Totò, ovvero Pulcinella

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1941 02 08 Film Toto intro

I nomi citati in questa rubrica sono puramente fantastici. Qualsiasi riferimento a persone reali è occasionale.

Totò è napoletano. Avete osservato? Il Teatro di Varietà deve a Napoli e a Torino i suoi attori. Si, d’accordo: Petrolini era di Roma, Musco di Catania; ma la regola è questa: la canzone, la « macchietta », la rivista partono da Napoli e da Torino. (Qualche volta anche da Trieste: con la leggiadria di Angela Ippaviz, con i gabbi di Angelo Cecchelin). Pulcinella e Gianduia sono dunque le maschere di quello spettacolo bizzarro, feerico, stordito, arcano, che si chiama Varietà. E Totò è napoletano come Pulcinella, Macario è torinese come Gianduia.

Una ragione c’è. Il Varietà è uno spettacolo romantico: tanto è vero che fu celebrato dai futuristi. I quali proponevano, contro la commedia borghese e premeditata, l'avvento della improvvisazione, dell’arbltrio, della fiaba: un ritorno al Seicento, insomma. E il Seicento è un secolo partenopeo: con i suoi poeti, con i suoi filosofi, con le sue «magiche meraviglie»: quelle «meraviglie» avversate dal «ragionevole» abate Taruffi «per timore di smarrire il senso comune». (Scusate, oggi sono in vena di sloggi saputi; oggi penso all'Accademia, e devo continuare, è più forte di me).

«Il seicentismo che ne' meridionali è natura negli altri è sforzo», avverte un dotto (1); e citerò, per tutti, quel cavalier Giovanni Battista Basile che compose, nel dialetto di Pulcinella e di Tartaglia, «Lo cunto de li cunte»: allucinante libro di fiabe nel quale «son conciliate due cose che parrebbe impossibile il conciliare, soprattutto nello stile: personalità spiccata ed impersonalità popolare», come afferma — nè io ho parole migliori — il dotto già mentovato. A questo punto, la glosa mi par chiara (2): l'indole napoletana è fantastica, e fantasia è il Teatro di Varietà o, come si diceva, di Arte Varia: una fantasia più decorativa che umana: attenta ai colori, ai suoni, ai lazzi, ai chiapparelli, alle sorprese: una fantasia di cose sbalorditole. Dal Seicento al Futurismo il passo è breve, sulla stessa romantica strada.

E a Napoli — dove Pulcinella improvvisa, per la piazza e per la reggia, le sue mirabolanti avventure —, l'Arte Varia fiorisce: colorato dominio di attori per i quali la invenzione dei poeti è un abito scomodo. Dalla ribalta dialettale alla ribalta del Varietà, il comico partenopeo non raffigura, con gioiosa e immaginosa prepotenza, che un personaggio: se stesso. La fantasia straripa: nasce, nel fumido San Carlino, mormorato l’addio all’ultimo Policenè, la maschera scarpettiana di Don Felice Sciasciamocoa: famelico, tonto, imbroglione, sbeffato. Nasce, dentro un vico, la graffiarne malinconia di Raffaele Viviani. Nasce in una festa dì famiglia — quelle feste di famiglie care alla musa ironica e galante di Ugo Ricci — la buffoneria dei De Filippo. Nascono, fra il sole d'oro o il mare blu, Peppino Villani e Nicola Maldacea, Pasquariello e Armando Gil, Gaspare Castagna ed Elvira Donnarumma. E splenda la fiera bellezza di Anna Fougez.

Totò ha i natali fastosi: è marchese. Ma è marchese come un personaggio di Scarpetta: è — lasciatemi dire — un marchese da commedia. Penso a Totò come a uno di quei giovani nobili, ingordi e tremuli, ai quali gli austeri genitori, nelle commedie di Scarpetta, proibiscono i dolci e le donne. I vent'anni di Totò sognano indigestioni, sciantose, carrozze, palchi di prima fila e pizzichi alla serva. E' cresciuto così, Totò: avido e sbigottito. E adesso che ha moglie e figlia — come in «San Giovanni decollato» — è ancora lì che non osa, che non può; vuole ma non può: goffo, pavido, scemo e inguaiato. Ha moglie e figlia, ma della vita non sa nulla. Ha perduto, con la giovinezza, l'occasione di scaltrirsi. E parla come Pulcinella nelle «Nuove declamazioni di Donn’Anselmo Tartaglia».

Trascrivo, dalle « Declamazioni » l'inizio di un dialogo. La scena si svolge all'Ospedale degli Incurabili:

Uno studente — Oh buondì collega Pulcinella. come si, va?
Pulcinella — Sono vivo, pecchè non so' muorto ancora.
Studente — Lo vedo bene. E il professore?
Pulcinella — Sta sagliendo co' le gamme pecchè le fanno male li piedi.
Studente — Stamattina ci deve spiegare diverse fasi di malattie.
Pulcinella — Già, io pure aggia fa 'na spiegazione sulla spilatorizzazione della trippicella.
Studente — Ecco il dottore.
Pulcinella — Buongiorno, professore.
Dean'Aneelrao — Che c'è di nuovo?
Pulcinella — L’uovo quanno è 'ngallato 'nce sta o pulicino.

E questo è Totò.

Ma che cosa ha da dire, Totò sullo schermo? Come tutti i partenopei, il nostro attore ha il gesto roteante e la maschera mobilissima, in più, ha il collo che si allunga, si sgonfia, sparisce, per un segreto che non capirò mai. Mentre Macario ha la grazia gaia e ornata di un minuetto (ed ecco il segreto del Varietà torinese: una fantasia che è grafia...) Totò ha l'estro funambolo della tarantella. E una tarantella, una «pazziata» dovrebbero essere, appunto, i film di Totò: dovrebbero correre, saltare, precipitare, rimbalzare. fuggire: disumani e vorticosi, sventati e tremebondi, magici e stolti. Totò ripete Pulcinella; davanti alla macchina, o registi, c'è Pulcinella: con quel mento a tubo. Questo ha da dire, sulla schermo, Totò : una fragorosa pulcinellata, Speriamo che ci riesca.


(1) No, non si tratta di Franesco Pasinetti.
(2) « Dovè piana la lettera non pare oscura gioia »: locopone.


Tabarrino, «Film», anno IV, n.6, 8 febbraio 1941


Film
Tabarrino, «Film», anno IV, n.6, 8 febbraio 1941