I tre ladri

Per carità... Non mi permetto di far paragoni. Io sono rimasto un piccolo ladruncolo da quattro soldi: un ladro al minuto, al dettaglio. Viceversa tu no, tu sei diventato un ladro all'ingrosso...

Gennaro Jovine

Inizio riprese: febbraio 1954 - Autorizzazione censura e distribuzione: 16 settembre 1954 - Incasso lire 275.351.000 - Spettatori 1.885.966


Titolo originale: I tre ladri
Paese Italia/Francia - Anno 1954 - Durata 95 min - B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Lionello De Felice - Soggetto Umberto Notari - Sceneggiatura Lionello De Felice, Filippo Sanjust, Fèlicien Marceau - Fotografia Romolo Garroni, Giovan Battista Poletto - Montaggio Mario Serandrei - Musiche Roman Vlad - Scenografia Virgilio Marchi - Costumi Georges Annenkov Madeleine Rabusson


Totò: Tapioca - Jean-Claude Pascal: Gastone - Gino Bramieri: l'industriale Ornano - Simone Simon: la signora Ornano - Giovanna Ralli: Marietta, la cameriera - Virgilio Riento: il commissario Zannini - Turi Pandolfini: l'uomo delle invenzioni - Claudio Ermelli: l'avvocato della difesa - Mario Castellani: l'avvocato di Ornano - Memmo Carotenuto: Battista, il maggiordomo - Camillo Pilotto: il presidente del tribunale - Lauro Gazzolo: il Pubblico Ministero - Laura Gore - Nico Pepe


-I_Tre_LadriSoggetto

Soggetto 1911. Tapioca è un povero ladro di galline che ha scarso successo e si fa prendere spesso. Per scappare da un negoziante dopo il furto di un salame precipita tramite un lucernario in una casa signorile deserta. Dopo essersi saziato con le vivande rinvenute in cucina incontra il suo vecchio "apprendista" Gastone Cascarilla (diventato nel frattempo ladro "di classe") che, impeccabile in frac, cilindro e redingote, vuole estorcere dei soldi alla moglie del ricco imprenditore Ornano (Gino Bramieri), proprietario della casa.

Gastone, in possesso delle lettere che la moglie ha inviato a uno dei suoi numerosi amanti, si fa dare la combinazione della cassaforte da questa. Riesce così a rubare 10 milioni e a scappare indisturbato. Tapioca invece rimane ancora nella casa e viene scoperto mentre scappa.

Identificato da Ornano in quanto pregiudicato viene arrestato in quanto creduto lo svaligiatore della cassaforte. Ornano vuole a tutti i costi riottenere il denaro rubato in quanto senza di esso finirebbe in bancarotta. Quei soldi infatti gli permettevano di reggere l'intero impero finanziario di cui era proprietario fungendo via via da "anticipo" per tutta una serie di operazioni al limite della legalità. Per convincere Tapioca a rivelare dove ha messo i soldi Ornano decide di colmarlo di regali e comfort. La vita in carcere di Tapioca si rivela molto lussuosa, la cella è arredata e dotata di ogni comodità, con i secondini che si trasformano in servitori e camerieri. Non mancano poi le elargizioni che lui stesso fa agli altri detenuti ("Ha ucciso la suocera? Bene, bravo, eroe nazionale!").

In poco tempo Tapioca diviene una persona molto popolare persino all'estero, stampa e fans se lo contendono e a lui vengono intitolati cocktail e balli. Al processo nessuno ha quindi il coraggio di testimoniare contro di lui. L'imputato quindi si dichiara colpevole del reato che non ha commesso. Ma proprio in quel momento interviene in aula Gastone che rivela di essere lui l'autore del furto distribuendo i soldi a tutti i presenti e causando un tumulto durante il quale ha poca difficoltà a sfuggire alle guardie del tribunale. Persino Tapioca, quasi disgustato dalla violenza della folla scatenatasi a raccogliere le banconote, riesce a "sfilarsi" dall'aula di tribunale, rifiutando persino la mazzetta di biglietti da mille offertagli dallo stralunato inventore che lui aveva beneficiato.

Nella scena successiva (e finale) vediamo Ornano, Tapioca e Gastone che (presumibilmente a Parigi) discutono di come utilizzare un fascio di lettere compromettenti sottratte al capo dei locali servizi segreti.

I tre imbroglioni hanno unito le forze, apparentemente evitando la punizione per le loro malefatte.

Critica e curiosità

Contemporaneamente a Miseria e nobiltà, Totò comincia I tre ladri, una coproduzione italofrancese per la quale Ponti e De Laurentiis cedono l’attore a Rizzoli. 

Prodotto da Rizzoli con partner francesi il film doveva essere per Totò l'opportunità di uscire dai soliti film commerciali e di essere rilanciato all'estero. Problemi di lingua tra l'attore francese e Totò che quindi non puo' fare aggiunte o modifiche al copione, come era suo solito, perche' tra i due non c'è intesa; le cose migliorano nei duetti con Bramieri. Il finale è molto audace e atipico per la cinematografia italiana dell'epoca (la rigida censura diretta dalla Democrazia Cristiana avrebbe chiesto ovviamente un finale "edificante"), ma bisogna ricordare che l'opera è una coproduzione italo-francese. Il film fu sottoposto a censura.

Il film si rifà ad una farsa d’inizio secolo, tratta da un romanzo di Umberto Notari, il regista è Lionello De Felice, un giovane di esperienza soprattutto teatrale al quale Totò interessa poco, e che infatti non riesce a valorizzarlo. Il cast misto non aiuta: Simone Simon e Jean-Claude Pascal recitano in francese, gli altri in italiano, confidando nell’omogenizzazione del doppiaggio. Totò si sbriglia nei suoi assoli, come nella scena iniziale del furto del salame e nel processo finale, o nei duetti con Gino Bramieri.

De Felice dirige con ritmo lasco e la performance di Totò ne esce appannata, anche a causa di situazioni da vecchia comica: il film inizia con un risveglio alla Charlot, come in Fermo con le mani, c’è anche la vecchia gag dell’omino nascosto in bagno che è costretto a inzupparsi sotto la doccia (a pochi mesi dalla bronchite presa per Monicelli, l’attore accetta di bagnarsi solo dopo una snervante trattativa col regista).


Così la stampa dell'epoca


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Siamo nel 1910. In una soffitta umida e fredda, dal cui tetto filtra l’acqua piovana, un uomo dorme tutto vestito. Si tratta di Tapioca, un ladruncolo senza fortuna, che tenta piccoli colpi, spesso molto pericolosi.Infatti ecco Tapioca nel mezzo di un parapiglia. In una salumeria dove incontra Marietta, una graziosa servetta che egli corteggia, il ladruncolo, approfittando della ressa attorno al banco di vendita, tenta di rubare un salame. Scoperto e inseguito, riesce a rifugiarsi nel portone di una casa signorile; raggiunge di li un terrazzino dal quale penetra, poi. cautamente in un lussuoso ed ampio appartamento, deserto.
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Mentre sta mangiando, attingendo alla fornita dispensa, Tapioca sente un rumore. Si nasconde e vede entrare un elegante giovane in abito da sera. Immediatamente riconosce in lui Gastone Cascarilla (Jean Claude Pascal) un suo complice che ora è divenuto ladro internazionale di alto bordo. Cascarilla spiega la sua presenza nella casa. Egli è lì per tentare un grosso colpo: rubare al padrone, che rientrerà tra poco, una borsa piena di dieci milioni. Un bel colpo davvero !Mentre i due parlano rientra il vero padrone di casa, con sua moglie (Simone Simon). Tapioca si nasconde nella camera da letto di lui. Cascarilla in quella della signora. Ricattando la donna, con delle lettere amorose che ella aveva scritto in passato. Cascarilla riesce a compiere il furto e se ne va indisturbato e con le tasche fornite. Il povero Tapioca invece, rimane nei guai. e. quando tenta di fuggire, viene individuato dal padrone di casa che lo fa arrestare.
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Tapioca nega il furto. In carcere gli accadono strane cose: il derubato, commendator Ornano, lo lusinga con mille regali per fargli confessare il furto. In realtà il commendatore si trova in una critica situazione finanziaria, perchè la sua falsa solidità economica era basata su operazioni poco pulite e su quei dieci milioni.Siamo al processo. Tapioca, imputato del colossale furto raggiunge una improvvisa e clamorosa notorietà che lui, modesto ladro di polli, non si sarebbe mai sognata: perciò, nonostante la sua innocenza trova conveniente far credere di essere in possesso dei dieci milioni. Ma ecco il colpo di scena: in aula si presenta improvvisamente Cascarilla accusandosi autore del furto.
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Il ladro, vestito con raffinata eleganza, si presenta con una borsa di pelle ben rigonfia e suscita grande confusione. Egli sale su una balaustra e lancia di sotto alcuni biglietti da diecimila lire. Poi fugge da una finestra.
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La inaspettata e abbondante pioggia di biglietti di banca da diecimila lire, che volteggiano stranamente nel tempio della giustizia, provoca un'enorme confusione. Tutti si gettano sui bigliettoni : pubblico, guardie, avvocati e magistrati. Tapioca approfitta del parapiglia e si avvia malinconicamente all'uscita per riprendere la sua solita, oscura vita di povero ladruncolo.Dal tempo del clamoroso processo sono passati alcuni anni. I tre personaggi della vicenda si ritrovano a Parigi. in una lussuosa sede dalla targa dorata. «Ornano, Cascarilla, Tapioca - Paris, New York, Londres». In fondo essi hanno scoperto di avere qualcosa in comune. In un modo o nell'altro sono tutti e tre ladri.

«Noi Donne», anno IX, n.42, 24 ottobre 1954
 

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In mezzo a tanto cinema sociale i produttori ricorrono spesso ai vecchi film a soggetto allegro-sentimentale, ricchi di equivoci comici, quel tipo di film insomma che oltre a divertire il pubblico ha il gran merito di far riportare a casa i quattrini. Film come questi, che non presentano mai le difficoltà dei cosidetti film artistici, sono un po’ un riposo per i registi. Si tratta a questo punto di fare le cose con pulizia e con una certa eleganza e nessuno ci sembra meglio indicato a questo compito di Lionello De Felice. I tre ladri, che De Felice, appena finito di girare Cento anni d'amore, ha messo subito in cantiere e che avrà come principale interprete Totò, è la storia di un ladro incapace di rubare. Soggetto che forse può apparire un po’ frusto, perché già apparso nel cinema in diverse salse, ma comunque efficace, e che guidato da un regista abile e brillante quale sa esserlo quando vuole De Felice, può dare risultati inaspettati. Il fatto stesso che accanto a Totò non vi saranno in questo film i soliti attori dialettali, ma due abili professionisti quali sono Simone Simon e Jean-Claude Pascal è già una garanzia. Un Totò dunque costretto a fare a meno delle risorse del dialetto e perciò più genuino.

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Tapioca (Totò), così si chiama il primo dei tre ladri di questa satira che ci mostra all’opera tre esperti del mestiere, non è, per adoperare un termine usato anche in questa categoria sociale, proprio quello che si dice una cima, ma semmai, volendolo classificare secondo la graduatoria con cui anche i ladri definiscono i meriti della loro professione, un buono a nulla, un imbecille, insomma un ladro mancato Tale infatti è Tapioca i cui furti, se furti si possono chiamare il ratto di una gallina o di un salame appeso nella vetrina di un negozio, vengono scoperti nel momento stesso in cui sono consumati. Privo di qualsiasi credito presso quei ricettatori ai quali i suoi colleglli si rivolgono nei momenti di crisi per sbarcare il lunario, Tapioca è costretto a vagare affamato per la città, in attesa del colpo buono che non viene mai, un grosso furto che, oltre a soddisfare i suoi bisogni, lo riabiliti davanti ai compagni. È inutile dire che Tapioca non farà mai nulla perché questo suo desiderio Li avveri. Tapioca infatti non ha né l'astuzia, né l'ambizione che occorrono per compiere il furto in grande stile.

Mentre le vetrine dei pizzicagnoli, coi loro salami e i loro prosciutti esposti, lo eccitano al punto da fargli perdere la testa, le vetrine dei gioiellieri le cassaforti delle banche lo lasciano quasi indifferenti Lo vediamo perciò quasi sempre fermo davanti a quei negozi che espongono roba da mangiare. È questo il genere che più di tutti sente e che quindi tratta di preferenza. Ma come si è detto, neppure in questo cam po che dovrebbe essere la sua specializzazione, le cose gli vanno bene. In fondo Tapioca, pur facendo da molti anni il mestiere del ladro, è rimasto un dilettante. Ma ecco che un giorno anche questo ladro mancato si trova senza volerlo immischiato in un grosso furto. E tutto per amore di un salamino, uno di quei modesti sala mini che i salumai tengono appesi a mazzi nei loro negozi. Passando un giorno davanti ad una di queste botteghe egli non può fare a meno di entrarvi, e dopo essersi guardato intorno quel tanto che basta per convincersi di non essere osservato, con un gesto fulmineo ne stacca uno e se lo ficca in tasca, ma non ha fatto ancora un passo in direzione della porta del negozio che già sente gridare: «Al ladro! Al ladro! » A quel grido ormai noto, Tapioca si mette subito a fuggire; e siccome fra tanti difetti ha anche quello della paura questa gli mette le ali ai piedi; distanziati i suoi inseguitori, in testa ai quali c’è il padrone della salumeria. Tapioca imbocca il primo portone che gli si offre come rifugio, e, senza esser notato dal portiere, infila di corsa le scale che sale fino all’ultimo piano. Però siccome neppure lassù si sente al sicuro, passa sulla terrazza dalla quale raggiunge attraverso i tetti un terrazzino in cui due finestre aperte sembra lo invitino a entrare. Una volta dentro, la prima preoccupazione di Tapioca è quella di visitare la cucina, e, trovatala ben fornita, non sa resistere alla tentazione di fermarvisi a mangiare un boccone; senonché, dovendo fare i conti col suo stomaco affamato, vi si trattiene assai più di quello che la prudenza suggerirebbe. Mangiando infatti Tapioca si dimentica di essere un ladro, e per di più inseguito. Ma ecco che all’improvviso la porta della cucina si apre, e Tapioca, balzato in piedi nel tentativo di nascondersi, va a sbattere contro un giovanotto in abito da sera che veniva in cucina per bere un bicchierino. Per alcuni istanti i due si guardano sorpresi ma poi, riconosciutisi, si gettano le braccia al collo.

Facciamo così la conoscenza del secondo ladro, Gastone Cascarilla (Jean-Claude Pascal), un ladro venuto su dal nulla, ma che in pochi anni ha saputo impadronirsi così bene del mestiere da suscitare l’invidia dei compagni. Questo ladro di classe invece di mostrarsi sdegnato della pretesa di quel ladro di polli di voler lavorare in un campo che egli considera di sua esclusività, si mostra così compiacente col povero Tapioca al punto di rivelargli i suoi piani. Egli si trova lì, spiega Cascarilla, per impadronirsi di una borsa contenente dieci milioni (una somma enorme se si considera che siamo nel 1910) che il proprietario dell'appartamento porterà con sé fra poco. Il loro dialogo è infatti interrotto dall’arrivo dell’industriale Ornano (Gino Bramieri), che dei tre ladri è quello che finora ha saputo rubare di più. Ma lo ha fatto così bene che è riuscito persino a farsi nominare commendatore. L’industriale che è accompagnato dalla moglie Noris (Simone Simon), colla quale in quel momento sta litigando, imbocca subito la porta della propria camera dove sotto il letto si è nascosto Tapioca. Cascarilla intanto è entrato nella camera della padrona e, sotto la minaccia di consegnare al commendatore alcune sue lettere d’amore contenenti la prova del suo adulterio, la convince a ritirarsi nella camera del marito e a tenerlo occupato fino al momento in cui lui non si sarà impossessato della borsa coi dieci milioni. Impadronitosi del denaro, infatti Cascarilla lascia poco dopo l'appartamento senza curarsi del povero Tapioca, il quale a un certo punto, stanco di ascoltare da sotto il letto le frasi d’amore che si scambiano i due coniugi, cerca di svignarsela approfittando del buio. Ma proprio quando sta per raggiungere la porta inciampa in una sedia e cade. Al rumore il commendatore balza dal letto, troppo tardi per agguantare il lauro ma in tempo per scorgere la sua faccia.

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All’ufficio di polizia, dove si è subito recato, il commendatore non ha difficoltà a riconoscere, fra le fotografìe dei pregiudicati che gli vengono presentate, il volto di Tapioca che viene così subito arrestato. Per quanto si mostri sgomento e rappresenti molto bene la parte del derubato, l’astuto commendatore è tutt’altro che rovinato. Con quel furto infatti egli riesce a ricoprire tutti quelli compiuti per proprio conto ai danni dei suoi soci. Giacché essendo stato derubato come può rendere agli altri il denaro che gli spetta? Intanto è corniciato il processo contro il povero Tapioca; ma ecco quando pare ormai che di tutta quella complicata faccenda egli sarà il solo a sopportare le conseguenze, avviene un fatto straordinario. Cascarilla entra nell’aula del tribunale e, dopo avere aperta sotto gli occhi dei giudici la famosa borsa, comincia a estrarne con mosse da equilibrista pacchi di banconote. Dopo di che si ritira colla stessa rapidità con cui è entrato. Quell’apparizione improvvisa ha prodotto nell'aula una grande confusione. Ormai è chiaro che Tapioca è innocente. Gridano i giudici, grida il pubblico. E inutilmente Tapioca si ostina a porgere ai carabinieri i polsi per le manette. Nessuno più si cura di lui. Sono passati alcuni mesi, forse alcuni anni, e i tre ladri sono diventati ormai tre uomini d'affari. Il film ce li mostra infatti davanti a un’agenzia di affari parigina sulla cui targa dorata spiccano i loro nomi: «Ornano-Cascarilli-Tapioca ».

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.12, 21 marzo 1954


«E' questa la prima annuale apparizione di Totò. Una scelta felice indubbiamente se si vuole che il massimo attore comico del nostro cinema prolunghi la propria notorietà. Lionello De Felice, il giovane regista per il quale queste cronache sono spesso state prodighe, ha saputo contenere, con abile mestiere e profondo senso psicologico, il funambolismo, non sempre giustificato, di Totò in termini accettabili fino a presentarci l'attore fuori dal suo abituale cliché.
"I tre ladri" infatti è la riprova di quanto determinante sia la direzione degli attori in una vicenda — sia pur leggera ed epidermica come questa — che si valga del mezzo cinematografico.
Totò è stato attore convincente in "Guardie e Ladri", riesce a confermare questa nostra affermazione nel suo recente film e ciò dovrebbe giovargli quale indicazione per le proprie future fatiche cinematografiche.
A De Felice il merito di aver saputo narrare con felice intuito e intelligente capacità di sintesi i casi di tre ladri impersonati da Totò, Jean Claude Pascal e Simone Simon e di aver rivelato ad un tempo un Gino Bramieri un attore che pensiamo possa ben figurare in testa alla esigua schiera dei nostri caratteristi.
La storia è quella di tre ladri e dei loro fortuiti incontri nel corso della quotidiana attività «professionale». Una vicenda ben articolata che val la pena di seguire attraverso lo schermo anziché dalla fredda cronaca del nostro «resumé». Buon divertimento.»

V.S., «Il Popolo», 6 ottobre 1954


«[...] Una satira, dunque, o meglio una farsa, senza molte pretese essenza troppo sale. La ravvivano qua e là alcune battute saporite e qualche situazione un poco peregrina. E la ravviva, naturalmente, l'interpretazione di Totò, tutta lazzi, smorfie, sberleffi, nelle vesti del ladro millantatore. Al suo fianco gli attori Simone Simon e Jean-Claude Pascal. La regia, di Leonello De Felice, tenta qua e là cadenze di balletto: sovente con piacevole brio.»

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 6 ottobre 1954


«[...] Forse "I tre ladri", tratto da un romanzo di Umberto Notari, avrebbe voluto essere una satira dell'epoca precedente la prima guerra mondiale. In pratica, sotto la regia di Lionello De Felice, che si è trovato davanti una sceneggiatura sprovveduta e dialoghi infelici, tutto si è ridotto ad un pretesto per far ripetere a Totò gesti, cadenze ed invenzioni mimiche ormai collaudati, ma sempre ben accetti, dai suo pubblico. Gli sono affiancati Jean Claude Pascal, manierato ladro gentiluomo, la sfiorita Simone Simon, oltre a Pilotto, Riento, Gazzolo e Giovanna Ralli.»

«Corriere della Sera», 7 ottobre 1954


«Al genere dichiaratamente farsesco, basato quasi unicamente su un Totò privo dì inventiva e di freni e che, stancamente, ripete il modulo delle sue macchiette e non ancora di un personaggio, appartiene il fìlmetto dove qualche spunto comico si fa luce specie all'inizio e qualche velleità satirica è ben presto sopraffatta dall'arruffio della vicenda che ha più di un certo avanspettacolo che di cinematografo.»

Vice, «Nuova Gazzetta del Popolo», Torino, 28 settembre 1954


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Da parecchio tempo a questa parte si parla di Totò come autore di canzoni. dopo la famosa «Malafemmina», in cui pubblico ha creduto di ravvisare la storia di un amore infelice del nostro grande comico, il momento più critico per la sua posizione di compositore si ha avuto certo al Festival di Sanremo dove il principe De Curtis si è presentato quest'anno con la canzone «Con te», e, naturalmente, con la sua bella fidanzata Franca Faldini. Anche se non ha ottenuto da parte della giuria il successo che forse il suo autore si aspettava, la canzone di Totò è piaciuta al pubblico, specie femminile.

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Ci diceva Achille Togliani, subito dopo Sanremo, che l'interpretazione - veramente notevole - di quella melodia gli aveva procurato un enorme afflusso di corrispondenza da parte delle ammiratrici.
Quelle due parole, estremamente “attaccaticce” che partendo dal titolo si ripetono nel testo, per ben quattordici volte, come fu contestato dalla critica, fino all'ossessione, hanno costituito per il pubblico femminile è un punto molto favorevole nella quotazione della canzonetta. E una valanga di posta piena di Con te, Con te, Con te ha fatto eco a quelle note, così dolcemente abilmente modulate, dalla calda suadente voce del nostro ammiratissimo Achille.

Al festival di Napoli pare che De Curtis non abbia avuto altrettanta fortuna. Ma Totò che è un compositore tenace ed ha il vantaggio di poter comporre e lanciare una canzone tutta da sé, si rifà a questa «Tapioca», una samba che tre ladruncoli si provano a danzare...
Ascoltata da un regista la danza fu inserita in un film e sarà lanciata proprio dal nostro irresistibile comico in «Tre ladri», il cui soggetto cinematografico è stato tratto dal romanzo omonimo di Umberto Notari.

La canzone «Tapioca», che ha lo stesso nome del personaggio principale del film, nacque una sera in casa del principe De Curtis in presenza di Bixio. Totò al pianoforte accennò il motivo che piacque subito a Bixio per la sua spontanea freschezza per la sua popolarità. anzi il musicista ne fu tanto conquistato che... per l'occasione diventò poeta. E si mise lì per lì a suggerire i versi che hanno completato la bella canzone. Possiamo oggi offrire ai nostri lettori in assoluta esclusiva la musica e le parole di «Tapioca» dateci dal maestro Bixio.

La trama del film è tenue, ma è basata su una storia di ladri, di infedeltà e di un processo sensazionale. Tutti elementi validissimi ad attrarre ed incatenare l'attenzione del pubblico.
Nel 1910, all'alba di un giorno di fame, Tapioca, un ladruncolo sfortunato è costretto a fuggire e a nascondersi in un appartamento vuoto. Qui incontrò una vecchia conoscenza, un suo ex allievo Cascarilla (che ha fatto una carriera assai più brillante della sua) appostato per rubare dieci milioni che dovrebbero “arrivare” di lì a poco col padrone di casa, il commendatore Ornano.

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Dopo strani avvenimenti, arresti e ricatti, non solo Cascarilla fugge, ma resta libero anche Tapioca e si dimostra ladro anche il commendatore Ornano, che, con la scusa del furto, ha truffato i suoi soci. I tre ladri si ritrovano, passato qualche tempo, a Parigi in un'agenzia di operazioni di borsa che porta una targa dorata «Ornano - Cascarilla e Tapioca S.A. Paris, New York, Londres»! Dopo, si capisce, aver lanciato la nuova danza: «la Tapioca che il cuore t’infuoca, ballando la Tapioca si gioca con l'amor!...»

Vi lavorano con Totò noti attori come Jean-Claude Pascal (Cascarilla), Simone Simon (Noris), Giovanna Ralli e Gino Bramieri (Ornano) che ne sono gli interpreti. Vi partecipano anche Memmo Carotenuto, Renato Navarrini, Camillo Pilotto, Pina Renzi, Virgilio Riento ed altri, tutti bravissimi.

G.Beri, «Sorrisi e Canzoni TV», 14 giugno 1954


I documenti


Speravo che quel film non finisse mai. Totò per me era già un mito: allora per quelli che sognavano il teatro, che sognavano di diventare qualche cosa, lui era il caposcuola. Questo film doveva essere il salto di qualità, doveva portarlo in una dimensione diversa. Lui era bravissimo, devo dire, ed era bello anche il film. Meno comico del solito, non era il Totò che conosciamo noi se non in qualche cosa, ed essendo una coproduzione italofrancese lui doveva stare molto al testo. Ognuno parlava nella sua lingua per cui era anche difficile inventare. Con me per esempio giravamo a ruota libera. Mi ricordo, in carcere: ‘Allora parli?’, ‘No’, ‘Cosa vuoi?’..., ‘Sì’, allora mi alzavo, facevo per andare via, ‘Ornano?’, ‘Sì’ e tornavo indietro: sono cose fatte lì per lì. Erano le intonazioni la grande invenzione di Totò: facevi cinque ciak e non ne trovavi mai cinque uguali, alle volte c’era l’imbarazzo della scelta. Ricordo che Giovanna Ralli ha preso uno schiaffo dal regista perché non riusciva a fermarsi dal ridere. Totò doveva dire ‘Ornano, Ornano, ma ti pare che se io sapessi dove sono i soldi te lo direi?’. Ripetemmo la scena trentadue volte. Ogni volta che lui diceva ‘Ornano, Ornano...’, ci mettevamo a ridere perché cambiava intonazione ogni volta, cambiava sguardo ogni volta. Il regista De Felice ai primi ciack rideva anche lui, e la Ralli non riusciva a resistere. Facemmo una pausa mensa, andammo tutti a mangiare: non bastò perché poi alla ripresa successe di nuovo. A quel punto De Felice le dette uno schiaffo, la Ralli era una ragazzina, avrà avuto sedici anni.

Gino Bramieri

I tre ladri è stato censurato molte volte: allora sembrava che fosse un film assolutamente contro i ricchi e di conseguenza comunista, un film che hanno bloccato perché Rizzoli lo voleva girare in un certo modo. Era una grande commedia di Notari fatta alla fine dell'800, o ai primi del '900, allora si parlava di dieci milioni come se fossero oggi cento miliardi, c'erano tangenti già allora. Più che una censura fu una rivisitazione continua del testo. So che è stato manipolato da non so quanti autori e sceneggiatori, tutta gente sotto l'egida di Rizzoli, Brusati, lo stesso Montanelli, Bettetini, Zucconi, Simonetta, tutta gente che veniva interpellata, forse anche Gerosa. [... ] Poi molte cose vennero tagliate perché si voleva fare un film di qualità. De Felice era un regista teatrale giovane, molto bravo devo dire, morto prematuramente, che dava spazio e poi tagliava molto in montaggio.

Gino Bramieri

 

Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Curioso film di medio valore (**, forse largheggiando), con Totò che non fa il mattatore ed un cast che definire composito è dire poco. Inizio mediocre, con trovate da film muto (e, non a caso, rese senza sonoro): poi la pellicola si risolleva un po' con i duetti nei quali opera la Simon e nella fase processuale conclusiva. Trascurabile, in ogni caso.

  • Commedia popolare piuttosto debole a causa di una regia tutt’altro che ispirata, sopravvive unicamente grazie al rubagalline Totò, come sempre campione imbattibile negli sguardi e nelle smorfie – basti osservare le sue pose durante la session fotografica - nonché maestro della battuta. Il cast si decora di personaggi affascinanti come il ladro stilé Pascal e l’aristocratica Simon, attrice di gran classe anche in un contesto a lei poco congeniale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La distribuzione dei regali ai detenuti; gli ex accusatori di Tapioca che ritirano le loro accuse in tribunale. .

  • Film di scarso livello dove il nostro fa di tutto per rendere appena sopportabile (non riuscendoci) una storiella girata con la mano sinistra da tale De Felice. Pensiamo che la battuta migliore è la traduzione di Moet et Chandon con Mò esce Antonio e abbiamo capito tutto l'andazzo del film. Fa venire i brividi che nel cast ci sia Simone Simon de Il bacio della pantera. Da Tourneur a De Felice...

  • I tre ladri rappresentano tre diverse categorie di chi ruba: per sopravvivere c'è il cosiddetto ladro di polli (Totò), poi il ladro professionista che agisce in grande usando furbizia e intelligenza (Pascal) e infine il ladro rispettato in società, ma che combina affari non troppo leciti (Bramieri). È nella seconda parte che il film decolla e Totò, in prigione e durante il processo, può esibirsi in tutto il suo repertorio strappando più di una risata. Ricco cast, che spalleggia bene il grande comico e una buona ambientazione primi del Novecento.

  • Tenue commedia in cui non mancano i soliti equivoci che danno il pretesto per qualche simpatica ma esile battuta. È una sorta di apologia disimpegnata sulla figura del ladro, ognuno dei quali esercita a suo modo la mala professione. Ha il difetto di essere diluito in maniera eccessiva per cui ogni tanto ci si distrae un attimo. Non è nemmeno il migliore esempio di commedia a cui Totò ha preso parte, ma un'occasione gliela si può concedere.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Finché ero un povero ladro da due soldi, calci nel sedere, ma da quando sanno che ho rubato dieci milioni, tutto è cambiato!

  • Commedia che ironizza sulla moralità del ladro. Il furto è il vero protagonista della vicenda e i protagonisti, accomunati dall’attività ma non dal livello di cabotaggio, si trovano coinvolti in una trama che ha il suo miglior sviluppo da metà corsa. Il lavoro, elegante e con rari esterni, è equilibrato: la presenza nel cast di varie presenze eccellenti permette di arginare la figura di Totò, spesso debordante in altri lavori.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Questa lonza è epidemica!; Sono stanco di stanchezza; Io sono ladro legalmente!; Michel, vorrei un drink, Che drink? Un drinkendranghete.

  • Fiacca commedia con intenti moraleggianti di De Felice costruita attorno a Totò che si misura con un ruolo, quello del rubagalline, che è uno dei cavalli di battaglia del suo repertorio. Per ridere si ride, naturalmente, e anzi la vicenda mantiene alcuni collegamenti con la vita reale che le donano una certa attualità anche a distanza di decenni, ma la storia è davvero molto debole e la sceneggiatura raffazzonata non aiuta. Fra i comprimari brillano Pascal e la Simon, il resto è poca cosa. Per i fan del Principe in vena di risate facili.

  • Unico film di Totò diretto da Lionello De Felice. Di impianto teatrale, dal sapore raffinato e dall'ambientazione francese, il film è una gustosa satira sugli aspetti criminali del capitalismo molto curata nei dettagli anche se risulta troppo artificiale in alcuni snodi narrativi e un po' convenzionale nel tratteggio dei personaggi. Totò disegna il suo personaggio di ladro di quart'ordine con grande cura a metà tra una rappresentazione veristica e una recitazione ricercata e quasi affettata ma alla fine risulta convincente. Bravo e surreale Bramieri.

  • Film garbato e diverso dalla solita commedia di Totò. La trama forse sacrifica il talento dell'attore napoletano, che comunque regge bene la scena. A fargli da spalla, insolitamente, c'è Gino Bramieri. La coppia funziona, anche se è lontanissima dalle scintille di altre come quella di Totò con Fabrizi, Taranto o Peppino. Non mancano i momenti esilaranti, ma l'impressione è che forse la storia latiti e duri un po' troppo. Non il peggior Totò ma nemmeno un suo vertice.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che fa la filippica contro il costo dei salamini al solo scopo di fregarsene uno.

1954 I Tre Ladri 01
1954. Cinema Arena del Sole, Bologna

La censura

Anche questa pellicola  incappa in nuove grottesche disavventure con la censura, che ha da ridire su una scena in cui Simone Simon appare in sottoveste, esige che il finto prete Memmo Carotenuto non porti la tonaca regolare ma un semplice vestito nero, solleva un mucchio di problemi per la scena in tribunale in cui giudici e guardie agguantano delle banconote lanciate per aria. La storiella del ladruncolo creduto ladrone, e per questo vezzeggiato da tutti, suggerisce che siamo tutti un po’ ladri, e che chi non lo è non rimane comunque insensibile alla ricchezza, che sia lecita o meno: morale ardita, addirittura comunista, perché si scaglia contro i ricchi e corrotti. Bramieri ricorda continue rivisitazioni del testo, e interventi non accreditati da parte dei vari scrittori allora a libro paga di Rizzoli: Brusati, Montanelli, Bettetini, Zucconi, Simonetta, forse Gerosa. Alcune scene vengono rigirate, altre modifiche sono effettuate in colonna sonora; prima di ottenere il nulla osta passano mesi e mesi.

Annibale Scicluna, giudizio preventivo su I tre ladri, 5 febbraio 1954.

È un miscuglio fra la pochade e la farsa, con evidenti accenti di satira verso il mal costume degli uomini di giudicare i propri simili unicamente per la potenza del denaro, lecito od illecito, di cui essi dispongono. È un tema niente affatto peregrino, che è stato spesso trattato ora in chiave di farsa ora in chiave di dramma. Non ci sembra, quindi, che il fondo didascalico eccelli per particolare originalità: se mai questa si può riscontrare in una certa singolarità di situazioni e di caratterizzazioni umane [...] e in una certa spregiudicatezza di inconfondibile tono parigino [...] A questo proposito va però detto che la satira non sembra coinvolgere particolari istituzioni quali la polizia o la magistratura, ma tutto al più tende a ironizzare su certe tendenze umane, che risultano insite negli uomini qualunque sia la loro posizione e il loro grado sociale. [...] Inoltre, e questo ci sembra determinante, la vicenda risulta ambientata in epoca passata e in quella caratteristica atmosfera parigina delle pochade, in cui si dissolve ogni intonazione realistica per vivere unicamente dei suoi presupposti paradossali e satirici. Ciò premesso, per quanto riguarda la revisione preventiva, si ritiene che il lavoro possa essere accolto, non sembrando offrire materia di censura.


Dal giudizio della Commissione d'appello al film I tre ladri, 5 agosto 1954.

Parere favorevole alla proiezione in pubblico del film I tre ladri a condizione che siano eliminate le seguenti scene:
a) la scena in cui appare la protagonista sdraiata sul letto in sottoveste che agita le gambe, in quanto offensiva del pudore, della morale e della pubblica decenza;
b) le scene dell'interno del Tribunale nelle quali si vedono i giudici e i gendarmi che raccolgono le banconote lanciate nella sala del Tribunale, in quanto offensiva del decoro e del prestigio delle pubbliche autorità.


Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Il film è ambientato nel 1910, ma nella scena dove il ladro ricatta la padrona di casa con le lettere dell'amante, queste recano i francobolli della serie "Italia turrita" del 1955.
  2. Gli articoli di differenti quotidiani che riportano la notizia delle avventure di Tapioca (Totò) in carcere hanno, ovviamente, titoli differenti. Ma l'articolo sottostante è il medesimo per tutti i quotidiani.
  3. Titoli di testa. 1'16" Costumi della sartoria SCHUBERTH che si scrive Schubert, e musiche del compianto Roman VLAAD che si scrive Vlad.
  4. Sul pianerottolo. 17'14" Totò cade a terra,si tira su a sedere: ripreso di scorcio dai piedi, ha perso il cappello che sta -semi impallato- dietro la sua schiena. Nuovo ciak, stesso tempo, rotazione oraria di 90° della camera: il cappello è in primo piano, sulla destra di Totò.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
I tre ladriI tre ladri 
Il negozio di alimentari (A) dove Tapioca (Totò) ruba un salame poche ore dopo essere uscito dal carcere per furto è in realtà la Trattoria Da Otello, situata in Via della Pelliccia 47 a Roma
I tre ladriI tre ladri 
Rubato il salame, ecco Totò lanciarsi alla fuga inseguito dal salumiere e dai clienti
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 I tre ladri 
La piazza nella quale un gruppo di strilloni reclamizza il giornale con la notizia del furto in casa dell’industriale Edmondo Ornano (Bramieri) è Piazza dell’Oratorio a Roma. Qui vediamo gli strilloni uscire dalla Galleria Sciarra (sotto nella foto di oggi)
I tre ladriI tre ladri 
La piazza dove, fuggendo dal negozio di alimentari, Tapioca (Totò) si disfa della refurtiva donando il salame che aveva trafugato ad una passante è Piazza dei Massimi a Roma
I tre ladriI tre ladri 
Il tribunale sede del processo a Tapioca (Totò) viene mostrato quasi sempre internamente mentre le riprese esterne si limitano a poche e veloci sequenze della folla che preme all’esterno del cancello: dopo aver guardato da “fermo” il fotogramma, si riconosce la Facoltà di Ingegneria dell’Università della Sapienza, situata in Via Eudossiana a Roma
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Il palazzo di Parigi sede dell’azienda “Ornano-Casarilla-Tapioca Import Export” e nel quale i tre titolari (Bramieri, Pascal, Totò) tramano su come utilizzare alcune lettere compromettenti sottratte al capo dei servizi segreti è il Palazzo della Consulta, situato in Piazza del Quirinale 41 a Roma
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Il palazzo nel quale Tapioca (Totò) si nasconde per sfuggire alla cattura da parte del negoziante derubato del salame è Palazzo Torres Lancellotti, situato in Piazza Navona 114 a Roma e visto anche in Poveri ma belli (1956) con il quale facciamo il confronto (notare le macchie sulle pietre della facciata ai lati del portone)

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • Gino Bramieri, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 cit., pp. 201-202, e intervista del 1995
  • G.Beri, «Sorrisi e Canzoni TV», 14 giugno 1954
  • Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.12, 21 marzo 1954
  • «Noi Donne», anno IX, n.42, 24 ottobre 1954
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005