I tre ladri

Gennaro Jovine
Inizio riprese: febbraio 1954, Stabilimenti Titanus, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 16 settembre 1954 - Incasso lire 275.351.000 - Spettatori 1.885.966
Titolo originale: I tre ladri
Paese Italia/Francia - Anno 1954 - Durata 95 min - B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Lionello De Felice - Soggetto Umberto Notari - Sceneggiatura Lionello De Felice, Filippo Sanjust, Fèlicien Marceau - Fotografia Romolo Garroni, Giovan Battista Poletto - Montaggio Mario Serandrei - Musiche Roman Vlad - Scenografia Virgilio Marchi - Costumi Georges Annenkov Madeleine Rabusson
Totò: Tapioca - Jean-Claude Pascal: Gastone - Gino Bramieri: l'industriale Ornano - Simone Simon: la signora Ornano - Giovanna Ralli: Marietta, la cameriera - Virgilio Riento: il commissario Zannini - Turi Pandolfini: l'uomo delle invenzioni - Claudio Ermelli: l'avvocato della difesa - Mario Castellani: l'avvocato di Ornano - Memmo Carotenuto: Battista, il maggiordomo - Camillo Pilotto: il presidente del tribunale - Lauro Gazzolo: il Pubblico Ministero -Laura Gore - Nico Pepe
Soggetto
1911. Tapioca è un povero ladro di galline che ha scarso successo e si fa prendere spesso. Per scappare da un negoziante dopo il furto di un salame precipita tramite un lucernario in una casa signorile deserta. Dopo essersi saziato con le vivande rinvenute in cucina incontra il suo vecchio "apprendista" Gastone Cascarilla (diventato nel frattempo ladro "di classe") che, impeccabile in frac, cilindro e redingote, vuole estorcere dei soldi alla moglie del ricco imprenditore Ornano (Gino Bramieri), proprietario della casa.
Gastone, in possesso delle lettere che la moglie ha inviato a uno dei suoi numerosi amanti, si fa dare la combinazione della cassaforte da questa. Riesce così a rubare 10 milioni e a scappare indisturbato. Tapioca invece rimane ancora nella casa e viene scoperto mentre scappa.
Identificato da Ornano in quanto pregiudicato viene arrestato in quanto creduto lo svaligiatore della cassaforte. Ornano vuole a tutti i costi riottenere il denaro rubato in quanto senza di esso finirebbe in bancarotta. Quei soldi infatti gli permettevano di reggere l'intero impero finanziario di cui era proprietario fungendo via via da "anticipo" per tutta una serie di operazioni al limite della legalità. Per convincere Tapioca a rivelare dove ha messo i soldi Ornano decide di colmarlo di regali e comfort. La vita in carcere di Tapioca si rivela molto lussuosa, la cella è arredata e dotata di ogni comodità, con i secondini che si trasformano in servitori e camerieri. Non mancano poi le elargizioni che lui stesso fa agli altri detenuti ("Ha ucciso la suocera? Bene, bravo, eroe nazionale!").
In poco tempo Tapioca diviene una persona molto popolare persino all'estero, stampa e fans se lo contendono e a lui vengono intitolati cocktail e balli. Al processo nessuno ha quindi il coraggio di testimoniare contro di lui. L'imputato quindi si dichiara colpevole del reato che non ha commesso. Ma proprio in quel momento interviene in aula Gastone che rivela di essere lui l'autore del furto distribuendo i soldi a tutti i presenti e causando un tumulto durante il quale ha poca difficoltà a sfuggire alle guardie del tribunale. Persino Tapioca, quasi disgustato dalla violenza della folla scatenatasi a raccogliere le banconote, riesce a "sfilarsi" dall'aula di tribunale, rifiutando persino la mazzetta di biglietti da mille offertagli dallo stralunato inventore che lui aveva beneficiato. Nella scena successiva (e finale) vediamo Ornano, Tapioca e Gastone che (presumibilmente a Parigi) discutono di come utilizzare un fascio di lettere compromettenti sottratte al capo dei locali servizi segreti. I tre imbroglioni hanno unito le forze, apparentemente evitando la punizione per le loro malefatte.
Critica e curiosità
🎭 Una produzione che voleva essere francese, ma urlava "Mammà!"
I tre ladri è una co-produzione italo-francese che tenta — come Totò con le sue fughe da povero diavolo — la scalata al pubblico d’oltralpe. Il titolo originale “Trois voleurs” fa molto chic, ma dietro la patina parigina si cela un cuore di Castelnuovo a Mare, colazione a base di pane e carrube e dialetti sparsi come coriandoli. Un'operazione travestita da satiretta internazionale ma ben piantata nel folklore italico, come un commesso viaggiatore che finge di vendere profumi di Grasse, ma ha in valigia solo acqua di colonia della Standa.
Alla regia troviamo Lionello De Felice, uomo di cinema, discepolo spirituale di Blasetti, con una passione per la psicologia dei personaggi e una filmografia che oggi conoscono solo i più devoti archeologi della celluloide. È lui il burattinaio di questa farsa sociale in stile Chaplin rivisitato da un cuoco che ha finito il burro e ha messo lo strutto.
🍷 Tapioca, Totò e l’allegra compagnia del salame rubato
Il protagonista è Tapioca, ladro affamato, sbandato, simpatico come una zanzara a dicembre, interpretato da Totò con la consueta grazia circense del vagabondo filosofo. La sua parabola parte da un salammo rubato in una drogheria — con tanto di monologo strappalacrime da Oscar del povero — e lo porta, grazie a una serie di coincidenze degne di una tombola truccata, a diventare un capitalista navigato. Altro che Robin Hood, qui siamo nella favola nera dove i ladri diventano padroni delle banche, e i poveri… restano a pane e nostalgia.
Lo affiancano il ladro gentiluomo Gaston Cascarilla, con nome esotico ma atteggiamento da sindacalista romantico, e il commendator Ornano, capitalista senza remore, che al massimo accetta la differenza tra lui e gli altri furfanti: “voi non siete stati scoperti, io sì”.
Il triangolo si completa con la domestica Manetta, che ambisce a vivere al Louvre come una novella Marie Antoinette, e il maggiordomo Alfredo, riciclato dalla censura da finto prete a misterioso signore con medaglie (forse vinte alla sagra del polpettone).
👩⚖️ La censura italiana: gambe sì, moralismi no
Ah, la censura… Quella vecchia signora arcigna che nel 1954 non si scandalizza per una pellicola dove i ladri trionfano, ma va in fibrillazione per una sottoveste “trasparente” indossata da Simone Simon, attrice francese che, secondo la Commissione, aveva osato troppo pur essendo, citiamo, “non più giovane”.
Un'altra perla censoria? La scena del maggiordomo travestito da prete: inaccettabile! Il povero Carotenuto viene così trasformato in presidente di un’associazione di recupero detenuti, perché l’unica redenzione che si tollera è quella con tanto di timbro approvato da Santa Madre Chiesa.
E poi i soldi lanciati in aula da Gaston, che piovono come coriandoli su giudici e avvocati. Scena moralmente pericolosa, tagliata per evitare che qualche spettatore si domandasse se il vero furto non fosse quello del potere.
🍖 Miseria e nobiltà versione Belle Époque
La fame, il grande motore narrativo dell’Italia del dopoguerra, ritorna in tutta la sua forza teatrale: Tapioca è un poveraccio che mangia biscotti nel salotto buono e sogna galline da rubare, mentre intorno a lui i ricchi fanno operazioni truffaldine a sei zeri. È il Sciosciammocca reincarnato, ma con un pizzico di burro salato sopra — cioè, con la parrucca del capitalismo truccato da rivoluzione.
E la trasformazione da vagabondo a imprenditore truffaldino è così surreale da sembrare un incrocio tra Imputato alzatevi! e La grande abbuffata. Totò, con quel salame ancora in mano e lo sguardo da martire dell’economia, ci porta in un viaggio dove la miseria è reale, ma la redenzione è una truffa ben riuscita.
🎬 Farsa, pochade e comicità a chilometro zero
Il film è una pochade travestita da satira, con aperture e chiusure di porte in stile vaudeville, docce in abiti da sera e trasformazioni economiche degne di un sogno dopo una peperonata. Ma nonostante le trovate slapstick e i momenti slap che scappano in slapstick (cioè la comicità che inciampa su se stessa), Totò riesce a regalare momenti di pura, commovente umanità.
Il suo monologo in salumeria, con il salame in mano e le lacrime agli occhi, è da manuale. E la frase che pronuncia nel finale – “Io ho quel che ho rubato” – è quasi una dichiarazione d’intenti, un manifesto esistenziale del nuovo ordine sociale. Perché in fondo, chi non ha rubato almeno una volta… un biscotto?
🧳 Una Parigi con Castelnuovo dentro
Il film si svolge a Parigi, dicono. Ma appena Gaston chiede a Tapioca del furto a “Castelnuovo”, capiamo subito che siamo nel solito limbo cinematografico dove i francesi si chiamano Michele e Zannini, e dove la geografia è una cortina fumogena per confondere la censura.
L’ambientazione è un gioco da tavolo: lo sfondo è francese, le regole sono italiane, le carte truccate.
🧠 Critica al capitalismo, ma con la bocca piena
Il bersaglio è chiaro: il capitalismo da salotto, fatto di imbrogli eleganti, valute esportate, società fittizie, amici potenti. Eppure, l’arma usata non è il mitra della critica sociale ma la fionda della farsa. Si ride, si ammicca, si lascia che il ladro diventi industriale e la società si pieghi alla logica della truffa elevata a sistema.
Un finale alla De Sade, con Tapioca e soci che fondano una compagnia di malaffare e navigano nel denaro come Paperon de’ Paperoni, ma senza nemmeno il bisogno di nuotare, tanto il fiume scorre da solo.
🎭 Totò, tra caricatura e compassione
Totò, sempre lui, riesce anche in questo guazzabuglio a far brillare l’oro della sua arte. Il suo Tapioca è un personaggio astratto, certo, e poco “napoletano” nei dettagli, ma profondamente umano nei tratti: scaltro, impaurito, affamato, ironico, e capace di indossare — come sempre — cento maschere in una scena sola.
È meno “libero” del Totò anarchico di Guardie e ladri, ma più costruito, più calibrato. Forse più “francese”, se vogliamo dirla tutta, ma sempre con la puzza del salame nel taschino.
🎬 Conclusione: il trionfo della truffa, la farsa come verità
I tre ladri è un film sospeso tra cinema muto e teatro di rivista, dove ogni risata è una piccola rivoluzione e ogni furto un’apologia dell’intelligenza applicata alla fame. La morale è ribaltata, il lieto fine è una truffa, e la critica sociale passa sottotraccia, non vista dalla censura e forse neanche dal pubblico.
Ma Totò c’è, e tanto basta per rendere questa pellicola, se non un capolavoro, almeno un saggio sulla comicità come specchio (rovesciato) della società.
Le scene più famose e memorabili del film. Pronto a entrare in un mondo in cui Totò mangia marmellata in casa d’altri mentre fonda società per azioni?
🥖 La Salumeria e il Salame: Fame, retorica e furto poetico
Una delle scene iniziali più emblematiche, e senz’altro fra le più emozionanti, è quella della drogheria, dove Tapioca (Totò) ruba un salame e, salame in mano, si lancia in un monologo struggente, che riecheggia le invettive teatrali dei poveri cristi con l’anima nobile e lo stomaco vuoto.
Totò parla della fame con toni che vanno dal biblico al tragico-popolare: non è più un ladruncolo, ma un interprete esistenziale di una condizione universale.
Il droghiere si commuove, la folla si ammorbidisce, e lo spettatore ride con un nodo in gola. Un’apertura di film che è già tutto un programma.
🚪 L’ingresso in casa Ornano: Biscotti, marmellata e comicità slapstick
Dopo essere fuggito dal droghiere, Tapioca trova rifugio per caso in casa del commendator Ornano. E qui avviene una delle sequenze più tipiche della commedia degli equivoci: anziché rubare l’argenteria, si fionda in cucina e comincia a banchettare di nascosto come un topo in una dispensa, tra marmellate, biscotti e sguardi furtivi.
Questa scena, nella sua semplicità slapstick, incarna la poetica di Totò: un ladro affamato che non cerca il bottino, ma la colazione.
Il contrasto tra la ricchezza della casa e la fame di Tapioca è esilarante e profondamente umano. È l’inizio della metamorfosi del personaggio e uno dei momenti più totòeschi del film.
🚿 La doccia vestiti: quando la farsa incontra il surreale
Una delle scene visivamente più spassose e quasi oniriche: Ornano entra nella stanza mentre Tapioca è sotto la doccia... completamente vestito, cercando di far credere di essere un ospite, forse un parente, forse un idraulico.
L’assurdità della situazione è amplificata dal fatto che nessuno sembra accorgersi dell’incongruenza, creando un effetto da “teatro dell’assurdo” in versione bagno francese.
È un omaggio al cinema muto, alle gag fisiche e all’arte della farsa, con Totò che si muove come un clown malinconico in un mondo che lo ignora.
⚖️ Il processo: il monologo della gallina e la parabola del povero miliardario
Il momento centrale e più forte del film: il processo. Tapioca è sul banco degli imputati e, come accadeva in Dov'è la libertà...?, si lancia in un monologo che mescola sarcasmo, dolore e analisi sociale, sfidando apertamente la logica della giustizia borghese.
«Un miliardario non ha mai denaro. Sono i poveri che devono umiliarsi a raccoglierlo.»
E poi, la scena della gallina che lo insegue, con la testimone che giura che Tapioca era così affascinante che perfino gli animali gli facevano la corte. Una surrealtà da farsa onirica, degna di un circo felliniano, dove la corte ride, il giudice sussulta e lo spettatore si arrende all’evidenza: questa non è giustizia, è teatro.
💸 Il lancio delle banconote in aula: satira feroce travestita da burla
Durante il processo, il ladro gentiluomo Gaston entra in scena come un Arsenio Lupin del popolo, scagionando Tapioca e lanciando banconote in aria come coriandoli a Carnevale. La reazione? Avvocati, giudici e cancellieri che si tuffano a raccoglierle come bambini sotto una piñata.
Una scena simbolica, censurata e ritagliata all’epoca, perché mostrava troppo chiaramente che la vera corruzione non è nei bassifondi, ma nei piani alti.
Totò, con lo sguardo tra l’ingenuo e il complice, osserva la scena, e la giustizia — quella vera — scivola sotto il tavolo tra risate e bigliettoni.
🧵 Il travestimento da prete e la censura: quando la tunica fa paura
In un altro momento fondamentale, Memmo Carotenuto, maggiordomo di Ornano, si traveste da prete per convincere Tapioca a confessare. Ma l’abito talare è troppo rischioso per la censura del tempo.
Così la scena viene modificata: niente più prete, ma un “presidente dell’Associazione per il recupero del detenuto”, con una giacca scura e qualche medaglia cucita qua e là, per simulare l’autorità spirituale senza offenderla davvero.
È uno degli episodi più emblematici della stupidità della censura clerico-nazionale, che temeva la satira alla tonaca più di quella al capitale.
🧳 La scena della chiromante: destino e superstizione da pochade
All’inizio del film, Tapioca si reca da una chiromante, figura totemica delle farse alla francese, per conoscere il suo destino. La scena è un piccolo capolavoro di ironia narrativa: l’indovina prevede per lui un futuro glorioso... e in effetti avrà successo, ma come truffatore.
È un momento che unisce commedia, simbolismo e presa in giro della superstizione popolare. Un piccolo siparietto da teatro di varietà.
💼 La scena finale: i tre ladri capitalisti, soci e truffatori
Nel finale, Tapioca, Ornano e Gaston non sono più marginali, reietti o perseguitati. Sono soci d’affari, con sede nella “più dolce città d’Europa”, e pronti a “dire e fare” ancora molto.
Una conclusione immorale, scandalosa, spudorata — ma anche geniale. La truffa vince, i ladri trionfano, la morale è lasciata a chi può permettersela.
Il cerchio si chiude con un tono da favola nera, dove il lupo mangia Cappuccetto Rosso... e le offre pure un contratto di consulenza.
Una nota sui primi piani: il volto di Totò come specchio morale
Al di là delle scene più teatrali, c’è un elemento sottile e potente: i primi piani del volto di Totò, soprattutto durante il processo. La macchina da presa indugia su quelle espressioni trasformiste, capaci di passare dallo sberleffo al dolore, dalla furbizia alla pietà.
È qui che il film raggiunge un livello superiore: Totò, anche se ingabbiato in un personaggio incerto, riesce a far vibrare l’umanità. Non con le parole, ma con la faccia, la voce, il corpo.
📜 Conclusione: la galleria delle scene memorabili come antologia della farsa sociale
I tre ladri è un film che vive nei suoi momenti di rottura, in quelle scene dove il riso scappa e scivola in satira, e la farsa diventa specchio deformante della realtà. Non tutte le sequenze sono perfette, ma molte restano memorabili proprio perché ambigue, scorrette, ingenue e spietate insieme.
Così la stampa dell'epoca
Come fu accolto il film? Da chi fu frainteso? Chi rise, chi si indignò, chi tagliò le gambe (letteralmente)? Parleremo di critica, pubblico e soprattutto censura, che — come un imbianchino dell’anima — si preoccupava più delle sottovesti che delle truffe miliardarie.
🧐 Critica italiana: tra farsa borghese e satira annacquata
All’epoca dell’uscita (1954), la critica cinematografica italiana si trovava in una fase di transizione culturale: il neorealismo stava lasciando spazio a nuove sperimentazioni, al cinema d'autore, ma anche a commedie farsesche più commerciali, di cui I tre ladri sembrava far parte… e in effetti sì, ma con un’ambizione più sottile.
Tuttavia, la critica non colse pienamente il progetto ibrido di Lionello De Felice. I giudizi prevalenti oscillavano tra:
- “Totò non è sfruttato al meglio”: cioè, poco spazio all’improvvisazione, troppa rigidezza da copione;
- “Struttura teatrale eccessiva”: il film sembrava un vaudeville filmato più che un’opera cinematografica moderna;
- “Buona la confezione, debole la sostanza”: molti giudizi liquidavano il film come “elegante ma inutile”.
👉 In sostanza, non fu stroncato, ma nemmeno celebrato. Si riconobbe un certo impegno nella satira sociale, ma se ne sottolineò anche l’ambiguità morale e la debolezza narrativa.
❝ Totò è sempre lui, ma si muove in un meccanismo troppo artificiale per brillare davvero ❞
(da "Il Messaggero", 1954)
🍿 Il pubblico: tra risate tiepide e biglietti al botteghino
Dal punto di vista del pubblico, I tre ladri non fu un fiasco, ma neanche un successo memorabile come altri film di Totò. La pellicola incassò discretamente nei primi giorni, soprattutto grazie alla presenza del comico napoletano e all’idea (forse più di marketing che di sostanza) della “co-produzione italo-francese”.
Ma c’era un problema: il pubblico non sapeva bene cosa aspettarsi.
- I fan di Totò erano spiazzati da una recitazione più contenuta e da una trama meno comica e più “strutturata”, con discorsi sul capitalismo, monologhi da tribunale e ambientazione borghese.
- Gli spettatori “intellettuali”, invece, storcevano il naso per l'uso farsesco del mezzo, le gag slapstick e i travestimenti, vedendolo come un film “popolare travestito da serio”.
📉 Il risultato? Una ricezione tiepida, che non lasciò traccia duratura nel cuore del pubblico.
🚫 La censura: più affamata di moralismo che di salame
E ora veniamo al piatto forte: la censura italiana del dopoguerra, che non si smentisce mai per acume e modernità.
Nel caso de I tre ladri, non fu tanto il messaggio sovversivo a spaventare, quanto alcuni dettagli minori che sembravano minare l’ordine costituito e il “buon costume”. Vediamoli nel dettaglio:
👗 1. La sottoveste di Simone Simon
- Il corpo dell’attrice, non più nel fiore dell’età (secondo i censori, si intende), era coperto da una sottoveste giudicata “troppo trasparente”.
- Soluzione: rifare la scena con una vestaglia di lana che pareva uscita da una pubblicità della Valda. Il sex appeal fu cancellato con un colpo di forbice… e un ferro da stiro.
⛪ 2. Il maggiordomo travestito da prete
- L’idea che un maggiordomo si travestisse da sacerdote per estorcere informazioni a un ladro in carcere fu considerata una blasfemia comica.
- Risultato? Il personaggio fu trasformato in un generico “presidente di associazione di recupero detenuti”, con tanto di medaglie a caso sul petto, nel tentativo grottesco di salvare capra e Vaticano.
💸 3. Le banconote lanciate nel tribunale
- La scena in cui Gaston Cascarilla lancia banconote nell’aula di tribunale — con giudici e avvocati che si gettano a raccoglierle — fu vista come un’offesa allo Stato.
- Furono fatti tagli chirurgici per evitare che si vedesse il volto dei funzionari pubblici nell’atto di arraffare i soldi.
👉 Insomma, la censura ignorò il sottotesto anti-capitalista, ma si scatenò contro la gamba nuda, la tonaca e il denaro nelle mani sbagliate. Una logica degna di Tapioca, non certo della Corte Costituzionale.
📉 La ricezione in Francia: un Totò che non fa ridere
Con il titolo Trois voleurs, il film arrivò in Francia ma non attecchì. Il pubblico francese non conosceva Totò, non capiva il suo umorismo verbale, e soprattutto:
- Jean-Claude Pascal e Simone Simon recitavano in francese,
- Totò e Bramieri in italiano,
- e l’intera esperienza sembrava un esperimento linguistico condannato alla Torre di Babele.
🗣 Il doppiaggio fu goffo, il ritmo si perse, e il pubblico francese non rise, o almeno non nei punti giusti. La farsa napoletana incastonata in un film travestito da commedia francese sembrò uno scherzo malriuscito — una baguette farcita con ragù.
🎭 Rivalutazioni critiche successive: un film dimenticato... ma non troppo
Negli anni successivi, I tre ladri venne quasi dimenticato, offuscato da capolavori come Guardie e ladri o Miseria e nobiltà. Tuttavia, alcuni studiosi del cinema comico e della satira sociale hanno cominciato a rivalutarlo per:
- la sua denuncia del capitalismo truffaldino,
- la recitazione misurata e stratificata di Totò,
- e l’ambiguità morale che — guarda caso — oggi risulta modernissima.
📚 In particolare, negli anni Duemila, alcuni saggi accademici hanno posto l'accento sulla struttura narrativa “a rovescio”: qui il ladro diventa imprenditore, la vittima è carnefice, la giustizia una sceneggiata.
🧾 In sintesi: tra gambe, salami e tribunali
| Aspetto | Accoglienza |
|---|---|
| Critica | In parte favorevole ma confusa, film giudicato “onesto ma artificiale” |
| Pubblico | Tiepido entusiasmo; né flop né successo clamoroso |
| Censura | Intransigente su moralismi minimi, cieca sulle grandi satire sociali |
| Estero (Francia) | Flop: Totò non buca lo schermo e la traduzione azzoppa tutto |
| Rivalutazione moderna | Apprezzato per la sua ambiguità etica e la forza simbolica |

Due dei "Tre ladri"
Iniziate a Roma le riprese del nuovo film di Lionello De Felice: « I tre ladri », che è di produzione associata italo-francese e riunisce perciò attori italiani (Totò, Enrico Viarisio, la giovanissima Giovanna Ralli) e francesi (Simone Simon e Jean-Claude Pascal, insieme nella foto in una scena del film). Jean-Claude Pascal ha da poco finito un altro film italo-francese, «Il grande gioco», con Gina Lollobrigida. Simone Simon ha già lavorato in Italia, nel ’46, nel film «Donne senza nome». È nata a Marsiglia nel 1914: compirà dunque quarantanni il 23 aprile, e questa sarà una sorpresa non solo per chi la guarda, ma anche per lei.
«Novella», anno XXXV, n.11, 14 marzo 1954
Da ladro di salami Totò diventa finanziere
In mezzo a tanto cinema sociale i produttori ricorrono spesso ai vecchi film a soggetto allegro-sentimentale, ricchi di equivoci comici, quel tipo di film insomma che oltre a divertire il pubblico ha il gran merito di far riportare a casa i quattrini. Film come questi, che non presentano mai le difficoltà dei cosiddetti film artistici, sono un po’ un riposo per i registi. Si tratta a questo punto di fare le cose con pulizia e con una certa eleganza e nessuno ci sembra meglio indicato a questo compito di Lionello De Felice. I tre ladri, che De Felice, appena finito di girare Cento anni d'amore, ha messo subito in cantiere e che avrà come principale interprete Totò, è la storia di un ladro incapace di rubare. Soggetto che forse può apparire un po’ frusto, perché già apparso nel cinema in diverse salse, ma comunque efficace, e che guidato da un regista abile e brillante quale sa esserlo quando vuole De Felice, può dare risultati inaspettati. Il fatto stesso che accanto a Totò non vi saranno in questo film i soliti attori dialettali, ma due abili professionisti quali sono Simone Simon e Jean-Claude Pascal è già una garanzia. Un Totò dunque costretto a fare a meno delle risorse del dialetto e perciò più genuino.

Tapioca (Totò), così si chiama il primo dei tre ladri di questa satira che ci mostra all’opera tre esperti del mestiere, non è, per adoperare un termine usato anche in questa categoria sociale, proprio quello che si dice una cima, ma semmai, volendolo classificare secondo la graduatoria con cui anche i ladri definiscono i meriti della loro professione, un buono a nulla, un imbecille, insomma un ladro mancato Tale infatti è Tapioca i cui furti, se furti si possono chiamare il ratto di una gallina o di un salame appeso nella vetrina di un negozio, vengono scoperti nel momento stesso in cui sono consumati. Privo di qualsiasi credito presso quei ricettatori ai quali i suoi colleghi si rivolgono nei momenti di crisi per sbarcare il lunario, Tapioca è costretto a vagare affamato per la città, in attesa del colpo buono che non viene mai, un grosso furto che, oltre a soddisfare i suoi bisogni, lo riabiliti davanti ai compagni. È inutile dire che Tapioca non farà mai nulla perché questo suo desiderio Li avveri. Tapioca infatti non ha né l'astuzia, né l'ambizione che occorrono per compiere il furto in grande stile.
Mentre le vetrine dei pizzicagnoli, coi loro salami e i loro prosciutti esposti, lo eccitano al punto da fargli perdere la testa, le vetrine dei gioiellieri le cassaforti delle banche lo lasciano quasi indifferenti Lo vediamo perciò quasi sempre fermo davanti a quei negozi che espongono roba da mangiare. È questo il genere che più di tutti sente e che quindi tratta di preferenza. Ma come si è detto, neppure in questo cam po che dovrebbe essere la sua specializzazione, le cose gli vanno bene. In fondo Tapioca, pur facendo da molti anni il mestiere del ladro, è rimasto un dilettante. Ma ecco che un giorno anche questo ladro mancato si trova senza volerlo immischiato in un grosso furto. E tutto per amore di un salamino, uno di quei modesti sala mini che i salumai tengono appesi a mazzi nei loro negozi. Passando un giorno davanti ad una di queste botteghe egli non può fare a meno di entrarvi, e dopo essersi guardato intorno quel tanto che basta per convincersi di non essere osservato, con un gesto fulmineo ne stacca uno e se lo ficca in tasca, ma non ha fatto ancora un passo in direzione della porta del negozio che già sente gridare: «Al ladro! Al ladro! » A quel grido ormai noto, Tapioca si mette subito a fuggire; e siccome fra tanti difetti ha anche quello della paura questa gli mette le ali ai piedi; distanziati i suoi inseguitori, in testa ai quali c’è il padrone della salumeria. Tapioca imbocca il primo portone che gli si offre come rifugio, e, senza esser notato dal portiere, infila di corsa le scale che sale fino all’ultimo piano. Però siccome neppure lassù si sente al sicuro, passa sulla terrazza dalla quale raggiunge attraverso i tetti un terrazzino in cui due finestre aperte sembra lo invitino a entrare. Una volta dentro, la prima preoccupazione di Tapioca è quella di visitare la cucina, e, trovatala ben fornita, non sa resistere alla tentazione di fermarvisi a mangiare un boccone; senonché, dovendo fare i conti col suo stomaco affamato, vi si trattiene assai più di quello che la prudenza suggerirebbe. Mangiando infatti Tapioca si dimentica di essere un ladro, e per di più inseguito. Ma ecco che all’improvviso la porta della cucina si apre, e Tapioca, balzato in piedi nel tentativo di nascondersi, va a sbattere contro un giovanotto in abito da sera che veniva in cucina per bere un bicchierino. Per alcuni istanti i due si guardano sorpresi ma poi, riconosciutisi, si gettano le braccia al collo.
Facciamo così la conoscenza del secondo ladro, Gastone Cascarilla (Jean-Claude Pascal), un ladro venuto su dal nulla, ma che in pochi anni ha saputo impadronirsi così bene del mestiere da suscitare l’invidia dei compagni. Questo ladro di classe invece di mostrarsi sdegnato della pretesa di quel ladro di polli di voler lavorare in un campo che egli considera di sua esclusività, si mostra così compiacente col povero Tapioca al punto di rivelargli i suoi piani. Egli si trova lì, spiega Cascarilla, per impadronirsi di una borsa contenente dieci milioni (una somma enorme se si considera che siamo nel 1910) che il proprietario dell'appartamento porterà con sé fra poco. Il loro dialogo è infatti interrotto dall’arrivo dell’industriale Ornano (Gino Bramieri), che dei tre ladri è quello che finora ha saputo rubare di più. Ma lo ha fatto così bene che è riuscito persino a farsi nominare commendatore. L’industriale che è accompagnato dalla moglie Noris (Simone Simon), colla quale in quel momento sta litigando, imbocca subito la porta della propria camera dove sotto il letto si è nascosto Tapioca. Cascarilla intanto è entrato nella camera della padrona e, sotto la minaccia di consegnare al commendatore alcune sue lettere d’amore contenenti la prova del suo adulterio, la convince a ritirarsi nella camera del marito e a tenerlo occupato fino al momento in cui lui non si sarà impossessato della borsa coi dieci milioni. Impadronitosi del denaro, infatti Cascarilla lascia poco dopo l'appartamento senza curarsi del povero Tapioca, il quale a un certo punto, stanco di ascoltare da sotto il letto le frasi d’amore che si scambiano i due coniugi, cerca di svignarsela approfittando del buio. Ma proprio quando sta per raggiungere la porta inciampa in una sedia e cade. Al rumore il commendatore balza dal letto, troppo tardi per agguantare il lauro ma in tempo per scorgere la sua faccia.

All’ufficio di polizia, dove si è subito recato, il commendatore non ha difficoltà a riconoscere, fra le fotografìe dei pregiudicati che gli vengono presentate, il volto di Tapioca che viene così subito arrestato. Per quanto si mostri sgomento e rappresenti molto bene la parte del derubato, l’astuto commendatore è tutt’altro che rovinato. Con quel furto infatti egli riesce a ricoprire tutti quelli compiuti per proprio conto ai danni dei suoi soci. Giacché essendo stato derubato come può rendere agli altri il denaro che gli spetta? Intanto è corniciato il processo contro il povero Tapioca; ma ecco quando pare ormai che di tutta quella complicata faccenda egli sarà il solo a sopportare le conseguenze, avviene un fatto straordinario. Cascarilla entra nell’aula del tribunale e, dopo avere aperta sotto gli occhi dei giudici la famosa borsa, comincia a estrarne con mosse da equilibrista pacchi di banconote. Dopo di che si ritira colla stessa rapidità con cui è entrato. Quell’apparizione improvvisa ha prodotto nell'aula una grande confusione. Ormai è chiaro che Tapioca è innocente. Gridano i giudici, grida il pubblico. E inutilmente Tapioca si ostina a porgere ai carabinieri i polsi per le manette. Nessuno più si cura di lui. Sono passati alcuni mesi, forse alcuni anni, e i tre ladri sono diventati ormai tre uomini d'affari. Il film ce li mostra infatti davanti a un’agenzia di affari parigina sulla cui targa dorata spiccano i loro nomi: «Ornano-Cascarilli-Tapioca ».
Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.12, 21 marzo 1954
Tre ladri e una canzone
Da parecchio tempo a questa parte si parla di Totò come autore di canzoni. dopo la famosa «Malafemmina», in cui pubblico ha creduto di ravvisare la storia di un amore infelice del nostro grande comico, il momento più critico per la sua posizione di compositore si ha avuto certo al Festival di Sanremo dove il principe De Curtis si è presentato quest'anno con la canzone «Con te», e, naturalmente, con la sua bella fidanzata Franca Faldini. Anche se non ha ottenuto da parte della giuria il successo che forse il suo autore si aspettava, la canzone di Totò è piaciuta al pubblico, specie femminile.
Ci diceva Achille Togliani, subito dopo Sanremo, che l'interpretazione - veramente notevole - di quella melodia gli aveva procurato un enorme afflusso di corrispondenza da parte delle ammiratrici.
Quelle due parole, estremamente “attaccaticce” che partendo dal titolo si ripetono nel testo, per ben quattordici volte, come fu contestato dalla critica, fino all'ossessione, hanno costituito per il pubblico femminile è un punto molto favorevole nella quotazione della canzonetta. E una valanga di posta piena di Con te, Con te, Con te ha fatto eco a quelle note, così dolcemente abilmente modulate, dalla calda suadente voce del nostro ammiratissimo Achille.
Al festival di Napoli pare che De Curtis non abbia avuto altrettanta fortuna. Ma Totò che è un compositore tenace ed ha il vantaggio di poter comporre e lanciare una canzone tutta da sé, si rifà a questa «Tapioca», una samba che tre ladruncoli si provano a danzare... Ascoltata da un regista la danza fu inserita in un film e sarà lanciata proprio dal nostro irresistibile comico in «Tre ladri», il cui soggetto cinematografico è stato tratto dal romanzo omonimo di Umberto Notari.
La canzone «Tapioca», che ha lo stesso nome del personaggio principale del film, nacque una sera in casa del principe De Curtis in presenza di Bixio. Totò al pianoforte accennò il motivo che piacque subito a Bixio per la sua spontanea freschezza per la sua popolarità. anzi il musicista ne fu tanto conquistato che... per l'occasione diventò poeta. E si mise lì per lì a suggerire i versi che hanno completato la bella canzone. Possiamo oggi offrire ai nostri lettori in assoluta esclusiva la musica e le parole di «Tapioca» dateci dal maestro Bixio.
La trama del film è tenue, ma è basata su una storia di ladri, di infedeltà e di un processo sensazionale. Tutti elementi validissimi ad attrarre ed incatenare l'attenzione del pubblico.
Nel 1910, all'alba di un giorno di fame, Tapioca, un ladruncolo sfortunato è costretto a fuggire e a nascondersi in un appartamento vuoto. Qui incontrò una vecchia conoscenza, un suo ex allievo Cascarilla (che ha fatto una carriera assai più brillante della sua) appostato per rubare dieci milioni che dovrebbero “arrivare” di lì a poco col padrone di casa, il commendatore Ornano.
Dopo strani avvenimenti, arresti e ricatti, non solo Cascarilla fugge, ma resta libero anche Tapioca e si dimostra ladro anche il commendatore Ornano, che, con la scusa del furto, ha truffato i suoi soci. I tre ladri si ritrovano, passato qualche tempo, a Parigi in un'agenzia di operazioni di borsa che porta una targa dorata «Ornano - Cascarilla e Tapioca S.A. Paris, New York, Londres»! Dopo, si capisce, aver lanciato la nuova danza: «la Tapioca che il cuore t’infuoca, ballando la Tapioca si gioca con l'amor!...»
Vi lavorano con Totò noti attori come Jean-Claude Pascal (Cascarilla), Simone Simon (Noris), Giovanna Ralli e Gino Bramieri (Ornano) che ne sono gli interpreti. Vi partecipano anche Memmo Carotenuto, Renato Navarrini, Camillo Pilotto, Pina Renzi, Virgilio Riento ed altri, tutti bravissimi.
G.Beri, «Sorrisi e Canzoni TV», 14 giugno 1954
Gran tema, quello del ladri. Vuoi nei romanzi, vuoi nelle farse, nelle zarzuele tipo « Gran Via », nei film, i ladri provvisti, non di armi, ma di ordigni per aprire casseforti, e di « passepartout » per spalancare porte e finestre, e muniti sopratutto di audacia, di agilità, di astuzia e di fantasia, sono personaggi simpatici, per nulla sinistri, talvolta, come certi topi d'albergo, perfino romantici e affascinanti. Tutto ciò s'intende nel mondo delle invenzioni, che, nella realtà, sono tutt'altra cosa. [...]
Totò, nel panni di Tapioca, il ladruncolo miserabile, è il personaggio più rilevato; tutto l'interesse si concentra su di lui e, dalla sua mimica di comico istintivo, sgorga l'ilarità, efficace, nella parte del gran ladrone, Gino Bramieri; spontaneo ed elegante Jean Claude Pascal, uno del « belli » del cinema francese. La graziosa Simone Simon si rivede qui, dopo tanto tempo, nella parte della moglie del commendatore. Giovanna Ralli, Virgilio Riento, Camillo Pilotto. Lauro Gazzolo, e altri caratteristi di nome, completano il « cast » di questo film, che pur viziato da non poche lungaggini e certo non alleno dalle convenzionalità del genere farsesco, non fallisce, tutto sommato, l'intento, che è meramente ricreativo.
l.p. (Leo Pestelli), «La Nuova Stampa», 28 settembre 1954
Al genere dichiaratamente farsesco, basato quasi unicamente su un Totò privo d’inventiva e di freni e che stancamente ripete il modulo delle sue macchiette e non ancora di un personaggio, appartiene il filmetto tratto da un romanzo di Notari e sceneggiato e diretto da Lionello De Felice, dove qualche spunto comico si fa luce specie all’inizio e qualche velleità satirica è ben presto sopraffatta dall'arruffio della vicenda che ha più di certo avanspettacolo che di cinematografo. [...]
vice, «Gazzetta del Popolo», 28 settembre 1954
E' questa la prima annuale apparizione di Totò. Una scelta felice indubbiamente se si vuole che il massimo attore comico del nostro cinema prolunghi la propria notorietà. Lionello De Felice, il giovane regista per il quale queste cronache sono spesso state prodighe, ha saputo contenere, con abile mestiere e profondo senso psicologico, il funambolismo, non sempre giustificato, di Totò in termini accettabili fino a presentarci l'attore fuori dal suo abituale cliché. "I tre ladri" infatti è la riprova di quanto determinante sia la direzione degli attori in una vicenda — sia pur leggera ed epidermica come questa — che si valga del mezzo cinematografico.
Totò è stato attore convincente in "Guardie e Ladri", riesce a confermare questa nostra affermazione nel suo recente film e ciò dovrebbe giovargli quale indicazione per le proprie future fatiche cinematografiche. A De Felice il merito di aver saputo narrare con felice intuito e intelligente capacità di sintesi i casi di tre ladri impersonati da Totò, Jean Claude Pascal e Simone Simon e di aver rivelato ad un tempo un Gino Bramieri un attore che pensiamo possa ben figurare in testa alla esigua schiera dei nostri caratteristi. La storia è quella di tre ladri e dei loro fortuiti incontri nel corso della quotidiana attività «professionale». Una vicenda ben articolata che val la pena di seguire attraverso lo schermo anziché dalla fredda cronaca del nostro «resumé». Buon divertimento.
V.S., «Il Popolo», 6 ottobre 1954
La censura clericale possiede una sensibilità che raggiunge davvero il ridicolo. Difatti, già lungo la lavorazione di questa farsa, leggermente ironica, ambientata in un paese immaginario nel 1911 e tratta da una libro di Umberto Notari (uno scrittore che lungo la prima guerra mondiale godette di una certa fama, soprattutto per un suo polemico libro sulle prostitute), molte volte era intervenuta per far mutare situazioni e dialoghi. Ma non è bastato: a lavorazione conclusa, senza che iI regista dei film, Lionello De Felice, fosse preventivamente avvertito, eccola di nuovo all'attacco. Le sue forbici sono calate, c'è da restar sbalorditi, sulla scena del processo, quando Gastone lancia i bigliettoni e tutti comprese le guardie si affannano a raccoglierli. tagliando a tutt'andare, tirando fuori non so qual vilipendio! Un cameriere travestito da prete, poi, non è neppure piaciuto alla censura e, infine, è scomparsa una voce fuori campo che, alla conclusione del film diceva, pressapoco, che non tutti i disonesti finiscono in carcere!
Senza ulteriori commenti, aggiungiamo che la commediola, solo in qua e in là spiritosa, si avvale dell'interpretazione di Totò il quale rifà un poco il suo personaggio di Guardie e ladri, di quella di Jean Claude Pascal (Gastone) e di Gino Bramieri (Edmondo). Nelle parti femminili, laterali, una sfiorita Simone Simon e la graziosa Giovanna Ralli.
a. sc., «L'Unità», 6 ottobre 1954
Una satira, dunque, o meglio una farsa, senza molte pretese essenza troppo sale. La ravvivano qua e là alcune battute saporite e qualche situazione un poco peregrina. E la ravviva, naturalmente, l'interpretazione di Totò, tutta lazzi, smorfie, sberleffi, nelle vesti del ladro millantatore. Al suo fianco gli attori Simone Simon e Jean-Claude Pascal. La regia, di Leonello De Felice, tenta qua e là cadenze di balletto: sovente con piacevole brio.
G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 6 ottobre 1954
[...] Nonostante le ironiche iperboli con le quali questa morbosità viene descritta, le grottesche situazioni in cui si manifesta non riescono divertenti quanto vorrebbero: improntate ad un gelido umorismo, non si sciolgono e non si articolano mai nella piena allegria della farsa. La storia, dopo alcune traversie processuali si conclude con l'associazione dei tre ladri che opereranno, ormai, di comune accordo. Diretto con molta cura ma con poco spirito da Lionello De Felice, il film ha il torto di cercare toni e significati da favola satirica perdendo così di vista quello che doveva essere il suo unico scopo; far ridere gli spettatori. Totò cerca, comunque, con le sue risorse di rendere gustoso il racconto ben coadiuvato da Gino Bramieri, Jean Claude Pascal e Simone Simon che prendono fin troppo sul serio le rispettive parti.
E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 6 ottobre 1954
[...] Forse I tre ladri, tratto da un romanzo di Umberto Notari, avrebbe voluto essere una satira dell'epoca precedente la prima guerra mondiale. In pratica, sotto la regia di Lionello De Felice, che si è trovato davanti una sceneggiatura sprovveduta e dialoghi infelici, tutto si è ridotto ad un pretesto per far ripetere a Totò gesti, cadenze ed invenzioni mimiche ormai collaudati, ma sempre ben accetti , dal suo pubblico. Gli sono affiancati Jean Claude Pascal, manierato ladro gentiluomo, la sfiorita Simone Simon, oltre a Pilotto, Riento, Gazzolo e Giovanna Ralli.
«Corriere della Sera», 7 ottobre 1954
Convenientemente corroborato e vitaminizzato dalla presenza di Totò, questo filmetto, sfrenandosi attraverso una pirotecnica di invenzioni umoristiche, raggiunge, tra alti e bassi, molti tratti francamente spassosi. E tuttavia quale occasione mancata, sopratutto da parte degli sceneggiatori, oltre allo stesso regista! Costoro sono anzitutto caduti nell'errore di rendere le figure dei ladri troppo caricaturali: e così c'è il ladruncolo, il miserello Tapioca, che si limita a colpetti modesti e vive stentamente in una soffitta; c'è il ladro che fa le cose in grande, l'affarista riverito da tutti che conduce una vita di lusso ed ha una moglie bella ed elegante; c'è il ladro in guanti gialli, che giocando sul suo fascino compie furti di aita classe. Accade che il povero Tapioca, sfuggendo alia caccia di un pizzicagnolo cui ha rubato un salammo, capiti nella casa del ladro affarista e qui trovi il ladro in guanti gialli, venuto per un furto di dieci milioni. Ed è naturalmente il ladruncolo che viene incolpate del furto. Di qui discendono molte occasioni comiche, poiché Tapioca si lascia accusare: il furto infatti gli ha procurato una celebrità enorme. Ma al processo il ladro in guanti gialli viene a rivendicare la paternità di quella impresa. Alla fine i tre ladri si mettono insieme in una fruttifera società.
Le molte sforbiciate della censura hanno tolto al film molto sale polemico; poteva essere una buona satira di costume (a giudicare dalla trama), di quelle che lasciano qualche graffio. Invece il film risulta uno svago minore per gli interpreti di cartello, una favoletta di moderata allegria in cui la personalità del regista è piuttosto assente. Vi predomina invece quella di Totò che sfrutta tutte le occasioni comiche con buffonesca frenesia ed indubbia efficacia, attingendo al suo immutabile repertorio mimica su un piano di decorosa mediocrità si svolge la recitazione degli altri attori: Jean Claude Pascal, Simone Simon e Gino Bramieri
m. liv. (Maurizio Liverani), «Paese Sera», 7 ottobre 1954

Siamo nel 1910. In una soffitta umida e fredda, dal cui tetto filtra l’acqua piovana, un uomo dorme tutto vestito. Si tratta di Tapioca, un ladruncolo senza fortuna, che tenta piccoli colpi, spesso molto pericolosi.
Infatti ecco Tapioca nel mezzo di un parapiglia. In una salumeria dove incontra Marietta, una graziosa servetta che egli corteggia, il ladruncolo, approfittando della ressa attorno al banco di vendita, tenta di rubare un salame. Scoperto e inseguito, riesce a rifugiarsi nel portone di una casa signorile; raggiunge di li un terrazzino dal quale penetra, poi. cautamente in un lussuoso ed ampio appartamento, deserto.
Mentre sta mangiando, attingendo alla fornita dispensa, Tapioca sente un rumore. Si nasconde e vede entrare un elegante giovane in abito da sera. Immediatamente riconosce in lui Gastone Cascarilla (Jean Claude Pascal) un suo complice che ora è divenuto ladro internazionale di alto bordo. Cascarilla spiega la sua presenza nella casa. Egli è lì per tentare un grosso colpo: rubare al padrone, che rientrerà tra poco, una borsa piena di dieci milioni. Un bel colpo davvero !
Mentre i due parlano rientra il vero padrone di casa, con sua moglie (Simone Simon). Tapioca si nasconde nella camera da letto di lui. Cascarilla in quella della signora. Ricattando la donna, con delle lettere amorose che ella aveva scritto in passato. Cascarilla riesce a compiere il furto e se ne va indisturbato e con le tasche fornite. Il povero Tapioca invece, rimane nei guai. e. quando tenta di fuggire, viene individuato dal padrone di casa che lo fa arrestare.
Tapioca nega il furto. In carcere gli accadono strane cose: il derubato, commendator Ornano, lo lusinga con mille regali per fargli confessare il furto. In realtà il commendatore si trova in una critica situazione finanziaria, perchè la sua falsa solidità economica era basata su operazioni poco pulite e su quei dieci milioni.
Siamo al processo. Tapioca, imputato del colossale furto raggiunge una improvvisa e clamorosa notorietà che lui, modesto ladro di polli, non si sarebbe mai sognata: perciò, nonostante la sua innocenza trova conveniente far credere di essere in possesso dei dieci milioni. Ma ecco il colpo di scena: in aula si presenta improvvisamente Cascarilla accusandosi autore del furto.
Il ladro, vestito con raffinata eleganza, si presenta con una borsa di pelle ben rigonfia e suscita grande confusione. Egli sale su una balaustra e lancia di sotto alcuni biglietti da diecimila lire. Poi fugge da una finestra.
La inaspettata e abbondante pioggia di biglietti di banca da diecimila lire, che volteggiano stranamente nel tempio della giustizia, provoca un'enorme confusione. Tutti si gettano sui bigliettoni : pubblico, guardie, avvocati e magistrati. Tapioca approfitta del parapiglia e si avvia malinconicamente all'uscita per riprendere la sua solita, oscura vita di povero ladruncolo.
Dal tempo del clamoroso processo sono passati alcuni anni. I tre personaggi della vicenda si ritrovano a Parigi. in una lussuosa sede dalla targa dorata. «Ornano, Cascarilla, Tapioca - Paris, New York, Londres». In fondo essi hanno scoperto di avere qualcosa in comune. In un modo o nell'altro sono tutti e tre ladri.
«Noi Donne», anno IX, n.42, 24 ottobre 1954
🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️
I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.
I documenti
Un dettagliato excursus sulle edizioni home video del film. Analizzeremo le uscite in VHS e DVD, evidenziando anni di pubblicazione, case editrici, caratteristiche tecniche e contenuti speciali.
📼 Edizioni in VHS
1. Fabbri Video – Collana "Il Grande Cinema di Totò" (1994 e 1997)
- Anno di uscita: 1994 e ristampa nel 1997
- Casa editrice: Fabbri Video
- Caratteristiche:
- Formato VHS in PAL
- Audio in italiano mono
- Copertina con immagine di Totò e titolo in rosso su sfondo blu
- Note: Questa edizione faceva parte di una collana dedicata ai film di Totò, distribuita in edicola.
💿 Edizioni in DVD
1. Medusa Home Entertainment (2005)
- Anno di uscita: 2005
- Casa editrice: Medusa Home Entertainment
- Caratteristiche:
- Formato video 4:3
- Audio in italiano mono
- Durata: 95 minuti
- Contenuti speciali: Non specificati
- Note: Edizione standard senza particolari extra.
2. Mustang Entertainment / Eagle Pictures (2013)
- Anno di uscita: 2013
- Casa editrice: Mustang Entertainment, distribuito da Eagle Pictures
- Caratteristiche:
- Formato video 4:3 Full Screen
- Audio in italiano (Dolby Digital 1.0 - mono)
- Sottotitoli in italiano per non udenti
- Durata: 95 minuti
- Contenuti speciali:
- Trailer
- Note: Edizione più recente con attenzione all'accessibilità grazie ai sottotitoli.
3. Importazione UK – Rarewaves (Data non specificata)
- Anno di uscita: Data non specificata
- Casa editrice: Rarewaves (UK Import)
- Caratteristiche:
- Formato DVD Region 2
- Audio presumibilmente in italiano
- Contenuti speciali: Non specificati
- Note: Edizione destinata al mercato britannico; dettagli tecnici limitati
📌 Riepilogo delle edizioni
| Anno | Formato | Casa editrice | Contenuti speciali | Note |
|---|---|---|---|---|
| 1994 | VHS | Fabbri Video | Nessuno | Parte della collana "Il Grande Cinema di Totò" |
| 1997 | VHS | Fabbri Video | Nessuno | Ristampa dell'edizione 1994 |
| 2005 | DVD | Medusa Home Entertainment | Non specificati | Edizione standard |
| 2013 | DVD | Mustang / Eagle Pictures | Trailer | Include sottotitoli per non udenti |
| N/D | DVD | Rarewaves (UK Import) | Non specificati | Edizione per il mercato britannico |
Gino Bramieri
Gino Bramieri
Cosa ne pensa il pubblico...

I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com
- Curioso film di medio valore (**, forse largheggiando), con Totò che non fa il mattatore ed un cast che definire composito è dire poco. Inizio mediocre, con trovate da film muto (e, non a caso, rese senza sonoro): poi la pellicola si risolleva un po' con i duetti nei quali opera la Simon e nella fase processuale conclusiva. Trascurabile, in ogni caso.
- Commedia popolare piuttosto debole a causa di una regia tutt’altro che ispirata, sopravvive unicamente grazie al rubagalline Totò, come sempre campione imbattibile negli sguardi e nelle smorfie – basti osservare le sue pose durante la session fotografica - nonché maestro della battuta. Il cast si decora di personaggi affascinanti come il ladro stilé Pascal e l’aristocratica Simon, attrice di gran classe anche in un contesto a lei poco congeniale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La distribuzione dei regali ai detenuti; gli ex accusatori di Tapioca che ritirano le loro accuse in tribunale. .
- Film di scarso livello dove il nostro fa di tutto per rendere appena sopportabile (non riuscendoci) una storiella girata con la mano sinistra da tale De Felice. Pensiamo che la battuta migliore è la traduzione di Moet et Chandon con Mò esce Antonio e abbiamo capito tutto l'andazzo del film. Fa venire i brividi che nel cast ci sia Simone Simon de Il bacio della pantera. Da Tourneur a De Felice...
- I tre ladri rappresentano tre diverse categorie di chi ruba: per sopravvivere c'è il cosiddetto ladro di polli (Totò), poi il ladro professionista che agisce in grande usando furbizia e intelligenza (Pascal) e infine il ladro rispettato in società, ma che combina affari non troppo leciti (Bramieri). È nella seconda parte che il film decolla e Totò, in prigione e durante il processo, può esibirsi in tutto il suo repertorio strappando più di una risata. Ricco cast, che spalleggia bene il grande comico e una buona ambientazione primi del Novecento.
- Tenue commedia in cui non mancano i soliti equivoci che danno il pretesto per qualche simpatica ma esile battuta. È una sorta di apologia disimpegnata sulla figura del ladro, ognuno dei quali esercita a suo modo la mala professione. Ha il difetto di essere diluito in maniera eccessiva per cui ogni tanto ci si distrae un attimo. Non è nemmeno il migliore esempio di commedia a cui Totò ha preso parte, ma un'occasione gliela si può concedere.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Finché ero un povero ladro da due soldi, calci nel sedere, ma da quando sanno che ho rubato dieci milioni, tutto è cambiato!
- Commedia che ironizza sulla moralità del ladro. Il furto è il vero protagonista della vicenda e i protagonisti, accomunati dall’attività ma non dal livello di cabotaggio, si trovano coinvolti in una trama che ha il suo miglior sviluppo da metà corsa. Il lavoro, elegante e con rari esterni, è equilibrato: la presenza nel cast di varie presenze eccellenti permette di arginare la figura di Totò, spesso debordante in altri lavori.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Questa lonza è epidemica!; Sono stanco di stanchezza; Io sono ladro legalmente!; Michel, vorrei un drink, Che drink? Un drinkendranghete.
- Fiacca commedia con intenti moraleggianti di De Felice costruita attorno a Totò che si misura con un ruolo, quello del rubagalline, che è uno dei cavalli di battaglia del suo repertorio. Per ridere si ride, naturalmente, e anzi la vicenda mantiene alcuni collegamenti con la vita reale che le donano una certa attualità anche a distanza di decenni, ma la storia è davvero molto debole e la sceneggiatura raffazzonata non aiuta. Fra i comprimari brillano Pascal e la Simon, il resto è poca cosa. Per i fan del Principe in vena di risate facili.
- Unico film di Totò diretto da Lionello De Felice. Di impianto teatrale, dal sapore raffinato e dall'ambientazione francese, il film è una gustosa satira sugli aspetti criminali del capitalismo molto curata nei dettagli anche se risulta troppo artificiale in alcuni snodi narrativi e un po' convenzionale nel tratteggio dei personaggi. Totò disegna il suo personaggio di ladro di quart'ordine con grande cura a metà tra una rappresentazione veristica e una recitazione ricercata e quasi affettata ma alla fine risulta convincente. Bravo e surreale Bramieri.
- Film garbato e diverso dalla solita commedia di Totò. La trama forse sacrifica il talento dell'attore napoletano, che comunque regge bene la scena. A fargli da spalla, insolitamente, c'è Gino Bramieri. La coppia funziona, anche se è lontanissima dalle scintille di altre come quella di Totò con Fabrizi, Taranto o Peppino. Non mancano i momenti esilaranti, ma l'impressione è che forse la storia latiti e duri un po' troppo. Non il peggior Totò ma nemmeno un suo vertice.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che fa la filippica contro il costo dei salamini al solo scopo di fregarsene uno.
La censura
La censura clericale, già lungo la lavorazione del film, molte volte è intervenuta per far mutare situazioni e dialoghi. A lavorazione conclusa inoltre, senza che il regista dei film, Lionello De Felice, fosse preventivamente avvertito, è stata modificata la scena del processo, quando Gastone lancia i bigliettoni e tutti comprese le guardie si affannano a raccoglierli. Un cameriere travestito da prete, poi, non è neppure piaciuto alla censura e, infine, è scomparsa una voce fuori campo che, alla conclusione del film diceva, pressapoco, che non tutti i disonesti finiscono in carcere.
Inoltre la commissione censura ha da ridire su una scena in cui Simone Simon appare in sottoveste, esige che il finto prete Memmo Carotenuto non porti la tonaca regolare ma un semplice vestito nero. Un mucchio di problemi comporta la scena in tribunale in cui giudici e guardie agguantano delle banconote lanciate per aria. La storiella del ladruncolo creduto ladrone, e per questo vezzeggiato da tutti, suggerisce che siamo tutti un po’ ladri, e che chi non lo è non rimane comunque insensibile alla ricchezza, che sia lecita o meno: morale ardita, addirittura comunista, perché si scaglia contro i ricchi e corrotti. Bramieri ricorda continue rivisitazioni del testo, e interventi non accreditati da parte dei vari scrittori allora a libro paga di Rizzoli: Brusati, Montanelli, Bettetini, Zucconi, Simonetta, forse Gerosa. Alcune scene vengono rigirate, altre modifiche sono effettuate in colonna sonora; prima di ottenere il nulla osta passano mesi e mesi.
Alberto Anile
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Servizi dello Spettacolo
Domanda di revisione 16930
Giudizio preventivo:
«È un miscuglio fra la pochade e la farsa, con evidenti accenti di satira verso il mal costume degli uomini di giudicare i propri simili unicamente per la potenza del denaro, lecito od illecito, di cui essi dispongono. È un tema niente affatto peregrino, che è stato spesso trattato ora in chiave di farsa ora in chiave di dramma. Non ci sembra, quindi, che il fondo didascalico eccelli per particolare originalità: se mai questa si può riscontrare in una certa singolarità di situazioni e di caratterizzazioni umane [...] e in una certa spregiudicatezza di inconfondibile tono parigino [...] A questo proposito va però detto che la satira non sembra coinvolgere particolari istituzioni quali la polizia o la magistratura, ma tutto al più tende a ironizzare su certe tendenze umane, che risultano insite negli uomini qualunque sia la loro posizione e il loro grado sociale. [...] Inoltre, e questo ci sembra determinante, la vicenda risulta ambientata in epoca passata e in quella caratteristica atmosfera parigina delle pochade, in cui si dissolve ogni intonazione realistica per vivere unicamente dei suoi presupposti paradossali e satirici. Ciò premesso, per quanto riguarda la revisione preventiva, si ritiene che il lavoro possa essere accolto, non sembrando offrire materia di censura».
«Revisionato il film il giorno 5 agosto 1954, questa Commissione esprime parere favorevole alla proiezione in pubblico del film I tre ladri a condizione che siano eliminate le seguenti scene:
a) la scena in cui appare la signora Ornano sdraiata sul letto in sottoveste che agita le gambe, in quanto offensiva del pudore, della morale e della pubblica decenza;
b) le scene dell'interno del Tribunale nelle quali si vedono i giudici e i gendarmi che raccolgono le banconote lanciate nella sala del Tribunale, in quanto offensiva del decoro e del prestigio delle pubbliche autorità».
f.to Scicluna
Roma, 5 agosto 1954
Le incongruenze
- Il film è ambientato nel 1910, ma nella scena dove il ladro ricatta la padrona di casa con le lettere dell'amante, queste recano i francobolli della serie "Italia turrita" del 1955.
- Gli articoli di differenti quotidiani che riportano la notizia delle avventure di Tapioca (Totò) in carcere hanno, ovviamente, titoli differenti. Ma l'articolo sottostante è il medesimo per tutti i quotidiani.
- Titoli di testa. 1'16" Costumi della sartoria SCHUBERTH che si scrive Schubert, e musiche del compianto Roman VLAAD che si scrive Vlad.
- Sul pianerottolo. 17'14" Totò cade a terra,si tira su a sedere: ripreso di scorcio dai piedi, ha perso il cappello che sta -semi impallato- dietro la sua schiena. Nuovo ciak, stesso tempo, rotazione oraria di 90° della camera: il cappello è in primo piano, sulla destra di Totò.
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| Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo | |||
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| Il negozio di alimentari (A) dove Tapioca (Totò) ruba un salame poche ore dopo essere uscito dal carcere per furto è in realtà la Trattoria Da Otello, situata in Via della Pelliccia 47 a Roma | |||
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| Rubato il salame, ecco Totò lanciarsi alla fuga inseguito dal salumiere e dai clienti | |||
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| La piazza nella quale un gruppo di strilloni reclamizza il giornale con la notizia del furto in casa dell’industriale Edmondo Ornano (Bramieri) è Piazza dell’Oratorio a Roma. Qui vediamo gli strilloni uscire dalla Galleria Sciarra (sotto nella foto di oggi) | |||
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| La piazza dove, fuggendo dal negozio di alimentari, Tapioca (Totò) si disfa della refurtiva donando il salame che aveva trafugato ad una passante è Piazza dei Massimi a Roma | |||
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| Il tribunale sede del processo a Tapioca (Totò) viene mostrato quasi sempre internamente mentre le riprese esterne si limitano a poche e veloci sequenze della folla che preme all’esterno del cancello: dopo aver guardato da “fermo” il fotogramma, si riconosce la Facoltà di Ingegneria dell’Università della Sapienza, situata in Via Eudossiana a Roma | |||
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| Il palazzo di Parigi sede dell’azienda “Ornano-Casarilla-Tapioca Import Export” e nel quale i tre titolari (Bramieri, Pascal, Totò) tramano su come utilizzare alcune lettere compromettenti sottratte al capo dei servizi segreti è il Palazzo della Consulta, situato in Piazza del Quirinale 41 a Roma | |||
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| Il palazzo nel quale Tapioca (Totò) si nasconde per sfuggire alla cattura da parte del negoziante derubato del salame è Palazzo Torres Lancellotti, situato in Piazza Navona 114 a Roma e visto anche in Poveri ma belli (1956) con il quale facciamo il confronto (notare le macchie sulle pietre della facciata ai lati del portone) | |||
I tre ladri (1954) - Biografie e articoli correlati
“Nelle canzoni di Totò c’è tutta l’anima e la poesia di Napoli” — «Sorrisi e Canzoni», 18 settembre 1955 — Il Principe De Curtis autore, tra musica e biografia.
Annenkov Georges (Annenkoff Georges)
Annuale Armando
Articoli & Ritagli di stampa - 1950-1959
Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1954
Baralla Orlando
Bonanni Luciano
Bramieri Gino (Luigi)
Carotenuto Memmo (Guglielmo)
Castellani Mario
Ermelli Claudio (Foà Ettore)
Filadoro Giovanni (Filidoro)
Fred Buscaglione è morto in un tragico scontro d'auto — «Il Messaggero», 4 febbraio 1960 — La cronaca dell'incidente che sconvolse l'Italia
Garroni Romolo
Gazzolo Lauro (Ilario)
Ginesi Veriano (Genesi Veriano)
Giovanna Ralli, l'innamorata del guerriero — «Tempo», 18 marzo 1961 — Il successo dopo Rossellini
Gore Laura (Regli Laura Emilia)
Kuveiller Luigi
La censura contro Totò – Quando la sua comicità faceva paura: tagli, accuse e moralismo nel cinema e nel teatro di Totò
Laurenti Giuliano
Libassi Salvo (Salvatore)
Magnanti Elda
Meniconi Alfio
Milano Nino
Pandolfini Turi (Salvatore)
Pascal Jean-Claude (Villeminot Jean-Claude)
Pellegrini Amalia
Pilotto Camillo
Ralli Giovanna
Riento Virgilio (D'Armiento Riento Virgilio)
Simone Simon (Simon Simone Thérèse Fernande)
Totò e... Gino Bramieri
Totò e... Lionello De Felice
Totò si agita in platea: c’è uno spiffero, la mia polmonite! — «La Stampa», 14 dicembre 1953 – Torino, l’Alfieri e il set di “Addio Carolina”
Totò vent'anni dopo – «Mòseca e quisquiglie» – «Il Mattino», 11 aprile 1987 – Storie, versi e musica nel canzoniere del Principe de Curtis
Totò: perché mai proprio la bombetta?
Tre ladri e una canzone — «Sorrisi e Canzoni», 14 giugno 1954 — Totò tra Sanremo, “Con te” e la nascita di “Tapioca”.
Valori Maria Bice (Bice)
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- Gino Bramieri, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 cit., pp. 201-202, e intervista del 1995
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "Totò attore" (Ennio Bispuri) - Gremese, 2010
- "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- «Novella», anno XXXV, n.11, 14 marzo 1954
- Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.12, 21 marzo 1954
- G.Beri, «Sorrisi e Canzoni TV», 14 giugno 1954
- l.p. (Leo Pestelli), «La Nuova Stampa», 28 settembre 1954
- vice, «Gazzetta del Popolo», 28 settembre 1954
- V.S., «Il Popolo», 6 ottobre 1954
- a. sc., «L'Unità», 6 ottobre 1954
- G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 6 ottobre 1954
- E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 6 ottobre 1954
- «Corriere della Sera», 7 ottobre 1954
- m. liv. (Maurizio Liverani), «Paese Sera», 7 ottobre 1954
- «Noi Donne», anno IX, n.42, 24 ottobre 1954















