Masina Giulietta (Giulia Anna)

Giulietta Masina bio

Giulia Anna "Giulietta" Masina (San Giorgio di Piano, 22 febbraio 1921 – Roma, 23 marzo 1994) è stata un'attrice cinematografica italiana.

Biografia

Figlia del violinista e professore di musica Gaetano Masina e della maestra Angela Flavia Pasqualini, visse dall'età di quattro anni in poi a Roma presso una zia di origine milanese rimasta vedova. Frequentò il ginnasio e il liceo dalle Suore Orsoline, dove, incoraggiata dalla zia, cominciò a coltivare la passione per la recitazione. Sin dalla stagione 1941-1942 partecipò a numerosi spettacoli di prosa, danza e musica nell'ambito del Teatro Universitario nei locali dello Stadium Urbis, che poi diventerà il Teatro Ateneo. In quella seguente (la 1942-1943) entrò nella Compagnia del Teatro Comico Musicale dove si esibì come ballerina, cantante e attrice in diverse operette e commedie brillanti.

Nel 1942 Giulietta incontra negli studi dell'EIAR Federico Fellini. Già nel luglio 1943 la coppia si presenta ai genitori di lei. Dopo l'8 settembre 1943 la loro unione conosce un'accelerazione: Fellini, invece di rispondere alla chiamata alla leva, convola a nozze con Giulietta il 30 ottobre. Nei primi mesi vivono insieme nella casa della zia milanese della moglie. Intanto il sodalizio artistico era già avviato: dal 1942 la giovane studentessa di Lettere nonché attrice interpreta il personaggio di Pallina, prima fidanzata e poi moglie bambina di Cico. Le disavventure della giovane coppia vengono trasmesse all'interno della rivista radiofonica Terziglio per riprendere nel dopoguerra in una serie autonoma intitolata Le avventure di Cico e Pallina, interrotta dopo quattordici puntate nel febbraio del 1947.

La Masina e Fellini ebbero un figlio, Pier Federico, nato il 22 marzo 1945 e morto appena undici giorni dopo la nascita, il 2 aprile. Giulietta Masina muore il 23 marzo 1994, all'età di settantatré anni, per un tumore ai polmoni (cinque mesi dopo la scomparsa di Fellini avvenuta il 31 ottobre 1993). Entrambi sono sepolti nel cimitero di Rimini. La loro tomba è marcata dal monumento Le Vele, opera dello scultore Arnaldo Pomodoro. Prima di morire, chiese che fosse il trombettista Mauro Maur, «la sua tromba», a suonare il tema de La strada di Nino Rota ai suoi funerali.[1][2][3].

Nel ventennale della morte le maggiori istituzioni culturali e cinematografiche italiane - con il patrocinio dell'Accademia del Cinema Italiano / Premi David di Donatello - la ricordano con la mostra "Giulietta Masina, l'Oscar di Federico Fellini" al Teatro dei Dioscuri (Roma) a cura di Simone Casavecchia e Fiammetta Terlizzi.

Carriera cinematografica e televisiva

Il cinema

A parte il ruolo di comparsa che svolse nel capolavoro di Roberto Rossellini, Paisà (è una ragazza che scende le scale di un palazzo), Giulietta Masina esordì nel cinema nel 1948 in un film diretto da Alberto Lattuada, Senza pietà, dove interpretò insieme a Carla Del Poggio il ruolo della mondana di aspetto minuto e di buon cuore che la accompagnerà per buona parte della sua carriera in film diretti da Carlo Lizzani, Giuseppe Amato e Renato Castellani. Ma è insieme al marito che raggiunse la notorietà a livello mondiale con il ruolo di Gelsomina nel film La strada (1954), dove recitò accanto ad Anthony Quinn e Richard Basehart, e poi con Il bidone (1955), con Broderick Crawford e ancora Basehart, senza dimenticare il primo film firmato da Fellini con Lattuada, Luci del varietà (1950), sempre con Carla Del Poggio e Peppino De Filippo.

Nel 1957 raggiunse probabilmente l'apice della carriera nel ruolo di Cabiria nel film Le notti di Cabiria (che aveva già affrontato in piccola misura nel primo film diretto dal marito, Lo sceicco bianco del 1951). Nel 1958 interpretò una commovente figura di donna in Fortunella per la regia di Eduardo De Filippo, con Alberto Sordi (parte drammatica del rigattiere) e lo stesso De Filippo. Dello stesso anno Nella città l'inferno di Renato Castellani in cui è possibile vederla recitare accanto ad Anna Magnani.

Fellini la dirigerà ancora nel suo primo film a colori, Giulietta degli spiriti (1965) insieme a Mario Pisu e, vent'anni più tardi, nel malinconico Ginger e Fred (1985) proprio accanto a Marcello Mastroianni, nella parte di due ex ballerini di tip-tap popolarissimi durante la guerra col nome d'arte preso a prestito dai celebri Fred Astaire e Ginger Rogers, invitati nel rutilante e magniloquente show televisivo Ed ecco a voi..., campionario di varia umanità mostrata come fenomeno da baraccone sacrificato alle esigenze dell'audience e interrotto in maniera ossessiva da spot pubblicitari.

La televisione

In televisione apparve negli anni settanta in due sceneggiati di buon successo, Eleonora (1973) diretto da Silverio Blasi e Camilla (1976) diretto da Sandro Bolchi,[4] tratto dal romanzo Un inverno freddissimo di Fausta Cialente.

La radio

Fece il suo ingresso nella radio nel 1941 recitando insieme a Nella Maria Bonora e Franco Becci, all'epoca voci assai popolari. Si fece subito notare nella trasmissione di successo Terziglio, basata sulle avventure dei fidanzati (e poi novelli sposi) Cico e Pallina, recitati insieme all'annunciatore Angelo Zanobini e scritti da un versatile redattore umorista della rivista satirica Marc'Aurelio, Federico Fellini, che sposò il 30 ottobre 1943 e col quale instaurò un intenso sodalizio artistico e affettivo, tra i più importanti nella storia dello spettacolo italiano.

Nel 1945, dopo la fine della guerra si laureò in Lettere e Filosofia all'Università "La Sapienza".

Recitò ancora nel Teatro Universitario durante la stagione 1945-1946 nella pièce Angelica, scritta e diretta da Leo Ferrero e interpretata insieme a un altro giovane attore destinato alla celebrità, Marcello Mastroianni. Tornerà poi per l'ultima volta sul palcoscenico nel 1951, con Gli innamorati.

Tra il 1966 e il 1969 fu la seguitissima conduttrice di una popolare rubrica radiofonica, Lettere a Giulietta Masina, che in seguito raccoglierà in un libro.

Prosa radiofonica

La strada dei re, di Giovanni Gigliozzi, regia di Guglielmo Morandi, trasmessa il 24 gennaio 1943.
Sale d'aspetto, di Federico Fellini, regia di Claudio Fino, trasmessa il 29 gennaio 1943.
Il terziglio, Lezioni di nuoto, a cura di Dino Falconi, Jovinelli e Bonelli, 27 febbraio 1943 regia di Claudio Fino.


Giulietta Masina, preferì sottrarsi al suo confronto. A Giulietta venne proposto un copione molto interessante, "Gaetana e il cavallo bianco", la storia di una ragazza madre che instaura un rapporto tenerissimo con un ladro, interpretato da Totò. “Rifiutai perché non me la sentivo di stare dietro a un partner che sparava battute a raffica, creando difficoltà anche al compagno di lavoro più smaliziato”, raccontava l’attrice. “Ebbi paura che potesse, come si dice, mettermi i piedi in testa e rinunciai a una grande occasione.” Quando lo seppe Totò ci rimase male e giurò che se Giulietta gli avesse fatto l’onore di recitare con lui, l’avrebbe trattata come una regina, per la sua classe, oltre che per le qualità professionali. E in quell’occasione rivelò anche il rimpianto di non aver mai recitato in un film di Fellini: “Sarei stato felice di avere la parte di Zampano ne La strada, ma Federico, chissà perché, mi ha preferito Antonio Quinn”, confessava. “Nei panni di Gelsomina la signora Masina mi ha fatto piangere. Peccato che non abbiamo mai lavorato insieme. Con me Giulietta si sarebbe pure divertita e Dio sa quanto ne avrebbe bisogno con un marito come il suo”.

Liliana de Curtis


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

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Giulietta gli perdonerà le scappatelle Giulietta Masina ha fatto capire al nostro collaboratore quella che potrà essere l’ancora misteriosa trama del nuovo film del marito, che sembra si ispiri alla loro vita familiare Roma, settembre «Fellini mi…
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Siamo nel teatro n. 3 della SAFA, in uno dei tanti stabilimenti cinematografici di Roma. Si finisce di girare una scena del nuovo film di Lizzani : Ai margini della metropoli. Dopo il sonoro «Stop !» del regista, non ci è difficile riconoscere sotto il fuoco concentrato dei proiettori un volto assai noto del nostro cinema: quello di Giulietta Masina. che ora si avvia nel suo camerino per togliersi il trucco. Ed è qui che ci affrettiamo a raggiungerla per chiederle, mentre, assieme al cerone, va asportando pezzo a pezzo le ultime caratteristiche del personaggio che sta interpretando. una intervista per Noi donne. Le poniamo anzitutto una domanda precisa: ci parli dei suoi personaggi, delle donne che volta a volta interpreta, come di donne reali, conosciute all'angolo di una strada o al mercato: cerchi di penetrarne la verità umana per giudicarle spassionatamente, per quello che esse valgono. Sappiamo di aver «piazzato» un quesito diffìcile, ma l'imbarazzo di Giulietta, cosi confidenzialmente essa ci permette di chiamarla, dura un attimo.

«Debbo subito dire, essa ci risponde, che amo tutti i miei personaggi indistintamente. Farei un grosso torto a me stessa come attrice, se dovessi porre delle riserve nell’interpretare meglio questo o quell’altro di essi. Melina di Luci del varietà, la povera soubrette che vive nel riverbero modesto dei proiettori dei teatri provinciali nella speranza di una celebrità che non arriverà mai: «Pippo» di Persiane chiuse, la prostituta che tenta di salvare dall’abbiezione e dal ricatto una sua compagna: «Gina» del film di Lizzani che sto interpretando, la donna che lotta per strappare al carcere il suo uomo innocente, sono tutte donne significative, personaggi ugualmente vivi di un mondo sbagliato. C'è però un genere positivo di donna che non mi è ancora riuscito di portare sullo schermo, ed è ad esso che io riservo tutte le mie speranze ed ambizioni: la donna italiana. Proprio quella che s’incontra per la strada o al mercato, sempre alle prese col bucato e i bambini, oppure quella che, sta salendo di prima mattina le scale della scuola, dove svolge la sua missione d'insegnante o l'altra che s’avvia di buon passo verso l'ufficio o verso l'ospedale dove lavora come infermiera. Ce n'è dappertutto di queste donne in Italia, sono la maggioranza ed hanno un peso determinante nella vita della nostra società: ma non se ne vuole parlare e i benpensanti di certo cinema preferiscono a loro le assurde «bellezze» in costume a due pezzi d’oltre oceano. E. d'altronde, non è solo a questo tipo di donna estrema-mente positivo che. in genere, è negato l'ingresso nel cinema.

Basta voltarsi indietro, continua Giulietta accalorandosi. e guardare al nostro passato, alle donne del Rinascimento. Gaspara Stampa o Vittoria Colonna: basta appena ricordare le donne che animarono i primi moti di indipendenza italiana. Giuditta Tavani Arquati. Colomba Antonietti. perfino le aristocratiche milanesi che cospirarono per Mazzini o Garibaldi. Quante di esse sono ben più validi temi cinematografici delle eroine del West che Hollywood ci presenta, in pantaloni e pistole alla mano, come massimi esempi di coraggio femminile. Dobbiamo tutte fare cosa, e in questo senso mi rivolgo alle mie colleghe d'arte e di lavoro per aprire le porte del cinema a quello grande personaggio misconosciuto, la donna italiana».

Sono parole assai chiare, queste» fa piacere che vengano da un’attrice che si è già vista assegnare, nel breve corso della sua carriera, ben due na stri d'argento per le sue interpreta zioni (Senza pietà, Luci del varietà) e che, a dispetto di tutte le convenzioni, è tra le più schive al divismo pacchiano che ammorba il mondo della celluloide. «Progetti per il teatro?», le chiediamo. «Sì. Nel '53 dovrei far parte di una compagnia di prosa con Arnoldo Foà. Repertorio di classici e moderni: Goldoni (autore però che preferisco in veneto anziché in lingua), Wilder e Shaw. Poi, smessi gli abiti femminili, vorrei interpretare il ruolo di «Pel di carota».

L'infelice ragazzo dai capelli rossi». Ora Giulietta ha finito di togliersi il trucco ed è pronta per uscire. Mentre ci accommiatiamo, e lei ci stringe la mano sorridente; ci vien fatto di pensare ad una precisa rassomiglianza con una celebre diva del cinema muto: Janel Gaynor. Un nome che pei molte lettrici suonerà sconosciuto, e che ad altre, invece, farà tornare aila mente le «ingenue» di un tempo, quelle attrici cioè che si dedicavano ad eternare un certo ideale femminile sempre rassegnato e patetico: la «fidanzata sfortunata». la «signorina cuorinfranti». delizia di un vasto pubblico femminile che. nelle buie platee di allora, amava riconoscersi, al suono di uno stonato pianoforte, in loro e nelle loro lacrimevoli storie. Oggi Giulietta Masina. che trent'anni fa (ma allora non era ancora nata), sarebbe stata sicuramente votata ad impersonare tutta una serie di «ingenue». è decisa ad affrontare invece nella sua battaglia artistica ben altri personaggi, in tutta la loro concretezza e verità.

E se «l’ingenua» di un tempo ha ceduto malinconicamente il passo a questo tipo femminile, più consapevole dei valori reali della vita, è buon segno: vuol dire che il cammino della donna non s’è fermato, neppure nella dorata e ingannevole finzione dello schermo.

Rinaldo Ricci, «Noi donne», 9 novembre 1952


Giulietta Masina è nata a Bologna, dove si è laureata in lettere. Incominciò a recitare mentre ancora era studentessa. Film principali: "Senza pietà"; 'Luci del varietà"; "Europa 51"; "Persiane chiuse"; "Lo sceicco bianco"; "La strada"; "Il bidone” e "Le notti di Cabiria", attualmente in lavorazione. Premi: "nastri d’argento" per "Luci del varietà” e per "Senza pietà”. "La strada" le ha procurato in Francia la "Vittoria alata" per la migliore attrice straniera, l’Oscar danese alla migliore attrice del 1955 e il "Golden Gate” americano. E' moglie del regista Federico Fellini. Vive a Roma.

1956 Tempo Giulietta Masina f1Domanda. - Qual è, secondo lei, dalla fine della guerra in poi il film più italiano che sia stato prodotto?

Risposta. - ”I vitelloni". Anche se mio marito è di questa opinione.

D. - Esiste un’attrice o un attore con cui abbia sempre desiderato e mai potuto girare un film?

R. - Leslie Howard.

D. - Qual è secondo lei la cosa che meglio esprime il nostro tempo?

R. - L'angoscia.

D. - Qual è secondo lei il colmo deirimbecillità umana?

IL - La presunzione.

D. - Se le venisse concesso di porre un microfono a suo piacimento sotto la sedia di quale dei suoi contemporanei desidererebbe collocarlo allo scopo di ascoltarne le parole?

R. - Sotto la sedia di mio marito quando parla con i suoi amici delle sue conquiste.

D. - Che cosa pensa di se stessa?

R. - Mah, ho le idee un po’ confuse.

D. - Una ragazza di cosiddetta piccola virtù pronunciò un giorno, mentre si guardava nello specchio la frase seguente: «mi trucco, mi trucco, ma sembro sempre giovane lo stesso». Questa frase suscitò in me la più grande impressione. Vuole aiutarmi a spiegarmela?

R. - Penso che questa ragazza non dovesse essere poi tanto giovane.

D. - H giorno del giudizio universale le viene affidata, a sua scelta la difesa di Robespierre, di Hitler oppure di Mussolini. Quale dei tre personaggi che le ho citato sceglierebbe come suo cliente?

R. - Robespierre. La patina del tempo rende affascinanti anche i tiranni.

D. - Che cosa manca agli italiani per essere felici?

R. - Un po’ più di soldi.

D. - Qual è secondo lei la vera misura della ricchezza di un uomo?

R. - L'intensità dei suoi affetti, e non la quantità dei suoi innamoramenti.

D. - Una dote particolare che distingue i francesi è l'esprit. Che cosa possiedono gli italiani che li caratterizzi altrettanto distintamente?

R. - La fantasia.

D. - Ritiene che la mancanza di spirito sia un bene oppure un male in un individuo e che in ogni caso limiti o no il successo nella vita?

R. - Lo limita senz'altro, sebbene gli uomini di spiritò abbiano un successo persistente soltanto presso se stessi.

D. - Si ritiene lei una donna di spirito?

R. - Non sempre.

D. - Come spiega allora il suo successo?

R. - Nella mia professione lo supplisce a volte la fortuna.

D. - Qual è secondo lei il più grave difetto di queste domande?

R. - Di indurci a rispondere con una sincerità che non ci procurerà nuovi amici, può farci perdere qualcuno dei vecchi, e ci espone indifesi al divertimento dei nemici.

D. - Ha seguito lei queste interviste?

R. - Non tutte.

D. - Quale le è sembrata per ciò che concerne le risposte la più sincera?

R. - E' evidente che lei vuol proprio farmi dei nemici. Le dirò soltanto che mi hanno molto divertita coloro che si sforzavano di dissimulare, di nascondersi, di presentarsi diversi da quelli che sono, e che riuscivano tuttavia terribilmente veri, malgré soi.

r D. - Se le fosse concesso un atto di potenza assoluta come lo esplicherebbe?

R. - Condannerei i produttori italiani a dire sempre la verità sul costo dei film e sugli incassi.

D. - Qual è secondo lei la differenza tra Manon Lescaut e Nana?

R. - Non a tutte le donne è data la fortuna di incontrare il cavaliere Des Grieux.

D. - Qual è secondo lei la cosa che rende maggiormente ridicolo un uomo agli occhi di una donna?

R. - La vanità.

D. - Condannata all'inferno per quale colpa ritiene potrebbe esservi destinata?

R. - L'orgoglio.

D. - Esiste un complimento che sia capace di infastidirla altrettanto quanto un insulto?

R. - Sentirmi dire: quanto sei buona, quando sono riuscita ad essere solamente egoista.
D. - Qual è secondo lei la più importante istituzione italiana?

R. - Il bidone.

D. - Quale dei luoghi comuni le riesce più insopportabile?

R. - Quelli detti per suggerirmi come guadagnare più soldi, interpretando certi film piuttosto che altri.

D. - Qual è nella vita la cosa che la spaventa di più?

R. - La solitudine.

D. - E nella sua professione?

R. - L'essere identificata con i miei personaggi.

D. - Qual è nella vita la cosa che la incuriosisce maggiormente? .

R. - L’ottimismo di certe persone; cioè mi piacerebbe sapere su che cosa è fondato.

D. - Trovandosi per la prima volta di fronte ad un suo simile, sente il bisogno di formulare immediatamente un giudizio su di lui? Se sì, in base a quale particolare si forma una sua impressione?

R. - Non sento questo bisogno.

D. - Se le rimanesse mezza ora di vita che cosa farebbe?

R. - Credo che pregherei.

D. - Morendo, quali beni rimpiangerebbe?

R. - Quelli materiali evidentemente no; gli altri non si perdono.

D. - Dovendo organizzare, il pranzo di cinque attrici famose in modo che la situazione non ne dovesse risultare imbarazzante, chi inviterebbe?

R. - Mi sarebbe facile per cinque grandi attrici; impossibile anche per due sole che siano semplicemente famose.

D. - Un’attricetta in mal di pubblicità decide di inscenare un piccolo suicidio per far parlare un poco di sè. A tale scopo inghiotte una certa quantità di sonnifero ma sbaglia dose e muore. Chi fra le nostre attrici ritiene più adatta per tale parte?

R. - Vorrei essere io; per cercare di difenderla.

D. - Quali sono i rapporti con i personaggi dei suoi film passati?

R. - Ho sempre interpretato dei personaggi pieni di guai, perciò, finito il film, faccio di tutto per dimenticarli.

D. - Qual è secondo lei il corrispondente moderno della pietra filosofale o dell’elisir di lunga vita?

R. - La serenità.

D. - Quale di queste domande potrebbe secondo lei servire di pretesto ad un racconto o ad un soggetto cinematografico?

R. - Quella dell'attricetta che muore volendo farsi un po' di pubblicità, per il fatto che ci fa sentire un po' tutti colpevoli.

D. - Di quale, fra i personaggi da lei interpretati, le piacerebbe essere il Mentore in un viaggio su questa terra?

R. - Di Gelsomina.

D. - Quale itinerario vorrebbe farle seguire?

R- - La condurrei a Parigi.

D. - Se un produttore italiano le chiedesse un suggerimento sul nome di un’attrice cui affidare la parte di Beatrice in un film su la "Divina Commedia”, avrebbe un nome da suggerire? *

R. - No. Occorrerebbe un'attrice eterea e intelligente nello stesso tempo.

D. - Esiste un peccato che secondo lei Dante ha dimenticato di mettere nel suo Inferno?

R. - Il divismo.

D. - Qual è l’omaggio che, nel corso della sua carriera, le è stato più gradito?

R. - Fu a Londra, dopo la prima visione de "La strada". Una donna mi "offrì" il suo bambino perchè lo tenessi per qualche istante fra le mie braccia.

D. - Se una volta tanto, la pregassi di rivolgere una domanda a me, che cosa penserebbe di chiedermi?

R. - Perché, nei suoi commenti, tutti appaiono sinceri, intelligenti e buoni?

D. - Quale epigrafe vorrebbe avere sulla sua tomba?

R. - «Indovina chi c’è».

Ci sono in questa intervista a Giulietta Masina due "punte” che potrebbero chiamarsi estremi e che, da sole potrebbero definire i limiti della sua personalità. Una concerne la risposta alla domanda: «Qual è secondo lei la cosa che meglio esprime il nostro tempo?». La Masina dice: «L’angoscia».

Più in la l’attrice fa osservare che secondo lei l'equivalente moderno della pietra filosofale ovvero dell’elisir di lunga vita è la serenità. Come si vede questi limiti da lei stessa fissati facilitano il compito di una definizione e anzi costituiscono di per se stessi un giudizio vero e proprio. Entro tali limiti la personalità della Masina si manifesta quindi liberamente, caustica e mordace, a volte sorridente con delle manifestazioni di umiltà che dovrebbero stupire in una donna orgogliosa. Tale infatti si definisce da sè indicando a quale cerchio, secondo lei, Dante l’avrebbe potuta destinare. In verità è perfino dubbio che la Masina sia un’orgogliosa nel senso comunemente deprecativo che si dà a codesta espressione. Si può parlare piuttosto . di orgoglio di un certo risentimento che è comune attributo delle donne dotate di troppa intelligenza.

Enrico Roda, «Tempo», 1956


Giulietta Masina, in questa intervista esclusiva concessa a “Tempo” al suo ritorno in Italia, ripete il giudizio espresso su di lei da Julien Duvivier dopo l'interpretazione, con la sua regia, del film “La ragazza dall'abito di seta artificiale" realizzato interamente in Germania

Giulietta Masina è tornata in Italia da un paio di settimane. Trascorre il suo tempo a leggere i copioni dei film che le sono stati offerti per il prossimo futuro (due francesi ed uno italiano) ed a ricevere i giornalisti. Prima di me le aveva fatto visita una giornalista le cui domande erano tutte sul genere di queste: «E’ vero che lei è convinta di essere una bellissima donna? E’ vero che lei crede di assomigliare alla Marilyn Monroe? E’ vero che lei passa tutto il giorno all’istituto di bellezza?». Dove l’accento, più che sulla domanda, cade su quella specie di prefisso inteso a dare per scontata una risposta affermativa.

«E lei trova, le chiedo, che tutto ciò sia giusto?».

«No, ma può darsi che si tratti di uno scotto che presto o tardi è pur necessario pagare».

D’altra parte è diffìcile dire chi ferisca di più la Masina, se i suoi amici oppure i suoi denigratori. C’è chi la crede una donna molto complicata o, come si dice oggi, piena di complessi, e c’è chi la considera una creatura semplice, ingenua, e vede in lei una specie di vittima: Cabiria, Gelso-mina o Fortunella, sulla gamma di un’unica psicologia.

In un’intervista del 1957, dal titolo "Gelsomina ripudia Charlot”, si legge: c Giulietta Masina è stanca della parte che il marito e il pubblico le hanno affidato e vuol dimostrare di essere un'attrice vera». Da allora sono passati due anni, e da allora Giulietta si è ribellata a Gelsomina. Si può dire anzi che abbia già dimostrato di essere un’attrice vera, a giudicare dal successo ottenuto dal suo primo film girato all’estero.

Al momento della sua partenza per la Polonia dove l’attendeva la parte di Erdme nel film Jons ed Erdme, tratto da un romanzo di Sudermann, in Italia la situazione era all’in-circa questa: Giulietta Masina avrebbe potuto avere tutte le parti che voleva, ma solamente in qualità di vittima, di prostituta, o nella migliore delle ipotesi, di sedotta e abbandonata. Le avevano detto che gli esterni del film avrebbero dovuto essere girati in una zona paludosa nei pressi di Varsavia, che il fango era così alto da non consentire alla roulotte che le era stata riservata di avvicinarsi oltre un certo limite. e che occorreva fare un lungo tratto su carri trainati da buoi. Giulietta partì. Ebbe modo di constatare che la Polonia non è un paese allegro, che manca di frutta e di spaghetti, sicché era una festa quando arrivava una cassetta di arance che il produttore per cortesia le faceva spedire da Berlino. Ma Giulietta rimase: tutto ciò era preferibile ad una ennesima reincarnazione di quel personaggio cui doveva la celebrità. Le ho domandato:

«Qual è l’opinione di suo marito in proposito?». Mi ha risposto: «Devo dire che mio marito la pensa come gli altri. Quando gli feci leggere il copione di Jons ed Erdme la prima cosa che mi disse fu: non ce la farai a sostenere un personaggio simile».

Il film infatti racconta una rustica vicenda che si svolge in Lituania nel periodo compreso tra il 1900 e il 1922. Ne sono protagonisti due contadini che costruiscono la loro felicità nonostante gli innumerevoli ostacoli che si frappongono loro sul cammino. Rancori lungamente repressi, violente gelosie corrono per tutto il racconto che si conclude con un tentativo di suicidio, rimasto incompiuto al solo scopo di non deprimere lo spettatore più del necessario. Oggi che ha visto il film, Fellini si è ricreduto. Ma questa piccola vittoria nei confronti del marito non ha dato forse alla Masina quella soddisfazione che probabilmente si attendeva. Lavorare per suo marito e con suo marito è probabilmente la maggiore aspirazione di Giulietta Masina, ma ella non può imporre il proprio personaggio ad un uomo che, per professione, è un creatore di personaggi e, come tale, deforma con una visione personale quelli che sono i dati della realtà, pratica o psicologica che sia.

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I DUE NUOVI PERSONAGGI di Giulietta Masina. La protagonista (a sinistra) del film drammatico "Jons ed Erdme” tratto da un’opera di Sudermann e i cui esterni sono stati girati in Polonia, nei dintorni di Varsavia, con una temperatura di 12 gradi sotto zero. E l’allegra fanciulla (a destra) del film diretto a Berlino da Duvivier, in cui si vedrà una Masina che non ha più nulla di grottesco. Il regista ha voluto che per questo film gli facessero una Masina «più bella possibile». E c’è riuscito.

L'aiuto della musica

«Sarebbe disposta» le domando c ad interpretare un personaggio che sia moralmente l’opposto di Gelsomina?».

«Magari!». E non è la risposta che mi sorprende quanto l’impeto con cui viene pronunciata. «Tra me e i miei personaggi» ella prosegue «si verifica un curioso fenomeno di osmosi, ossia, tutto ciò che io dò ad un personaggio mi viene dal personaggio stesso restituito. Quando giravo Jons ed Erdme nella parte di un personaggio drammatico, alla sera sentivo un prepotente bisogno di evadere. Tornata nella mia stanza d’albergo mettevo in movimento il giradischi e la mia scelta cadeva su musica allegra, frenetica, ed io mi sentivo gaia e spiritosa. In Germania, per il personaggio del film La ragazza dal vestito di seta artificiale è avvenuto esattamente il contrario. Il titolo dice qual è il carattere della protagonista; ebbene, al ritomo dal lavoro sceglievo dei brani di musica classica».

«Qual è stato il giudizio di Duvivier sulla sua interpretazione?».

«Che io sono un personaggio nato per fare la commedia musicale».

«E suo marito è d’accordo?».

«Vorrei tanto che lo fosse».

Rieccoci per altra via a quello che era stato il punto di partenza della incomprensione artistica di Federico Fellini nei confronti della moglie. Da quello che mi pare di capire, questo film interpretato sotto la direzione di Duvivier ha soddisfatto le esigenze del regista, del personaggio, ma non le ambizioni della Masina.

«Si ritiene ambiziosa?».

«Forse, ma non nel senso che usualmente si dà a questa parola. Sono certa, e lo dico anche a costo di non essere creduta, che io rinuncerei alla mia carriera piuttosto che sacrificare uno dei miei affetti. Voglio dire che il ricordo dei successi passati e la speranza di quelli futuri non sarebbero sufficienti a riempirmi la vita. Sono, o almeno credo di essere, una donna moderna, nel senso che ho paure e angosce. Non so che cosa farei il giorno che non avessi più una tavola di sicurezza cui appoggiarmi». Prevenendo un’altra mia domanda, continua: «Non so nemmeno se mi si possa giudicare orgogliosa. Forse sì. In ogni caso lo sono divenuta "in seguito"» (intende dire in seguito ai successi di Cabiria e Gelsomina). «Ne avevo abbastanza di suscitare pietà, un sentimento di commiserazione in ogni grado di longitudine».

Giulietta Masina desidera interpretare una parte di antagonista, di un personaggio senza riscatto che susciti antipatia, sdegno, dolore, tutto, eccezion fatta per la pietà. Un personaggio che, come lei stessa mi dice, sarebbe capace di ucciderla, Gelsomina.

Inutile dire che la Masina non passa le sue giornate negli istituti di bellezza, nè si crede una Marilyn Monroe (l’equivoco sorse quando, alla domanda: a quale attrice le piacerebbe rassomigliare?, la Masina rispose: «Alla Monroe», senza pensare alle conseguenze che avrebbe potuto provocare). Nè è il caso di soffermarsi sul valore delle domande, precedute da tutti quegli "è vero che”, poste all’attrice nell’intervista sopra citata. Piuttosto ci si chiede perché, per quale ragione proprio a let si debbano chiedere certe cose e in quel modo. L’invidia, si può rispondere. E’ una risposta generica che, proprio perchè va bene per tutti, non convince nessuno. In quelle domande (e specie nell'ultima «E' vero che lei si crede bella?») traspare evidente una intenzione, una specie d’ironico rimprovero che vuol punirla per aver voluto forzare il cerchio di ferro da cui, con i film girati in Polonia e in Germania, ella ha tentato di uscire. Questo concetto la Masina me lo precisa dicendo: «Dato che io sono alta uno e cin-quantaquattro, si vorrebbe che andassi in giro con scarpe senza tacchi. La ragazza dal vestito artificiale richiede che io appaia nella miglior luce possibile. Questo si era proposto Duvivier, ed io ho cercato naturalmente di accontentarlo. Oggi mi si fa quasi una colpa di questo. Penso di essere una donna normale: qualunque donna, dal tempo di Èva, ha sempre cercato di essere più bella di quella che è. Ma ciò che è lecito per le altre sembra che non sia concesso a me...».

Le chiedo: «Quale è in questo momento il suo stato d’animo nei confronti del personaggio di Gelsomina?».

«A Gelsomina voglio ancora bene — mi risponde — ma esiste nei miei confronti una persecuzione che va imputata anche a qualcos’altro». Cosi dicendo i suoi occhi hanno un lampo di collera e anche il disegno delle sue labbra si irrigidisce.

E’ facile capire a che cosa voglia alludere. Mi trovavo per caso a Aanco di suo marito la volta che a Venezia, alla vigilia della presentazione de Il bidone, Fellini venne avvicinato da un giornalista che, senza nemmeno salutarlo, lo apostrofò con queste parole: «Dunque è proprio vero che sua moglie ha un amante?». Da allora sono passati sei anni e i pettegolezzi sono ricomparsi puntualmente ogni qualvolta "i Fellini" hanno intrapreso qualcosa, un Alni lui oppure un viaggio lei: «lui si è stancato e non vuole nemmeno averla nei film», «lei ne ha talmente abbastanza che ha denso di mettere un centinaio di chilometri tra sè e suo marito».

«Quali sono state» chiedo all’attrice «le vostre reazioni?».

«Un po’ tutte» mi risponde. «Dalle querele alle smentite, al silenzio. Se ci facevamo vedere insieme e ci fotografavano entrambi sorridenti, c’era subito chi affermava che era un comportamento "per la vetrina". Se non ci vedevano per un po’ di tempo, trovavano la pronta conferma alle loro supposizioni. Visto che non riuscivamo ad accontentare tutti, abbiamo Anito per non farci più caso. Qualche volta ne abbiamo anche riso. C’è stato un periodo che non passava giorno senza che ricevessimo una telefonata anonima che ripeteva sempre le medesime cose a carico di mio marito. La sola variante era il colore dei capelli: un giorno egli era stato visto con una rossa, un giorno con una bionda, un giorno con una bruna. Una volta Federico si trovava in casa ed andò lui all’apparecchio. Disse all’anonimo interlocutore "dove” doveva andare. Glielo disse in romagnolo, e da quel giorno le telefonate cessarono».

«Qual è, secondo lei, il motivo di tanto accanimento?».

«Ecco una domanda a cui lascio a lei la risposta» mi dice. Ha terminato il suo pacchetto di sigarette e ne ha fatto una pallottola con un movimento secco che sottolinea la sua irritazione. Quindi prosegue: «Sono sedici anni che siamo sposati. Sono molti. Dopo sedici anni il matrimonio non è più semplicemente la unione fra un uomo e una donna. E’ diventato qualcosa di più...».

«Una ditta?».

«Non precisamente».

«Una società, un sodalizio?».

La Masina fa un nuovo cenno di diniego e io comincio Analmente a comprendere che è inutile continuare a suggerire altri termini: lei ha detto bene usando queirimpreciso "qualcosa di più...".

Si tratta appunto di un "qualcosa di più” che non può essere diversamente speciAca-to. Poc’anzi, a proposito della persecuzione di cui lei e suo marito sono stati l’oggetto, ha esclamato con un sospiro: «Anche noi abbiamo passato le nostre». E’ una frase idiomatica, ma che acquista un particolare sapore di intimità, un qualcosa di casalingo che, per la prima volta, me la fa inquadrare in quella che è forse la sua vera luce. Perchè Giulietta Masina, attrice sullo schermo, non lo è nella vita. In altre parole, non è un personaggio, non è il personaggio di se stessa, come tutti quanti si ostinano, suo marito compreso, a ritenerla. E questo prova che lei ha ragione e gli altri torto: prova altresì un’altra cosa, anche più importante: che il personaggio di Giulietta Masina è quello di una donna che, se non fosse divenuta un’attrice, sarebbe rimasta a casa a sferruzzare. E quando suo marito l’avesse condotta al cinema a vedere La strada, si sarebbe intenerita nè più nè meno che gli altri sulla sventurata sorte di Gelsomina.

Enrico Roda, «Tempo», anno XXII, n.6, 9 febbraio 1960


1964 Noi Donne Giulietta Masina intro

1964 Noi Donne Giulietta Masina f0L’ultimo film che lei, signora Masina, ha girato con suo marito. «Le notti di "Cabiria», è del 1957. Da allora lei ha lavorato poco: due film all'estero, e in Italia a Nella città l'inferno» di Castellani, ma in questi ultimi quattro anni lei è stata lontana dalla macchina da presa. Proprio quando cominciavamo a pensare che lei avesse deciso di abbandonare il cinema... ecco che si riparla di lei come della protagonista di «Giulietta degli spinti» il nuovo film di Fellini.

— Io non ho mai deciso di lasciare il mio lavoro. Ma lei vuole scherzare! Ho intenzione di recitare almeno fino a ottant'anni. Le cose sono andate così: i due film che ho girato all'estero (uno a Berlino con la regìa di Duvivier e uno in Polonia con Victor Vicas) facevano parte di un contratto per tre film e il terzo era nientemeno che «L’opera da tre soldi» di Brecht. Doveva essere un grande spettacolo, con Marion Brando e Marlene Dietrich e altri attori di questo calibro. Io sarei stata Polly. Può immaginari' quanto tenessi a quella parte; avevo già cominciato a studiare tutte le canzoni in tedesco. E nell’attesa non prendevo altri impegni. Invece il progetto è andato a monte. Sono cose che succedono nel cinema... Devo anche ammettere che in questi ultimi anni mi aveva preso una forma di pigrizia: ho voluto pensare un poco di più alla mia casa, alla mia famiglia. Così ho seguito Federico nel suo lavoro, mi sono occupata della casa che ci siamo costruiti a Fregene, ho potuto coltivare amicizie, frequentare di più i parenti che adoro. E oggi debbo dire che torno al cinema più arricchita interiormente. 

— Ma lei sapeva da tempo che suo marito aveva in mente di fare un film con lei?

— Sì. Ed è anche per questo che me ne stavo buona e tranquilla ad aspettare. Sapevo che avrei ripreso con un film adatto a me, perchè Federico dice che i film che fa con me glieli ispiro io. Lei capisce quanto sia meglio recitare in un film fatto su misura piuttosto che doversi adeguare ad un personaggio che si trova su un copione scritto magari da un tale che nemmeno ci conosce. Poi, vede, io non amo fare un film dopo l’altro, si fa già fatica a farne bene uno all’anno. Credo che il segato della popolarità di certi attori americani che sono sulla breccia da venti, trenta anni, dipenda proprio dal fatto che sanno dosare bene le loro apparizioni sullo schermo e sanno scegliere i personaggi adatti. Io posso dirle questo: sono 17 anni che faccio del cinema e credo di non avere ancora stancato il pubblico. Almeno a giudicare dalle lettere che ricevo ancora oggi, dopo anni che non lavoro.

— Chi sono le persone che le scrivono?

— Il pubblico più diverso e di ogni parte del mondo: giapponesi, israeliani, tedeschi, svedesi... E mi scrivono professori universitari e manovali, medici e donne di servizio. Mi scrivono molto i bambini, c’è perfino chi mi manda un disegno. E’ vero che non lavoro da qualche anno, ma i miei film continuano a girare per il mondo. «La strada», per esempio, in America è stato trasmesso cinque volte dalla televisione. Quando scendo all’aeroporto di New York mi riconoscono come se arrivassi a Frascati. Federico dice sempre: tu in America sei più popolare di Topolino. L'affetto del pubblico è una cosa che mi dà un gran calore, che mi commuove... 

— Lo credo, ma la notorietà non ha anche qualche aspetto sgradevole?

— Qualche volta la stampa si comporta in modo spiacevole con la gente del cinema: si inventano notizie, si montano scandali, e allora ci si resta male, ma io non posso lamentarmi; tranne qualche episodio poco simpatico, debbo dire che con me sono stati sempre tutti bravi, tutti carini, sì, proprio carini. Sa qual è invece un aspetto poco simpatico della popolarità? Quando una folla presa da entusiasmo collettivo ti si stringe addosso, per toccarti, per strapparti un pezzetto di vestito. E’ una impressione terribile. Mi è accaduto in Germania e in America, quando andammo a ritirare l’Oscar per i La strada». Perchè «La strada» e» Le notti di Cabiria» hanno avuto tutti e due l'Oscar. Lo sapeva, vero?

— Si, lo sapevo. E so anche che fra lei e Fellini avete collezionato più premi che tutto il cinema italiano messo insieme. Ma, indipendentemente dai premi, mi dica, quale dei suoi personaggi preferisce?

— Il personaggio che prediligo è Cabiria, il film che prediligo è «La strada». Un personaggio che amo è anche quello di Erdme. del film polacco «La leggenda lituana di Jons»; è un personaggio drammatico e pieno di poesia che sarei disposta a ripetere, anche se il film in Italia non ebbe un successo commerciale. Fu lanciato malissimo e gli misero un titolo da fumetto: «La donna dell’altro».

— Ci può parlare di «Giulietta degli spiriti»?

— Non saprei cosa dirle, a parte che è a colori. Sa, Federico non ci tiene...

— Lo immaginavo. So che suo marito non ama parlare dei suoi film finché non sono finiti. Del resto sono qua per parlare di lei.

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Gelsomina de «La strada» e Cabiria de «Le notti di Cabiria» : sono i due indimenticabili personaggi che hanno dato a Giulietta Masina risonanza mondiale e le hanno procurato un numero altissimo di premi. Ora l'attrice torna al cinema come protagonista del film del marito, Federico Fellini, dal titolo provvisorio «Giulietta degli spiriti»

— Senta: non mi chieda quanti anni ho e quanto sono alta. Mica per niente, ma queste cose me le hanno chieste tante volte e io ho sempre risposto con tutta sincerità: bene, vuole credermi? Non ho mai letto da nessuna parte una cosa giusta, mi calano di statura e mi aumentano gli anni. Siccome c’è il preconcetto che le attrici si tolgano sempre qualche anno, uno pensa: se lei dice che ha «tanto» vuol dire che ne ha almeno quattro o cinque in più. E così rincarano la dose. Io non do importanza alla mia età. non sono mica una vamp io, sono un tipo di attrice che troverà sempre, anche a ottant’anni, parti adatte a lei. Io lavorerò fin che sarò vecchia e delle rughe non mi importa niente. In quanto al mio carattere, che posso dirle? Sono impulsiva, non nervosa; sono di umore variabile: a momenti sono allegra, mi va di divertirmi (mi piace ballare, andare a teatro, mi piace la bella musica, adoro chiacchierare con gli amici), in altri invece mi impigrisco e non uscirei nemmeno di casa. Sono discontinua, ma ho imparato ad accettare tutto dalla vita, le gioie e i dolori, soprattutto quelli, che ci fanno riflettere e ci rendono più umani. In una cosa sola sono costante, anzi testarda: nei miei affetti. E quando do il mio affetto e la mia amicizia a una persona e mi accorgo che quella persona non è altrettanto sincera ci resto molto male. Allora mi dico: Giulietta non ci devi cascare più, prima di affezionarti a una persona stai attenta. E invece ci ricasco. Ma ho degli ottimi amici. poi ho tutti i parenti che adoro, le mie sorelle, i cognati, i nipoti, tutti qui a Roma. Siamo tutti così legati...

— Ma lei se non sbaglio è emiliana...

— Ah, sì. sono emiliana, sono di San Giorgio di Piano io. Venni a Roma che ero piccolissima e, praticamente. da allora sono diventata romana. Mia madre, quando avevo appena tre anni, ebbe un’altra figlia. allora pensò di mandarmi per un po’ a Roma, da un suo fratello sposato che stava qua. Era insegnante al «Tasso». «Vuoi andare a Roma da zio?». mi disse mia madre. Si figuri; a me, che ero una bambina molto curiosa non parve vero. Se non che i miei zii, che non avevano figli, si affezionarono tanto a me che quando tornai a casa vennero a riprendermi, a scongiurare i miei genitori che mi lasciassero tornare a Roma. Ho passato l’infanzia in parte dagli zii e in parte con i miei. L’anno scolastico lo trascorrevo qua e le vacanze a casa mia. Fra l’altro mia madre continuava a lavorare, perciò una figlia in meno... lei capisce. Era insegnante mia madre. Tutti dalla parte di mia madre sono insegnanti. Mio padre invece era impiegato alla Montecatini. Ora è in pensione. 

— E’ piuttosto strano che lei abbia scelto di fare l’attrice, essendo cresciuta in una famiglia di insegnanti.

— Mia madre era insegnante, d’accordo, ma come temperamento era un’attrice nata. Ha la commedia dell’arte nel sangue mia madre, lei recita sempre. Mio padre invece era un violinista, era il primo violino di un grande complesso operistico, suonava nei più famosi teatri. Viaggiava moltissimo e fu proprio per amore di mia madre, per starle vicino, che cambiò lavoro. Ma quando aveva un momento di tempo libero mio padre prendeva subito in mano il violino e suonava. La mia famiglia era molto allegra. Mi ricordo ancora la domenica, tutti noi figli stavamo sul lettone grande di mia madre, che «caciara».. Mia madre insegnava tutta la settimana, faceva anche 18 chilometri in bicicletta al giorno. e la domenica avrebbe voluto dormire, ma noi niente, piombavamo su quel suo letto, a fare il teatro... 

1964 Noi Donne Giulietta Masina f3Lina, la vittima inconsapevole di un ambiente corrotto, nel film di Renato Castellani «Nella città l'inferno». Nella foto la Masina con Anna Magnani.

— Ma lei quando ha cominciato a recitare?

— Da bambina a scuola. Mia zia mi mandava dalle suore Canossia-ne. e ogni anno c’era la recita. Io ero la prima attrice. Mi piaceva già allora avere il pubblico davanti, mi piaceva far ridere e far piangere. Mi ricorderò sempre quando facevo la scena dellorfanella. con uno zinalone nero, tutti i capelli neri (sono bruna io), come ci davo dentro per strappare le lacrime! Sono nata proprio gigiona io.

— Dunque ha sempre recitato. Ma ha anche studiato molto. Lei è una delle poche attrici italiane che hanno una laurea. Evidentemente ha sempre avuto l’intenzione di avere una sua professione, un suo lavoro.

Naturalmente. Nella mia famiglia non si è mai avuto il preconcetto che la donna non debba studiare, «tanto prima o poi si sposa». «Vuoi fare l’attrice?, bene, farai l’attrice, mi dicevano, prima però prendi la tua laurea così, comunque vadano le cose avrai sempre una base solida nella vita». Cominciai a fare del teatro seriamente proprio all’università. Facevo parte della compagnia del teatro Ateneo di Roma, con Mastroianni e la Proclemer. E il primo anno ebbi subito una proposta per entrare come prima attrice giovane nella compagnia del teatro Eliseo con Cervi, la Pagnani, Morelli e Stoppa. Ma si trattava di andare in giro per l’Italia e mia zia mi sconsigliò. «E’ meglio che finisca gli studi, diceva, tanto sei così giovane, ne avrai del tempo per fare l’attrice». Accettai invece di recitare alla RAI. perchè così potevo anche studiare. Mi scritturarono per una serie di atti unici di Federico, ispirati a Cico e Pallina, due personaggi creati appunto da Federico e che furoreggiavano sul «Marc’Aurelio». Io a quell’epoca questo Fellini che scriveva sul «Marc’Aurelio» non lo conoscevo proprio. Si figuri se mia zia mi lasciava leggere il «Marc’Aurelio»! Mia zia mi teneva sotto tuia specie di campana di vetro: io potevo uscire da sola solo fino alle otto di sera, dopo mi accompagnava sempre lei.

— Cosi lei recitava i testi di Fellini ma non conosceva Fellini. Quando vi conosceste allora?

— Adesso veniamo anche a questo. Dunque; Cico e Pallina alla radio ebbero molto successo (come sul «Marc’Aurelio»), tanto che un produttore decise di farci un film e incaricò Federico di scrivere il copione e di cercare l’attrice per Pallina. Cesare Cavallotti della RAI gli suggerì di prendere me. Fu in quella occasione che ci conoscemmo. 

— Lei fu scelta per il film?

— Il film non si fece mai. ma io e Federico dopo sei mesi ci sposammo.

— Il suo è stato un vero matrimonio d’amore. Vorrei chiederle: è difficile essere la moglie di un grande regista?

— Che Federico sia un grande regista, in casa non ci si accorge proprio. Nemmeno sul «set» fa il grande regista. Certo in casa io faccio di tutto perchè le cose vadano come lui preferisce: so che non ama la confusione, perciò quando lui è in casa cerco che vi sia silenzio. Se io una sera ho voglia di andare a teatro e capisco che lui preferisce stare a chiacchierare con gli amici, a teatro vado con mia sorella. Naturalmente tutto questo è venuto dopo ventun anni di vita insieme, e in tutto questo tempo Federico me lo sono proprio studiato bene, ho cercato di capirlo; ma anche lui cerca di venirmi incontro. Eppoi ventun anni sono tanti: sono accadute tante cose, abbiamo vissuto insieme momenti felici e momenti molto dolorosi. La vita non risparmia nessuno e anche noi abbiamo avuto i nostri dispiaceri e sono proprio questi a unire di più una coppia.

— Secondo lei quali sono gli elementi fondamentali per una felice vita in due?

— Ci si deve volere un gran bene, e quando ci si vuol bene si accettano i difetti dell’altro non con insofferenza, non con puntiglio, ma con comprensione. Per vivere bene in due ci vuole una grande civiltà, ma parlo di civiltà interiore. E penso che il buon andamento di un matrimonio dipenda molto dalla donna: non per stabilire delle differenze, perchè i doveri nel matrimonio sono uguali, ma perchè la donna è dotata di uno spirito di sacrificio più grande, che le viene dalla sua stessa natura, dal fatto di essere nata per la maternità. E poi è una questione di maturità, di responsabilità.

— Oggi si parla molto di crisi della famiglia e si tende ad attribuire molta responsabilità alle donne. Ma, secondo lei, le donne di oggi sono peggiori di quelle di un tempo?

— No, assolutamente. Hanno degli atteggiamenti, delle pose, ma interiormente non credo che siano peggiori, al contrario. Guardi la gioventù di oggi: io non ho molta esperienza diretta, ma se guardo mia nipote e le sue amiche, vedo che sono più sveglie di quanto eravamo noi, più libere interiormente hanno più coraggio delle loro azioni Ecco, se dovessi fare una critica direi che, secondo me, non hanno ambizioni precise, non sanno vedersi proiettate nel futuro. Ma forse questo dipende dalla instabilità che è nella società stessa in cui crescono. E’ un periodo di crisi di assestamento, ma se i giovani hanno delle crisi di smarrimento è perchè sono portati a fare delle esperienze superiori alla loro preparazione. Stiamo attraversando un periodo molto vivo, di rivoluzione del costume, di scoperte sensazionali.

1964 Noi Donne Giulietta Masina f4La dolce e coraggiosa Erdme nel film polacco «La donna dell'altro» di Victor Vivas.

— A questo proposito, signora Masina, quali sono state le scoperte della scienza che l’hanno maggiormente colpita?

— La TV: per me questa scatola che mi porta il mondo in casa è un mistero. Poi Valentina che è andata nello spazio. E’ una donna molto carina, esile, delicata, assomiglia a Ingrid Bergman e a Maria Schell messe insieme. L’ho conosciuta questa estate al Festival di Mosca. Lei lo sa, vero, che fu premiato il film di Federico? Valentina fu molto carina con noi. aveva visto i miei film e si complimentò con me. Ha capito? Lei che è stata nello spazio trovare eccezionale quello che ho fatto io! Simpatica, no? Mi ha regalato una sua foto con una bella dedica. Dice all’incirca così: «A Giulietta Masina, la sua ammiratrice... con tutti gli auguri...». Io quella foto lì la tengo preziosa. Ho detto ai miei nipoti: «Quello di voi che si è comportato meglio, quando avrà ventun anni avrà in regalo la foto di Valentina per mio ricordo». E’ un bel documento sa. Io la tengo preziosa, come tutti i miei premi.

— Lo immagino. Ma, signora Masina, prima di concludere questa chiacchierata, potrei cederli tutti i suoi premi?

— Sì, venga con me — Seguo Giulietta Masina in una stanza le cui pareti sono letteralmente tappezzate di diplomi, riconoscimenti. Lungo una parete della stanza scorre una vetrina che contiene tutti i premi ricevuti dalla coppia Fellini-Masina; i più ambiti riconoscimenti mondiali sono li, dietro quei vetri: due Oscar, due grolle d’oro, nastri d’argento, premi sovietici, messicani, francesi, tedeschi. L’attrice li indica tutti, quelli assegnati al marito e i suoi. — Vede? Quando ho cominciato a recitare non avrei mai immaginato di poter un giorno avere tutto questo. Non pensavo al cinema assolutamente. Credevo che avrei recitato in teatro e basta. Verso il cinema avevo molti complessi, era l’epoca delle maggiorate fisiche, si diventava attrici attraverso i concorsi di bellezza. Fu Federico a credere nelle mie possibilità, ad impormi di prepotenza. Io stessa non avrei mai creduto che le cose sarebbero andate così... Ma ora andiamo, Federico non ci tiene che faccia vedere i premi

— Perche?

— Lui dice che... sono scandalosamente troppi. Non lo dice mica per civetteria, per posa; lui è fatto così.

Maria Maffei, «Noi donne», 1964


1969 Radiocorriere TV Giulietta Masina intro

«Radiocorriere TV», 1969 - Giulietta Masina e Federico Fellini


1994 03 24 La Stampa Giulietta Masina morte intro1

Giulietta Masina che se n'è andata ieri divorata da un tumore ha sofferto moltissimo, a lungo, ma non voleva morire. La natura della sua malattia ostentava d'ignorarla, non voleva sapere, parlava dei suoi guai senza esibire coraggio ma prendendosi in giro nel romanesco greve delle farse: «E' tutta da ridere, guarda, mi s'erano appena rinsaldate quattro costole e stamattina mi sveglio con un male tremendo, di corsa in clinica, la dodicesima vertebra fratturata, adesso sto chiusa dentro un gabbiotto, un busto di ferro, non ci mancava altro, è una comica, guarda...».

Battute, assenze, cadute in coma e brevi rinascite di brillante lucidità, sentimento di solitudine, dolore e speranze di tregua, confusione della mente forzata a occuparsi di come gestire l'eredità di Fellini, abbandoni. Poi, ieri, la fine: ma, come tutti o quasi tutti, non voleva morire. Sarebbe sbagliato pensare che desiderasse lasciare una vita rimasta troppo vuota dopo la morte del marito per «ricongiungersi a lui», come dice chi crede nel paradiso. Queste son cose che possono sembrare significative, nobili e belle agli estranei o agli esteti; a chi vede una simmetria simbolica nella morte simultanea o ravvicinata dei due componenti d'una coppia unica; a chi non s'accorge di quanto profonde siano le radici dell'idea cosi maschile che le vedove di uomini straordinari non possano sopravvivere. Ma Giulietta Masina non voleva morire. Ha lottato contro la malattia quanto era possibile e impossibile, ce l'ha messa tutta.

Dopo mesi di tormento non ce l'ha fatta più, è stata vinta. Cosi perdiamo anche lei, attrice diversa da ogni altra, famosa e amala nel mondo, protagonista di film indimenticabili, figura rara tra le sensuali, le madonnine o le tragiche che rappresentano i classici archetipi femminili all'italiana: una candida, un folletto, una buffa, uno spiritello biondo, un elfo patetico, un clown donna come l'aveva voluta Fellini ne «La strada», «Le notti di Cabiria», «Giulietta degli spiriti»; oppure un'eroina, una donna forte, una protettrice, una guerriera come lei avrebbe voluto essere e com'è stata raramente noi film, più spesso nella vita. Adesso che quella grande coppia s'è cancellata, che Federico Fellini e Giulietla Masina sono scomparsi a pochi mesi di distanza uno dall'altra, mette tristezza pensare a quanto parevano contenti appena un anno fa a Los Angeles nella notte degli Oscar, lui in palcoscenico, alto, spiritoso e vacillante, lei in platea, piccola, piangente e magicissima, due artisti soffocati dagli applausi americani davanti ai teleocchi internazionali d'un miliardo di persone, un marito e una moglie alla vigilia del cinquantesimo anniversario del loro matrimonio d'amore, di conflitti, di cinema.

E mette tenerezza ripensare alla parte più bella del loro ultimo film insieme, «Ginger e Fred»: quando all'improvviso si spegne la luce e le due vecchie glorie dello spettacolo chiamate a un'esibizione frettolosamente rievocativa nel megaspettacolo tv si cercano e si parlano nel buio, riacquistano all'errati dal Tempo la memoria e la voglia di fuggire. «Ma la luce non torna più», dice lui. «Allora andiamocene», dice lei. «Andiamo», dice lui e stringendosi per mano s'avviano piano, esitanti, nell'oscurità.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 24 marzo 1994


1994 03 24 La Stampa Giulietta Masina morte introIl volto sereno, le mani incrociate sulla foto di Federico, il rosario bianco di madreperla fra le dita, una rosa rossa. Così, Giulietta Masina ha recitato la sua ultima scena terrena. Con una giacca di paillettes bianca dai risvolti neri ricamati - la stessa che indossò esattamente un anno fa alla consegna dell'Oscar al marito - ha dato l'addio alla vita, alle scene, ma anche alla sofferenza. Per il suo grande amore scomparso e per una malattia, il cancro, che ormai da mesi la stava consumando.

E' morta alle 11 di mattina di ieri. Aveva 73 anni. Si è spenta nel sonno confortata dalla sorella Mariolina che non la ha mai abbandonata. Il professor Paolo Pola, primario del reparto dove era ricoverata l'attrice, ha spiegato che la morte è avvenuta per «neoplasia polmonare con metastasi cerebrale». Gli ultimi giorni della sua vita, Giulietta Masina li ha passati serena. «Non ha sofferto», assicurano i medici. «Era sempre sorridente», ricorda Antonio Brundu, suo vicino di stanza alla Columbus. «Io sono solo a Roma - ha spiegato - e per me la signora Masina era un amica. Tutti i giorni andavo a trovarla o scambiavo con lei qualche parola nel corridoio. Lo ho fatto anche l'altra sera. Quando è stata dimessa, alla fine di novembre, mi aveva promesso di farmi avere gli auguri per Natale. E' stata di parola e adesso la sua foto con dedica per me ò il ricordo più prezioso. Una persona speciale, semplice. Adesso sono rimasto solo...». I medici avevano scoperto la malattia della Masina quest'estate, poco prima che Federico Fellini venisse colpito dall'ictus nella sua suite del Grand Hotel a Rimini.

Da allora la coppia era rimasta separata. Lui a curarsi nel centro di riabilitazione di Ferrara, lei a Roma per cercare di fermare il cancro. Cancro. Una parola che Giulietta non ha mai pronunciato né ha mai ascoltato dalle bocche dei medici che le hanno sempre taciuto la verità. Così voleva lei. «Non era a conoscenza dell'esatta natura del suo male», conferma il suo medico, Paolo Pola. «Benché si fosse sottoposta a sedute di chemioterapia si era convinta, grazie alle nostre diagnosi, di avere una malattia non troppo grave». Federico Fellini invece sapeva. Conosceva la condanna che pendeva sulla vita della moglie. Per questo all'inizio di ottobre ha insistito tanto per poter lasciare l'ospedale di Ferrara e farsi curare al policlinico Umberto primo di Roma. Voleva stare vicino alla sua Gelsomina, aiutarla. Ha potuto farlo per poco. Una settimana dopo il suo arrivo ha iniziato la lotta contro la morto. Una battaglia contro il buio del coma combattuta per quindici giorni. Fino al 31 ottobre, il giorno dopo l'anniversario dei cinquant'anni di matrimonio con Giulietta. Una data importante che la coppia voleva festeggiare con una festa tra amici. Por questo lei aveva fatto preparare le partecipazioni, identiche a quelle disegnate da Fellini per il giorno delle loro nozze: lo sposo e la sposa inginocchiati al centro di un cuore, sopra di loro Cupidi intenti a giocare a palla sulle nuvole, sullo sfondo una piccola casa, un albero. Quando il 31 ottobre scorso Fellini se ne è andato per sempre, Giulietta ha iniziato a crollare. «Per lei il dottore era come un Dio», spiegava pochi giorni dopo la tragedia Mariolona, la fidata governante di casa, un «pezzo» della famiglia. «Dopo la morte del marito è rimasta come impietrita. La signora non mangiava quasi più».

Anche Don Bona, parroco di San Giacomo al Corso, confessore dell'attrice, è convinto che a uccidere Giulietta sia stato «il dolore, non la malattia». Era distrutta. Non si dava pace per la perdita del marito e soffriva più per questo che per il male che avanzava inesorabile». Si stava lasciando andare, Giulietta. Tanto da convincere i medici l'otto novembre scorso ad un nuovo ricovero. E in clinica l'attrice riacquistò un po' di forza e di voglia di sopravvivere al suo grande dolore. Leggeva gli articoli che su di lei dicevano: «Si sta spegnendo lentamente» e faceva gli scongiuri. Ai menagrami la Masina, ritrovando la forza di Cabiria, rispondeva facondo progetti. «Vorrei trovare qualcosa di nuovo da fare - diceva alla sorella Mariolina - che non sia l'attrice o l'insegnante». Non ne ha avuto il tempo. Il male giorno dopo giorno le ha rubato le forze, l'energia. Le ha lasciato solo, e fino alla fine, la lucidità. Ieri per l'ultimo saluto a Giulietta Masina è stata allestita nella clinica una camera ardente aperta solo per gli amici e i familiari. Tra i primi ad arrivare, c'è stato Pietro Notarianni, direttore artistico e amico carissimo di Federico Fellini.

Durante la lunga agonia del regista non si è mai allontanato dal reparto di rianimazione del policlinico. Al telefono teneva costantemente informata Giulietta: «Non ti preoccupare, le diceva. Federico non è solo. Con lui ci siamo noi». Ieri era sopraffatto dal dolore, confortato solo dal sapere che per Giulietta era finita la sofferenza. «Sorride, ha raccontato fra le lacrime, adesso sta sicuramente meglio di quando è morto Federico». Roberto Benigni ha ricordato la dolcezza della Masina, «leggera, delicata Gelsomina», e il «suo amore indissolubile» con Fellini. «Una bellissima storia d'amore che esiste tutt'ora». Ma a salutare Giulietta ieri erano in tanti. Gente comune, personale della clinica, pazienti. Non hanno potuto vederla ma hanno sostato a lungo, davanti alla porta della camera ardente. Oggi il cardinal Silvestrini celebrerà i funerali dell'attrice che si terranno alle 12 nella chiesa degli artisti, Santa Maria in Montesanto, a piazza del Popolo. Dopo la cerimonia Giulietta Masina sarà trasportata a Rimini dove in piazza Cavour sarà allestita la camera ardente. Nel pomeriggio verrà sepolta accanto all'amato Federico.

Maria Corbi, «La Stampa», 24 marzo 1994


1994 03 24 La Stampa Giulietta Masina morte intro2

«Ricordo il giorno in cui Federico e Giulietta si sposarono senza neppure i soldi per un breve viaggio di nozze», ha detto ieri con le lacrime agli occhi Alberto Sordi, «e io li invitai in teatro, dove presentavo uno spettacolo di varietà. Al loro ingresso mi rivolsi al pubblico spiegando che quei due miei amici si erano appena sposati e, non avendo la possibilità di fare loro un regalo, avevo pensato di chiedere al pubblico di rivolgere un caloroso applauso, il primo di buon auspicio per la loro carriera. Fu così che ricevettero il primo applauso della loro vita. «Ho incontrato Giulietta per l'ultima volta ai funerali di Federico Fellini. Ci siamo abbracciati e lei scoppiando in un pianto dirotto mi disse: "Rammenti che bei momenti quelli di Luci del varietà..."». E' commosso il ricordo del regista Alberto Lattuada, che fece esordire nel cinema la Masina: «Sono davvero molto colpito.

Ci conoscemmo nel '48, sul palcoscenico dell'Università, e la chiamai per una parte accanto a Carla del Poggio. Sono veramente molto colpito». L'Italia del cinema e della cultura piange un'amica preziosa, un'indimenticabile compagna di strada. Secondo Sofia Loren, «quando Federico Fellini se ne è andato, Giulietta, fedele al suo ruolo, non ha trovato più ragione per continuare a vivere e forse ha affrettato la sua morte. Un ricordo incredibile che ho di lei è quello di un anno fa a Los Angeles agli Oscar, quando vide il suo Federico ricevere l'Oscar alla carriera riuscì a manifestare la sua felicità con un pianto che sembrava non finire mai». Per Mario Monicelli, compagno di tante passeggiate per le strade di Roma, «Giulietta, pur essendo la donna di un grande regista, non ha mai preteso di partecipare d'autorità nei film del marito, e con Federico aveva in comune una grande dote: la mancanza di esibizionismo».

Tra gli amici più intimi della celebre coppia, il pittore Riccardo Geleng, che ricorda: «Giulietta era rimasta fortissimamente attaccata alla vita, tanto che aveva addirittura progettato, una volta guarita, di fare un viaggio cercando fino agli ultimi istanti di sdrammatizzare la sua malattia». E Monica Vitti, che ricorda «con struggente emozione i momenti in cui insieme a lei e Federico facevamo lunghe camminate tra Via Margutta e Piazza del Popolo. Di lei posso dire che è stata molto di più che un'attrice. Sapeva rendere assolutamente inimitabili tutti i personaggi che le venivano affidati sia nel cinema che in tv». A Franco Zeffirelli piaceva «la bontà di Giulietta» e, dice, «sono convinto che ha saputo chiudere la sua vita in bellezza perché aveva grande fede».

r. s., «La Stampa», 24 marzo 1994


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Era un'attrice grande e una donna forte, Giulietta Masina che se n'è andata pochi mesi dopo suo marito Federico Fellini, con maggiore strazio fisico e più dolorosa lentezza di lui, cancellando per sempre una coppia unica. Una delle ultime aggressioni portate dal tumore al suo corpo ormai fragilissimo, leggerissimo, era stato un edema polmonare che l'aveva tenuta assente, fuori conoscenza. Poi una mattina s'era come risvegliata, chiedendo di mangiare un piatto di spaghetti. Le dissero di no, spaghetti non si poteva, dopo quella brutta polmonite... Lei non replicò: di sé, del suo destino, sapeva tutto e non voleva sentirsi dire nulla. Fece soltanto un sospiro piccolo: «Beh. Io ce l'ho messa tutta».

Quasi la sintesi, il motto d'una vita. Giulietta Masina è stata un'attrice ammirata nel mondo, amata, rispettata, onorata con duecento premi internazionali: ma la recita più straordinaria resta la sua stessa esistenza. Ha recitato un personaggio perfetto di moglie, organizzatrice, amministratrice, anima della casa, ricca d'ogni virtù domestico-famigliare: mentre il suo era un autentico temperamento d'attrice, estroso, brillante, narcisista, appassionato. Ha recitato un personaggio perfetto d'interprete obbediente di Fellini, il suo massimo regista: mentre quell'obbedienza era il risultato di contrasti, resistenze, disaccordi, liti, e l'idea di sé attrice che lei aveva era all'opposto dell'idea di lui.

Ha recitato un personaggio perfetto, durante cinquantanni, di compagna amorosa, non gelosa, fiduciosa: mentre conosceva ogni dettaglio della vita personale di Fellini affollata di legami o di capricci, e inevitabilmente ne provava dolore, mortificazione, ferite dell'orgoglio. L'armonia perfetta celava conflitto costante: ma la grande, lunga recita della vita conteneva come sempre anche un'immedesimazione degli attori, e s'è rivelata come piena realtà d'amore alla fine, quando la coppia unica s'è trovata ad affrontare contemporaneamente la sofferenza, la perdita, la separazione senza rimedio. Giulietta Masina era nata nel 1921, prima di quattro figli, sotto il segno dei Pesci: «Segno di doppiezza, d'ambiguità, di persone che sono come uno specchio che ruota su se stesso», diceva Fellini, che all'astrologia credeva. Lei, come tutte le vere attrici, avrebbe voluto recitare eroine, sante, guerriere, protagoniste tenere, tragiche, sublimi o romantiche. Lui la vedeva come un clown, una comica, una buffa. Lei, da attrice di prosa, s'era sempre chiamata col suo nome, Giulia. Lui la volle ribattezzata Giulietta dal 1948 di «Senza pietà».

Lei voleva apparire sullo schermo normale, se stessa, com'era o magari più carina. Lui la truccava in grottesco, la mascherava di stracci, la alterava. Sul set dell'ultimo film girato insieme, «Ginger e Fred», la contraddizione diventò quasi una rissa, con lei che tentava d'esprimere sentimenti e lui che gridava «Dai troppo, fa' meno, non mi fare le facce... Non fare "Eleonora", non fare "Camilla"!», alludendo ai personaggi di due teleromanzi di moltissimo successo, diretti da Silverio Blasi e da Sandro Bolchi, nei quali la Masina s'era sentita al meglio. I personaggi creati per lei da Fellini li apprezzava meno, le suscitavano spesso ostilità. Come Gelsomina ne «La strada», film che l'aveva resa celebre e indimenticata nel mondo, non si piaceva: «Il personaggio della vittima mi ripugna e non mi somiglia: Gelsomina è Federico, io sarei caso mai Zampano». La moglie tradita e passiva di «Giulietta degli spiriti» le era antipatica: «Quella è timida, complessata, oppressa... A me non piace il tipo della donna mediterranea, prima succube dei genitori poi del marito. Altro che lasciar andar via in silenzio mio marito: io gli avrei spaccato la testa».

La remissività litigiosa di Cabiria le risultava incomprensibile: «Io non sono mai stata sottomessa a nessuno». Dai film di Fellini si riconosceva lusingata, onorata, ma non capita, e attribuiva al segno clie il marito le aveva impresso professionalmente i vuoti d'una carriera cinematografica dall'andamento strano: tra il suo primo film (1948) e «Ginger e Fred» (1985) passano trentasette anni, venti dei quali d'inattività; in trentasette anni Masina ha girato ventisette film, dei quali soltanto undici importanti; di quegli undici, sette li ha interpretati per Fellini, e soltanto in quattro era la protagonista. Troppo poco, durante cinquant'anni di matrimonio e di cinema, per non lasciare tracce di risentimento, per non accentuare una durezza del carattere confidata, meglio che in ogni altra occasione, nei lungo colloquio con Tullio Kezich per «Giulietta Masina» pubblicato da Cappelli. Se imputava al marito «possessività, incontentabilità, impazienza», rivendicava la propria autonomia: «Nella mia famiglia ho sempre comandato io». Smentiva ogni femminilità intessuta di mitezza o dolcezze, di confidenze da gineceo: «Io, pur felicissima di essere donna, ho sempre conservato certi caratteri maschili... Non ho molte amiche... Non m'è mai piaciuto, fra donne, quel parlare troppo apertamente di sentimenti...». Il gioco coniugale complesso e sottile stava nell'esercitare un comando a volte anche prepotente, lasciando però che l'altro si sentisse e venisse considerato tiranno: un reciproco capolavoro psicologico d'azione e di rappresentazione, di realtà e d'apparenza.

Fellini non era tollerante, Giulietta Masina non era obbediente. Per accorgersene bastava vederli in un minimo, classico «numero»: lui non sopportava più neppure l'odore del tabacco, e infatti in sua presenza nessuno fumava salvo l'incorreggibile Mastroianni; lei, quasi dimostrativamente, accendeva continue sigarette, e i rimproveri del marito («Giulietta, è la quinta...») neanche mostrava d'averli sentiti. Ma, più di suo marito, Giulietta Masina sapeva amare la vita: le piaceva dialogare con gli altri (la sua rubrica di corrispondenza con i lettori de «La Stampa» durò con successo per anni); da giovane le piacevano i balli più nuovi, le automobili più lussuose, i vestiti più belli, le fughe più inattese, gli uomini più adoranti (Richard Basehart, Salvato Cappelli); le piacevano le feste anche tradizionali, le grandi famiglie, i segni d'omaggio (anche se rifiutò sempre varie offerte di candidatura politica alla Camera e al Senato), la ritualità e il conforto delle cerimonie religiose, la stima delle persone ritenute importanti, le riunioni d'amici. Ha avuto tutte le cose per cui amava vivere, e adesso è arrivato pure il nemico che temeva e che ha combattuto strenuamente sino all'ultimo con le poche forze che le restavano: «La morte mi mette spavento. Anche se sono cattolica, credente e praticante, della morte ho paura, ho paura».

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 24 marzo 1994


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«Risponde Giulietta Masina» si intitolava la rubrica settimanale che l'attrice tenne su «La Stampa» dal '72 al '75. Ogni lettera diventava pretesto per un'ampia meditazione di costume. Ne riportiamo un esempio.

La signorina Maria H. è stata onorata (sono parole testuali, ed è certamente così) dalla visione della «Madonna che tra i rami di una magnolia» le sorrideva. Maria ricorda perfettamente un acuto odore di rose, e le parole dette dalla Signora: «Cammina e spargi pace». Ora, Maria camminerebbe volentieri, ma non è certa che la Signora (anche Bernadette chiamava la sua Madonna di Lourdes in tal guisa) si rivolgesse proprio a lei. In sostanza, chi mi scrive prevede un possibile errore, che lei, cioè, abbia intercettato un ordine, un invito, un mandato, che non la riguardava. «Io sono medium, una specie di paragnostica, ed è possibile che abbia canalizzato (captato?) una voce sublime» peraltro indirizzata ad altro destinatario.

E, immantinente, ponendo in rilievo alcuni suoi dati biografici, in virtù e difetto di essi, mi accerta del sicuro errore di persona. Tutto secondo tradizione: chi ascolta «voci» per prima cosa si affretta a negare di esserne oggetto, soggetto e causa. Soltanto i bambini, Bernadette appunto, hanno la temerarietà innocente di firmare la ricevuta del messaggio. Oppure Paolo di Tarso che dall'emozione, sulla strada di Damasco, ne rimane cieco. Gli altri, nessun santo escluso, con modestia e ritegno respingono la chiamata. Ma il caso di Maria H. è speciale: lei parla di intercettazioni occasionali, tanto da concludere l'irriverente paragone con l'inchiesta in corso sui telefoni. Una tesi che s'innesta con l'attuale interesse che la psicologia nutre per i fenomeni extrasensoriali, e pertanto ritengo dove- la p: i norr I che roso rimettere alla riflessione del mio amico Emilio Servadio. Ammetta, l'amabile professore, che il «caso», così come si prospetta, merita qualcosa di più di una battuta di spirito. Generalmente, non sottovaluto nulla che succeda nel misterioso spazio di nessuno, quello che si distende, se esiste, tra i fenomeni noti e quelli ignoti dell'universo.

Chiunque può essere trascinato in cose più grandi di lui; e non saranno certo i poveri peccati di Maria H. a impedirle, se questa è la volontà di chi tutto può, di accedere alla ristretta categoria privilegiata di quelli che «sentono». La questione mi sembra un'altra, ed è la riluttanza a «camminare e a spargere pace»: un compito abbastanza gravoso, conveniamone. Ma (a prescindere, si intende, da Maria H.) la santità è gravosissima. Non è uno stato di tutto riposo, bensì il più drammatico impegno personale che si richieda a una creatura. C'è ben poco da prendere, tutto da dare. Il potere che si acquista è quello di rinunciare al potere. La temporale gioia-dolore dell'esistenza gravita allora verso ciò che gli americani chiamano «il centro del nulla». Sia detto senza ironia, oggi il «chiamato» può perfino opporre l'intercettazione tipo telefonica, e non so se mi spiego. Una volta, era l'umiltà che obbligava il prescelto ad arretrare nell'ascoltare la voce; nel 1973, l'eventuale opposizione fa capo a pretesti di ordine elettronico, a derivazioni di fili, a errori di selezione nelle trame sonore dell'infinito. Senza scherzo. Maria H. di Napoli è (ammessa e non concessa la «voce») la più dialettica tra le scansafatiche che abbia mai conosciuto. Non avremo, dunque, nessuna Maria H. viandante per le vie del mondo a predicare pace. C'è stato un difetto di trasmissione, sostiene la ragazza: e lei è pronta a restituire al mittente quanto ha ascoltato.

Giulietta Masina, «La Stampa», 24 marzo 1994


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E' difficile separare Giulietta Masina, attrice sensibile, adatta a ruoli drammatici e comici di sottile introspezione e di variegata presenza sullo schermo, dal personaggio che la rese famosa in tutto il mondo nel 1954: Gelsomina, la protagonista del film «La strada» di Federico Fellini, suo marito da più di 10 anni. E' difficile perché quel film e quel personaggio, premiati in varie occasioni, sono stati gli emblemi stessi di un modello di cinema, fra il realismo e la fantasia, il documentario e la poesia, che si è poi definito «felliniano», con tutti i limiti del caso.

E la Masina, che seppe tratteggiare con grande passione e fine disinvoltura una Gelsomina tutto tondo, magari un poco manieristica e debitrice di influenze chapliniane, ma di certo corposa e indimenticabile, legò il suo nome a quell'interpretazione, divenendone, in qualche misura, schiava. E dire che il suo passato di attrice teatrale negli anni dell'università - era nata a San Giorgio di Piano, vicino a Bologna, il 22 febbraio 1921, e aveva fatto i suoi studi a Roma, frequentando la facoltà di Lettere e Filosofia - e il suo lavoro radiofonico al fianco di Fellini nella rubrica «Cico e Pallina», nel 1942, le avevano dato la possibilità di perfezionare le sue doti d'attrice e di alternare ruoli diversi.

Sicché, quando il cinema italiano riprese quota dopo la guerra, il suo esordio in una piccola parte di scarso rilievo nel film «Paisà» di Rossellini - a cui aveva collaborato anche Fellini - segnò il definitivo passaggio dalla ribalta allo schermo (a parte un breve ritorno a teatro con «Angelica» di Leo Ferrero e «Gli innamorati» di Goldoni). Ma questo avvenne fra non poche difficoltà. E sempre in parti di secondo piano o di comprimaria: da «Senza pietà» (1948) di Lattuada a «Luci del varietà» (1950) di Lattuada e Fellini, da «Persiane chiuse» ( 1951 ) di Comen- cini a «Europa 51 » ( 1952) di Rossellini a «Lo sceicco bianco» (1952) di Fellini, tralasciando altri film di minor interesse.

E tuttavia questi piccoli personaggi di ballerina o di guitta, di prostituta o di popolana, non soltanto le valsero due Nastri d'Argento come miglior attrice non protagonista (per «Senza pietà» e per «Luci del varietà»), ma dimostrarono anche le sfumature di un modello di recitazione cinematografica che tendeva a fare dell'attore lo «specchio dell'anima». Proprio questo carattere del suo stile fece di Giulietta Masina il «tipo» ideale del cinema di Fellini, o meglio di quel cinema che il regista andava a poco a poco sbozzando dal guscio un po' rigido (almeno per lui) del neorealismo. Di qui il personaggio ineffabile di Gelsomina, simbolo di sofferenza e di riscatto, di quella follia così carica di umanità e di amore che, sullo schermo, si presentava in una serie di atteggiamenti, sguardi, sorrisi, gesti di assoluto candore, di autentica poesia visiva. Di qui il successivo personaggio, complementare, della prostituta Cabiria nelle «Notti di Cabiria» (1957), per il quale ella ottenne un terzo Nastro d'Argento e il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes. Di qui anche il personaggio, minore, di Iris, la moglie del bidonista Picasso (Richard Basehart) nel «Bidone» (1955). E di qui infine, per trasmigrazione da Fellini a Eduardo, il personaggio di Fortunella nel film omonimo diretto nel 1958 da De Filippo (ma sceneggiato da Fellini).

Un trittico, o un polittico, di figure che si staccano dal l'ondo di ambienti squallidi e storie torbide, per caricarsi di una intensità poetica rara, per mostrare il risvolto di una condizione esistenziale drammatica, a volte tragica: un risvolto illuminato da una sorta di «grazia», che la Masina riesce a trasmettere con i semplici mezzi di un recitare sommesso, solo qua e là arricchito di qualche guizzo, di un modo tutto personale di muoversi, di camminare, di guardare e di sorridere trasognata. Ed è questa recitazione solo apparentemente uniforme, ma in realtà aperta alle più diverse suggestioni del dramma o della commedia, a reggere il personaggio nient'affatto «felliniano» di Lina in «Nella città l'inferno» (1958) di Castellani, in cui la Masina si confronta con la Magnani in un duetto fra carcerate, nel chiuso mondo concentrazionario della prigione, a colpi di bravura e di intensità drammatica.

Come a voler dimostrare che, al di là del limbo dei personaggi «angelici» di Fellini, c'era una stoffa di attrice variegata e multiforme che avrebbe potuto condurre Giulietta Masina a risultati artistici superiori e più ricchi di quelli raggiunti. Ma la sua carriera, a parte qualche sbandamento, parve dover rientrare nell'alveo felliniano, sia pure in modi e forme differenti. Nel 1965 interpreta «Giulietta degli spirili», una sorta di autobiografia al femminile dello stesso Fellini, un ritratto di donna borghese dipinto con tratti sobri e al tempo stesso intensi, sullo sfondo di un ambiente affrescato dalla mano magistrale di un regista visionario. Vent'anni dopo riprende il personaggio e lo carica di nostalgia e di una sottile malinconia in «Ginger e Fred»: ed è il suo canto del cigno (mentre il fiabesco «Frau holle» di Jurai Jakubisko, del medesimo anno, scade nel manierismo). E' la fine di una camera che segnata dalla presenza di Fellini, che non può non averne condizionato gli esiti, nel bene e nel male. Col rischio, appunto, di una certa uniformità espressiva, di una possibile etichetta estetica. E tuttavia, proprio grazie ai personaggi di Gelsomina, di Cabiria, di Giulietta, di Ginger, il cinema italiano ha collezionato una galleria di figure esemplari, irripetibili: le immagini di donne che, nei loro caratteri complementari, hanno saputo rappresentare non pochi aspetti della nostra sensibilità e della nostra cultura.

Gianni Rondolino, «La Stampa», 24 marzo 1994



Filmografia

Paisà, regia di Roberto Rossellini (1946)
Senza pietà, regia di Alberto Lattuada (1948)
Luci del varietà, regia di Alberto Lattuada e Federico Fellini (1950)
Persiane chiuse, regia di Luigi Comencini (1951)
Sette ore di guai, regia di Vittorio Metz e Marcello Marchesi (1951)
Cameriera bella presenza offresi..., regia di Giorgio Pàstina (1951)
Wanda, la peccatrice, regia di Duilio Coletti (1952)
Il romanzo della mia vita, regia di Lionello De Felice (1952)
Lo sceicco bianco, regia di Federico Fellini (1952)
Europa '51, regia di Roberto Rossellini (1952)
Ai margini della metropoli, regia di Carlo Lizzani (1953)
Lo scocciatore (Via Padova 46), regia di Giorgio Bianchi (1953)
Donne proibite, regia di Giuseppe Amato (1954)
Cento anni d'amore (episodio Purificazione), regia di Lionello De Felice (1954)
La strada, regia di Federico Fellini (1954)
Buonanotte... avvocato!, regia di Giorgio Bianchi (1955)
Il bidone, regia di Federico Fellini (1955)
Le notti di Cabiria, regia di Federico Fellini (1957)
Fortunella, regia di Eduardo De Filippo (1958)
Nella città l'inferno, regia di Renato Castellani (1958)
La donna dell'altro (Jons und Erdme), regia di Victor Vicas (1959)
La gran vita (Das kunstseidene Mädchen), regia di Julien Duvivier (1960)
Giulietta degli spiriti, regia di Federico Fellini (1965)
Scusi, lei è favorevole o contrario?, regia di Alberto Sordi (1966)
Non stuzzicate la zanzara, regia di Lina Wertmüller (1967)
La pazza di Chaillot (The madwoman of Chaillot), regia di Bruce Forbes (1969)
Ginger e Fred, regia di Federico Fellini (1985)
Sogni e bisogni, regia di Sergio Citti (1985)
La signora della neve (Frau Holle), regia di Juraj Jakubisko (1986)
Un giorno, forse... (Aujourd'hui, peut-être...), regia di Jean-Louis Bertuccelli (1991)

Premi

David di Donatello

1966 - Migliore attrice protagonista per Giulietta degli spiriti
1982 - Medaglia D'oro Del Ministro per il Turismo e lo Spettacolo
1986 - David Speciale
1986 - Nomination Migliore attrice protagonista per Ginger e Fred

Nastri d'argento

1949 - Migliore attrice non protagonista per Senza pietà
1951 - Migliore attrice non protagonista per Luci del varietà
1958 - Migliore attrice protagonista per Le notti di Cabiria
1959 - Nomination Migliore attrice protagonista per Fortunella
1966 - Nomination Migliore attrice protagonista per Giulietta degli spiriti
1986 - Migliore attrice protagonista per Ginger e Fred

Globo d'oro

1986 - Migliore attrice per Ginger e Fred

BAFTA

1956 - Nomination Migliore attrice protagonista per La strada
1959 - Nomination Migliore attrice protagonista per Le notti di Cabiria

Festival di Cannes

1957 - Prix d'interprétation féminine per Le notti di Cabiria
Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián
1957 - Concha de Plata alla migliore attrice per Le notti di Cabiria

Discografia

Album

1980 - Karol Wojtyła - Poesie (RCA, PL 31490, LP) con Romolo Valli

Singoli

1975 Non voglio niente...!/Senza età (BASF, 06 13331-Q, 7") con Marco Tolli

Curiosità

Il trombettista Mauro Maur suonò, come aveva già fatto per quelli di Federico Fellini, durante i funerali di Giulietta Masina. Fu in occasione del balletto La strada su musiche di Nino Rota che Mauro Maur, prima tromba del teatro dell'Opera e solista internazionale, conobbe Giulietta Masina, che lo chiamò sul palcoscenico vicino a lei abbracciandolo con commozione. L'ultima volta che Mauro Maur incontrò la Masina, fu dopo aver suonato ai funerali di Federico Fellini. Quando lo vide, con dolcezza e malinconia, lo chiamò La mia tromba. Forse le ricordava i bei momenti del 1953 quando impersonava Gelsomina nel film La strada. L'ultima disposizione di Giulietta fu che, per i suoi funerali Mauro Maur suonasse anche per lei[3].
Influenze nella cultura di massa

Caetano Veloso ha dedicato all'attrice italiana una sua canzone intitolata appunto Giulietta Masina.

Note

  1. ^ I Funerali di Giulietta Masina, Corriere della Sera
  2. ^ Il tema della Strada ai Funerali di Giulietta Masina, Corriere della Sera
  3. ^ a b MASINA: COME PER FEDERICO, MAUR SUONERA' AI FUNERALI, Adn Kronos Agenzia
  4. ^ (EN) Camilla, su Internet Movie Database, IMDb.com
  5. "Totò, femmene e malafemmene", Liliana de Curtis e Matilde Amorosi, RCS Libri, Milano, 2003

Riferimenti e bibliografie:

  • Enrico Roda, «Tempo», anno XXII, n.6, 9 febbraio 1960