Totò e la cimice fascista


Nel 1943 l'Italia è in guerra. Un periodo storicamente drammatico, per Totò la lavorazione del film "Due cuori fra le belve" è molto difficile: è la prima volta che è impegnato contemporaneamente per il cinema e il teatro. La mattina è al lavoro a Cinecittà o nella giungla ricreata sul lago di Fogliano, e la sera è al teatro Valle, sempre impegnato nell'Orlando curioso. Oltre che stressante la situazione è schizofrenica: a teatro sfotte la censura ministeriale, sul set è costretto a farsi fotografare con la cimice’ fascista all’occhiello; la foto, scattata dal tedesco Eugenio Haas, sarà pubblicata a tutta pagina come quarta di copertina dalla rivista “Film” del 26 giugno 1943, disperato tentativo del regime, ormai a un passo dalla caduta, di annettersi il comico più popolare d’Italia.

«Film», anno VI, n.26, 26 giugno 1943
«Canzoniere della Radio», 1 febbraio 1943

Abbiamo ritrovato un'altra immagine apparsa su un periodico musicale del 1943 che ritrae Antonio de Curtis, impegnato in un'esibizione radiofonica, dove indossa la tradizionale cimice del PNF. Purtroppo in quel difficile periodo per gli artisti era difficile lavorare, se non impossibile, qualora non fossero stati iscritti al partito.


Non c'è mai stata relazione né alcun altro tipo di rapporto tra il Partito Fascista e Totò. Anzi. Numerose testimonianze parlano di un Totò che, attraverso la sua pungente ironia, manifestava pensieri non proprio allineati col regime, soprattutto durante l'occupazione nazista ma non solo. Per esempio, durante la campagna di abolizione del Lei, Totò, nel corso di un monologo, costruì una gag trasformando Galileo Galilei in Galileo Galivoi. Un gerarca seduto in platea denunciò il comico. Il procedimento contro Totò verrà archiviato per volere di Mussolini che, a proposito della denuncia del gerarca, commentò: "fesserie".


Era fascista il marchese de Curtis?

Il distintivo fascista all’occhiello della giacca e la partecipazione alle manifestazioni di beneficenza per le Forze armate sono le uniche tracce sui rapporti fra il marchese de Curtis il regime fascista. Il distintivo prova soltanto che era iscritto al Partito nazionale fascista, ma non risulta che abbia fatto dichiarazioni pubbliche o private a favore del Duce, neppure nelle occasioni solenni e celebrative, come la conquista dell’Impero, quando persino Benedetto Croce donò la medaglia di senatore alla patria in guerra. Invece divennero frequenti i riferimenti alla Storia in guerra nei copioni delle riviste scritte da Michele Galdieri, che Totò interpretò insieme ad Anna Magnani, con grande successo, fra il 1940 e il 19444.

A cominciare da Quando meno te l’aspetti, che debuttò a Natale del 1940: il titolo alludeva alla imprevedibilità della Storia. Infatti, I'Italia era in guerra da sei mesi, e la guerra immaginata breve si stava prolungando, senza nessuna vittoria italiana. Gli inglesi l’8 dicembre avevano bombardato la base navale di Taranto, e vincevano in Africa orientale e settentrionale, mentre i greci avanzavano in Albania. Le sconfitte mutarono l’opinione della gente, che si era illusa d’una rapida vittoria dell’Asse: ora invece prestava credito a qualsiasi voce inquietante, che circolava rapidamente.

Nella rivista di Totò c’era un quadro, Il fatto è successo a San Babila, che faceva la satira delle vociferazioni allarmiste che la gente diffondeva. Un tizio riferisce a Totò: «Radio Londra ha comunicato che stamani alcune squadre di fascisti [cittadini] requisivano e bruciavano le copie d’un grande giornale... [che pubblicava un articolo favorevole al nemico]». Totò replica che sono fesserie e all’insistenza del tizio, che gli dice «Non ci credi eh? Vuoi saperlo meglio tu che gli informatori di Radio Londra?», Totò risponde: «Si capisce che lo so. Nessuno può saperlo meglio di me! Perché il fatto successo a San Babila è un fatto che è successo proprio a me!». E racconta che le voci erano nate da un malinteso, per cui concludeva smentendole: «Il fatto successe a San Babila [...] è tutto un gran fiume di chiacchiere [...] Ma che il Signore vi fulmini/ se non può convincerci/ a non parlarne più!».

Alla fine del 1940, la satira di Totò non era ancora rivolta contro il regime.

«Quel pagliaccio di Totò»

Eppure, i personaggi impersonati da Totò nei primi film erano quanto di più diverso poteva esserci, per fisico, carattere e comportamento, dall’italiano nuovo che il Duce voleva forgiare con fanatica determinazione. Inoltre, nelle riviste, Totò prendeva in giro le manie di riforma del costume, come la sostituzione del “lei” con il “voi” imposta da Achille Starace, segretario generale del Pnf. Al potente capo del regime totalitario e al segretario del partito unico Totò non piaceva. Lo prova la trascrizione, fatta dagli intercettatori governativi, di una conversazione telefonica fra Mussolini e Leopoldo Zurlo:

Mussolini: Zurlo, ho davanti a me un mucchio d’intercettazioni, nonché «veline rosa» del Partito, le quali commentano in maniera esilarante delle battute di quel pagliaccio di Totò, in una rivista al Quattro Fontane. Poi sottolineano l’inopportunità delle battute stesse, che prendono inequivocabilmente in giro l’operato del massimo organo del regime, che quelle disposizioni ha emanato!

Zurlo: Duce, ho capito l’inopportunità delle battute stesse, ed ho sotto gli occhi l’originale del copione, al quale ho dato, personalmente, il visto, dopo averlo esaminato.

Mussolini:E allora?

Zurlo: Evidentemente si è esagerato...

Mussolini: Non ci sono dubbi sul riferimento!

Zurlo: Esatto, ma bisogna tener conto che un teatro di rivista non è certamente la direzione del PNF. La satira, quando è fatta con intelligenza e contenuta nei giusti limiti, non può e non deve considerarsi offensiva; e ciò proprio in base alle intelligenti e spregiudicate direttive impartitemi personalmente dall’E.V.

Mussolini (con evidente orgoglio): Questo è vero: sono stato proprio io a dirvi di essere, in un certo senso, di manica larga quindi...

Zurlo: Appunto, Duce. Io pensavo a quelle parole quando, dopo gli opportuni tagli, mi son deciso a concedere il visto. Poi vi assicuro che, se leggeste il copione, ridereste anche Voi...

Mussolini: Ma a Palazzo Littorio la pensano diversamente...

Zurlo: Le battute erano due, la prima diceva: «Se tornasse Galivoi...», «Galivoi?...», a cui Totò rispondeva: «Sì, il “lei” è abolito». L’altra riguardava il cambiamento della moneta rumena da lei in voi [...] (ridono)... e poi, non bisogna ignorare i commenti al provvedimento. Solo in tale maniera potevo dare la sensazione di non essere sempre con il fucile spianato.

Mussolini: E' giusto.

Tuttavia, almeno fino al 1937, non c’era stato accanimento della censura nei confronti dell’attività teatrale di Totò. I tagli nei copioni riguardarono soprattutto le allusioni sessuali! Quanto alla stampa propriamente fascista, nei confronti di Totò si esprimeva come la stampa fascistizzata: vi erano critici che apprezzavano e persino elogiavano il comico, e altri che, pur apprezzandolo come attore di teatro, stroncarono le sue interpretazioni cinematografiche. Come fece la rivista fascista di critica cinematografica «Bianco e Nero», che iniziò le pubblicazioni nel 1937, in coincidenza con l’inaugurazione di Cinecittà da parte del Duce all’insegna del bellicoso motto mussoliniano: «Il cinema è l’arma più forte». In uno dei primi numeri, il 31 maggio 1937, la rivista pubblicò una recensione anonima di Fermo con le mani che lo definiva «bruttissimo», «un attentato alla società artistica e morale del cinematografo», e concludeva: «Fermo con le mani è un film che fa venire la voglia di menare le mani». Ma nei confronti del protagonista l’anonimo stroncatore non fu altrettanto animoso: al contrario, attribuì al film come unico pregio quello «di aver mostrato le possibilità di Totò che, certo, non sono poche se egli è riuscito ad avere qualche spunto buono anche in questo lavoro assolutamente negativo sotto tutti gli aspetti».

Era antifascista il marchese de Curtis?

Probabilmente, il marchese de Curtis fu fascista solo per distintivo, non per convinzione. In un’intervista rilasciata nel gennaio del 1966, il principe de Curtis fece alcuni accenni alla sua attività artistica nel periodo fascista:

Facevo della satira, e con successo, perché l’italiano ama vedere preso in giro questo o quel personaggio. L’italiano è un po’ come il bambino: ha continuamente bisogno della favola di Cappuccetto rosso, col quale si identifica, come identifica il governante del momento col lupo cattivo. Ma siccome per quest’ultimo personaggio manca sempre il cacciatore buono che lo fa fuori, allora Cappuccetto Rosso ama sentire dire cattiverie sul lupo, sui figli del lupo, sul nipote e sul pronipote del lupo. Il fascismo permetteva che lo si prendesse in giro, e noi lo facevamo con garbo e senza essere mai triviali. Perciò ogni sera facevo divertire il bravo Cappuccetto rosso.

Le battute satiriche sul fascismo nelle riviste di Totò durante gli anni Trenta furono comunque innocue o vagamente allusive. Per esempio, nella rivista Se fossi un Don Giovanni, di cui Antonio era autore, presentata nel gennaio del 1938, potrebbe essere una parodia della concisione retorica mussoliniana il modo di esprimersi del personaggio del Commendatore, che a un certo punto manifesta con tono perentorio la sua volontà d’azione, scandendo frasi brevi: «Ho preso una decisione. Io sono l’uomo delle grandi decisioni. Quando ho preso moglie l’ho presa in tre giorni. L’ho conosciuta, mi sono fidanzato e l’ho sposata. Ora da sette anni sono vedovo. Ho bisogno di una donna vicino a me». Non risulta che queste frasi siano state tagliate.

Ma dal 1939 in poi, gli interventi censori sui copioni delle riviste di Totò divennero frequenti. A cominciare da L'ultimo Tarzan o le 199 disgrazie di Tarzan, scritto da Antonio e andato in scena all’inizio del 1939. Il personaggio di Tarzan, inventato nel 1912 dallo scrittore americano Edgar Rice Burroughs, era diventato popolare nel mondo come protagonista cinematografico, incarnazione del buon selvaggio di razza bianca, allevato nella giungla dalle scimmie, forte e sano di corpo e di animo. Nella sua rivista, Antonio trasferisce Tarzan a New York, dove lo conducono Mary e due esploratori americani dopo averlo catturato nella foresta, per esibirlo fra le loro amicizie. La signora Dorotea, quando Totò Tarzan finisce di recitare una versione della Vispa Teresa che gli era stata insegnata da Mary, con doppi sensi sessuali, esclama estasiata: «Bravo! Siete un Virgilio redivivo!», Totò risponde di conoscere Virgilio e suo fratello Redipuglia, nome che la censura sostituisce con «Redimorto», ritenendo offensiva l’omonimia col sacrario militare della Grande Guerra.

Nel seguito del dialogo furono soppresse le battute giocate sul termine “autarchico”, col quale il Duce aveva denominato il nuovo corso della politica economica per rendere l’Italia meno dipendente dai paesi stranieri per le materie prime. Nella rivista c’era poi una scena in cui a Tarzan appariva il fantasma di Napoleone, e il censore si sostituì al regista: «L’attore reciterà in modo da dare al pubblico la sensazione che è uno scherzo», evitando di fare una imitazione di Napoleone, che era protagonista del dramma Campo di Maggio scritto dal Duce in collaborazione con Giovacchino Forzano, il quale appariva come autore.

Durante la guerra, Antonio fece riprendere a Totò la via del cinema. Nel 1941 fu protagonista del film L'allegro fantasma, una farsa dove Totò impersonava tre fratelli gemelli, con l’unico scopo di divertire un pubblico afflitto dalla guerra, e senza evidenti riferimenti all’attualità. Invece, nelle riviste, scritte dal napoletano Michele Galdieri, l’attualità era presente con battute satiriche. Antonio si avvalse così di Totò per commentare, a suo modo, la Storia in guerra e lanciare frecciate umoristiche al regime totalitario.

Emilio Gentile


Così la stampa dell'epoca

Totò esibisce dunque la 'cimice' dalle pagine dell'inserto fotografico al centro del libro e il perchè l'autore del volume lo spiega qualche pagina più in là, quando racconta della lavorazione del film ''Due cuori fra le belve' (Giorgio C. Simonelli, 1943), sgombrando il campo dal dubbio di fascismo del supermonarchico Totò. 

''Totò è costretto a farsi fotografare con la 'cimicè fascista all'occhiello per essere così eternato, nel mezzo di una impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista 'Film'. Il fotografo è il tedesco Eugenio Hass, che la rivista 'Film' qualificherà un anno dopo come 'ufficiale delle SS' e 'spia della Gestapo'''.

''Secondo alcune testimonianze, Antonio De Curtis finanzierebbe nascostamente la Resistenza. Ma l'impressione che si vuole dare mostrando Totò con la cimice fascista è altrettanto falsa di quella che lo vorrebbe un ardente partigiano in borghese. Anche se con i fascisti e i tedeschi passerà non pochi guai -spiega Anile- il marchese Antonio de Curtis, come prescrive il blasone, è un conservatore e tale rimarrà fino ai suoi ultimi giorni, esercitando con fervore il proprio credo monarchico".

Car/Pn/Adnkronos, 28 marzo 1997


Con una smorfia carica di scetticismo e di perplessità (il classico guardare _ dal sotto in su di quando dice « ma mi faccia il piacere») Antonio de Curtis, in arte Totò, compare sulla quarta di copertina della rivista «Film». Sull’ampio risvolto sinistro della giacca elegante, ecco spuntare dall'occhiello il distintivo fascista, la «cimice». E' la primavera del '43, e il giornale annuncia così il film Due cuori fra le belve di Giorgio Simonelli, interpretato dall’«irresistibile Totò, l'attore dagli scatti sorprendenti»; ora quella foto viene riprodotta hel libro di Alberto Anile, Il cinema di Totò (1930-45), pubblicato dalle edizioni Le Mani di Genova. Scrive Anile: «Totò è costretto a farsi fotografare con la "cimice" fascista all’occhiello». Perché così — argomenta l’autore di questa puntigliosa ricerca sul periodo meno studiato del Totò cinematografico (sei pellicole contro le tantissime del dopoguerra) — si voleva punire l’audacia del Comico che, proprio nelle riviste recitate in quei mesi, metteva alla berlina il regime di Mussolini e gli alleati tedeschi.

Come? Per esempio in Volumineide (1942), dove Totò-Pinocchìo ripete a Lucignolo la filastrocca del paese dei balocchi: «Qui le teste son di legno / ch’è proibito avere ingegno / chi ragiona in questo regno / non è degno di campà». O nell'Orlando curioso (1943), dove Totò-pazzariello annunzia al popolo che «il padrone» è diventato pazzo.

Ovviamente, questa di Totò costretto a mettere il distintivo, è solo un’ipotesi. Non ci sono prove. Così come di ipotesi, di supposizioni è fatta la versione di un Totò antifascista militante, anzi addirittura finanziatore della Resistenza.

Certo, l’idea che dietro quel ritratto ci sia un’intenzione malvagia può autorizzarla l'identità del fotografo, il tedesco Eugenio Haas, che dopo la
liberazione di Roma sarebbe stato indicato come «ufficiale delle SS, spia della Gestapo, il quale celava dietro un sorriso servile la sua rabbia di belva nazista». E se è vero che la "cimice" aveva finito da molto tempo di essere un segno inconfondibile di appartenenza e riconoscimento, certo, vicino al luglio del ’43, quelli che la portavano non erano più tantissimi. Quindi, vedere una foto col distintivo in quei mesi un po’ d’effetto lo doveva pur fare. Da qui la supposizione di una costrizione, una forzatura.

Era comunque innegabile il fatto che Totò, sul palcoscenico, non risparmiasse frecciate e allusioni ai detentori del potere. Si ricordano molti interventi della censura che cambiava battute del testo, che magari il comico ripristinava a dispetto mandando il pubblico in delirio. Di certo, la vera resistenza che oppose Totò al regime fu quella di rifiutare il trasferimento a Venezia dopo l’8 settembre. Quando la Repubblica di Salò aveva cercato di ricreare Cinecittà in laguna. E gli irriducibili in camicia nera (Valenti, la Ferida) erano accorsi subito al richiamo. Totò era atteso per un ambizioso progetto di film musicale, Arcobaleno, che però non vide mai la luce. E lui fece di tutto per non andare.

Molti anni dopo, nel ’65, in un’intervista Totò ricordava: «Reagivo come potevo, col mezzo a mia disposizione. E di questo ne sono fiero...». Insofferente delle prepotenze, delle arroganze del potere, reagiva allora come avrebbe reagito nei film degli anni ’50 e ’60, quando a esser presi di mira erano i vizi dell’era democristiana.

Antifascista, dunque, Totò? In senso lato, sì. Ma certo non di sinistra. Semmai conservatore, tendenzialmente monarchico. Non va infatti dimenticato che, proprio nei giorni in cui univa la guerra nel mondo, Antonio de Curtis festeggiava una sua personalissima vittoria. Quella di esser riconosciuto legittima-mente dal Tribunale di Napoli erede dell'Impero di Bisanzio.

Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 29 marzo 1997


La cimice di Totò

ROMA - Totò fascista? 'Ma mi faccia il piacere...' , avrebbe risposto il principe. L' ipotesi nasce dalla fotografia pubblicata nel libro di Alberto Anile Il cinema di Totò, editore Le Mani: all' occhiello della giacca di Totò c' è la 'cimice' del regime. E' vero che in anni recenti la cultura di destra tenta ogni tanto di attribuire a Totò simpatie 'nere' , nell' intenzione di strapparlo alla cultura di sinistra, che in qualche modo si appropriò di lui soprattutto dopo il passaggio nel cinema di Pasolini. "Non riesco a pensare a Totò come a un fascista. E' stato anche definito monarchico, ma non credo neanche questo. Totò ha interpretato tantissimi personaggi antifascisti e antimonarchici, non li avrebbe fatti se avesse avuto quel tipo di ideologia, era troppo sincero ed onesto con se stesso", dice Ennio De Concini che ha sceneggiato film come Totò e i re di Roma e Operazione san Gennaro.

Del resto Alberto Anile nel libro, che racconta Totò dal 1930 al 1945, 15 anni durante i quali girò solo sei film, un'inezia rispetto ai 91 del dopoguerra, spiega la circostanza della foto, scattata nel 1943, al teatro 10 di Cinecittà trasformato in una giungla per le riprese di Due cuori fra le belve di Giorgio Simonelli, una commedia sconclusionata nella quale Totò, contemporaneamente impegnato al Valle con la rivista Orlando curioso, si barcamenava tra due pericoli mortali, forzuti cannibali (nel cast fu coinvolto Primo Carnera) e belve feroci (serpenti, iene, leoni autentici, tenuti a bada da Angelo Lombardi). L' Italia era oppressa da una guerra ormai perduta, ma a Cinecittà il regime si sentiva.

Anile racconta la visita negli studi di un eroe di guerra, esaltata con retorica fascista, e, 'se sul palcoscenico della rivista Totò non esita a lanciarsi in qualche temerario sfottò all' indirizzo di fascisti e tedeschi, il contesto di Cinecittà annulla decisamente ogni velleità di ribellione. Totò è costretto a farsi fotografare con la 'cimice' fascista all' occhiello, per essere così eternato, nel mezzo di un' impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista Film' . Il fotografo si chiamava Eugenio Haas, che in seguito sarà definito 'ufficiale delle SS' e 'spia della Gestapo' . "Mettersi un distintivo all' occhiello poteva essere questione di sopravvivenza in certi momenti", dice De Concini. "E Totò non fu certo il solo artista costretto a posare per il regime. Ma non c' è bisogno di difenderlo dal sospetto di simpatie fasciste, chiunque lo abbia incontrato sa che non aveva nulla della volgarità dei fascisti, anzi tutta la sua satira era contro l' arroganza e la prepotenza, contro ogni ostentazione di potere. Era gentile, mite ed elegante, basta pensare all' eleganza con cui ha sopportato il progredire della cecità negli ultimi anni di vita. E qualunque sia la verità sulla sua origine, era un aristocratico, un vero principe".

Tra i tanti episodi che racconta Anile c' è anche quello del primo contatto di Totò con la censura del regime. Fu per il film Fermo con le mani, in cui l' attore, interprete di un vagabondo che trova lavoro in un istituto di bellezza, è chiamato dalla direttrice per servire d' urgenza un cliente importante, un uomo calvo, sempre inquadrato di spalle, vestito di nero, che chiede bruscamente il pedicure. Totò gli toglie le scarpe e sulla sua faccia c' è un' espressione di schifo, poi apre la finestra e si mette una maschera antigas prima di togliergli i calzini. Una sequenza oltraggiosa nel 1937, quando un uomo calvo e vestito di nero non poteva che far pensare a Mussolini.

Maria Pia Fusco, «Repubblica», 29 marzo 1997


«L'Unità», 29 marzo 1997



Che impressione vedere Totò con un distintivo fascista sulla giacca! Tanto forte è l'immagine, una fotografia del '43, che, dopo un lancio d’agenzia riportato da quasi tutti i quotidiani, anche alcuni critici sono stati costretti (che caso, costretti proprio nel senso in cui fu «costretto» Totò a quella foto) a scendere in campo. Per dimostrare cosa? Che Totò non era fascista, che Totò non era antifascista. o forse che loto non era nulla? Sono passati trentanni dall'ultima recita del Principe, ma sembra che alcuni intellettuali digeriscano ancora male il suo successo e provino quasi fastidio a parlarne; e adesso uno scatto quasi inedito li obbliga ad occuparsi di nuovo di lui. Mi spiace che sia stato dato tanto rilievo a un'immagine che non c nulla più di una curiosità. Altri erano gli argomenti che nel mio libro. «Il cinema di Totò ( 1930-1945)», mi premeva sottolineare l'influenza del futurismo nel l’arte del comico (Totò come incarnazione della Supermarionetta di Gordon Craig?), la vicinanza dell’ambiente intellettuale (Zavattini, Barbaro. Ramperti, De Feo, i Bragaglia), i primi passi di De Curtis nel cinema, la stretta contiguità tra cinema e rivista, la rievocazione di un universo cinematografico, quello italiano del ventennio. poco visitato.

lo non c’ero (ho 29 anni), ma penso di essermi comunque fatto un’idea dei rapporti che intercorrevano tra Antonio De Curtis e la politica. Come tutti i grandi artisti, il Principe non sopportava imposizioni (rinunciò ad un film con Pittaluga perché non voleva imitare Buster Keaton), ma soprattutto, da grande comico, sapeva che il pubblico ama vedere irriso il potere. E lui lo assecondò, non solo nelle celebri riviste interpretate con Anna Magnani nella Roma occupata dai tedeschi, ma anche nel film «Fermo con le mani» (’37) dove giocò un tiro alla censura con una scenetta assolutamente oltraggiosa nei riguardi di un personaggio che aveva tutte le caratteristiche del duce.

Perciò, come ho scritto nel libro, il suo antifascismo fu «un po' eroico e un po’ demagogico (...) non necessariamente contro la politica di Mussolini, ma contro lo strapotere e la spocchia di qualunque regime». In quanto alla famosa «cimice», la foto del '43 ha una storia ben precisa e delle circostanze che la originarono. Chiunque sia interessato ad approfondire anche questa pinzellacchera, cerchi a pag. 134. Come diceva lui, esequie vivissime.

Alberto Anile, «Corriere della Sera», 6 aprile 1997


Riferimenti e bibliografie:

  • «Film», anno VI, n.26, 26 giugno 1943
  • "Caporali tanti, uomini pochissimi: la storia secondo Totò", Emilio Gentile, Editori Laterza, 2020, pp.34/39
  • Maria Pia Fusco, «Repubblica», 29 marzo 1997
  • Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 29 marzo 1997
  • Car/Pn/Adnkronos, 28 marzo 1997
  • Alberto Anile, «Corriere della Sera», 6 aprile 1997