Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1951



Indice degli avvenimenti importanti  per l'anno 1951

24 aprile 1951 La discendenza imperiale di Totò venne contestata da un gruppo di nobili, incluso Marziano Lascaris di Lavarello, altro pretendente al trono di Bisanzio

18 giugno 1951 Nella sala di un grande albergo romano viene tenuta una conferenza stampa per ribadire pubblicamente che il titolo di Antonio De Curtis è illecito perchè ottenuto con subdole azioni

24 giugno 1951 Ad Assisi si sposa Liliana de Curtis con Gianni Buffardi. Antonio de Curtis non partecipò alla cerimonia poichè contrario al matrimonio.

20 settembre 1951 La magistratura romana conferma il titolo nobiliare di Totò già sancito dalle sentenze del 1945 e 1946 del Tribunale di Napoli. Viene tenuta una conferenza stampa a casa di Totò che, assistito dall'avvocato De Simone, spiega la sentenza del Tribunale di Roma.

Indice della rassegna stampa dei film per l'anno 1951

Totò terzo uomo (Distribuzione 7 agosto 1951)

Sette ore di guai (Distribuzione: 9 ottobre 1951)

Guardie e ladri (Distribuzione: 23 ottobre 1951)

Altri artisti ed altri temi


Totò

Articoli d'epoca, anno 1951

Totò piange dettando le sue memorie

Totò piange dettando le sue memorie Dal mese di novembre scorso, tutte le domeniche, dalle 15 alle 21, Totò, cioè il Principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis, l'attore Eduardo Passarelli, e il giornalista Alessandro…
Arturo Musini, «Stampa Sera», 20 marzo 1951
890

Totò non discende da Costantino il Grande?

Totò non discende da Costantino il Grande? Roma, 28 aprile, matt. In seguito all'indiscrezione di un avvocato di Roma, "il Momento" dà stamane notizia di un esposto presentato ieri alla Procura della Repubblica e che riferiamo per debito di cronaca.…
«Corriere della Sera», 28 aprile 1951
1101

Totò in lotta con un gruppo di nobili

Totò in lotta con un gruppo di nobili È stato presentato alla Procura della Repubblica, da parte di un noto legale, un esposto per conto di un gruppo di nobili italiani che hanno visto lesi i loro diritti dall'ordinanza del tribunale di Napoli in…
«La Stampa», 28 aprile 1951
881

Poesia e memorie di Totò

Poesia e memorie di Totò Non c'è cosa più letteraria è retorica della miseria se, chi la riflette, non ha anima e virtù d'arte. Quando il dolore si veste di stracci, la fantasia si discioglie languida e spicca voli di compiaciuta poesia. Certo è…
Fabrizio Sarazani, «Momento Sera», 29 aprile 1951
1084

«Cinesport», 1 gennaio 1951


Totò il buono, l’imberbe protagonista del prossimo film di De Sica, ha già perso il nome in fase di scenegigiatura e, per dispetto o forse per amarezza, si è messo a fare il diavolo a quattro perfino contro il regista. Le ragioni ci sono e sono anche troppe. Difatti, in un primo tempo si era ripiegato sul titolo «I poveri disturbano»: Totò restava in un angolo buio, ma il broncio non lo mise poiché lo sostituivano degnamente quelli della sua razza: i padri e bisavoli senza fissa dimora, gli scampoli umani di ogni grande città.

Se nonché, visto che i ricchi non amano essere disturbati dai poveri nemmeno per celia e ancor meno al cinema, il film adesso si chiamerà addirittura «Miracolo a Milano»: titolo che, senza dubbio, salva tutte le grasse e cristiane capre del patrio governo, ma non certo un solo cavolo del buon Totò. Sembra comunque che lo scenario sia quasi alla fine, ma la partita fra Totò e De Sica non è ancora chiusa.

«Milano Sera», 27 gennaio 1951


1951 01 28 Milano Sera Toto A

«Milano Sera», 28 gennaio 1951


«Epoca», 24 febbraio 1951
A destra: «Il Biellese», 13 febbraio 1951


«L'Europeo», 24 marzo 1951

 


1951 03 06 Il Messaggero Toto Wanda Osiris f1 L

«Il Messaggero», 6 marzo 1951


«[...] Poi mi racconta qualcuno dei suoi progetti di cinema: dovrebbe fare, sembra, tanto Questi fantasmi! che Filumena Marturano, in film, ma sono progetti non immediati; altri invece trarranno dalla sua commedia La paura numero uno, un film, con Totò protagonista. La cosa non lo rende molto felice, ma lui ha la sua commedia nuova da scrivere.

«Questo qui — dice alludendo a un personaggio della sua commedia nuova, un tipo di professore mezzo scimunito, che tutti trattano come « ’nu guaglione », questo qui è un tipo che mi viene bene assai ». E ride piano, mettendosi a leggere a bassa voce tutta la didascalia che disegna il personaggio».

Luciano Lucignani, «L'Unità», 24 marzo 1951


1951 04 11 La Gazzetta del Popolo Toto Vivi Gioi

ROMA, 10 aprile — A cinquemila lire di multa ciascuno sono stati condannati stamani dal pretore gli attori Vivi Gioì e Totò (a verbale Vivien Trumpi e Antonio De Curtis) per non essersi presentati quali testimoni nella causa per truffa intentata contro tale Eusanio De Profetis nel febbraio di quest’anno. I due attori, benché regolarmente citati, non sono comparsi in udienza ed il magistrato, avvalendosi delle sue prerogative, li ha multati intimando che, qualora il 17 prossimo non si presenteranno, dovrà ordinare , l’intervento della forza pubblica

«La Gazzetta del Popolo», 11 aprile 1951


«Epoca», 15 aprile 1951 - Sondaggio dei film più visti


Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata

La discendenza imperiale di Totò venne contestata da un gruppo di nobili, incluso Marziano Lascaris di Lavarello, altro pretendente al trono di Bisanzio, con un esposto-denuncia presentato al Tribunale di Roma. In seguito alla querela di Antonio de Curtis ad un quotidiano romano che negava con sarcasmo la sua discendenza nobiliare, l'indicazione esplicita di Bisanzio nella serie dei sui titoli ufficiali caratterizza il cippo nobiliare delle sue origini, si riconosce a Totò il diritto di fregiarsi di gli appellativi Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, di Bisanzio e ammetteva la discendenza dall'imperatore Costantino il Grande, fondatore di Bisanzio. - «La Stampa», 24 aprile 1951


"A che mi serve la corona di Bisanzio?" Il divorzio dell'attore in Ungheria e le sue nuove nozze

NAPOLI, giugno.

Totò cerca maschio. Con questa frase si è diffusa, causando vivo interesse (poiché Toto è napoletano puro sangue), si è diffusa la notizia che il popolarissimo attore ha deciso di non sposare più, in seconde nozze, la sua già legittima consorte, Diana Rogliani Baldini (da cui divorziò) impalmando invece una bionda artista straniera verso cui da tempo — come avevano notato gli amici del comico — Toto accentuava le sue molte premure. E' questa una storia originale, com'è spesso la vita degli artisti. Come molti mariti, Totò aveva una suocera con cui come qualche volta accade, non sembra fosse sempre nel rapporti più cordiali, fu cosi che — come dicono i suoi intimi — per privarla perfino della possibilità, di dire che «essa era la suocera di Totò» egli pensò a un colpo magistrale, che confidò, esultante alla moglie. Sarebbero andati in Ungheria, un bel viaggetto, una seconda luna di miele. Là poi avrebbero divorziato. Naturalmente, ottenuto il divorzio, avrebbero continuato a vivere insieme felici e contenti.

Fu così che le acacie fiorite di Godollo e il bel Danubio blu videro realizzato, al prezzo di 150 mila lire (al cambio d'oggi, rispetto quel tempo, un bel mucchio di milioni, tanto costarono le varie spese legali), il sogno d'amore di Totò e Diana, non più sposi. In seguito, per quanto i due continuassero a vivere insieme, non mancò qualche nube. Totò, questo si sa, è stato sempre un rubacuori dallo smagliante sorriso. E' ben noto il dramma di una celebre diva del varietà, Liliana Castagnola, che, gelosa di un'altra «stella», proprietaria di una compagnia che aveva scritturato il nuovo astro e temendo di perderlo per sempre, si suicidò. E Totò, morso dal dolore, volle provvedere alla sua tomba, adesso" nella cappella c'è l'«Ecce Homo» al Cimitero di Poggioreale, facendo scolpire sul marmo un suo pensiero. Inoltre, quando dalle sue nozze «poi annullate» con la signorina Diana Rogliani Baldini ebbe una figliuola, la chiamò appunto Liliana, col nome della donna che per lui si uccise.

Dopo di quell'amore spesso gli ambienti del teatro e la stampa hanno parlato delle, molte improvvise cotte di Totò (fra gli altri nomi che si riportano per pura cronaca vi sono stati quelli di Isa Barzizza, Silvana Pampanini, ecc.). Ed è stato per queste continue voci che l'ex-moglie di Totò ha fatto, senza successo, appello alla vecchia promessa. Perciò ne è venuta la rottura e oggi, se Totò (che dopo la prima figliuola non ha più avuto altri eredi) con le nuove nozze cerca il maschio, anche sua moglie, come stato pubblicato, sta per sposare un noto industriale del cinema.

Ma senza fratelli (Totò è figlio unico) e senza figli maschi che continuino la tradizione araldica, a che servono queste corone? E' questo l'interrogativo che tormenta Totò e oggi lo spinge a nuove nozze nella speranza che nasca, alfine, l'erede prima 'che sia troppo tardi (da tempo Totò, che tiene accuratamente nascosta la propria età, ha varcato il mezzo secolo). Con le sue seconde nozze, se il maschio verrà, Totò potrà trasmettere, più che il cospicuo patrimonio che attraverso i suoi films egli arrotonda sempre più, il suo titolo di recente offeso, insidiato e conteso, nella nota vicenda che poi ha avuto le sue conseguenze giudiziarie nella immediata controffensiva del principe quasi consorte. Totò, il cui titolo di «marchese e cavaliere del Sacro Romano Impero» fu riconosciuto da un decreto reale e da molti altri documenti, è oggi, nonostante le pretese del suo competitore Marziano Lavarello, unico rappresentante della più antica dinastia bizantina, i Focas, ed è da ciò che gli deriva anche la quantica di «Imperatore di Bisanzio e di tutto l'Oriente» oltre al «supremo magistero» dell'Ordine Costantiniano, con la facoltà di dare le croci.

La notizia delle nuove nozze di Totò ha causato particolare emozione nel quartiere «Stella» e della «Sanità», il rione dove Antonio de Curtis nacque (in via Salita dei Principi), dove si pensa di murare a Totò una lapide, dove tutti ricordano Totò piccolo (figliuolo di Giuseppe de Curtls, un noto agente teatrale, della famiglia che ha dato tanti artisti) e dove di Totò si rievocano tante cose. Alla Sanità v'è un ponte, altissimo, da cui anche oggi, per evitare le lavande gastriche del «Pronto Soccórso» si precipitano a volte gli innamorati. Ebbene vi fu un tempo in cui Totò fu visto passeggiare a lungo su quel ponte, con una rosa. Molti (come accade a ogni lancio dal ponte) si preparavano alle varie giuocate del Lotto. «Si butta, non si butta, lo farà domani». Cosi dicevano. Invece Totò dimenticò quella sua passione ardente, andò a Roma (dove si è ormai stabilito nella sua bella casa ai Parioli) e al teatro Cruciano cominciò la sua carriera, oggi nel pieno.

Tanti, inoltre, lo ricordano quando, venuto di leva, passeggiava (come oggi appare in qualche vecchia fotografia) con le mostrine del 22" Fanteria («Brigata Cremona») e la mano sulla baionetta. Al n. 143 della strada Stella v'è un barbiere, Silvio Renda, che fu caporal maggiore di Totò. Egli ha una foto del comico, datata da Pescia (dov'era un distaccamento del 22° di stanza a Pisa), con la dedica «Offre al caro amico e superiore Renda». Il barbiere ricorda che Totò, sin d'allora, era cosi spontaneamente comico, quanto più cercava di assumere pose marziali, che il colonnello comandante del reggimento, Angelo Cordedda, un sardo fiero e severo, era costretto sempre a girare il viso per non scoppiare a ridere, al solo vederlo. Totò soldato è nel rione Stella un episodio indimenticabile, tanto era affascinante. Molti di questi episodi saranno narrati da Totò nel suo imminente libro autobiografico «Siamo uomini o caporali?».

Crescenzo Guarino, «La Stampa», 29 aprile 1951


Firenze, aprile

Per il noto film del comicissimo Totò, dal titolo «Totò sceicco», erano stati messi in giro dei cartelloni assai curiosi, fra cui uno in cui si vedeva una donnina poco vestita — un po' meno di niente — gravemente e concupiscentemente guardata da Totò. Questo cartellone passò sotto gli occhi di un severo cittadino di Brescia, il signor Mario Puriglcati, che ne restò offeso e indignato, e che nella figurina svestita credette di ravvisare gli estremi dell'oltraggio al pudore. Motivo per cui li cittadino bresciano stese un diffuso rapporto sul fatto, ne considerò la portata e le conseguenze, e lo presentò all’ autorità giudiziaria locale La quale però, avendo notato che il cartellone era stampato e diffuso da due ditte fiorentine, passava la denuncia a Firenze.

Il giudice fiorentino, esaminati bene gli atti, ed attentamente osservata la vignetta incriminata, ha emanato una curiosa — anzi interessante — sentenza, di non luogo a procedere, la cui motivazione potrà forse far testo per altri procedimenti analoghi.

Secondo il procuratore della Repubblica fiorentino, il pudore oltraggiato insomma non è nella figura stessa, ma nei sentimenti che l’insieme del lavoro può suscitare. Nel fatto specifico il giudice ammette che la donna tracciata con linee alquanto procaci poteva suscitare veramente pensieri non del tutto casti nell’osservatore, ma accanto alla donna c’è la faccia esilarante di Totò, che crea l’antidoto. Infatti la smorfia dei viso di Totò esprime una tale umoristica concupiscenza «da ridicolizzare e quindi annullare lo stimolo erotico che altrimenti sarebbe derivato dalle procacità della donnina». In conclusione è più forte l'attrazione comica dell’attrazione femminile.

La comicità di Totò è dunque un antidoto al pudore oltraggiato. E questo spiegherebbe perchè quando è sul palcoscenico Totò si possa circondare con indifferenza di donnine seminude. I lazzi e le smorfie di Totò sono addirittura antiafrodisiache. Chi lo avrebbe mai detto?

Marco Marchini, «Il Piccolo di Trieste», 10 aprile 1951


1951 05 17 Il Messaggero Toto intro

FOGGIA, 16 — Il noto attore comico Macario, al termine di un colloquio con il «monaco santo» del Gargano, Padre Pio da Pietralcina, a San Giovanni Rotondo ha detto: «Me ne vado del tutto edificato. Ritornerò ancora, e non da solo ma con Totò, che brama anche lui quel sollievo spirituale che spera di avere solo da Padre Pio».

«Il Messaggero», 17 maggio 1951


1951 05 24 Il Messaggero Toto intro

Tale Eusanio De Profetis, disoccupato ed ammonito, ricordandosi di un suo breve e lontano periodo di vita artistica, pensò bene, allo scopo di avere sussidi, di stilare una lettera di raccomandazione recante la firma apocrifa di Vivi Gioi e il timbro contraffatto della sua Compagnia, spacciandosi per tale De Prosperi.

Ma avendo bevuto un giorno un bicchiere più del solito ed essendosi presentato con la suddetta lettera nello Stabilimento tipografico del Fratelli Sclomer in via Tabacchi, all’atto in cui gli furono offerte da un operalo dello Stabilimento 50 lire, diede in escandescenze, strappando il biglietto di Banca offertogli.

Venne cosi arrestato quale contravventore all’ammonizione e denunciato al Tribunale anche per rispondere di truffa in danno di vari attori, fra cui Totò e Rascel, oltre che di falso in scrittura privata, con le aggravanti della continuazione e della recidiva.

Il De Profetis è comparso ieri davanti al pretore dott. Domine per rispondere del suddetti reati. Vivi Gioi e Totò hanno fatto la loro comparsa in pretura come testimoni, accolti dalla più viva curiosità del pubblico che gremiva l’aula.

Il pretore, accogliendo la tesi della difesa, affidata all’avvocatessa Talla Cimini, ha assolto l’imputato dal reato di truffa continuata e aggravata. Lo ha ritenuto invece responsabile soltanto del reato di falsità in scrittura privata e della contravenzione al vincolo dell ammonizione, condannandolo al minimo della pena, e cioè a sei mesi di reclusione per il primo reato e a tre mesi di arresto per il secondo.

«Il Messaggero», 24 maggio 1951


Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata

Nella sala di un grande albergo romano viene tenuta una conferenza stampa per ribadire pubblicamente che il titolo di Antonio De Curtis è illecito perchè ottenuto con subdole azioni; tali affermazioni sono espresse in una specie di «velina» dattilografata, che viene distribuita al giornalisti intervenuti. «Corriere della Sera», 19 giugno 1950


24 giugno 1951: matrimonio di Liliana de Curtis e Gianni Buffardi - La galleria fotografica dell'evento

«Il Mattino», 22 giugno 1951


1951 06 25 Gazzetta Sera Matrimonio Liliana intro

Assisi, 25 giugno

Ieri mattina nelle basilica di San Francesco hanno avuto luogo le nozze di Liliana De Curtis, figliola unica del comico Totò, con il dott. Gianni Buffardi. L’altare era meravigliosamente addobbato di fiori. Testimoni della sposa sono stati il collega Fabrizio Sarazani e il regista C. L. Bragaglia

«Gazzetta Sera», 26 giugno 1951


«La Settimana Incom Illustrata», agosto 1951


Totò abbandona il teatro

Salerno 4 agosto, matt.

In una sua sosta a Salerno per cercare documenti araldici, Totò ha avuto una conversazione con alcuni giornalisti al quali ha annunziato di avere definitivamente abbandonato il teatro.
Attualmente egli lavora per tre film e cioè: Totò terzo uomo, Guardie e ladri e Sette anni di guai. Nella prossima Piedigrotta napoletana si presenterà nelle vestii di poeta e compositore.

«La Stampa», 5 agosto 1951


TOTO' TERZO UOMO

Distribuzione: 7 agosto 1951

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


[...] Bonagura, nero come il diavolo ma francescanamente altruista, dette il benvenuto a Totò nel palazzetto della canzone. Egli ribadì le affermazioni dell'editore Marotta, e cioè che in « Solo », « Malafemmìna». «Diglielo, mamma mia», eccetera, l'imperatore di Bisanzio ha conseguito «un'originalità e un'efficacia davvero mirabili». Storie. Venuto alla ribalta, il principe non fallì certo l'incondizionato applauso di una moltitudine che troppo divertimento cinematografico e teatrale gli deve; ma le sue canzonette non estraggono un ragno dal buco di qualunque vice-poesia. Carlomagno nacque con barba e baffi, idem le canzonette di Totò. Chi non ha scrìtto duecento anni fa o ieri qualche verso o qualche battuta musicale delle canzonette di Totò, alzi la mano. L'ovvio, l'acquisito, il banale si dettero appuntamento nelle canzoni di Totò al Politeama, e nessuno mancò. Durante i «bis» il principe scendeva sul palcoscenico. Addossato a una quinta, egli cullava con un braccio le proprie armonie; ciò non le ringiovaniva, naturalmente. Sul finale di «Malafemmina» fu battuto, dal cantante, il record di durata di una nota; io nel voltarmi da un'altra parte vidi un intenditore che, il cronometro fra le dita, slava febbrilmente valutando quell'innegabile primato.

In un normale abito di gabardine, e con la sua faccia normale, Totò deludeva e rattristava. Le crude luci sfregiavano la sua mascella deviata, contusa, e lo rendevano spettrale. Mi accorsi che eravate infelice, Altezza, e tacitamente ve lo dissi. Totò, perchè sbagliate in questo modo la vostra cara vita? Una selva di triangoli scaleni, una foresta di aberrazioni geometriche partorì la creatura illogica, disarticolata, riducibile in astrusi punti e linee di carne, folle e geniale, tragica ed esilarante che voi siete. Non fraintendetevi, Totò. Qualunque disciplina, letteraria, musicale o puramente araldica, vi snatura e vi immiserisce. «Sia il caos» disse la divinità che vi fece. Totò: e voi arrendendovi all'ordine peccate di eresia e di ingratitudine.

La risposta del principe non fu incoraggiante, lo ammetto. Subissato dalle acclamazioni, egli trasse un foglietto, pigliò il microfono e ci lesse una sua lirica. L'aveva composta, avvertì, di getto quella mattina. Erano versi orfani, diseredati, logori, i quali dichiaravano in sostanza che Napoli è meravigliosa e che Totò, essendovi nato, ha la ferma intenzione di morirvi. Sia ben chiaro che tali argomenti io non presumo di averli espressi qui, nè meglio nè peggio del neo-pupillo della Musa che allattò Di Giacomo; e allora? Mi risovvenni che Totò è diventato in pochi anni ricchissimo, un autentico nababbo: ed evidentemente esiste, infuria un «complesso neroniano» legato al denaro.

Immerso in queste pericolose riflessioni, uscii dal Politeama. E subito l'azzurra notte, i serici muri della città-guanciale mi dissero: «Hai torto». Infatti le cose e gli uomini di Piedigrotta che ho avuto l'aria di censurare, io li amo; somiglio ed appartengo ad essi; voglio che non mutino, che sempre qualcuno li erediti come li ereditammo Bonagura, Totò, Ricci, Pisano, Rossetti, Cioffi, Pariante ed io.

Giuseppe Marotta, «Corriere della Sera», 24 agosto 1951


[...] Ma quest’anno non si tratta di una Piedigrotta come tutte le altre. Parecchi sono gli avvenimenti elle la caratterizzano, dandole una netta superiorità sulle feste degli altri anni. In primo luogo, c'è la Mostra retrospetliva della canzone napoletana allestita nelle sale del Maschio Angioino, poi c'è il fatto veramente importante che pare siano venute fuori (almeno così affermano gli editori) tre o quattro canzoni molto belle; ed infine c'è l'altro avvenimento di curiosità che bisogna ricordare: il debutto (piuttosto contrastato, per la verità) di Toto quale autore di canzonette. Il giorno in cui furono cantate per la prima volta al Politeama le composizioni di Totò, tutta Napoli si recò ad ascoltare i parti poetici del grande attore, nati, come si sa, dal dolore di un amore non corrisposto (o mal corrisposto) con una nostra bellissima attrice del cinema. Mi è stato raccontato che quando cantarono «Malafemmena» (il pezzo forte di questa produzione di dolore), Totò dietro le quinte piangeva come un agnello, affondando la testa in un grosso fazzoletto di seta bianco. Poco discosto c'era lo scrittore Marotta che attendeva il momento buono per buttarsi fra le braccia del suo grande amico e concludere, cosi abbracciati, la commovente audizione. Pare che Marotta, avvinghiato a Totò. continuasse a ripetere fra le lagrime: « Antò, le tue canzoni sono veramente brutte! ».
Questo bellissimo episodio mi e stillo raccontato, perchè le macchinose « sagre » della canzone sono già terminate ed ora non si attende altro che la festa, che è festa religiosa del popolo napoletano che concluderà la settimana piedigrottesca. [...]

Guglielmo Peirce, «Il Tempo», 7 settembre 1951


Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata 

La magistratura romana conferma il titolo nobiliare di Totò già sancito dalle sentenze del 1945 e 1946 del Tribunale di Napoli. Viene tenuta una conferenza stampa a casa di Totò che, assistito dall'avvocato De Simone, spiega la sentenza del Tribunale di Roma.

«L'Unità», 22 settembre 1951


«Il Piccolo di Trieste», 2 ottobre 1951


«Corriere della Sera», 17 ottobre 1951 - Franca Faldini


SETTE ORE DI GUAI

Distribuzione: 9 ottobre 1951

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


GUARDIE E LADRI

Distribuzione: 23 ottobre 1951

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


Roma, 29 ottobre

Si parla molto di Eduardo De Filippo, in questo momento. Se ne parla parecchio tra gli affezionati del teatro. «Eduardo e Titina hanno fatto la pace con Peppino», si dice. Le trattative erano state segrete evidentemente, e non se ne era parlalo sui giornali. Ora i tre fratelli sono di nuovo insieme, e chi ci guadagna è il pubblico. Ma si parla molto di Eduardo, anche per quel che riguarda il cinema. L’anno scorso il grande autore teatrale condusse a termine la sua prima impegnativa opera cinematografica. E ne venne fuori quella discussa e vivace "Napoli milionaria" che costituisce una delle opere più importanti del recente cinema italiano. Poi sulle riviste specializzate di cinema cominciarono ad apparire i più contraddittori annunci: «Eduardo sta per realizzare Questi fantasmi». « E’ imminente l’inizio della lavorazione di Filumena Marturano», E poi «Filumena Marturano è terminata». « Eduardo e Titina faranno il berretto a sonagli di Pirandello». « Eduardo e Titina faranno una edizione moderna della Traviata»... e ancora notizie e notizie.

Per questo abbiamo voluto avvicinare Eduardo. E lo abbiamo raggiunto nella sala di uno stabilimento di doppiaggio dove, con Titina, stava doppiando appunto Filumena Marturano. Ecco dunque una notizia solida e inequivocabile: Filumcna Marturano è ormai interamente girata, e manca soltanto della colonna sonora.

Eduardo si mostra stanco. Questa sua seconda opera cinematografica i stata evidentemente causa di fatiche. Ma l'importante è che il regista sia soddisfatto del suo lavoro.

«Ne sono molto soddisfatto» dice, e, rispondendo a un'altra nostra domanda: «I problemi che mi poneva Fllumeno Marturano erano diversi da quelli di Napoli milionaria, in quel film la storia originale era stata diluita nella storia di Napoli attraverso dieci anni, con cambiamenti sensibili. Filumena invece ha una costruzione precisa, più raccolta, che non si prestava a sensibili modificazioni. Inoltre è cambiato soprattutto l'ambiente rispetto a Napoli milionaria. In Napoli milionaria vi erano i quartieri poveri, e bnssi, la gente dei quartieri popolari. Qui vi è invece una Napoli borghese, ricca, quella in cui Filumena si viene a trovare per la sua unione con Domenico Soriano».

Noi pensiamo che il cinema, con le sue capacità di contrasto, abbia potuto accentuare la polemica di Filumena contro l'ambiente in cui vive e che è rappresentato dalla famiglia Soriano, Eduardo ci conferma questo approfondimento, e Titilla interviene, rispondendoci su questo suo nuovo contatto con il cinema:

«Ho interpretato centinaia di volte a teatro il personaggio di Filumena. Mi sembra che il cinema abbia offerto delle possibilità nuove: una indagine psicologica più precisa. Credo che il film porrà in evidenza una serie di sfumature che necessariamente non si notano a teatro».

Da Filumena passiamo ad altro. I progetti per l'avvenire? Eduardo ci parla immediatamente del lavoro che sfa facendo per realizzare «La paura numero 1». Tutti ricordano il successo del lavoro teatrale omonimo, una impressionante commedia sulla psicologia di un uomo che vede accentuarsi attorno a sé il periodo di guerra e cerca disperatamente di difendersi. Eduardo attore, ci dava, nella Paura, una delle sue più belle e drammatiche Interpretazioni. Ma non In vedremo nella riduzione cinematografica.

«Di questo film sarò soltanto regista».

«E' l’interprete?».

«Totò».

Questa si che è una sorpresa. Piacevole sorpresa, s'Intende. L'Incontro cinematografico tra Eduardo De Filippo e Totò, il noto comico napoletano, è stato già fruttifero al massimo: in Napoli milionaria Eduardo aveva sdoppiato il personaggio teatrale, affidando a Totò una parte non di protagonista. In quella parte Totò avera mostrato che le sue grandi possibilità di attore in cui critici e pubblico credono fermamente non erano una vana speranza. Totò offriva una interpretazione addirittura chapliniana del suo breve personaggio: efficacissima, di eccezionale misura, sensibile ad ogni variazione psicologica. Diretto da Eduardo, Totò aveva fatto comprendere che la sua strada non era quella del film comici dozzinali e stucchevoli: questa sua comparsa nella parte di protagonista di un film d’impegno quale è La paura numero 1 fa sperare che egli voglia seguire questa strada.

«L’aver affidato la parte di protagonista a Totò significa una accentuazione del carattere grottesco del personaggio?».

Eduardo ci risponde che questo avverrà in misura minima. Egli ha intenzione di realizzare un film fedele allo spirito dell’opera teatrale.

«Altri progetti?».

«Ce ne è uno a breve scadenza. Un progetto molto impegnativo. al quale darò vita tra pochi giorni. Dirigerò e interpreterò uno degli episodi del film I sette peccati capitali».

Anche questo è un film di cui si parla da un certo tempo. E’ nato da una produzione italo-francese ed è realizzato da un gruppo di registi italiani e francesi. In Francia sono Allegret. Noel Noel ed altri, tra cui Cayatte. In Italia è Rossellini, che ha terminato il suo episodio ed Eduardo.

«Io mi occupo dell’avarizia e dell’ira: per questo ho scolto una novella di Maupassant, Tonio».

«Ambientata in Francia?».

«Naturalmente no. Ho preso quel tanto di universale che vi è nella novella, ed ho trasferito l'nzlono in un paese del Salernitano».

E infine, torniamo a parlare del teatro. Come ogni anno Eduardo tornerà all'Elisco, a recitare le sue vecchie commedie.

«Ci sarà una novità?».

«Si. Sto preparando una commedia»

Noti ci dice altro. Soltanto il titolo. Mia famiglia, e soggiunge:

«Potrebbe venirne un bel film. Un film da cui trarre poi la commedia. Hanno detto che il mio primo film era inferiore alla commedia. In questo caso direbbero che la commedia è inferiore al film ».

E con questa maliziosa freccia del parto contro i suoi critici, Eduardo chiude l'intervista.

Tommaso Chiaretti, «L'Unità», 30 ottobre 1951


«Il Piccolo di Trieste», 13 novembre 1951



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08 Lug 2021

5407 sere senza Ettore Petrolini

5407 sere senza Ettore Petrolini Il grande attore morì il 29 giugno 1936. «Morire a cinquant'anni che vergogna», sospirò verso la fine. Un anno prima il Quirino di Roma aveva annunciato la sua «ultima recita». Tempo addietro, facendo io parte di una…
Vincenzo Talarico, «Epoca», anno II, n.28, 21 aprile 1951
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Anche Don Raffaele Viviani se n’è andato. Fino a pochi anni or sono, il raccontare altrui la propria fortuna, l’enumerare i suoi palazzi, nell'invitare alla sua mensa, non solo gli amici vecchi, ma anche i conoscenti nuovi, erano cari modi suoi di descrivere la propria fama e di fare idealmente rilucere il denaro guadagnato con l’arte sua. Come quasi tutti gli attori napoletani, aveva dilatato la sua valentia di attore fino ad annettere ad essa tante abilità che erano o gli sembravano affini: scrivere commedie, naturalmente; e pubblicare volumi tra lieti e patetici ed essere un proprietario ricco come Scarpetta che sull’uscio o sul muro di una sua bellissima villa, pagata con i denari che gli fruttarono le commedie francesi trasformate in napoletane, e la sua allegrissima recitazione che faceva ridere tutti i pubblici di Italia, aveva fatto scrivere : «Qui rido io». Anche Viviani volle avere un palazzo, poi due palazzi, poi più palazzi, sull’uscio dei quali avrebbe potuto scrivere : «Qui rido è godo e fo il signore io». Ma non so come e perchè, quand'era più lieto e raccontava vicende festose e vittoriose della sua vita, una punta di amaro s’intuiva sempre nel suo discorso. Forse perchè ciascuno degli altri, Pe-tito. Scarpetta ossia Sciosciammocca avevano avuto un momento in cui erano soli a vincere e a stravincere; e lui, no. Al tempo di Scarpetta gli autori napoletani protestavano contro Mademoiselle Nitouche diventata Santerellina, ma tenevano cosi distaccata, per esempio, la poesia di Salvatore di Giacomo da Miseria e nobiltà di Scarpetta, che parevano riparare talora in un campo tutto azzurrato e aureo. Al tempo di Viviani. invece, il teatro corrente desiderava sempre di essere tutto artistico, anche quando era in parte commerciale; e tra le due vocazioni di Viviani, il poeta teatrale e l’attore napoletano era facile che una delle due qualità prevalesse a danno dell’altra; ed egli aspirava ad essere perfetto attore e insieme compiuto poeta; ed essendo egli anche «il capocomico», responsabile della Compagnia, doveva talvolta rinunciare un po’ all’ideale; e forse se ne doleva.

Ma che si doleva non gli gradiva far vedere. Voleva essere per tutti il capocomico, l’attore, l’autore in piena fortuna. favorito dal pubblico; e lo era, infatti, perchè la sua fantasia arguta aderiva tanto a quella della folla e nella sua arte di riprodurre mezzi caratteri e tipi e macchiette erano tante parti di fantasia e d’osservazione popolare, che egli avrebbe potuto lasciare un repertorio vasto agli attori di domani. Il suo torto era di non voler distaccarsi o dalie invenzioni per limitarsi ad essere un magnifico interprete dalle gustose interpretazioni per poter dare più ala al suo arguto e spesso poetico spirito di osservazione.

Certo era un vero artista; ma gli pareva spesso di patire qualche ingiustizia; e quel suo fervore, quella sua tenacia. quel suo romanticismo per il quale Napoli era mezza in Italia e mezza tra gli incantesimi e le luci e le musiche del paradiso, gli mettevano in cuore una tristezza amara e una malinconia soave. Forse felice non è stato mai, o soltanto quando raffigurava gli scugnizzi, gli acquaioli, verrebbe voglia di dire qualche parte fanciullesca del mondo di Gemito. Allora, usciva dall’oscurità e dalla miseria, godeva i primi applausi, poteva mandare a casa i primi denari. Poi, quel sapore di gloriola che gustano con fervido palato i fanciulli, l’amareggiava perchè avrebbe voluto sapere in maniera definitiva se era stata gloria.

Viviani ebbe quel molto di giusta fortuna che altri magnifici attori non conobbero. Che cosa donò la vita a Petito oltre all’amore del suo pubblico? Scarpetta uscì dalle linee prescritte, fu libero e scanzonato e perciò un pochetto cinico; e si godette la popolarità e la ricchezza; ma Pantalena, per esempio, grosso e grande attore, con un corpo pesante, miope, con due grossi cristalli al posto delle lenti, rassegnato alla mediocrità, egli che aveva diritto ad essere ammirato, sempre povero e sempre lindo, sempre artisticamente puro e generosamente modesto, che cosa ebbe dal destino? E vive ancora, poverissimo, un Pulcinella che dicono valentissimo, degno di continuare, e destinato, ohimè, a chiudere, la serie dei Pulcinella, uno dei quali, chiamandosi, invece, alla ribalta, Giancola, fu il padre di quel Cammarano che scrisse tanti libretti per Giuseppe Verdi; libretti dove non si sente «l’orma dei passi spietati» e il campo dei giustiziati non si chiama il «campo abbominato - ove la colpa, scontasi - con l’ultimo sospiri». Cammarano sciocchezze non ne scriveva. Era povero, docile e sensato. Faceva onore, a suo padre, Giancola. Cari attori napoletani! Ci fu nel ’700 uno di essi che scrisse la «Nuova Guida dei Forestieri per osservare e godere le curiosità pià vaghe e più rare della Fedelissima gran Napoli» e la «Nuova Guida di Forestieri per l'antichità curiosissime di Pozzuoli, ecc. ccc.». Si chiamava Domenico Antonio Parrino; e si dichiarava «Natural Cittadino Napoletano».

Tutti gli altri attori napoletani sono Naturali cittadini della gran città; lo si vede dall’amore che hanno per Napoli; un amore capace di tutte le ambizioni e anche di tutte le rassegna-

Tutte le ambizioni teatrali avevano i due poeti e commediografi Murolo e Bovio; il primo più fecondo, teatralmente, dell’altro; l’altro capace di rinchiudere in una canzonetta il soggetto di una. squisita opera teatrale. Nè l’uno nè l’altro erano sereni; come non lo erano stati Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo, giunti (il secondo specialmente) alle più ingiuste asprezze polemiche contro l’altro. Sarebbe statò così bello invece un pieno accordo tra artisti grandi e minori napoletani! Forse ora lo pensa Adelina Magnetti, grande attrice veramente, ed ora ospite della Casa di riposo per i vecchi attori di Bologna, Adelina, anche ella naufraga. Ed era una splendente vincitrice! Che tristezza ricordare quelli che non ebbero la meritata fortuna.

Renato Simoni «La Gazzetta di Mantova», marzo 1950


Enrico Bassano, «Il Dramma», 1 marzo 1951


Gisella Sofio, ragazza-dinamite, ha esordito come attrice in una rivista benefica della nobiltà romana, Totò vorrebbe averla come "prima donna" nello spettacolo che metterà in scena in autunno; Orson Welles pensa di lanciarla nel cinema. Ma la nonna di Gisella non vuole "scandali"

Giorgio Berti, «Settimana Incom Illustrata», 31 marzo 1951


Circa dieci anni la, in casa di certi amici napoletani, Titina De Filippo senti pronunciare per la prima volta in vita sua la parola collages. «E che sono 'sti collages? — chiese...

Luciano Budigna, «La Settimana Incom Illustrata», 31 marzo 1951


1951 04 15 Il Messaggero Pasquariello intro

«Il Messaggero», 15 aprile 1951 - Gennaro Pasquariello


«L'Unità», 17 aprile 1951 - Cesare Zavattini e Vittorio De Sica


«Noi donne», 20 maggio 1951 - Titina De Filippo intro

E' curioso: coloro che si sono accorti soltanto pochi minuti fa che Sciuscià e Ladri di biciclette sono due capolavori, ora si spellano le mani per applaudire Miracolo a Milano. Quando De Sica ci darà un altro bel film, solo allora forse si accorgeranno che Miracolo a Milano è uno sbaglio, sia pure commesso in buona fede e da un autentico artista...

Lamberto Sechi, «Settimana Incom Illustrata», 21 aprile 1951


Mario Ruccione, l’autore di "faccetta nera" ha concluso a "Regina Coeli" un’esistenza dispendiosa e disordinata. Oltre cinquanta denunce pendono a suo carico

Il maestro Ruccione è l'autore delle più popolari canzoni sentimentali, da «Serenata celeste», a «Villa triste», a «Vecchia Roma». Il marchese Gonzaga lo accusa di avergli estorto con raggiri oltre ventisei milioni di lire.

Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 17 febbraio 1951


Oggi Mario Soldati, tra gli “uomini intelligenti" dell'arte italiana, è forse il più discusso. Come scrittore e come regista cinematografico alterna opere riuscite ad altre sbagliate. Ma forse la sua grande passione è fare l'attore

Giambattista Vicari, «Settimana Incom Illustrata», 3 marzo 1951


1951 03 26 Giornale di Trieste Fulvia Franco intro

«Giornale di Trieste del lunedi», 26 marzo 1951


Carlo Croccolo, nato settimino, è finito sotto un'auto e sotto un tram per evitare di far le cose troppo in fretta; per campare ha venduto ai tedeschi orologi fasulli ed ai romani saponette di creta

Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 16 giugno 1951


Enrico Luzi, un attore se ini sconosciuto sino a due mesi fa, è diventato improvvisamente celebre grazie all'interpretazione d'un personaggio della rivista radiofonica “Rosso e Nero”. Milioni di italiani lo conoscono come “quello del crick”. Presentiamo la sua biografia raccontata da Giorgio Berti.

Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 16 giugno 1951



«La Settimana Incom Illustrata», agosto 1951


Il pubblico è grato a Mario Carotenuto e agli artisti di "Stop" che non hanno approfittato dell’estate per dargli una cattiva rivista

Carlo A. Giovetti, «Settimo giorno», anno IV, n.33, 16 agosto 1951


1951 08 23 Settimo Giorno aIV n34 Pampanini intro

Come altre attrici, Silvana Pampanini ha imparato a difendersi con lo judo

Sergio Fiori, «Settimo Giorno», anno IV, n.34, 23 agosto 1951


«Radiocorriere TV», settembre 1951


Nella poesia di un uomo di teatro si è tentati di cercare i «personaggi», perchè no?, come Filomena Marturano. Ma Eduardo poeta, i suoi personaggi li fa agire come le figure corali da quel grande palcoscenico che è la sua Napoli

Leggo i versi napoletani di Eduardo De Filippo pubblicati da Gaspare Casella, vado con Eduardo di pagina in pagina, infilo tra i fogli un pezzettino di carta per ritrovare poi, quando scriverò, il verso e la strofa che mi saranno sembrati più tipici: vado ogni tanto alle pagine di fondo, a cercare nel «glossario» curato da Giulio Caizzi, un significato che mi sfugge, e dentro me penso che Giulio Caizzi dev’essere molto ottimista in fatto di conoscenza del napoletano da parte di chi non lo è, perchè troppe volte la ricerca è vana, e resto impicciato sulle soglie di un verso, e inciampo in uno scalino o metto il piede in fallo... Non voglio lasciarmi prendere al laccio dalla «canorità» dialettale, che quasi quasi, in certi momenti, induce a leggere quasi canticchiando, vestendo le parole con le note di qualche canzone richiamata all’orecchio dall’analogia dei metri. Quanto più caro è l’incontro con un poeta nuovo, quanto più questo poeta ci è noto attraverso altri aspetti dell’arte sua, quanto più, come nel caso di Eduardo De Filippo, ci può sembrare addirittura di udire, sommessa, la sua voce aggiungere colore ai versi, tanto più mi sembra di dover andare cauto e diffidente, e di dover cercare di trasferirmi nell'animo di uno che questo libro debba leggerlo, che so, fra cento o duecento anni, dopo averne pescata una copia rara, che so, magari da uno dei vecchi librai del mezzo antiquariato di via Costantinopli. Attento — mi dico mentre sto con la matita e il tagliacarte in mano — alle simpatie; attento alla facile adesione; attento a non lasciarti prendere in un giro affettuoso.

In un foglietto ho segnato il numero di una pagina. Riapro il volume a pagina 104. La poesia si intitola: Jamme guaglione! Ecco due quartine:

E’ l’aria ca mantene stu paese - chell'aria ’e mare ca te dà sostanza - e nun te fa pensa c' 'a fin' 'o mese - vene chillo ca cerca, pecche avanza - Che vulimmo mangià? - Mo t’o dich’io, - Leval’ ’a miezo chistu: «che vulimmo». - «Voglio» sta for’ a porta. A nomm’ ’e Dio, - a Napule se dice: «Che putimmo».

Voler mangiare non vuol dire poter mangiare, e soprattutto mangiar quel che si vuole. Del resto, non è la Napoli affacciata a Santa Lucia con le finestre dei suoi grandi alberghi che ha fatto scrittore di teatro — e certamente il più vivo e più trepido di tutti — l' attore Eduardo De Filippo, così come non è lei che lo ha fatto attore e che lo fa oggi poeta: non è la Napoli dei viaggi di nozze e dei turisti. Mi pare di aver letto attentamente: Posillipo non è mai nominata in queste poesie e poemetti e canzoni, e nemmeno Santa Lucia e nemmeno una sola barca, e nemmeno la Luna e il Verniero. Una sola volta Eduardo dà un’occhiata in su, al castello di San Martino, ma nemmeno una volta si smemora nel panorama che, dalla trattoria dei «Promessi Sposi», piaceva tanto a Salvatore Di Giacomo. Conventi? Nessuno. Una sola volta, di scorcio, si vede un carcere, e si intravede il seggiolone di un giudice. Non si incontra nemmeno un guappo, di quegli cari alla bella drammatica musa di Ferdinando Russo.

La più sottile nota della sua poesia teatrale Eduardo l'ha toccata, in Questi fantasmi, nella scena del balcone, quando il povero diavolo che s’è adattato a vivere in una casa dove «si sente» se ne viene, squallido dopo le notti di paura, a farsi una tazza di caffè al balcone. Anche qui, nelle poesie, il tema del balcone è dominante. Il poeta parla (Stammatina) di un risveglio sereno dopo un impreciso corruccio notturno. E’ andato ad aprire il balcone con mia scarpa sola, infischiandosene della «dignità» ; e adesso è lì, seduto dietro alla ringhiera, e la sua donna gli porta il caffè, e tutti e due, lavati dall’aria fresca del mattino, non hanno nulla più da rimproverarsi, e guardan su, verso San Martino, dove il cielo è senza una nuvola. Sotto al piede nudo Eduardo sente il fresco-della pietra, ’o frisco d’’a pietra: un’impressione quasi pastorale di felicità che meglio e più semplicemente non potrebbe essere riferita.

Nella poesia di un autore di teatro si è tentati di cercare i «personaggi», perchè no?, come Filumena Marturano. Ma Eduardo poeta i suoi personaggi li fa agire come le figure corali di quel grande palcoscenico che son le strade, i vicoli, i balconi di Napoli: e quando parlano e dialogano è a mezze parole, a confessioni appena accennate, e quello che soprattutto parla, stando al centro di questo carosello più crepuscolare che festoso, più patetico che ilare, è lui, il personaggio che non ha nome e che si ferma a veder passare i tre bambini riparati sotto allo stesso ombrello (Tre ppiccerille — sott’ ’a nu mbrello: — due bruttulille — n’ato cchiù bello. — Quello cchiù bello — purtav' ’o mbriello — a rras’ ’e cappiello) o che racconta la storia dell’orologio d’oro del povero esattore o quella delle ccascie ’e muorte americane, o della gatta randagia, ma che soprattutto ascolta la voce lontana di se stesso fanciullo, al tempo in cui i bambini sono tutti eguali, e tutte eguali le loro calligrafie e le loro illusioni, e non si capisce perchè la vita debba poi tutto trascolorare deformare e appassire.

Di pagina in pagina, di questo Paese di Pulcinella le citazioni non finirebbero mai. Ma, a chi voglia conoscere la storia di Vincenzo De Pretore, mariolo napoletano, protetto da San Giuseppe, bisogna dire che le citazioni non basterebbero mai, perchè si tratta di un poemetto che va letto tutto e che onora non solo la poesia napoletana, ma l’intera poesia italiana, da esser collocato, mi sembra, nel piccolo gruppo delle piccole opere perfette che una generazione può dare a specchio della sua melanconia, dei suoi drammi e della sua fede anche attraverso l’allegoria e il sorriso della fiaba. Collochiamo Vincenzo De Pretore napoletano accanto al vagabondo ungherese Liliom. La grazia ha veramente toccato parimente in fronte il «mariolo» di Molnar e il «mariolo» di De Filippo.

Orio Vergani, «Il Dramma», 15 ottobre 1951


1951 10 28 L Europeo Nino Taranto intro

Polidor, il vecchio interprete delle prime farse del cinema muto, è il solo personaggio vivente tra i molti che vengono rievocati in Cavalcata di mezzo incoio, nuova rivista di Nelli Mangini. Cavalcata di Nelli e Mangini. Cavalcata, messa insieme per Nino Taranto, fu rappresentata in anteprima al Politeama di Napoli...

Raoul Radice, «L'Europeo», anno VII, n.44, 26 ottobre 1951


«Epoca», 24 novembre 1951


Ogni regista, si capisce, ha un suo particolare modo di dirigere gli attori, di manovrare, dietro la macchina da presa, le comparse e i generici, di comporre la scena di un film. C’è chi si sbraccia e mette a dura prova la sua ugola, chi, come Blasetti, usa autoritari e precisi comandi di non lontano militaresco ricordo...

Massimo Mida, «Noi donne», 9 dicembre 1951 - Alberto Sordi


«Epoca», 22 dicembre 1951 - Carlo Ponti e Dino De Laurentiis


Galleria di trafiletti e flani promozionali