, si concedono all'ironia di se stessi, il che è piuttosto divertente, considerato il fatto che, per esempio, Tieri è uno dei migliori primi attori di cui il teatro italiano possa disporre. E cosi, ugualmente funzionali sono Enzo Turco, Franco Scandurra, Antonella Steni e tutti gli altri, dalla coreografa Gisa Geert ai danzatori Jerome Johnson, Wilbert Bradley e Julie Robinson. E poi c'è lui, Walter. Un Walter finalmente equilibrato, non proprio traboccante. E un testo, c’è, che ha persino qualche pretesa lette raria. Complimenti.
R.D.M., «Epoca», 1954
Chiari-Campanini con Colette Marchand
Tra le quinte del Politeama Rossetti. La nuova compagnia progettata da Walter, per la quale stenderà egli stesso il copione
Se nella rivista, in campo femminile, esiste ancora una Wanda Osiris che tutti ormai conoscono come la Wandissima, il teatro può oggi annoverare tra le sue file anche un Walter Chiari che ben a ragione i più incominciano già a chiamarlo il Walterissimo. Questo fanciullo prodigio cui tutto è consentito, gode di una popolarità alla quale pochi dei comici italiani sono finora arrivati ed il segreto di tanto successo sta nella semplicità dei suoi modi ed a volte anche del suo parlare in ogni momento della vita. A vederlo mentre lavora sulla scena potrebbe anche sembrare che il Chiari usi atteggiamenti e toni di voce solo ed in rapporto con il copione che deve recitare. Invece... Sì, proprio così. Fuori del teatro egli cambia poco se non addirittura niente. E' fatto così in quanto sente l’influenza degli astri ed ha bisogno di averne sempre vicino qualcuno che lo tenga a bada, sennò straripa.
Walter è un caro ragazzone al quale si possono anche perdonare certe stranezze e come attore, a mano a mano che il tempo passa, diventa sempre più completo. Di lui, recentemente, Orio Vergani ebbe a scrivere che potrebbe anche essere un nuovo «Cimara in montgomery» e la definizione è azzeccata in pieno. Forse come ingegnere, perchè tale lo volevano i suoi genitori, non avrebbe avuto successo e forse come atleta, perchè una promessa egli si considerava da ragazzo, avrebbe fatto fiasco. Nella sua vita vi è stata, ad un certo punto, la svolta decisiva. Accadde una sera, a Milano, durante una rivista alla quale egli intervenne fra i tanti ed anonimi spettatori.
Il presentatore, quel giorno, ebbe bisogno di qualche persona presente in sala per dei giochetti oggi tanto in voga sui palcoscenici e negli spettacoli della radio. Un amico del Chiari, incoraggiandolo, lo spinse avanti ed egli, per la prima volta, presentandosi al pubblico, ottenne l’inaspettato successo.
Son passati degli anni ed in questo tempo molti sono stati anche i film interpretati, primo fra i quali «Vanità», poi «Totò al Giro d’Italia», «Quel fantasma di mio marito» e tanti altri ancora. Se avesse continuato a sostenere ruoli come quello di «Vanità» oggi avremmo un attore drammatico sul tipo di Daniel Gelin ma il pubblico pretende che al cinema Chiari continui a fare le smorfie della rivista. La rivi-
sta. Ecco questa è la grande sposa alla quale egli dedica con passione tutte le sue risorse. Ma della rivista Walter Chiari non vuol essere ora soltanto il comico ma anche l’autore e dato il fatto che un tempo buttava giù racconti e poesiole ha ripreso in mano la penna mettendosi a stendere i copioni che scrive su misura, cioè secondo quelle che sono le sue più spiccate attitudini. Ed in quei copioni sa rispettare il dialogo, le buone battute, le scenette paradossali.
Ieri sera, nel suo camerino, al Politeama Rossetti, gli abbiamo chiesto i suoi progetti. Ed ecco la risposta: il prossimo anno ritornerà a Trieste presentando, scritta naturalmente da lui, una rivista nella quale conta di poter aver ri-confermata la prestazione del Tieri con in più, nuovamente al suo fianco, Carlo Campanini e l'attrice francese Colette Marchand che ammirammo nel film «Moulin Rouge». Inoltre, risposando la vecchia formula, s’attornierà di un grande balletto di belle ragazze ch'egli stesso sceglierà andandosele a scritturare a Londra. Per quanto concerne invece il cinema, la radio e la televisione, Walter Chiari deciderà non appena rientrato a Roma.
SIM, «Il Piccolo di Trieste», 17 maggio 1955
Il reportage d'attualità d'epoca offre un ritratto intimo e inedito di Walter Chiari, cogliendo il popolare attore del cinema e della rivista lontano dalle luci dei riflettori, immerso nella quiete del suo rifugio sul lago di Como. L'articolo solleva il velo sulla dimensione privata dello showman, descritto come un trentaduenne dal temperamento malinconico e sentimentale che rifugge il caos cittadino per rigenerarsi a stretto contatto con la natura e gli animali. Attraverso la descrizione della sua quotidianità bucolica e delle sue passioni sportive e letterarie, il servizio mette in luce il profondo contrasto tra la debordante esuberanza esibita sui palcoscenici del varietà e l'intima, solitaria necessità di isolamento e semplicità dell'uomo.
- Il rifugio rustico a Cernobbio costituisce l'epicentro del riposo del comico, che trascorre i suoi rari momenti di libertà in un minuscolo "chalet" situato nel parco di "Villa Erba", una residenza estiva realizzata in tempo di guerra e concessagli in prestito da Donna Uberta Visconti di Modrone, moglie del produttore Avanzo.
- La routine agreste e l'ispirazione scandiscono le giornate dell'artista a contatto con l'aria aperta e con alcune caprette nane; Chiari si dedica a faticosi lavori di campagna come tagliare la legna, falciare l'erba, zappare l'orto e andare a caccia o a pesca, attività salubri che l'attore dichiara essere la sua principale fonte di ispirazione per le scene e le battute dei suoi copioni.
- La vocazione letteraria e malinconica emerge tra le mura dello chalet, dove l'attore ama leggere molto e scrivere poesie e racconti dal tono triste o angoscioso, confessando il desiderio di vivere di soli prodotti della terra e accarezzando la provocatoria idea di ritirarsi per sempre in montagna a fare l'eremita.
- Le passioni per i motori e per gli animali si manifestano da un lato nella predilezione per le vetture "sport" con cui compie viaggi a velocità temerarie, e dall'altro nell'affetto per un asinello ribattezzato "Walter Ciuccio"; l'animale, salvato dal macello dal comico stesso e donato a Donna Uberta, vive libero nel parco e segue fedelmente l'attore insieme a una scimmia e a quattordici cani.
- I progetti per la rivista dei Moschettieri vengono elaborati all'interno della camera da letto dello chalet, arredata con mobili antichi, quadri e suppellettili di pregio; qui l'attore scrive interamente la sua prossima produzione teatrale ispirata ai "Tre moschettieri", per la quale ha già scritturato Carlo Campanini, Franco Scandurra e la celebre danzatrice francese Colette Marchand.
- Il solido passato atletico e la biografia rimontano alla nascita a Verona nel 1923 e alla giovinezza a Milano, dove subito dopo la guerra iniziò a recitare nell'avanspettacolo, forte anche di un eccellente trascorso sportivo che lo vide a diciassette anni campione lombardo di pugilato nei pesi piuma, ottimo corridore nei 400 metri e trionfatore nei campionati G.I.L. di nuoto del 1940.
Un momento di transizione fondamentale nell'evoluzione del divismo italiano del secondo dopoguerra, svelando la nascita della moderna figura dell'antidivo. La cronaca giornalistica scardina lo stereotipo del comico fatuo e disimpegnato per restituire la complessità antropologica di un artista totale, la cui apparente "follia" recitativa ed estemporanea sul palcoscenico si rivela essere il controcanto di una profonda e solitaria inquietudine esistenziale. Le evidenze sulle sue straordinarie doti atletiche e sulla sua appartata attività di scrittore d'avanguardia illuminano la poliedricità di Walter Chiari, consegnando alla storia dello spettacolo il ritratto di un intellettuale del gesto e della parola che ha saputo utilizzare il rigore della natura e il dialettico isolamento della provincia come formidabili officine creative per rivoluzionare i codici della risata nazionale.
Chiari trascorre i suoi rari momenti di riposo in un rustico "chalet" a Cernobbio (Como), vicino al lago di Como. La piccola costruzione è di proprietà di Donna Uberta Visconti di Modrone, moglie del produttore cinematografico Avanzo, che l'ha prestata a Chiari. Chiari ama la vita in campagna, all'aria aperta, e trascorre le giornate pescando, cacciando, falciando l'erba e spaccando la legna. Sostiene che questa vita salubre gli ispiri scene e battute per i suoi copioni. Vorrebbe passare lì tutta la vita, dedicandosi anche alla pesca subacquea, alla caccia alle polane e all'agricoltura. L'abitazione è molto confortevole e arredata con mobili e oggetti antichi di pregio.
32 domande a Walter Chiari
Walter Chiari è nato a Verona nel 1924, da genitori pugliesi che si trasferirono presto a Milano. Trascorse l’infanzia fra le palestre sportive e le "bande” di quartiere. E’ giunto al teatro dagli spettacoli goliardici. La sua prima rivista, con Marisa Maresca (”Se mi bacia Lola”) è del 1946. Seguono, fra le più importanti, "Gildo”, "Controcorrente”, "Simpatia”. Ultima, attualmente sulle scene italiane: "Oh quante belle figlie Madama Dorè” a fianco della Marchand e Campanini. Tra i suoi film: "O. K. Nerone”, ”L’inafferraMle dodici", "Bellissima”. La sua vita trascorre tra Milano e Roma.
Domanda. - Qual è nella vita la cosa che la spaventa di più?
Risposta. - Morire mentre sono in vita.
D. - E nella sua professione?
R. - Morire mentre sto recitando. E magari cascare proprio sulla grancassa e, morente, udire il giovane critico colto che mormora a un vicino: "L’ha già fatto Charlie Chaplin in Luci della Ribalta”.
D. - A che cosa attribuisce principalmente il suo successo?
R. - Ai genitori non dispiace che io piaccia ai loro figlioli. Forse perchè mi si giudica un comico discretamente intelligente e quasi mai volgare. E poi è importante far ridere la gente di qualcosa di diverso dagli insuccessi altrui.
D. - Qual è l'Istituzione più importante d’Italia?
R. - Quando è ammalato e temiamo per lui, ci accorgiamo che è il Papa, ma quando il Papa sta bene, e sta male la Lollo crediamo sia la Loren.
D. - A New Orleans un tale è stato arrestato mentre si disponeva a impalmare la sua quattordicesima moglie. Interrogato per quale motivo avesse trascurato di inoltrare successivamente le domande per ottenere i rispettivi divorzi, si è difeso dicendo: "me ne ero dimenticato”.
Nelle identiche condizioni come si sarebbe difeso lei?
R. - Dicendo: "in fondo le amavo ancora; non potevo staccarmi del tutto".
D. - Se un nuovo incendio dovesse distruggere Roma, da che parte e in base a quale criterio suggerirebbe di ricostruirla?
R. - Come prima: da ingegneri e architetti tedeschi, con maestranze formate da napoletani. Si potrebbe contare sul risultato di una fedele ricostruzione nella quale siano evidenti i segni di una geniale incompiutezza dovuta a una fantasiosa pigrizia.
D. - Subito dopo la fine della guerra un illustre attore, Orson Welles, seminò il panico a Chicago annunciando alla radio che i Marziani stavano invadendo la città. Si verificarono incendi e perfino suicidi. Se lo stesso annunzio venisse ripetuto in modo che lei non avesse motivo di dubitarne quale sarebbe la sua reazione?
R - Dipende. Se il fatto mi coglierà a Milano andrò alla RAI e in trasmissione comunicherò che è stato un mio scherzo per imitare Orson Welles. Avrò evitato cosi il panico. Se sarò a Roma dirò come tutti: "e chi se ne frega, ce avemo ex Vaticano". Se infine sarò a Napoli mi procurerò documenti apocrifi comprovanti "avere to occultato e protetto un Marziano durante il periodo dei dischi clandestini".
D. - Sarebbe capace di sposare una donna poverissima?
R. - Tutte le donne sono poverissime quando puntano su un onest'uomo.
D. - Alla moglie di un suo produttore lei deve mandare una lettera di condoglianze per ii decesso del suo cane. Come la comincerebbe?
R. - Cara signora, questa moria che ha cominciato a decimarci... ecc... ecc...
D. - A quale età e occasione ritiene di aver lasciato l’infanzia?
R. - Non l'ho ancora lasciata. Ne ho semplicemente diminuito il tasso per lasciar posto all'infantilismo sopraggiungente.
D. - Dovendo raccontare una favola a un bambino, quale sceglierebbe?
R. - La storia di Gesù Cristo, omettendogli la morte e dicendogli che probabilmente un bel giorno lascerà Eboli e riprenderà il suo cammino.
D. - Nei giochi infantili, quale parte le piaceva riserbare per sè?
R. - Quella di chi moriva sei, sette volte e poi tornava a casa con una gran fame.
D. - In quale occasione (nella vita, naturalmente) sente di essere meno se stesso, ossia in obbligo di recitare una parte?
R. - Quando recito e non ne ho voglia.
D. - Dispone un piano alla sua recitazione o si lascia sovente trasportare dal suo istinto pur sapendo che a un dato momento potrebbe rimpiangere di essersi così comportato?
R. - Predispongo sempre dei piani che poi l'istinto distrugge o modifica. E senza rimpianti.
D. - Preferisce essere amato, ammirato oppure indifferente? In altre parole, in quale conto tiene l’opinione altrui?
R. - Dovesse costarmi il manicomio le confesso che, stranamente, mi fa maledettamente piacere sentir parlare bene di me, e mi secca invece il contrario. Seriamente aggiungerò che tutto dipende da chi parla di me.
D. - Per quale ragione i matrimoni fra attori sono solitamente infelici?
R. - Perchè nel film della loro vita c’è sempre qualche attore secondario che approfitta dei momenti di distrazione per giocare un attimo la parte del primo attore.
D. - Qual è l’azione che le ha lasciato maggior rimorso?
R. - L'aver dato a uno scocciatore quattro poltronissime in prima fila, datandole per il giorno dopo la fine delle recite.
D. - Quale reazione le suscita rincontro fortuito con un suo compagno di lavoro cui la fortuna non ha arriso?
R. - Gli racconterei gli enormi guai che procura la notorietà dimostrando genuina invidia per la sua, sia pur malinconica, tranquillità.
D. - In quale misura, secondo lei, la fortuna incide nel successo di un individuo?
R. - Nella misura che serve a colmare il disavanzo tra i meriti effettivi e il successo di cui si gode.
D. - La decisione ultima se lei sia meritevole del purgatorio oppure dell’inferno viene affidata a una buona azione che sta in lei compiere tornando per un breve periodo su questa terra. Che cosa farebbe?
R. - Prenderei il posto di un condannato a morte che io sapessi innocente.
D. - In una società pianificata quale funzione vorrebbe esercitare?
R. - Il nichilista.
D. - Riconosciutane la necessità, quale slogan pubblicitario impiegherebbe per propagandare la virtù?
R. - «Figlioli, sei giorni di virtù alla settimana e il peccato sarà il vostro week-end».
D. - Ospite di uno dei suoi amici viene fatto oggetto di una profferta amorosa dalla di lui moglie, bella affascinante e trascurata. Accetterebbe l’invito? Se no in qual modo si schermirebbe per non offendere la sua suscettibilità?
R. - Con la bocca vicinissima alla sua, le direi che accetto, che l’amo e che l’ho sempre desiderata. Dopo però aver masticato aglio e bevuta acqua vecchia, di fiori appassiti, per un giorno.
D. - Quale colpa si sente più disposto a perdonare a una donna?
R. - L’essere divenuta madre durante un’avventura galante. Gli attimi non si possono controllare.
D. - Deciso a prendere commiato da una donna, con quali mezzi e in quali termini glie lo farebbe sapere?
R. - Metterei il calendario al polso e guardandolo direi: «beh, ho fatto tardi. E’ ora che vada». Una spronata, uno sfaglio e via, nel Nuovo. (Teatro sito in Milano).
D. - Ci sono cinque minuti della sua vita che non vorrebbe rivivere, come si suol dire, «per tutto l’oro del mondo»?
R. - Sì. Tutti quei cinque minuti durante i quali non è successo nulla. (E scusate le arie che si dà questa risposta. E’ un po’ colpa della domanda).
D. - Esiste un personaggio che ha sempre desiderato e mai potuto interpretare?
R. - Dio che bello rispondere «me stesso». E invece no! Fino a quindici anni fa era San-dokan. Ora che sono un uomo serio, che ha sofferto, Buffalo Bill.
D. - Se le rimanesse mezz’ora di vita che cosa farebbe?
R. - Con un aquilone in mano, gli occhi al cielo, me ne andrei verso un burrone che distasse mezz’ora di cammino.
D. - Nel corso della sua carriera, qual è stato l’omaggio che le è riuscito più particolarmente gradito?
R. - Alla mia prima venuta a Roma. Un telegramma di Aldo Fabrizi l’indomani del mio debutto, con su scritto: «bravo, bravo, bravo». Mi fece piacere!
D. - Qual è, secondo lei, la differenza fra Roma e Milano?
R. - A Roma Giulio Cesare sembra sia morto l’altro ieri lì all’angolo. A Milano il nome di Radetzky sembra uscito dalle favole lontanissime di Lao-Tze. Morale: il sole conserva la storia, la nebbia e l’industria la uccidono.
D. - Se le fosse concesso un atto di potenza assoluta, come lo esplicherebbe?
R. - In nessun modo. Prenderei severamente e con sospetto chi me lo offre, poi chiamerei il buon Dio e direi: «Signore, ha perduto qualcosa».
D. - Quali colpe errori ‘debolezze umane suscitano in lei maggiore indulgenza?
R. - Quelle delle persone forti. I loro rimorsi sono maggiori.
Fra le risposte che ho avute finora, nel corso di queste interviste, quelle di Walter Chiari mi appaiono come le più difficili. 5Jon parlo della loro interpretazione letterale, ma della difficoltà di interpretare attraverso queste ultime il personaggio che le ha date. Il termine "personaggio” può forse essere d’aiuto: una delle risposte alle mie domande, che fondamentale è la seguente: «quando sto recitando e non ne ho voglia», in relazione alla domanda: in quale occasione «sente di essere meno se stesso». Il che significa che il più popolare dei comici italiani non recita mai, nemmeno quando è sul palcoscenico, nemmeno quando sembra, come nelle risposte alle mie domande che faccia sfoggio delle sue migliori boutades. Se, nella vita, per assurdo egli venisse veramente a trovarsi nelle condizioni che solo per gioco, per studiare la sua personalità gli ho proposto, l’attore risponderebbe e perfino si comporterebbe nel modo da lui descritto. Per lui dunque la vita è un palcoscenico, ma un palcoscenico sul quale egli non recita: vive. In questo sta la sua sincerità, il segreto stesso del successo. Alla domanda «a quale età ha lasciato l’infanzia», risponde, beninteso, che non l’ha ancora lasciata ma vi fa seguire «ina annotazione maliziosa: c ne ho diminuito il tasso per far posto all’infantilismo sopraggiungente». In tale modo egli invalida la sua affermazione, scoprendo quale sia la miracolosa "lampada di Aladino’ di cui dispone: l'essersi accorto che gli uomini "seri” sono più infantili e meno "seri” di coloro che non si considerano tali.
Enrico Roda, «Tempo», 1956
Questo ampio resoconto giornalistico, firmato da Giuseppe Tabasso, delinea un ritratto ravvicinato ed elettrizzante di Walter Chiari nel momento del suo trionfale sbarco televisivo con la trasmissione Il teatrino di Walter Chiari, andata in onda in successione al celebre Mattatore di Vittorio Gassman. L'articolo penetra sia nei retroscena degli studi di via Teulada — dove l'attore diffondeva una costante e produttiva agitazione tra dirigenti, maestranze e registi a causa delle sue repentine improvvisazioni fuori copione — sia nell'intimità del suo rifugio romano a Monte Mario. Attraverso un fitto colloquio e le confidenze del suo segretario Renato Stazzonelli, emerge la complessa costellazione esistenziale di uno showman straordinariamente generoso, diviso tra un clamoroso successo di massa, i pettegolezzi internazionali legati alle sue frequentazioni con dive del calibro di Ava Gardner e Anita Ekberg, e una sotterranea, enigmatica inquietudine sentimentale.
- L'anarchia recitativa e il panico dei dirigenti TV costituiscono il tratto distintivo delle sue apparizioni sul piccolo schermo, dove l'attore si rivela un entusiasta ma imprevedibile utente del mezzo radiotelevisivo, capace di mandare all'aria i rigidi piani di produzione per improvvisare scenette estemporanee con i cameraman o per abbandonarsi a fulminanti battute in dialetto pugliese che lasciavano i registi nell'impossibilità di mantenere il controllo della trasmissione.
- La poetica dell'antispettacolo e l'anti-Gassman definiscono la linea estetica del suo nuovo show settimanale; a differenza dell'impostazione prettamente teatrale, intellettuale e rigorosa espressa da Vittorio Gassman nel precedente ciclo, Chiari rivendica per sé la formula del "Mattatore della risata", un'ora e dieci minuti di spettacolo puramente ricreativo e privo di paludamenti culturali, volto esclusivamente a divertire la vasta platea nazionale senza l'ambizione di impartire lezioni.
- I retroscena privati nel rifugio di Monte Mario svelano la dimensione caotica e fanciullesca in cui vive l'attore, il cui appartamento romano è costellato di fogli sparsi ricchi di appunti, scarpe depositate sotto i tavoli, decine di pullover sul divano e una catasta di custodie per trombe accanto a un pianoforte da studio con i tasti numerati in inchiostro rosso dal comico medesimo.
- I flirt internazionali e le amicizie femminili alimentano le cronache mondane del tempo, a partire dalla celebre relazione con Ava Gardner — che gli ha fatto dono di una preziosa tromba che l'attore tenta instancabilmente di suonare — fino alle recenti e smentite indiscrezioni riguardanti la diva svedese Anita Ekberg, vicende che Chiari liquida con ironia rivendicando il diritto a normali rapporti di amicizia e di lavoro con le proprie coetanee e colleghe.
- La dicotomia geografica ed esistenziale ne frammenta la quotidianità tra Milano, dove risiede con i genitori che sognano per lui un matrimonio borghese e una vita ordinata, e la capitale, dove l'attore consuma le sue giornate in un moto perpetuo a causa dei serrati impegni professionali, costringendo il suo segretario Renato a gestirne i continui e improvvisi spostamenti.
La transizione della televisione di Stato italiana verso formule di intrattenimento moderne, capaci di scardinare il severo monopolio della cultura accademica a favore di una comicità viscerale e squisitamente pop. Le evidenze raccolte da Tabasso restituiscono la caratura di un Walter Chiari all'apice del proprio magnetismo mediatico, catturato nella sua duplice natura di eterno "ragazzaccio" scatenato sulla scena e di uomo privato insoddisfatto e inafferrabile, la cui ostinata attrazione per donne altrettanto complesse ne rifletteva l'intima e malinconica unicità. La stretta collaborazione in studio con il maestro Bruno Canfora per la cura della parte musicale attesta inoltre l'alto livello qualitativo e artigianale delle maestranze coinvolte, consegnando ai posteri il ritratto di un artista totale che ha saputo fare dell'anarchia espressiva e del rifiuto del copione scritto la chiave di volta per la nascita della moderna figura dello showman radiotelevisivo nazionale.
I dirigenti delle TV vivono ore di continua agitazione quando Welter recita davanti alle telecamere. Le sue stravaganze sono imprevedibili: sarebbe capace di piantare in asso una trasmissione per prendere il primo aereo che gli capita, oppure di improvvisare una scenette "fuori copione" con i cameramen e gli operai addetti ai riflettori.
Giuseppe Tabasso, «Sorrisi e Canzoni», anno VIII, n.18, 3 maggio 1959
Chiari e Tognazzi romani de Roma
Il reportage giornalistico d'epoca documenta la collaborazione artistica tra Ugo Tognazzi e Walter Chiari, uniti sul set per interpretare la pellicola comica I baccanali di Tiberio. Ambientato nell'antica Roma ai tempi dell'imperatore Tiberio, il film si configura come uno spassoso viaggio narrativo che valorizza la grande vena umoristica dei due popolari attori, impegnati a muoversi tra intrighi di corte, fastose orgie e comiche peripezie per salvare la pelle. La produzione, diretta da Giorgio Simonelli e girata a colori con sistema panoramico, affianca alla coppia di protagonisti una fastosa cornice di attori e memorabili numeri coreografici guidati dalla star internazionale Abbe Lane, offrendo una parodia storica di grande impatto visivo e ricca di trovate mimiche irresistibili.
- Il sodalizio artistico tra i due comici vede Ugo Tognazzi e Walter Chiari unire le proprie forze recitative per dare vita a una carrellata di trovate mimiche e storpiature farsesche, attualizzando le celebri macchiette "romanizzate" dei Fratelli De Rege e di Gregorio il Gregario.
- La trama tra intrighi e gladiatori orbita attorno ai due malcapitati protagonisti che, capitati loro malgrado alla corte dell'Imperatore Tiberio, vengono scambiati per spie e costretti a indossare la divisa militare e persino a battersi nell'arena come gladiatori, dovendo escogitare mille astuzie per sopravvivere.
- Il ruolo seducente di Abbe Lane nei panni di Cinthya, prima ballerina e figlia naturale dell'Imperatore, arricchisce la pellicola insieme al suo corpo di ballo attraverso movenze voluttuose e danze rituali destinate a trasformarsi presto in un indiavolato Cha-cha-cha sotto gli occhi allibiti della corte.
- I nuovi guai legati alla danza e all'irrefrenabile passione per il ballo creano ulteriori complicazioni e grosse complicazioni nella narrazione, giustificando ampiamente la pericolosa intraprendenza dei personaggi interpretati da Walter e Ugo all'interno dei baccanali imperiali.
- La minaccia del pretoriano Tiberio Murgia introduce un ulteriore elemento di ostacolo nello sviluppo scenico, con l'attore sardo nelle vesti di un severo "agente" pretoriano pronto a dare del filo da torcere alla coppia di finti soldati.
- Un ricco cast di supporto impreziosisce questa fastosa produzione targata Emo Bistolfi, che oltre ai protagonisti vede la partecipazione di rinomati interpreti del cinema italiano come Tino Buazzelli, Aroldo Tieri, Luciano Salce, Mara Berni, Anny Gorassini, Olimpia Cavalli e Luigi Pavese.
Testimonianza di grande rilievo sulla radiosa stagione della parodia storica nel cinema italiano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. L'evidenza che emerge dal testo attesta l'evoluzione e la straordinaria duttilità artistica di Walter Chiari e Ugo Tognazzi, capaci di rielaborare la grande tradizione del varietà e dell'avanspettacolo italiano all'interno di una moderna e ricca produzione cinematografica a colori e in formato panoramico. Il connubio tra la comicità dialettale e la dirompente presenza musicale di un'icona esotica del pop come Abbe Lane riflette in modo speculare i mutamenti dei gusti e dei consumi del pubblico del boom economico. La recensione si congeda con un'ironica nota di costume, sottolineando come la straordinaria interpretazione dei due attori nei panni di improbabili centurioni sia tale da meritare idealmente la cittadinanza onoraria della Capitale, ironizzando sulle reali origini natie di Chiari e Tognazzi legate rispettivamente alle città di Verona (pur cresciuto a Milano) e Cremona.
Rodolfo De Angelis interroga e Walter Chiari risponde
Ha voglia di trillare il telefono! A pochi minuti dalla rappresentazione puntualmente ogni sera la sala del milanese Teatro Nuovo è gremita di pubblico, e il camerino di Walter Chiari è vuoto. I suoi assistenti (stavo per dire al soglio) alla vestizione, nonché il segretario, il direttore di scena e l’impresario Sirri (in sempre comprensibile trepida attesa), si avvicendano al telefono, posto nel salottino adiacente, per rispondere, invariabilmente, alle varie voci che chiedono del divo: «No, il signor Walter non è ancora arrivato...». Walter si può concedere questi ritardi, perchè in due minuti è bell’e pronto. Si libera degli indumenti da passeggio, rimanendo a torso nudo e in «slip», infila camicia e abito da scena, si ravvia un po’ il ciuffo ribelle, e «voilà!»: «Pronto, puoi dare il segnale...».
Per ben quattro volte sono andato a chiedergli se aveva risposto alle mie domande formulategli per la «Domenica del Corriere». Finalmente ecco le mie domande e le sue risposte.
D. - Caro Walter, parliamoci chiaro, per quanto tempo ancora speri di divertire il pubblico (e, devo aggiungere, da mandarlo addirittura a male dal ridere) vestendo 1 panni dell’«enfant-gaté», del coccolone, dello scavezzacollo, del farfallone, ed anche del personaggio che sta fra lo studente bocciato e il seminarista insofferente, linguacciuto, saccente, protervo e irriverente?
R. - Fino a quando qualcuno di questi tipi continuerà a vivere e a far parte del costume di oggi. Sono pronto, però, a cambiare da domani stesso.
D. - Non pensi che, diventando maturo, la tua comicità abbia bisogno di un più largo respiro, e dia maggior risalto alle tue grandi possibilità d’interprete; così, come a suo tempo fece Petrolinl?
R. - Lo feci già in spettacoli televisivi come «Controcorrente» e in «Studio Uno». Aspetto l’occasione.
D. - Ho accennato a Petrolini, perchè se non lo sai (ma qualcuno te l'avrà sicuramente detto), non trovo nei tuoi predecessori che quel solo paragone. Come per Petrolini, è proprio questa facoltà di improvvisare, e di lasciarsi andare, che costituisce i punti di forza del tuo successo; a parte la simpatia che sprizza da ogni poro. Ne sei persuaso?
R. - Si, e grazie del complimento. Il pubblico di oggi, però, è più attento alle cose che si dicono che a colui che le dice.
D. - A tale proposito, non ho mal capito come mai tu abbia accettato di recitare in una commedia musicale a Broadway; In una lingua che non è la tua, e che, per quanto la possedessi, non ti avrebbe mal dato modo di fare sfoggio delle tue estrosità fuori copione. Come mal non ti sei reso conto di questo «handicap»?
R. - Qualsiasi «handicap» di natura teatrale (da me intuito in pieno), era compensato dalla esperienza umana di un anno di vita a Nuova York.
D. (impertinente) - Speravi forse col successo di Broadway di conquistare Hollywood?
R. - Mai pensato a questo.
D. - Strano che molti attori (anche «hollywoodiani») la mecca del cinema l'abbiano trovata in Italia. Ed è più strano ancora che il nostro cinema non abbia saputo ancora sfruttare appieno le tue immense risorse. A che cosa attribuisci questa tua mancata messa a fuoco nel campo cinematografico?
R. - A parte Visconti per «Bellissima», che mi volle per un ruolo accanto alla Magnani, e Damiani, e il produttore Nello Santi per «La rimpatriata» di quest’anno, devo riconoscere che le grosse produzioni ed i grandi registi «impegnatissimi», mi ignorano.
D. - Ed ora, passando al campo sentimentale, ti rendi conto di quante donne figurano sul tuo calendario amoroso, senza contare quelle che ti ha segnato e continua a segnare la pubblicità? E di tutti questi fidanzamenti e sfidanzamenti che n’è rimasto? Sei forse nel tuo intimo un refrattario al matrimonio?
R. - Aspetto la «mia» e la vera occasione.
D. - Anche questo tuo passare da un amore all’altro con qualche sosta prolungata (Ava Gardner, per esempio), bisogna riconoscere che ti dona. Fare il «tutti mi vogliono e nessuno mi prende», fa sempre parte del personaggio; dell’«enfant-gaté», del bighellone, del ridanciano ottimista, quale tu sei, o, meglio, quale tu sembri (si sa che l’attore ha sempre una «doublé face»). Mettendo da parte i sentimenti, non c'è in tutto questo, anche un tantino di calcolo?
R. - Se c’è calcolo è unicamente d'indole giornalistica. Io ho sempre cercato di condurre 1 miei rapporti affettivi se non segreta-mente almeno con discrezione.
D. - E’ inutile che tl chieda che cosa avresti fatto se non fossi «scivolato» sul palcoscenico, perchè lo so già; saresti stato l’amicone ricercato da tutti, per allestire bisbocce, inventare spassi, stuzzicare il prossimo; il giovialo-ne allegro e spensierato che ogni comitiva ricerca affannosamente, per spassarsela un po', per levarsi di dosso il tedio della vita quotidiana. Mi sbaglio forse?
R. - L’avrei fatto, ma oggi a Milano e domani a Bangkok.
D. - Caro Walter, per quest’ultima domanda vorrei chiederti di rispondermi sinceramente. Via, dimmi la verità, ti ha un po' scocciato questa mia intervista?
R. - No! E’ affettuosamente curiosa, come te che sei curiosamente affettuoso con me, da quando mi conosci. E son vent’anni (quasi).
R. De Angelis - W. Chiari, «Domenica del Corriere», 30 giugno 1963
Walter ospite frettoloso
La cronaca giornalistica d’epoca firmata da Gino Fantin offre una disamina graffiante e anticonformista sui palinsesti della televisione di Stato, focalizzandosi sulle recenti e controverse apparizioni delle massime stelle dello spettacolo all'interno dello storico show Studio Uno. L'articolo critica severamente l'atteggiamento dei principali divi del momento, a partire dalla fugace e quasi indisponente presenza di Walter Chiari, per poi addentrarsi nei retroscena burocratici che coinvolgono il conduttore Enzo Tortora, fino a commentare le proteste del pubblico per la sovraesposizione di Mina e l'improvvisa, misteriosa sparizione dai teleschermi di Rita Pavone. Attraverso un'analisi che dà voce anche alle lettere dei telespettatori, il testo mette a nudo il contrasto tra le complesse esigenze personali degli artisti e il diritto del pubblico a un intrattenimento di reale qualità, scardinando la complice accondiscendenza del mezzo televisivo nei confronti delle sue icone pop.
- Il mito dell'uomo indaffarato definisce la moderna maschera pubblica di Walter Chiari, descritto ironicamente come il "commendatore" del teatro leggero attorno al quale si è radunato il culto del globe-trotter perennemente assediato dagli impegni, il quale si presenta in scena trafelato, con i capelli scomposti e un sorriso nervoso, giustificando la brevità e la scarsa consistenza del suo show a Studio Uno con una costante e dichiarata mancanza di tempo.
- La critica alla compiacenza della RAI costituisce l'affondo polemico del giornalista, che contesta la scelta dei dirigenti televisivi di assecondare la frenesia privata dell'attore milanese — storicamente abituato a mobilitare aerei e treni per inseguire le sue passioni internazionali, come la passata relazione con Ava Gardner —, imponendo al pubblico un'esibizione frettolosa e non priva di malgarbo.
- Il dibattito sulle pressioni politiche coinvolge la figura di Enzo Tortora, al centro di un piccolo mistero editoriale nato da un serrato e sibillino botta e risposta con il vicepresidente della RAI Italo De Feo, in cui il presentatore, pur incalzato pubblicamente a denunciare eventuali imposizioni di partito subite nelle sue trasmissioni, ha preferito trincerarsi dietro un prudente e controverso silenzio, dichiarando di volersi occupare esclusivamente di sport.
- La richiesta di un cambio di capitaneria emerge dalla dura lettera inviata da un gruppo di impiegate di Bologna, le quali contestano aspramente la massiccia presenza di Mina in televisione, giudicata un "campione di antipatia" per via del suo presunto gigionismo e prezzemolismo coreutico, chiedendo formalmente che la guida della squadra delle "maglie nere" di Studio Uno venga affidata alla sobria ed elegante bravura di Lucia Mannucci.
- Il mistero del crollo di Rita Pavone svela i drammatici retroscena legati alla fulminea fuga da Roma dell'ex Gian Burrasca, ritiratasi in Piemonte a causa di un grave stato di esaurimento nervoso, anemia e forte calo dei globuli bianchi indotti dai massacranti ritmi di lavoro; una situazione clinica complessa che ha costretto la produzione a rimpiazzarla temporaneamente con il fratello sul palcoscenico milanese, tra le inevitabili e severe contestazioni della platea.
Questo prezioso spaccato giornalistico degli anni Sessanta (corredato da una caricatura di Chiari siglata da Molino) fissa una testimonianza di straordinario valore sulla transizione antropologica del costume e dell'industria dello spettacolo in Italia. Le evidenze tracciate da Gino Fantin documentano l'istante preciso in cui il pubblico di massa italiano, non più semplice spettatore passivo, inizia a sviluppare una spiccata coscienza critica, rivendicando il proprio diritto di censura contro le intemperanze e le stanchezze dei propri idoli. Il documento riflette fedelmente le profonde contraddizioni di un'epoca in cui i ritmi produttivi alienanti della neonata televisione commerciale iniziavano a minare la salute psicofisica di giovanissime stelle del pop come Rita Pavone, parallelamente all'emergere delle prime storiche tensioni circa l'indipendenza dell'informazione radiotelevisiva dalle ingerenze politiche. Il resoconto consegna così ai posteri il ritratto ravvicinato di una stagione culturale complessa e affascinante, in cui il luccicante e dorato mondo del varietà classico si scontrava inevitabilmente con le prime, evidenti nevrosi della moderna civiltà dei consumi.
Chiari recentemente a "Studio Uno" ha continuato a ripetere che non aveva tempo. E allora che cosa l'hanno mandato in scena a fare? I misteri di Tortora e della Pavone
«La Domenica del Corriere», 19 giugno 1966
La testata giornalistica d’epoca Noi donne documenta il bilancio finale di Canzonissima firmato da Walter Chiari, catturato in un momento di profonda riflessione nei camerini del Teatro delle Vittorie di Roma alla vigilia dell'ultima puntata della celebre trasmissione. Il resoconto mette a nudo i retroscena di una macchina spettacolare complessa e miliardaria, analizzando il logorante carico di lavoro che grava sul conduttore — impegnato contemporaneamente tra cinema, teatro e doppiaggio — e il suo rapporto dialettico con le rigide regole registiche imposte da Antonello Falqui e Guido Sacerdote. Attraverso le vive parole del popolarissimo attore, l'articolo offre uno spaccato ravvicinato e disincantato sull'evoluzione dell'industria radiotelevisiva nazionale, svelando i meccanismi dei testi satirici scritti in collaborazione con Marchesi, Terzoli e Vaime, e i retroscena di sketch di enorme successo come la celebre scenetta del gorilla ammaestrato.
- Il bilancio economico e trionfale della kermesse chiude i battenti registrando cifre record che superano i centocinquanta milioni di lire, consacrando il successo pop del motivo musicale "Zum Zum Zum" in un tripudio di tamburi, tromboni e canzoni capaci di riscattare la trasmissione dopo anni tormentati dai fischi.
- La frenesia lavorativa e i ritardi cronici caratterizzano il vissuto quotidiano di Walter Chiari, il quale giunge alle prove ufficiali fissate per le cinque con oltre un'ora di ritardo e con il viso ancora privo di trucco, confessando un profondo stato di fatica fisica dovuto alla concomitante gestione di ben tre impegni professionali che lo vedono dividersi tra Canzonissima, il doppiaggio cinematografico e le repliche teatrali dello spettacolo Il Gufo e la Gattina accanto a Paola Quattrini.
- La critica all'ingranaggio medievale della regia viene espressa dall'attore nei confronti del severo impianto produttivo guidato da Antonello Falqui e Guido Sacerdote; Chiari paragona la struttura dello show a un'arcaica arca di Noè ormeggiata al Teatro delle Vittorie, appesantita da una giuria esterna di trentaquattromila notai, collegamenti oceanici precari e rigidi schemi di voto che ne limitano la spontaneità espressiva.
- Il ruolo di coautore dei testi satirici ne attesta lo spessore intellettuale al di là della semplice veste di interprete in frac; lo showman percepisce infatti una diaria settimanale aggiuntiva come collaboratore ai testi, scritti a quattro mani con firme del calibro di Marchesi, Terzoli e Vaime, ideando scenette di successo planetario come la parodia dello scimpanzé ammaestrato costretto a comporre i nomi dei ministri di turno.
- Il rifiuto del divismo e l'autenticità esistenziale emergono nelle confidenze dell'artista, che dopo vent'anni di carriera dichiara di non possedere ville fastose o altari divistici, bensì una semplice casetta a Fregene acquistata a rate grazie a un mutuo mobiliare, rivendicando la propria natura spontanea e genuina di fronte a un pubblico che non tollera finzioni o imitazioni meccaniche.
- L'enigma dell'armadio a muro si svela nel finale del colloquio come il nucleo comico e il titolo stesso della scenetta di maggior successo dell'edizione; un surreale spazio scenico occupato stabilmente dai cinque autori del programma — tra cui Panelli, Mina, Chiari e i registi — in cui l'attore confessa di volersi idealmente rifugiare e murare per sfuggire alle nevrosi e alla stanchezza della ribalta.
Testimonianza di straordinaria lucidità sul tramonto dell'età dell'oro del varietà classico italiano, fotografando la collisione tra la debordante anarchia espressiva del singolo interprete e la nascente, rigida standardizzazione industriale della televisione di Stato. Le evidenze tracciate nel testo restituiscono la caratura di un Walter Chiari all'apice del proprio magnetismo mediatico, ma intimamente stanco e consapevole dei limiti strutturali di un mezzo televisivo che rischiava di fagocitare la freschezza dell'improvvisazione all'interno di stanchi e ripetitivi meccanismi di voto e di playback. La dettagliata disamina della sua attività di coautore e i costanti riferimenti alla sua modesta dimensione privata offrono una chiave di lettura fondamentale per comprendere la figura dell'antidivo per eccellenza, capace di trasformare la propria stanchezza fisica e le nevrosi del retropalco in materia viva per la risata nazionale, consegnando ai posteri il ritratto di un intellettuale del gesto che ha saputo murare le proprie fragilità dietro il sorriso scanzonato del palcoscenico.
Walter Chiari fa il bilancio di Canzonissima
«Noi donne», 7 gennaio 1969 - Walter Chiari
La cronaca dello spettacolo d'epoca documenta il consolidamento del sodalizio sia affettivo sia professionale tra Walter Chiari e Alida Chelli, uniti in matrimonio da circa un anno e ormai considerati inseparabili anche sul piano lavorativo. Dopo essere apparsa sul piccolo schermo all'interno del telefilm a puntate Geminus, la coppia si appresta a calcare nuovamente insieme le tavole del palcoscenico per recitare nella commedia leggera Il gufo e la gattina. Per dedicarsi interamente alla messinscena e alla regia di questo spettacolo teatrale al fianco della moglie, lo showman milanese ha rinunciato alla conduzione della nuova e imminente edizione di Canzonissima, costringendo i suoi illustri successori televisivi a misurarsi con una complessa eredità artistica.
- L'intesa professionale di coppia si rinnova stabilmente sia in televisione, dove i due hanno recentemente interpretato il ruolo di fidanzati nello sceneggiato Geminus, sia in teatro con questo nuovo progetto drammaturgico.
- Il nuovo cast dello show vede Alida Chelli subentrare all'attrice Paola Quattrini, che aveva precedentemente affiancato Walter Chiari durante la prima rappresentazione dello spettacolo avvenuta nella scorsa primavera.
- I passati successi condivisi testimoniano come il binomio familiare avesse già felicemente collaborato in passato all'interno della rivista musicale Buona notte, Bettina.
- La struttura della commedia si inserisce nel genere leggero e disimpegnata, concentrandosi sulla schermaglia tra due innamorati antitetici: un impiegato rigido, severo e moralista e una ragazza allegra, spregiudicata ed esecutrice di uno sfratto che trova ospitalità nella sua dimora.
- L'insegnamento etico profondo nascosto dietro l'allegra futilità della trama mira a dimostrare come le pure apparenze esterne non contino e come non si debba mai giudicare una persona prima di averla conosciuta a fondo.
- Il gran rifiuto televisivo ha indotto Walter Chiari ad abbandonare la conduzione di Canzonissima, una decisione che ha sollevato forti timori nei nuovi presentatori designati Raimondo Vianello e Johnny Dorelli, intimoriti dal confronto con la fortunata gestione precedente.
Passaggio Cruciale nella maturità professionale di Walter Chiari, colto nell'atto di rivendicare la propria autonomia artistica di regista e interprete teatrale a scapito dei ritmi industriali e della popolarità immediata garantiti dalla televisione di Stato. La scelta radicale di abbandonare una vetrina prestigiosa e di sicuro successo come Canzonissima riflette la ferma convinzione dell'attore circa la necessità di selezionare i propri impegni per preservare l'assoluta qualità del lavoro espressivo. Il documento offre inoltre uno spaccato sociologico sul costume italiano dell'epoca, documentando come la sovrapposizione tra legame sentimentale privato e sodalizio artistico venisse presentata dai media come un valore aggiunto per l'industria dell'intrattenimento leggero, capace di coniugare il richiamo della cronaca rosa con la qualità della grande tradizione del teatro di rivista nazionale.
«Noi donne», 27 settembre 1969 - Walter Chiari
Il servizio giornalistico di Domenico Campana descrive in anteprima il nuovo varietà televisivo della domenica sera sul Secondo Programma, intitolato Il buono e il cattivo, che segna il grande ritorno sul piccolo schermo di Walter Chiari dopo tre anni di assenza dai teleschermi. Lo show, strutturato in sei puntate e condotto per la prima volta dalla coppia Cochi e Renato, introduce una formula ispirata al cabaret e basata sul contatto diretto con il pubblico. La trasmissione punta a divertire una vasta platea facendo leva sull'intelligenza degli spettatori e offrendo una costante, spassosa polemica sui meccanismi della comicità.
- Il grande ritorno di Walter Chiari avviene in veste di ospite d'onore della prima puntata del nuovo show della domenica, interrompendo un silenzio televisivo durato tre anni e ripresentandosi al pubblico in una veste anagraficamente e psicologicamente più matura, in cui i segni del tempo aggiungono un'inedita dimensione di sofferenza e saggezza alla sua storica maschera di "eterno ragazzo".
- La conduzione inedita di Cochi e Renato rappresenta il perno strutturale del programma, che per la prima volta affida ai due comici la guida esclusiva di una prima serata televisiva tutta loro, impostata secondo i ritmi del cabaret per confezionare uno spettacolo unitario in grado di stabilire un filo diretto e continuo con la platea.
- Il nucleo drammaturgico e gli autori dello spettacolo vedono l'opera delle firme Domina, Clericetti e Peregrini, coadiuvati dalla regia di Recchia, i quali hanno concepito un impianto in cui la contrapposizione tra "il buono e il cattivo" si apre a una tenzone umoristica che coinvolge attivamente sia gli ospiti in studio sia il pubblico presente.
- La memorabile parodia di Love Story costituisce lo sketch centrale dell'intervento di Chiari, che riprende una sua celebre macchietta, "il cinico", per imbastire sei o sette minuti di comicità elevata e struggente, culminante in un finto pianto liberatorio che tradisce la reale commozione dell'attore nel ritrovare il suo pubblico.
- Un ricco cast per il debutto affianca i conduttori e il protagonista della serata, segnalando la partecipazione di Antonella Steni, Ombretta Colli, Marcello Marchesi, il Quartetto Cetra, Felice Andreasi ed Ettore Conti.
- La ridefinizione etica del comico emerge dalle dichiarazioni del dirigente Carlo Fuscagni e dalle riflessioni del testo sulla natura feroce ma innocua dell'umorismo, basato sul riso generato dalle incongruenze e dalle deformità altrui, ma finalizzato in ultima analisi a una pura e liberatoria ricreazione popolare.
Documento della prima metà degli anni Settanta che fissa un momento di cruciale transizione nel costume e nei linguaggi dello spettacolo italiano, registrando il passaggio di testimone tra la vecchia guardia del varietà classico e le nuove avanguardie satiriche nate sui palcoscenici del cabaret milanese. L'evidenza del ritorno sulle scene di Walter Chiari testimonia la straordinaria e intramontabile resilienza del suo mito mediatico, capace di superare lunghi periodi di forzato isolamento per ritrovare l'abbraccio scrosciante e incondizionato del pubblico del Teatro del Fiera. Il resoconto svela la metamorfosi dell'attore, in cui il perfezionismo scrupoloso e l'ansia dell'uomo maturo sostituiscono la vecchia e svagata irrequietezza giovanile, offrendo una preziosa chiave di lettura sull'evoluzione psicologica di un interprete totale che ha saputo fare delle proprie rughe e delle proprie fragilità emotive uno specchio vivo dei mutamenti e delle malinconie dell'intera nazione.
Ritorno in TV di Walter Chiari: Walter Chiari torna in televisione come ospite del nuovo varietà della domenica sera, intitolato Il buono e il cattivo, dopo tre anni di assenza dai teleschermi. Il buono e il cattivo – Il programma: Lo spettacolo, condotto da Cochi e Renato, è un nuovo varietà televisivo della domenica sera, strutturato in sei puntate, e si ispira alla formula del cabaret.
Domenico Campana, «Radiocorriere TV», 3 settembre 1972

Non ha fatto in tempo a darci il suo «Ricorda con rabbia»
Fra i tanti progetti che Walter Chiari pensava di realizzare o a proposito dei quali gli piaceva fantasticare, due, negli ultimi tempi, mi avevano particolarmente colpito. Il primo era quello di interpretare l'«Enrico IV» di Pirandello; il secondo, di debuttare come regista con una messa in scena di «Ricorda con rabbia» di John Osborne.
Credo non ci sia modo migliore per ricordare un artista scomparso che ricordarlo, appunto, per ciò che non ha fatto e avrebbe voluto fare. Ma se questo è vero in generale, è ancora più vero per un artista come Walter Chiari, la cui meravigliosa è, si sarebbe detto, inconsumabile vitalità gli consentiva di essere perennemente giovane, perennemente «immaturo», di ripartire ogni volta, come il personaggio di una fiaba metafisica, alla rincorsa della propria immagine.
E c'è di più: in quei due progetti così ambiziosi, così «alti», così diversi dalla pur fantasiosa routine cui la realtà l’aveva costretto, non c’è soltanto l'eterna giovinezza di Walter, c'è anche tutta la sua dolcissima, incantevole megalomania. Chi non ricorda i suoi interminabili. prolissi, deliziosi sproloqui «culturali»? Ho sempre pensato che se un drammaturgo fosse stato capace di cucirgli addosso un personaggio e una storia (un po’ come fece, genialmente. Luchino Visconti nel disegnare la sua parte in «Bellissima»), il teatro italiano di questi decenni avrebbe avuto forse uno dei suoi rarissimi capolavori.
Di fronte alla varietà, alla generosità, alla bellezza di questi c di altri progetti, la carriera effettiva di Walter — la carriera, intendo, di attore di prosa — può sembrare poca cosa. Iniziata, rispetto ad altri filoni della sua attività, piuttosto tardi, verso la metà degli anni Sessanta, quando già aveva alle spalle un ventennio abbondante di successi nel campo della rivista, essa allinea abbastanza prevedibilmente qualche commedia brillante. cominciando con «Luv» di Schisgal (interpretata nel ’65 accanto a Gianrico Tedeschi) e passando, fra l’altro, per un paio di testi di Neil Simon (fra cui nel ’66 «La strana coppia» con Rascel) e per l'inaffondabile «Il gufo e la gattina», interpretato non so quante volte al fianco di non so quante partner, da Paola Quattrini e Alida Chelli. che furono le prime, a Lory Del Santo che è stata, non molto tempo fa, l'ultima.
A far coppia con Rascel tornò, a metà degli anni Ottanta, con un testo degno, quello sì. della sua voglia di superarsi, di raggiungere la propria immagine in fuga: «Finale di partita» di Beckett: e lo spettacolo va ricordalo in questa chiave, per questo segno, assai più che come riuscita.
Allo stesso modo, anzi simmetricamente, non sono affatto sicuro che l’ultima commedia in cui l’ho visto. «Colpo grosso» del francese Marc Perier, che interpretò (anche al Lirico di Milano) nella primavera dell’87, fosse davvero il toccante testamento generazionale che Walter credette, probabilmente. d’aver trovato in essa. Ma sta di fatto che lui seppe recitarla, seppe viverla come se lo fosse, c ne fece qualcosa di non dimenticabile.
Finito l'elenco — insoddisfacente come, d'altronde, ogni elenco — delle cose fatte, si apre il librò più vero, più importante, più intimamente suo, dei desideri e dei sogni. Nessuno, l'ho già suggerito all'inizio, è più giovane di chi, vivendo di progetti, vive nel futuro; e nessuno muore di meno, nessuno rimane vivo per sempre più di chi riesce a morire serbando dentro di se, intatta, la propria giovinezza.
Giovanni Raboni, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
Saltimbanco della scena con un'alluvione di parole. In passarella con la Maresca, Delia Scala, la Chelli
La passerella di Walter Chiari è stata unica nel teatro di rivista. L'attore «casual», l'unico ad essere un bel ragazzo osservato dalle signore, si piazzava in quella strìscia rossa di palcoscenico — terra di nessuno in bilico tra l'orchestra e un burrone che si chiama pubblico — da padrone, in attesa del finalissimo.
Iniziavano così monologhi straripanti, innovativi e contagiosi, che dimostravano l'originalità del nuovo -ragazzaccio-che non raccontava solo barzellette, magari prolungandole all'Infinito con esborsi personali di humour, ma sapeva rovistare negli usi e costumi del quotidiano, rendendolo deformante e divertente, già parodiando gli stereotipi del cinema e gli eroi americani.
Intelligente e preparato a prender la rincorsa su qualunque battuta, fosse di Nell Simon o di Marchesi. Walter aveva una particolare dialettica. mescolando sense e nonsense. ruffianerie e raffinatezze, smorfie e imitazioni, dallo scimmione al burino di campagna che -è contento di essere arrivato primo»; assieme a Tognazzi era la nuova guardia che si staccava dalla generazione maliarda di Dapporto.
Il suo debutto avvenne cosi, per allegria, in una serata di dilettanti e amici nel ‘44. all'Olimpia di Milano. Da allora le grandi soubrettes se lo contendono: vince Marisa Maresca. che gli offre il nome in ditta (le prime luci al neon fra le nebbie del dopoguerra) in «Se vi bacia Lola» nel '46, cui seguono «Simpatia», «Allegro», «Burlesco» e «Gildo», con Miriam Glori. Come ogni comico di razza, anche Chiari, pur portato al monologo, ebbe la sua -spalla- di razza in Carlo Campanini, fedele amico, pronto ogni sera alla recita a rischio: ecco gli sketch resi popolan in Tv. i fratelli De Rege. o l'impagabile Sarchiapone. prodigio del surreale, ma anche di osservazione della psicopatologia quotidiana (in treno, come Totò nel vagone letto).
Dopo «Sogno di un Walter», «Tutto fa Broadway», «Oh quante belle figlie madama Dorè», nel ‘53 e '54 Chiari tentò coraggiosamente, sulla scia dei «Gobbi», la rivista da camera, senza lustrini e paillettes, con «Contro-corrente» di Metz e Marchesi (e un giovane cantautore siciliano, Domenico Modugno) e «I saltimbanchi», di Silva e Terzoli.
Quando inizia la stagione del musical. Chiari è pronto: ha l'età, il fisico, il gusto, anche quello di scavalcare il testo e di rimanere sempre e comunque il Walter. Lo ribattezzano Garinei, Giovannini e Kramer in «Buonanotte Bettina»: due edizioni, storica quella del '56 con Delia Scala, la mogliettina che scrive, anonima, un best seller audace, ruolo che passò poi alla Chelli, in un cast con la «suocera» Wanda Osiris, tutti uniti nel refrain «È tutta colpa della primavera». Walter era il maritino impiegato, pudico, che canta «Com'è bello dormir soli»: un finimondo di simpatia.
In seguito in scena con lui ci sarà un'altra sbarazzina, Sandra Mondaini. Il musical di Garinei e Giovannini si chiama «Un mandarino per Teo», vanta nel cast Bonucci e Ave Ninchi, porta al successo motivi come «Soldi, soldi, soldi» e «Svegliati amore», ed anche questa è la storia di un tran tran borghese e di un proverbio cinese.
Negli ultimi anni Chiari ogni tanto si concede allo show, all'arte varia, all’entertainment. magari con una cantante di moda. Lui. parlantina sciolta. fa piroette di parole: e il pubblico gli vuole sempre bene. E rimasto un ragazzaccio fino alla fine, e avrebbe voluto ripercorrere la sua carriera in uno show d'addio: ora lo spettacolo ciascuno se lo può fare da solo, ripensando a Chiari con l’affetto che merita.
Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
Quei mille amori sempre perdonati
La vita segnata dalla boxe, un breve matrimonio e tante «Fidanzate», da Ava Gardner a Gabriella di Savoia. Nel '70 tre mesi in carcere per droga proprio quando nasceva il suo unico figlio
Quella vita spericolata invocata ed esibita da tanti, lui l'ha vissuta per davvero. Sessantasette anni di roulette russa giocata con passione fino all'ultimo, di amori, follie, scazzottate, fughe, matrimoni, divorzi, trionfi e cadute, che l’hanno fatto oscillare innumerevoli volte dalla polvere all'altare.
Perché Walter Annichiarico, nato a Verona il 2 marzo del 1924 da genitori pugliesi, incontrastato re della ribalta per oltre 40 anni, ha sempre e comunque anteposto alla scena la vita. Preferendo perdere faccia, quattrini e reputazione, se una bella donna o un amico gli dicevano: Walter vieni? «Lussi che si pagano cari — aveva ammesso di recente —. Se avessi da parte quello che ho guadagnato in 50 anni di carriera, sarei ricco come zio Paperone. E invece eccomi qui, allegramente spiantato».
Croce e delizia di impresari e registi (che arrivarono a mettergli alle costole un «gorilla» incaricato di «consegnarlo» ogni sera a teatro in tempo per lo spettacolo). Chiari riusciva comunque a fare le sue «birichinate» di eterno ragazzaccio da zero in condotta.
Orecchie a sventola, naso da pugile (la boxe era una delle sue passioni militanti, fu campione interregionale di pesi piuma). Walter non si poteva definire un «bello». Eppure, a quegli occhi malinconici e beffardi non resistettero le donne più affascinanti: da Lucia Bosè ad Ava Gardner (sua delizia e dannazione, che di lui disse: «Ha un dono meraviglioso: riesce a far si che qualunque donna accanto a lui si senta ringiovanita di vent'anni»). E ancora: Elsa Martinelli, Alida Chelli, Mina. Per lui perse la testa persino una principessa. Maria Gabriella di Savoia. E in tempi piu recenti, quando già le rughe non si contavano più, ebbe per «fidanzate» Gloria Guida, Anna Maria Rizzoli, Patrizia Caselli.
Ma la prima ad innamorarsi di quel giovanotto allampanato fu una celebre soubrette degli anni '40. Marisa Maresca, che condivise con lui scena e fuori scena. Bastarono pochi anni per portarlo al massimo della popolarità. costringendolo per lunghi periodi a girare con una controfigura.
Amatissimo da mamme e bambini, adorato dalle donne, con le stimmate dello scapolo a vita, nel '69, a 45 anni, fresco dei trionfi di «Canzonissima» al fianco di Mina, si decise e sposò a Sydney l'irrequieta Alida Chelli, che aveva vent'anni meno di lui. Un matrimonio che durò neanche tre anni ma che dette all’attore la gioia più grande: il figlio, Simone, oggi ventenne e che Walter ha seguito e amato come il più affettuoso dei padri.
Proprio nel periodo della nascita del figlio, Chiarì ebbe anche l'amarissima disavventura della droga. Il 22 maggio del '70 venne arrestato sotto l'accusa di uso e spaccio di stupefacenti e rinchiuso a Regina Coeli, dove rimase per 98 lunghissimi giorni. Uscito, si rese conto di dover scontare un'altra, più pesante, condanna: il feroce ostracismo del mondo dello spettacolo che per due anni gli chiuse in faccia ogni porta. La Tv giunse ad annullare tutti i programmi con una sua partecipazione e mandò indietro persino i caroselli girati dall’attore. L'esilio fini nel '73 quando, al fianco di Ornella Vanoni, condusse «L’appuntamento» e subito dopo alla radio con Mina fece «Gran varietà».
Nel '75 un nuovo incidente di lavoro, stavolta però a lieto fine. A Genova, durante una recita di «Chiari di luna», si lasciò andare a una serie di battute su Mussolini che non piacquero ad alcuni giovani comunisti in sala. Il giorno dopo Walter Chiari propose un incontro nella sede del Pci locale, dove il previsto «processo» all'attore si trasformò in uno show irresistibile di quest'ultimo, chiudendo la questione tra grandi risate.
Nell'84 ancora guai per la cocaina. Ad accusarlo stavolta è Giovanni Melluso, un malavitoso pentito. Le sue accuse risultano però infondate e nell'86, al termine delle indagini, l'attore viene assolto. La nuova vicenda giudiziaria però lo segna nel corpo e nello spirito. Walter continua a far teatro, cinema, riprende la sua adorata rivista. In autunno progettava di riportare in scena «Sarchiapone ed altre storie». Ma i malori e i ricoveri si susseguono sempre più frequentemente. L'idolo del pubblico, delle donne, del rotocalchi è stanco. Amava ripetere: «La vita è un match truccato: sali sul ring con le tue gambe, ma ne scenderai portato a spalle dagli altri».
Giuseppina Manin, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
Le ultime ore. «Guarderò in TV Lucia Bosè»
MILANO - Gli occhiali sul naso, la testa appena reclinata, seduto in poltrona. Davanti alla tv. Così Walter Chiari è stato trovato dal personale del residence «Siloe», in via Cesàri, ieri a mezzogiorno nel suo appartamento, il 508. Stroncato da infarto, alle 8 del mattino, è scritto sulla cartella compilata all'obitorio di Lambrate dove il corpo dell'attore è stato portato alle 17.
«L’ho cercato al residence perché doveva venire a pranzo da me, avevo preparato un branzino», dice Libero Zilli, Walter per gli intimi, amico del più famoso Walter da vent'anni e suo ex impresario. Chiari non risponde, «forse ha messo i tappi di cera», pensa Silvio dalla reception del «Siloe». Poi, di fronte al silenzio, si bussa più volte alla porta del 508. La sfondano. E Walter, 68 anni il prossimo 8 marzo, è li, come Hamm, il personaggio di Beckett in «Finale di partita», da lui interpretato qualche stagione fa con Rascel.
Walter Chiari era rientrato l'altra notte all'una e mezzo nel residence dove alloggiava da dodici anni, dopo aver salutato Gino Bramieri: lo aveva applaudito al Teatro Manzoni, aveva portato doni a tutti, ripetendo che «Gino è un prototipo, come me, gli altri comici sono tutti imitatori». Due chiacchiere proprio con Silvio, poi sale in camera, senza dare disposizioni per la sveglia, contrariamente alle sue abitudini. «Guarderò in tv spezzoni di film con Lucia Bosè», Lucia, uno dei suoi grandi amori.
Da una settimana Chiari era stato dimesso dall'ospedale San Carlo di Milano, dove aveva subito un'operazione chirurgica per un'ernia inguinale. Ma durante la degenza aveva accusato un dolore al petto. «Lo visitai più volte — spiega il dottor Franco Casazza, aiuto nel reparto di cardiologia del San Carlo —, un paziente meticoloso nel riferire i suoi trascorsi cardiaci, ma pronto a minimizzare». Gli esami non confermano la sospetta angina, Walter viene dimesso con una terapia di protezione.
Sarà il figlio Simone, ventuno anni, nato dal matrimonio con Alida Chelli, a prendere le ultime decisioni. Forse Walter Chiari sarà cremato, come il fratello. «Ma lui — dice Zilli — non aveva mai dato disposizioni per la sua morte. Non ci voleva pensare». I funerali sono previsti per dopodomani alle dieci.
Claudia Provvedini, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
E' stato il nostro Peter Pan del dopoguerra
Il cinema gli andava stretto, la Tv la calzava meglio, a teatro si realizzava pienamente solo a patto di evadere dal copione. Ma il vero habitat di Walter Chiari, il vecchio ragazzo di 67 anni scomparso ieri dopo un'esistenza senza un attimo di tregua, fu il proscenio o addirittura la passerella. Dove il pubblico ce l’aveva più vicino, quasi a portata di mano. Là in mezzo, finalmente solo, Walter parlava e straparlava, gesticolava. inventava, irrideva, imitava, commentava, divagava e si surriscaldava al calore della sua stessa fiamma.
Mentre dalla platea le risate montavano a onde continue e irregolari, contrappuntando la chiacchiera del monologante con la perentorietà di un basso continuo; e intanto il direttore del teatro sbirciava preoccupato l’orologio e lanciava un pensiero ai tram che stavano partendo per l’ultima corsa.
Pugliese d’origine, veronese di nascita, milanese di adozione, Chiari è stato il Peter Pan della ricostruzione italiana; l'indomito scopritore del lato umoristico delle cose, l'elemento mercuriale infaticabile nel tentativo di contagiare il prossimo con la sua mobilità. Prima di lui il comico dell'avanspettacolo doveva essere buffo a prima vista, non poteva essere un bel ragazzo ex-campione di pugilato e assiduo rubacuori. E quando il nostro dalla schiera dei dilettanti arrivò con un gran salto sulla ribalta professionale, la gente non se l'aspettava eppure lo adottò subito.
Erano i mesi dell'immediato dopoguerra e nella vulneratissima Milano. ancora intrisa degli odori di calcinaccio dei bombardamenti, si ballava nei cortili. A quel clima di speranza si intonò con piena naturalezza il brio di Walter, aggiungendo alla voglia di novità che animava lutti il tocco magico dell'allegria. Cioè affermando un’ ulteriore conquista, e non la meno importante, della ritrovata libertà.
Etichettato come uomo di destra, fu in realtà un campione di individualismo; e lo confermò a prezzo di molti equivoci e non pochi guai giudiziari. Da qualche anno aveva maturato in piena serenità il gusto di confessarsi. di aprirsi ad angolo piatto, di giocare le sue ultime partite a carte davvero scoperte. Sarà puntualmente ricordato con personali dei suoi numerosissimi film, tra i quali i critici privilegiano prove meno occasionali e intercambiabili come «Bellissima» ('62) di Visconti, «Il giovedì» ('62) di Risi, «La rimpatriata» ('63) di Damiani, «Romance» (’86) di Mazzucco: un innocuo imbroglioncello che fa tifilo alla Magnani nei viali di Cinecittà, un babbo separato che trascorre il pomeriggio con il flglioletto, l'animatore di un gruppo di amici che li rimette insieme per una notte, un vecchio genitore barabba alle prese con un figlio tartufo. Seppe essere anche questo, un interprete a volte geniale, sempre debordante di intensità e proposte: e in tale veste interessò registi come Otto Preminger o Orson Welles.
Ma il ruolo che Waller Chiari interpretò con maggior successo, nella finzione e nella vita, fu senza dubbio quello di Walter Chiari.
Perciò oggi sul volto di milioni di italiani d'ogni età e condizione si spegne il sorriso. Sfamo rattristati come per la morte di un amico, pur se non eravamo in tanti a far alto di presenza nette sue ultime tournée di prosa, sempre laboriose e non di rado interrotte. E in pochi l’abbiamo ammirato alla Mostra di Venezia del '90 in quello stupendi o episodio di un film sfortunato. «Tracce di vita amorosa», in cui faceva un marito anziano e malato che fugge nudo dalla clinica nell'illusione di ricominciare tutto da capo. Qualcuno scrisse: «Signori giurati, vogliamo dargli una medaglia, un'Osella, qualcosa?»; ma la proposta non ebbe seguito.
Forse, come succede con i veterani, tendevamo un po' a dimenticarlo. Ma era rassicurante sapere che Walter era là, tra le quinte, sempre sul punto di irrompere in scena con il suo ciuffo ormai stanco, la sua fierezza di prototipo, il suo spiazzante iperattivismo, la sua irrefrenabile voglia di vivere.
Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
Bramieri: per me l'ultima sera
Il ricordo dei molti amici nel mondo dello spettacolo
ALIDA CHELLI — «Mi ha telefonato appena tornato da Pavia dove aveva avuto il responso sulla sua salute. Era contento e sereno, si sentiva bene. Ha detto che era sicuro di vivere altri 15 anni. Mi ha dato alcuni del momenti più belli della mia vita. Era un pazzo spericolato, divertente, un uomo di grandi slanci».
GINO BRAMIERI — «Sono convinto di essere stato l'ultimo vero amico che l’ha visto. Perché di conoscenze ne aveva tantissime, di amici veri pochi Walter è venuto a trovarmi al Manzoni. "Dobbiamo fare assieme 'I ragazzi irresistibili"', mi ha detto. Siamo cresciuti nel quartiere Garibaldi, dove ci siamo conosciuti da ragazzi, e io sono cresciuto nella sua scia: prima col pugilato e poi col teatro. Se n'è andato un genio».
DELIA SCALA — «Non era facile lavorare con lui, non arrivava mal puntuale. Amava l'improvvisazione, se trovava il pubblico giusto poteva re-
citare fino alle cinque del mattino».
ITALO TERZOLI — «Eravamo molto amici. È l'attore che ha rivoluzionato il ruolo del comico nel dopoguerra. L’ultima volta che ci siamo incontrati, al funerale di un comune amico, lui disse, parafrasando il titolo di un lavoro teatrale: "Vedi italo, gli amici lo tonno sempre..."».
DINO RISI - «Ho diretto un Walter tenerissimo e al meglio della sua forma in "Il giovedì". E stata una delle sue migliori interpretazioni».
GIORGIO ALBERTAZZI - «Era un amico fraterno da quando portavo i suoi bigliettini d'amore a Lucia Bosè tra Roma e Milano. Chissà cosa direbbe della sua morte: forse che è quella di un vecchio rincoglionito. Invece il suo destino è di rimanere eternamente giovane e geniale».
Tra i politici, hanno espresso il loro cordoglio anche il presidente del Senato Giovanni Spadolini e il ministro dello spettacolo Carlo Tognoli.
«Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
«La Stampa», 21 dicembre 1991 - Pagina 1
«La Stampa», 21 dicembre 1991 - Pagina 15

«L'Unità», 21 dicembre 1991 - Pagina 1
«L'Unità», 21 dicembre 1991 - Pagina 19
«L'Unità», 21 dicembre 1991 - Pagina 20
«Il Piccolo - Giornale di Trieste», 21 dicembre 1991
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- Gianni E. Reif, «Film», 6 novembre 1948
- Mario Casalbore, «Film», 23 gennaio 1949
- Enrico Roda, «Oggi», 28 dicembre 1950
- Settimanale «Epoca», dicembre 1950 - "Gildo", rivista di Walter Chiari
- Walter Chiari, attore e capocomico «Epoca», 1951
- «Noi donne», anno VII, n.5, 2 febbraio 1952
- «Epoca», 1953 - Walter Chiari e Carlo Campanini
- «Noi donne», 12 luglio 1953 - Antonella Lualdi e Walter Chiari
- «Noi donne», anno IX, n.1, 3 gennaio 1954
- R.D.M., «Epoca», 1954
- SIM, «Il Piccolo di Trieste», 17 maggio 1955
- «Oggi», 9 giugno 1955
- «Epoca», 1956 - Recensioni riviste di Macario e Walter Chiari
- Enrico Roda, «Tempo», 1956
- Giuseppe Tabasso, «Sorrisi e Canzoni», anno VIII, n.18, 3 maggio 1959
- «Epoca», 1960
- R. De Angelis - W. Chiari, «Domenica del Corriere», 30 giugno 1963
- «La Domenica del Corriere», 19 giugno 1966
- «Noi donne», 7 gennaio 1969 - Walter Chiari
- «Noi donne», 27 settembre 1969 - Walter Chiari
- Domenico Campana, «Radiocorriere TV», 3 settembre 1972
- Giovanni Raboni, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
- Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
- Giuseppina Manin, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
- Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1991
- «La Stampa», 21 dicembre 1991
- «L'Unità», 21 dicembre 1991
- «Il Piccolo - Giornale di Trieste», 21 dicembre 1991

















