Siamo uomini o caporali

1955 Siamo uomini 7

L'umanità io l'ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali per fortuna è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell'ombra grigia di un'esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità o l'intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque, dottore, ha capito? Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso: hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera

Totò Esposito

Inizio riprese: febbraio 1955, Studi Ponti - De Laurentiis
Autorizzazione censura e distribuzione: 2 agosto 1955 - Incasso lire 730.134.000 - Spettatori 5.000.918



Titolo originale Siamo uomini o caporali?
Paese Italia - Anno 1955 - Durata 94' - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia / Comico - Regia Camillo Mastrocinque - Soggetto Antonio De Curtis - Sceneggiatura Antonio De Curtis, Camillo Mastrocinque, Vittorio Metz, Mario Mangini, Francesco Nelli - Produttore Alfredo De Laurentiis - Fotografia Aldo Tonti, Riccardo Pallottini - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Alessandro Cicognini - Scenografia Piero Filippone - Costumi Gaia Romanini - Trucco Giuliano Laurenti


Totò: Totò Esposito, l' "uomo" - Paolo Stoppa: il "caporale" nei vari personaggi (Meniconi il capocomparsa, il fascista, il colonnello nazista Hammler, il colonnello americano Mr. Black, il direttore di Ieri, oggi, domani, il piccolo imprenditore lombardo) - Fiorella Mari: Sonia - Nerio Bernardi: lo psichiatra - Vincent Barbi: il segretario di mr. Black - Agnese Dubbini: la madre di Mimì - Mario Passante: il sergente tedesco - Henri Vidon: il medico tedesco - Gino Buzzanca: il regista del film su Nerone - Loris Gizzi: il tenore - Giacomo Furia: Nerone - Franca Faldini: Gabriella, la redattrice di "Ieri, oggi, domani" - Rosita Pisano: Filomena Ossobuco - Vinicio Sofia: Cesarino Ossobuco - Gildo Bocci: un testimone - Salvo Libassi: un redattore di "Ieri, oggi, domani" - Gianni Partanna: altro redattore di "Ieri, oggi, domani" - Sylva Koscina: l'aspirante attrice - Gina Rovere: una ballerina - Nicola junior: primo poliziotto


Soggetto

Totò Esposito è una comparsa teatrale che, stanco delle angherie che subisce quotidianamente dall'amministratore del teatro di posa in cui occasionalmente lavora, minaccia di uccidere il suo superiore: viene però bloccato e sbattuto in una clinica psichiatrica, perché considerato pazzo.
Allo psicanalista Totò racconta la storia della sua vita e di tutti i soprusi che gli sono capitati. La sua "odissea" - come la definisce lui stesso - inizia durante la guerra, quando sbarca il lunario mettendosi al servizio di quanti non vogliono o no possono attendere nelle lunghe file davanti ai pochi negozi aperti: Totò, per passare avanti agli altri clienti, ricorre a piccoli trucchi (li distrae verso un inesistente "puntino nero", suscitando in loro il dubbio che si tratti di un aeroplano; si traveste da gerarca fascista o da ufficiale nazista), ma viene scoperto da un milite fascista, che lo fa arrestare dai tedeschi.
Imprigionato in un campo di concentramento, Totò compie un furto al magazzino dei viveri degli ufficiali, distribuendo poi il cibo agli altri prigionieri, incluse le donne, che si trovano in un settore separato (addestra, a tale scopo, un pastore tedesco, che porta il cibo in un sacco alle prigioniere). Tra queste c'è anche Sonia, amica di Totò, il quale ne è innamorato e con la quale comunica ogni sera con un rudimentale telefono a barattoli. Dopo aver scoperto il furto, il colonnello nazista Hammler fa condurre tutti i prigionieri sulla piazza del campo di concentramento. Dopo una pernacchia che interrompe il suo discorso, dà un ultimatum di 15 secondi al colpevole della pernacchia, dopo i quali farà fucilare cento di loro. Totò si fa avanti, ma, un attimo prima di essere fucilato, è richiesto da un ufficiale scienziato, che ne ha bisogno del corpo per un esperimento. Lo scopo dello scienziato è quello di realizzare una macchina in grado di rendere gli uomini velocissimi, così da trasformare l'esercito tedesco in un'armata invincibile. L'esperimento crea però una grande confusione, e Totò ne approfitta per fuggire con Sonia.

I due giungono a Roma, dove Totò vive in una modesta baracca, il giorno in cui la città viene liberata dagli Alleati (4 giugno 1944). I due si stabiliscono nella baracca, dove Totò prova a far capire a Sonia l'amore che prova per lei, cantandole la canzone, scritta appositamente per la propria amata, "Còre analfabbeta". Sonia, tuttavia, non manifesta interesse, ma intanto i due vengono assunti al teatro gestito dai soldati americani, sotto la direzione del colonnello Black. Il colonnello punta soprattutto a Sonia, di cui si invaghisce: dopo lo spettacolo (im cui, con Totò, recita nella celebre "E llevate 'a cammesella"), la chiama nel suo ufficio, a prima vista per congratularsi con lei, ma, in realtà, per insidiarla. Totò, insospettitosi, interviene appena in tempo e i due lasciano, nauseati, il teatro americano.
Poco dopo, Totò viene contattato dal direttore di un periodico (Ieri, oggi, domani), il quale lo convince a firmare un memoriale nel quale asserisce di essere stato testimone oculare di un delitto avvenuto tempo prima, delitto a cui, in realtà, Totò non ha mai assistito. Il direttore e i suoi stretti collaboratori cercano di sfruttare l'ingenuo Totò per incrementare la vendita delle copie del periodico, ma Sonia gli fa capire la verità. Per evitare che ritratti, il direttore e gli altri giornalisti sequestrano Totò nella camera dell'hotel dove alloggia, lasciandolo in sola biancheria. Totò riesce però ad entrare, passando per il cornicione e poi attraverso la finestra, nella camera accanto, dove trova un abito da donna. Uscito in strada, viene scambiato per una prostituta e portato al commissariato per accertamenti. Qui, proprio mentre cerca di chiarire l'equivoco con il commissario, giunge il direttore di Ieri, oggi, domani, che, giocando abilmente sul travestimento che ha addosso Totò, lo fa passare per persona poco credibile e lo denuncia per truffa, così facendogli scontare alcuni mesi di carcere.

Al termine del colloquio, il medico capisce le angherie che il povero Totò ha subito in vita e lo lascia andare via. All'uscita, Totò trova inaspettatamente Sonia, con la quale, dopo l'uscita dal carcere, si era perso di vista. La gioia di aver ritrovato la propria amata è però subito spezzata quando lei gli presenta suo marito, un ricco industriale milanese: per Totò è l'ennesima beffa della sua vita.

Critica e curiosità

Un film che non si guarda, si subisce. Come un ordine militare, come un richiamo alla realtà, come una carezza sulla guancia seguita da uno schiaffo a mano aperta. Un’opera che Totò – pardon, Antonio de Curtis – non interpreta soltanto: la incarna, la mastica, la sputa e poi la reincarna di nuovo, in un eterno ritorno comico-tragico da cui non si esce indenni.

🎭 Totò uno e trino: la Santa Trinità della maschera napoletana

Il film è l’equivalente cinematografico di un’opera teologica travestita da commedia farsesca. Dentro ci trovi Totò comico, Totò tragico, Totò surreale. È un trittico vivente. È come se Eduardo, Chaplin e Pirandello si fossero fusi insieme e avessero detto “Facciamoci Totò”. E Totò si fece. E, come tutte le divinità complesse, Totò si manifesta in tre livelli recitativi distinti e inseparabili:

  • Il realista disilluso, che vive la miseria con la naturalezza di chi la conosce meglio del proprio indirizzo;
  • Il comico che ride per non piangere, maestro di gag, cadute, sberleffi e silenzi più eloquenti di mille monologhi;
  • Il farsesco meta-umano, un clown antico, beffardo, che trasfigura la realtà con una smorfia e un'alzata di sopracciglio.
📺 Un film nato da un’interiezione e cresciuto come un trattato sociologico

La scintilla iniziale? Una battuta, un lampo di genio scagliato anni prima in Totò le Mokò: “Siamo uomini o caporali?”. Ma qui quella frase prende carne, respiro, struttura narrativa e ambizioni. È il cuore pulsante del film, il suo manifesto politico-esistenziale, il suo Credo laico. È lo spartiacque tra chi comanda e chi subisce, tra chi finge di sapere e chi sa di non sapere, tra chi pesta e chi viene pestato con garbo.

👥 Totò e Paolo Stoppa: due volti per mille identità

Nel film, Totò è sempre Totò. E questo è il colpo di genio. Un’unità stilistica coerente, che consente allo spettatore di riconoscere in ogni situazione, travestimento o contesto la medesima anima errante e maltrattata. Ma la trovata altrettanto brillante è quella degli “eterni caporali” interpretati da Paolo Stoppa:

  • è il direttore megalomane,
  • il fascista borioso,
  • il nazista sadico,
  • l’americano invadente,
  • il giornalista cinico,
  • il borghese imprenditore lombardo.

Lui cambia volto, Totò no. Perché il potere si camuffa, ma l’umanità che lo subisce è sempre la stessa. È il meridionale che risponde “Io so’ napoletano” a chi gli chiede se è saggio. Come dire: la saggezza non basta se sei nato per obbedire.

✂️ Quando la censura si mette in mezzo tra uomo e caporale

Non poteva andare tutto liscio. Il film, del resto, è troppo audace per i tempi, troppo lucido per essere preso per semplice farsa, troppo amaro per passare per commedia. E così giù di tagli!
Addio alle signore discinte (Dio ci scampi!), alle battute contro i ministri (poverini!), ai dialoghi troppo veri per non essere considerati pericolosi. Ma qualche frase sopravvive, come reliquia indecorosa e meravigliosa:

“Si stava meglio quando si stava peggio”.
Che non è solo un motto, è una diagnosi sociale.

🎶 Canzoni, Cinecittà e la cammesella

Per non farci mancare nulla, c’è anche la musica. Totò canta “Còre analfabbeta”, sua creatura musicale, inno dolente all’amore incompreso. E poi si lancia nella più esplicita delle invettive da avanspettacolo, “E llevate 'a cammesella”, che già dal titolo lascia poco spazio all’immaginazione e molto alla censura.

In una delle prime sequenze lo troviamo a Cinecittà, comparsa tra le comparse, ingranaggio umile e frustrato del grande meccanismo cinematografico. È lì che inizia la sua parabola di umiliato per vocazione.

🔁 Surrealismo e zittite cronica

Il regista, Camillo Mastrocinque, che sapeva leggere nel volto di Totò come in una radiografia dell’anima napoletana, miscela i generi con una sapienza degna di un alchimista: realismo, commedia, farsa e una buona dose di surrealismo esistenziale, come nella scena in cui Totò viene sistematicamente azzittito dal magnate americano a suon di “Zitto, tu...”.
Una tortura psicologica in forma di sketch, un balletto dell’assoggettamento, uno strip-tease del potere.

🚨 Il Lager, la farsa e il pianto non detto

C’è persino una breve, agghiacciante incursione nella realtà concentrazionaria, con un accenno ai lager che lascia presagire l’orrore. Era il 1955, e in Italia il trauma era ancora troppo fresco per essere affrontato di petto. Ma Totò – che non era solo un clown – riesce a evocarlo con la leggerezza apparente di una farsa che diventa tragedia. Solo quattro anni dopo uscirà Kapò di Pontecorvo. Totò era già lì.

🎬 Il finale che non finisce

Come in Yvonne la nuit, anche qui il film si chiude con una mestizia silenziosa. Ma è più dura, più consapevole. Totò guarda verso il nulla, con quegli occhi liquidi e spenti che fanno male. Il film finisce, ma la domanda resta sospesa:
“E adesso, chi saranno i prossimi caporali?”
Perché tanto lo sappiamo: i caporali non muoiono mai, cambiano solo uniforme, parlano un italiano migliore e hanno una pagina LinkedIn aggiornata.

🏁 Considerazioni finali: Totò come antidoto al potere (ma con eleganza)

Totò, in questo film, ci fa ridere, ci fa pensare, e soprattutto ci fa vedere. Vedere le gerarchie, le violenze invisibili, i soprusi piccoli e quotidiani. Ci mostra che la comicità è una lama affilata, non un cuscino. E che ridere, a volte, è l’unico modo dignitoso per rimanere umani.

Totò non è solo uomo, né solo caporale.
Totò è il riflesso della nostra condizione.
E ogni volta che qualcuno ci dice “Zitto, tu!”, dentro di noi una voce dovrebbe rispondere, con la sua inflessione inconfondibile:
“Siamo uomini, e non caporali!”


Le scene più celebri e memorabili del film Siamo uomini o caporali?, scandagliando ogni battuta e ogni smorfia come se stessimo studiando una reliquia sacra del cinema italiano, e senza mai dimenticare che Totò, quando ride, piange. E viceversa.

🎬 L’omino della fila: Totò e la burocrazia del nulla

Una delle sequenze più emblematiche e oggi attualissime è quella in cui Totò è l’omino della fila: un povero cristo che si offre di fare la fila al posto degli altri, dietro compenso. È la versione grottesca e geniale dell’“arte di arrangiarsi”, ma anche una critica spietata al sistema che crea file infinite, pazienti disperati e persone che vivono sulle attese altrui.

In questa scena, la comicità nasce dall’assurdo burocratico: Totò è un professionista dell’attesa, vende tempo in un mondo dove il tempo di chi sta in fondo alla scala sociale vale meno di niente. E il grottesco esplode quando qualcuno gli chiede:

“Ma lei che fa?”
E lui, serissimo:
“Io faccio la fila.”
Totò è già Beckett prima che Beckett diventi di moda.

🎖️ L’istruttore militare fascista: l’obbedienza è una farsa

In uno dei flashback che rappresentano la parabola del “caporale eterno”, Totò è sotto il comando di un caporale fascista (Paolo Stoppa), figura tragicomica che urla ordini assurdi, con una retorica militaresca tanto roboante quanto idiota.

La scena è un piccolo capolavoro di sberleffo antimilitarista, in cui Totò – spaesato e svogliato – risponde con uno sguardo smarrito, quasi rassegnato. Quando gli chiedono:

“Lei è con la patria?”
Risponde più con gli occhi che con la bocca. La patria? Sì, ma senza caporali, grazie.

Qui Totò fa qualcosa di straordinario: non resiste attivamente, non sfida frontalmente, ma si sottrae, si infila nelle crepe del comando, fa il fesso per non fare la guerra. È disobbedienza passiva in forma di farsa.

🧳 La scena del lager: comicità nel cuore dell’orrore

In una sequenza sorprendentemente audace per il 1955, Totò viene internato in un campo di concentramento nazista. È una delle prime rappresentazioni – seppur brevi – del lager nel cinema italiano. La scena è surreale, ma ha una potenza tragica che la fa emergere con forza nel contesto farsesco del film.

Non c’è patetismo né retorica: Totò si muove in uno spazio disumano senza perdere umanità. La sua presenza lì è paradossale e disturbante, perché la sua maschera comica si staglia come un’anomalia in un universo dominato dall’orrore.
È Charlot nei tempi moderni portato all’estremo, è il riso che implode nella tragedia, e ci ricorda che il comico può esistere anche dentro la barbarie, ma non per far ridere, bensì per far pensare.

🗣️ “Zitto, tu!” – La zittitura sistematica come metafora del potere

Una delle trovate registiche e drammaturgiche più geniali del film è la reiterazione ossessiva di una sola frase:

“Zitto, tu!”
Pronunciata da Paolo Stoppa in una delle sue molteplici incarnazioni del potere.

Totò tenta di parlare, di spiegarsi, di raccontare la sua verità, ma viene costantemente interrotto, respinto, messo a tacere come un bambino fastidioso. È la morte simbolica del dissenso, la soppressione della voce degli umili, la tirannia quotidiana esercitata con una scrollata di spalle e un comando breve e tagliente.

È una scena che si ripete, ma non stanca mai. Ogni volta che Totò prova a ribellarsi, un “Zitto, tu!” lo ricaccia nel silenzio. E ogni volta il suo sguardo si fa più amaro, più rassegnato, più tragicamente ironico.
Totò non è solo zittito: è esautorato. Eppure il suo silenzio urla più forte di mille discorsi politici.

💄 L’impresario e le indossatrici: la satira sociale nel camerino

In una scena memorabile (e tagliuzzata dalla censura), Totò è coinvolto in una situazione paradossale nel mondo dello spettacolo: un provino in cui indossatrici svestite e impresari volgari fanno da contorno a un sistema dello spettacolo già allora marcio di sessismo e cinismo.

Lui è un povero attore che sogna di “essere qualcuno”, ma viene guardato come un oggetto ridicolo, trattato come un avanzo dell’avanspettacolo, del varietà popolare, in un mondo che vuole solo corpi da esibire e volti patinati.
Totò entra, cerca di recitare, ma viene ignorato o ridicolizzato. È il trionfo dell'apparenza sulla sostanza.
Un frammento amaro, che anticipa le tante umiliazioni della vita artistica. E Totò ne sa qualcosa.

🧓 Il dialogo finale: il volto che diventa specchio

Nel climax finale, Totò guarda verso la macchina da presa. È un lungo, inesorabile primissimo piano. Gli occhi non recitano: raccontano. Sono lenti, tristi, consapevoli. Non c'è più niente da dire, perché lo ha detto tutto. L'unica domanda che resta, sospesa come un colpo in canna, è:

“Siamo uomini o caporali?”

Ed è rivolta a noi.
È lo sguardo-verdetto dell’umanità ferita, sopravvissuta, mai redenta. È come se Totò uscisse dal film e ci sfidasse, dicendo:

“Hai riso? Bene. Ora spiegami perché.”


Così la stampa dell'epoca

Come Siamo uomini o caporali? fu accolto nel 1955 da critica, pubblico e censura, suddiviso per aree tematiche, scavando tra recensioni d’epoca, giudizi trascurati, applausi calorosi e tagli imbarazzati — perché, come ben sa ogni “uomo”, quando i caporali si accorgono che qualcuno li deride, si vendicano... con le forbici.

🎟️ Il pubblico: applausi a scena aperta e risate amare

L’accoglienza del pubblico fu caldissima, se non addirittura esplosiva. Il film incassò moltissimo, ben oltre le aspettative. Le sale italiane si riempirono da nord a sud, da Trento a Trapani, con file fuori dai cinema che testimoniavano un’identificazione immediata con il protagonista e il messaggio.

Perché? Perché Totò, con la sua maschera tragica e buffa, incarnava l’uomo medio italiano del dopoguerra:

  • stanco di farsi comandare,
  • stanco di tacere,
  • stanco di ridere per sopravvivere,
  • ma ancora in piedi, ancora dignitoso.

Il pubblico non vedeva semplicemente Totò: si vedeva riflesso in lui. Chi aveva patito il fascismo, la guerra, la fame e il dopoguerra, trovava nella sua figura una voce, una rivalsa, una carezza comica.
Il film divenne una sorta di rito collettivo di catarsi, una confessione pubblica in cui tutti ridevano della propria tristezza.

🧾 La critica: tra miopia e snobismo con un pizzico di imbarazzo

Al contrario del pubblico, la critica ufficiale dell’epoca accolse il film con un misto di perplessità, sufficienza e imbarazzo.

Le principali riviste del tempo, da Cinema Nuovo a Il Dramma, si divisero tra chi lo bollava come

"commedia grottesca di modesto impegno civile",
e chi ne intravedeva un
“tentativo interessante, ma irrisolto, di coniugare la farsa con la denuncia sociale”.

Il nome di Totò, purtroppo, giocava a sfavore della lettura colta: troppo legato al varietà, all’avanspettacolo, alla comicità popolare.
L’idea che un attore così potesse parlare di fascismo, potere, lager, sfruttamento risultava indigesta ai critici abituati al neorealismo accademico.

Un esempio emblematico è il commento apparso su L'Unità del 2 marzo 1955:

“Totò recita bene, ma quando cerca il dramma inciampa nella smorfia.”
Ecco. Smorfia. Come se un clown non potesse piangere.

In realtà, solo anni dopo, con lo sdoganamento del Totò “poeta”, “filosofo”, “surrealista”, la critica comincerà a rivalutare il film retroattivamente, individuandolo come uno dei primi tentativi riusciti di commedia civile alla italiana.

✂️ La censura: forbici impaurite e tagli “strategici”

Se la critica storceva il naso, la censura invece si armava di bisturi, o forse meglio dire: di accetta.

Nonostante la legge del 1923 fosse ancora in vigore e i meccanismi censorii avessero ormai imparato a convivere con il cinema italiano, Siamo uomini o caporali? fu oggetto di una vera e propria operazione di “contenimento”, una bonifica ideologica per evitare “incidenti” con la classe politica e i custodi della morale pubblica.

I tagli imposti furono di vario tipo:

✂️ Scene eliminate o pesantemente ridotte:
  • Indossatrici e signore svestite: giudicate immorali.
  • Satira politica diretta: come la battuta
  • “Questi ministri sono brutti, brutte espressioni, brutti visi.”
    → Eliminata per non urtare suscettibilità di governo e di opposizione.
  • Commenti sull’Italia del dopoguerra troppo espliciti.
  • Alcuni riferimenti al fascismo attenuati o alleggeriti, per non creare imbarazzo nei salotti romani ancora pieni di ex-gerarchi convertiti alla democrazia.
✂️ Battute “tollerate” ma sotto osservazione:
  • “Si stava meglio quando si stava peggio” fu lasciata, ma annotata nei verbali censorii come “ambigua e discutibile”.
  • L’accenno al lager fu mantenuto, probabilmente perché breve e mascherato da tono farsesco, ma la scena restò sotto sorveglianza morale.

La censura vietò inoltre che Paolo Stoppa interpretasse un solo personaggio in tutte le vesti del potere: inizialmente, infatti, il suo era un unico “caporale eterno” che cambiava solo divisa. Ma l’idea venne considerata sovversiva e potenzialmente sovra-politicizzata. Così fu costretto a interpretare figure distinte, pur simili.
Una soluzione di compromesso, che però non riuscì a cancellare la forza satirica del messaggio.

📊 Una sintesi finale: tra successo popolare e rischio politico

SettoreReazioneNote
Pubblico 🔥 Entusiasta Il film sfondò al botteghino grazie all’identificazione collettiva.
Critica 😐 Tiepida Alcuni intuirono la qualità, altri lo giudicarono macchiettistico.
Censura ✂️ Nervosa Tagliò scene “scomode” e alleggerì le accuse al potere.
Totò stesso 🎭 Straordinario Fu uno dei ruoli più “completi” della sua carriera, comico e drammatico insieme.


Nell'estate del '54 l'attore annuncia che Franca e lui avranno presto un erede: lo battezzeranno col nome Massenzio o di Teodora, dai nomi dei gloriosi antenati bizantini. Massenzio nasce prematuro, il 12 ottobre '54 e vive solo poche ore. Per Franca e Antonio, perseguitati anche dalla condanna dei perbenisti, sono settimane di disperazione. Per qualche tempo Totò evita i teatri di posa. Quando torna sul set, il suo lavoro sembra risentire di una nuova tristezza. Siamo uomini o caporali?, diretto da Mastrocinque tra febbraio e marzo del '55, vorrebbe essere il suo film-manifesto e non a caso porta lo stesso titolo della sua malinconica autobiografia.

Alberto Anile


In 'Siamo uomini o caporali' Totò ha un poco ritrovato se stesso, dopo essersi perduto dietro a tutta una serie di farse scucite e sciatte, prestandosi ad esibirsi nei lazzi più risaputi. [...] Certo, il soggetto, che è dello stesso Totò, si poteva prestare a ben altro tipo di satira [...]

Aldo Scagnetti, 1955


Il più recente, e non tra i peggiori, film di Totò è questo «Siamo uomini o caporali» (1955) che il regista Mastrocinque ha diretto con particolare cura forse per farai perdonare i peccati di tanti film raffazonati assai disinvoltamente. Il soggetto è dello stesso Totò che, gli sceneggiatori Metz, Nelli e Mangini aiutando, vuol riproporre l'eterno contrasto tra chi ubbidisce e chi comanda, o se volete, tra i fessi e i furbi: insomma, per dirla con Totò, tra gli «uomini» e i «caporali». In chiave farsesca naturalmente, ma non senza una sua spicciola filosofia, amara come la conclusione che vuole l’uomo soccombente di fronte al caporale. Ed ecco Totò, preso per pazzo, raccontare allo psichiatra tutti i suoi guai per cui in guerra, in campo di concentramento, nella vita civile, e persino in amore, ha sempre finito per trovarsi alle prese con i «caporali» e per averne ogni volta la peggio.

Il film non nasconde le ambizioni satiriche che vediamo esercitarsi anche contro aspetti attualissimi del nostro costume (Totò, «figlio del secolo», coinvolto in una vicenda che potrebbe anche ricordare II caso Montesi). Ma la satira rimane a fior di pelle e non sempre è di buon gusto; e, per strappare la risata, si preferisce ricorrere a trovate ed espedienti già collaudati. Però — e anche qui si nota un progresso — ci s'affida meno alla volgarità e lo stesso Totò, efficacemente sostenuto da Paolo Stoppa che via via impersona i vari «caporali», appare meno convulso ed esagitato del solito. In alcuni momenti il suo viso si atteggia in una maschera cosi umana che fa rimpiangere le occasioni perdute da questo grande attore comico.

«La Stampa», 27 agosto 1955


"IMBECILLISMO E CAPORALIMO"

Petrolini e Totò filosofi

Diceva Gustavo Flaubert che «l'imbecillità è una fortezza inespugnabile: qualunque cosa v'urti contro invariabilmente si spezza». Imbecilli si nasce imbecilli ai cresce; imbecilli si va all’altro mondo. E tuttavia la vita vi dimostra che no gli imbecilli, molte volte troppe volte, ad aver ragione. I meno dotati sono coloro i quali navigano col vento in poppa. Gli intelligentissimi, novanta volte su cento, sono soltanto dei poveri naufraghi. Una spiegazione? Difficile darla. Forse la provvidenzialità di Madre Natura, la quale conferisce il bernoccolo della «praticità» a coloro che non dotò il cervello sopraffino. «Caporalismo», come sinonimo accettato di ottusaggine, di grossolanità, di zoticume, di balordaggine spinta al parossismo l’ha centrato un comico illustre, che ha fatto sganasciar dalle rìsa tutto il mondo. L'ha centrato in pieno Totò. Totò filosofo dice : «Siamo uomini o caporali!».

Petrolini alla sommità del suo «imbeclllismo», supremamente geniale e lapidatore, aveva issato il «perchè si» di Fortunello, che rispondeva a tutti i «perchè» di questo mondo Petrolini sapeva essere sulla scena supremamente imbecille quando la macchietta, quando il personaggio lo esigevano. Perchè, per saper essere imbecilli a comando, bisogna essere superlativamente intelligenti. Non c’è imbecille autentico che sappia far l'intelligente, mentre è vero il contrario.

Dunque: uomini o caporali, tout court. Ripensiamo ai casi nostri. Avevamo sedici anni, eravamo all'ultimo anno della «grande» guerra e voi, che avete fatto l'imbroglietto alle verità anagrafiche, siete riusciti ad arruolarvi volontario. Il dragoncello, il soldatino semplice lo avete fatto, in guarnigione, pochi giorni. Quant'è bastato perchè un caporale classico, ignorante come una cocuzza, un bel giorno, vedendovi «fuori ordinanza», sapendovi un «fringuellino» studente di liceo, il quale di sua propria volontà era venuto alle armi e aveva chiesto di partir per il fronte con «un altro» squadrone in partenza, vi «schiaffa» in iscuderia. E voi doveste obbedire perchè il caporale era «un vostro superiore e basta!» Al fronte, il capitano comandante lo squadrone (che non aveva cervello) raccoglie gli «studentini» volontari e dice loro: « Non avete mani per fare un buon servizio dì uomini di truppa. Avete il titolo di studio il vostro posto è al Corso Allievi Ufficiali. Sarete ufficiali eccellenti: sareste pessimi dragoni di truppa». Un tenente colonnello contabile vi incontra poi un giorno (mentre eravate a Roma in attesa di nomina a sottotenente), in attillata divisa di allievo e con la «cravache» in mano. Vi chiama vi «cicchetta» in pubblico per la «cravache».

Era, benché, tenente colonnello, un eterno caporale, che perfino non capiva come in Cavalleria si potesse andare... anche a cavallo. E questo, proprio questo vuol dimostrare Totò col suo soggetto che — mi dicono — vi farà conoscere un Totò attore quale mai lo avete veduto, inteso, supposto. Siamo uomini o caporali? E’ vero: a un certo momento tutti vi sarete trovati di fronte a un cervello grosso di caporale, anche fuor delle armi. Il vostro «principale» in ufficio, una testa dura come un macigno, il quale v'ha obbligati a fare cose supremamente imbecilli e dannose addirittura per l'ufficio. E, se voi gli avete detto «Badi, Cavaliere, io credo che,..», quello vi avrà fatti licenziare in quattro e quattr’otto. Un Totò che cerca lavoro perchè la fame lo assilla: e, quando lo trova, un «caporale» (tutti i suoi antagonisti caporali avran la perspicacia, di un Paolo Stoppa) gli attraversa la strada. E' un timido e disgraziato, questo protagonista «uomo»: è innamorato alla follia di una bella figliola, a cui dà vita Fiorella Mari. e mai saprà dirle che l’ama. S’adatta a far la comparsa e un «caporale» lo perseguita; perfino, per opera di un «caporale», sarà condannato dai tedeschi (un inciso dell’ultima guerra) alla fucilazione. E un Santo lo salva. Tutt'una vita «attraversata » dall'imbecillità prepotente dei caporali e, quando finalmente crede di aver migliorato un po’ il suo destinaccio, trova la forza per decidersi a dichiarare il suo amore alla bella figliola, ecco che che lo ultimo «caporale», un giovanottone di più o meno belle speranze, gliela porta via.

Ho evocato Petrolini : «Peppe er Pollo» o « Chicchignola»? Certo è che una fotografia di Totò, il quale suona la chitarra accanto a colei che ama in «Uomini e caporali», vi dà una maschera di Totò così umana, cosi sofferta e, nel tempo stesso dissimulante per necessità di «pathos» da richiamarvi la maschera del grande Ettore quando, cieco, nel «Cortile» di Fausto Maria Martini, contava una dolorosa serenata alla sua bella : «Ohi Marì, ohi Marì, quanto suonne aggio perso pe’ te !... »

Leone Latino, «La Nuova Gazzetta di Reggio», 28 agosto 1955


1955 08 28 Noi donne Siamo Uomini O Caporali intro

Il servizio cinematografico pubblicato sulla rivista Noi Donne nell'agosto del 1955 offre un'approfondita panoramica fotografica e narrativa del film Siamo uomini o caporali?, diretto da Camillo Mastrocinque e interpretato da Totò, Paolo Stoppa e Fiorella Mari, prodotto e distribuito dalla Lux Film. Attraverso una successione di fotogrammi commentati, l'articolo riassume le peripezie del protagonista, il quale, internato in una clinica psichiatrica, illustra al medico la propria personale filosofia di vita, divisa tra gli uomini veri, perennemente oppressi, e i caporali, ossia i prepotenti che cercano di dominare il prossimo. La narrazione ripercorre i vari episodi biografici del personaggio, dalle disavventure sui set cinematografici romani fino alle drammatiche esperienze durante la guerra, tra scambi di persona, la prigionia in un campo di concentramento nazista e i successivi tentativi di sopravvivenza nella Roma del dopoguerra, fino all'amaro e disilluso finale.

  • La genesi della ribellione descrive come Totò venga condotto in una clinica psichiatrica e sottoposto a esame medico, sede in cui spiega l'origine dei suoi tormenti, legati alla costante sottomissione a individui prepotenti che egli definisce categoricamente come caporali.
  • I disastri sul set ripercorrono gli errori del protagonista che, alla ricerca di un lavoro, finisce per sbaglio prima in un teatro di posa di un film sull'antica Roma, subendo gli improperi di un dispotico capocomparse interpretato da Paolo Stoppa, e successivamente in una scena di ambientazione napoleonica dove minaccia i presenti con una sciabola.
  • La prigionia e la fuga documentano il periodo bellico in cui Totò, dopo aver tentato di sbarcare il lunario spacciandosi per gerarca fascista, viene catturato, denunciato e deportato in un campo di concentramento nazista diretto da un rigido comandante militare; qui viene persino destinato a fare da cavia per esperimenti scientifici sulla radioattività prima di riuscire a scappare.
  • Le speculazioni del dopoguerra mostrano il ritorno a Roma e il tentativo di guadagnarsi da vivere firmando memoriali scandalistici per un giornale, il cui direttore, rivelatosi l'ennesimo caporale, non esita a farlo segregare per evitare la scoperta del falso storico.
  • L'immutabilità del destino si manifesta nel finale della vicenda quando il medico, compreso che Totò non è affatto pazzo ma soltanto una vittima della società, decide di dimetterlo; tuttavia, appena uscito dalla clinica con la speranza di ritrovare l'amata Sonia, il protagonista la scorge a bordo di una lussuosa automobile accompagnata da un uomo che mostra i tratti inconfondibili del solito caporale.

L'ampio spazio dedicato da Noi Donne a Siamo uomini o caporali? testimonia la rilevanza culturale di una pellicola che segna una tappa fondamentale nella filmografia di Totò, qui autore anche del soggetto e della sceneggiatura insieme a Mastrocinque. L'opera codifica una delle più celebri intuizioni sociologiche e filosofiche del comico napoletano, elevando la macchietta a satira sociale e politica dell'Italia del Novecento. La contrapposizione tra l'uomo comune, costretto a subire le ingiustizie per sopravvivere, e il caporale, inteso come incarnazione dell'autoritarismo piccolo-borghese o dittatoriale, riflette perfettamente i traumi ancora freschi della seconda guerra mondiale e del fascismo, trasformando la commedia in un'amara riflessione sulla natura umana e sulle dinamiche del potere che non risparmia nemmeno le disillusioni della ricostruzione post-bellica.

«Noi Donne», anno X, n. 34, 28 agosto 1955


L'articolo pubblicato su «Vie Nuove», anno X, n. 34, del 28 agosto 1955, presenta il film "Siamo uomini o caporali?", diretto da Camillo Mastrocinque e interpretato da Totò insieme a Paolo Stoppa, Fiorella Mari, Franca Faldini e un ricco cast di caratteristi. Il servizio illustra la trama della pellicola, mettendo in evidenza il messaggio satirico contro ogni forma di autoritarismo e abuso di potere, uno dei temi più significativi del cinema di Totò.

  • Presentazione del film L'articolo introduce "Siamo uomini o caporali?" come una nuova produzione Lux Film, ricordando il regista Camillo Mastrocinque e i principali interpreti che affiancano Totò.
  • La vicenda di Totò Il protagonista racconta la propria vita a uno psichiatra, ripercorrendo una lunga serie di soprusi subiti fin dall'infanzia da parte dei "caporali", simbolo di ogni forma di prepotenza e sopraffazione.
  • Una satira universale Attraverso episodi ambientati durante la guerra, nel dopoguerra e nel mondo dello spettacolo, il film mostra come i "caporali" possano assumere ogni volta un volto diverso, ma rappresentino sempre il potere esercitato senza umanità.
  • L'amore per Sonia Nella storia trova spazio anche la relazione sentimentale con Sonia, continuamente ostacolata dagli eventi e dagli uomini di potere che condizionano la vita del protagonista.
  • Comicità e denuncia sociale Le fotografie selezionate evidenziano le scene più spettacolari e comiche del film, senza nascondere il contenuto di critica sociale che caratterizza l'intera narrazione.
  • Il significato del titolo L'interrogativo "Siamo uomini o caporali?" diventa il filo conduttore dell'opera e sintetizza la distinzione morale tra chi vive con rispetto e solidarietà e chi, invece, impone la propria volontà con arroganza e abuso di potere.
  • Un'opera tra le più importanti di Totò Il servizio lascia emergere come il film rappresenti uno dei lavori più maturi dell'attore, capace di fondere comicità, amarezza e riflessione civile in un racconto di grande efficacia.

L'articolo testimonia la grande attenzione riservata dalla stampa dell'epoca a uno dei film più significativi della carriera di Totò. Pur presentandolo come una commedia ricca di situazioni esilaranti, il servizio mette in luce il valore allegorico dell'opera, destinata a diventare uno dei manifesti più efficaci del cinema di Totò contro l'autoritarismo, la sopraffazione e l'ingiustizia sociale.


Totò, creduto pazzo, racconta allo psichiatra come, durante tutta la sua vita, egli è stato vittima dei prepotenti, ch’egli chiama « caporali ». Era stato proprio un caporale, egli racconta, a denunciarlo ai tedeschi, durante la guerra, e a farlo finire in un campo di concentramento. Qui Totò s’innamora di una ragazza, Sonia, e riesce a procurarsi nascostamente un po’ di cibo, finché un altro caporale, il comandante del campo non lo condanna alla fucilazione. Un contrordine, dato da altri « caporali », fa di Totò una vittima per gli esperimenti atomici. Finita la guerra Totò e Sonia, miracolosamente sopravvissuti, raggiungono Roma occupata dagli alleati. Qui Totò trova lavoro, dopo molte peripezie, in uno spettacolo destinato alle truppe, ma un nuovo * caporale », il manager, insidia Sonia, che si ribella. Cosi essi tornano in miseria. Venuta poi l’epoca dei memoriali Totò si lascia convincere a firmarne uno, ma un altro « caporale », un direttore di giornale, lo caccia in un mare di guai. Raccontando cosi al medico tutte le sciagure della sua vita Totò lo convince che è perfettamente savio. Viene lasciato uscire dalla clinica, ma qui una sorpresa lo attende: Sonia ha trovato un altro, un «caporale».

«Vie Nuove», anno X, n. 34, 28 agosto 1955


E’ l'ultimo film di Totò prodotto da Alfredo De Laurentis per la Lux Film su soggetto di Antonio De Curtis (Totò). Prendendo lo spunto da una famosa battuta già sfruttata in un suo spettacolo di rivista, Totò narra la storia di un uomo che deve combattere nella vita contro i «Caporali» coloro cioè che par si divertano ad opprimere i poveri diavoli col peso della loro autorità. Storia patetica e spassosa nel medesimo tempo. Colla regia di Mastrocinque, e colla brillante sceneggiatura di Vittorio Metz, Nelli e Mangini, Totò e Camillo Mastrocinque ci troviamo di fronte alla brillante interpretazione del bravo Totò, di Paolo Stoppa, di Fiorella Mari, Franca Faldini, Nerio Bernardi, Agnese Dubbini, Gino Buzzanca e Loris Gizzi. Un film da vedere per farsi un po’ di buon sangue in questi tristi tempi del giorno d’oggi.

«Corriere Biellese, 1 settembre 1955


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L'articolo di Stefania Mauri, pubblicato su «Novellefilm», n. 402, del 3 settembre 1955, propone un ampio reportage dedicato al film "Siamo uomini o caporali?", seguendo la vicenda attraverso un ricco racconto illustrato e numerose fotografie di scena. Più che una semplice presentazione del film, il servizio accompagna il lettore nella storia del protagonista, mettendo in risalto il significato morale dell'opera e il messaggio di Totò contro ogni forma di sopraffazione e abuso di potere.

  • Un grande racconto fotografico Il servizio ripercorre l'intera trama del film attraverso numerose immagini commentate, seguendo passo dopo passo le vicende del protagonista interpretato da Totò.
  • Il dilemma tra uomini e caporali L'articolo sviluppa il tema centrale dell'opera: l'umanità è divisa tra chi vive nel rispetto degli altri e chi esercita il proprio potere con arroganza, violenza e prepotenza.
  • Una vita segnata dai soprusi Totò Esposito racconta la propria esistenza, costellata dall'incontro con "caporali" di ogni genere: militari, burocrati, funzionari, impresari e uomini che abusano del proprio ruolo.
  • L'amore per Sonia Un ampio spazio è dedicato alla storia d'amore con Sonia, continuamente ostacolata dalle circostanze e dai soprusi subiti dal protagonista, ma destinata a rappresentare il momento più umano e delicato del racconto.
  • Comicità e satira sociale Le situazioni comiche, gli equivoci e le celebri gag convivono con una costante critica ai meccanismi dell'autoritarismo, rendendo la risata uno strumento di denuncia sociale.
  • Il percorso del protagonista Dalla guerra ai campi di concentramento, dagli studi cinematografici agli uffici, fino al mondo dello spettacolo, Totò affronta una lunga serie di ingiustizie senza perdere la propria dignità e il proprio spirito ironico.
  • Un cast di primo piano Il servizio ricorda gli interpreti principali della pellicola, tra cui Paolo Stoppa, Fiorella Mari, Franca Faldini, Nerio Bernardi, Mara Werlen e numerosi caratteristi che contribuiscono alla riuscita del film.
  • Una riflessione ancora attuale L'articolo evidenzia come la distinzione tra "uomini" e "caporali" non appartenga soltanto alla finzione cinematografica, ma rappresenti una metafora valida per ogni epoca e per ogni ambiente della società.

Questo lungo reportage testimonia l'importanza attribuita dalla stampa dell'epoca a "Siamo uomini o caporali?", considerato fin dalla sua uscita una delle opere più significative di Totò. Attraverso un linguaggio semplice e numerose fotografie, Stefania Mauri mette in evidenza come la pellicola riesca a fondere comicità e riflessione civile, offrendo una critica profonda all'autoritarismo e all'opportunismo senza rinunciare alla leggerezza che ha reso Totò uno dei più grandi interpreti della commedia italiana.

Stefania Mauri,«Novellefilm», n.402, 3 settembre 1955


Meglio elaborato del soliti film con Totò, questo "Siamo uomini o caporali", di Mastrocinque, che prende le mosse dall'interrogativo reso di nuovo famoso dal popolare comico, stavolta però il protagonista non interroga, ma asserisce: siamo uomini o caporali. Ed afferma che gli uomini si dividono in due categorie. Una esigua minoranza di «caporali» ed una moltitudine di uomini qualunque che li subiscono. Poi narra le sue peripezie ad uno psichiatra, dai tempi difficili della guerra, quando aveva da fare con caporali autentici, italiani e tedeschi, agli anni successivi durante i quali quegli esseri abominevoli portavano altre uniformi.

Ma «caporali» nell'animo se ne trovano anche fra i borghesi, e Totò ne incontra uno sotto forma d'un direttore senza scrupoli d'un giornale scandalistico, il quale lo trasforma in «figlio del secolo», destinato a finire in gattabuia. Tutti questi «caporali» che rendono grama l'esistenza di Totò, hanno il ghigno di Paolo Stoppa. Entrambi in ottima forma, costituiscono una coppia riuscita, alla quale si unisce la graziosa Fiorella Mari. La quale, adorata dall'uomo qualunque, finisce naturalmente fra le braccia del «caporale». Finale patetico, ma senza dubbio coerente, d’un film esilarante.

«Corriere della Sera», 3 settembre 1955


Il mondo è costituito nella grandissima maggioranza di deboli, i quali si imbattono sempre in qualcuno più fortunato o più furbo per averne la peggio. Questi tartassatori sono i «caporali» della vita, quelli che comandano ai poveracci. In tutti i campi e In tutte le circostanze. L'ingiustizia e la fatalità ispirano il film «Siamo uomini o caporali» nel quale Totò è vittima dei soprusi della immancabile figura del gallonato dell’esistenza riuscendo talvolta a fargliela, ma a cui finisce per soccombere durante e dopo la guerra, mandato in un campo di concentramento e persino in manicomio. [...]

Se non che il film, diretto da Camillo Mastrocinque, si sperde presto in una commedia comica nella quale il tema Iniziale riaffiora soltanto alla fine, commedia interpretata nelle parti principali anche da Fiorella Mari, da Nerio Bernardi e da un Paolo Stoppa al quale riescono ottimamente le molte trasformazioni di personaggio.

«Corriere dell'Informazione», 3 settembre 1955


Il pubblico si è trovato di fronte a una opericciola con gusto e bonario compiacimento ironico-satirico, senza gravi cedimenti, ma anzi congegnata su una serie di trovatine, se pure non eccessivamente originali, tuttavia sufficientemente estrose e piacevoli. Alle facili battute del dialogo il pubblico ride e si diverte, non dimenticando, nel suo spasso, l'interpretazione gustosa e sapida del suo beniamino Totò.

Vice, «La Voce Repubblicana», 4 settembre 1955


«Il mondo - dice Totò - è diviso in due grandi parti: gli uomini e i... caporali. I primi sono la maggioranza, i secondi la minoranza ma vogliono ugualmente comandare facendo la “faccia feroce”». Così, nel film “Siamo uomini o caporali”, diretto con brio da Camillo Mastrocinque, [...] Il film, che ha un finale patetico, vuol essere, come si vede, una satira. Ma è una satira che non va avanti solo in chiave di farsa: ci sono annotazioni e situazioni dolorose nelle quali Totò si rivela un grande attore.in altre parti è il solito ”mimo” che conosce l'arte di far ridere. Certa lentezza di ritmo nella regia è superata da una recitazione accurata di tutti i personaggi a cominciare dal dinamico Paolo Stoppa che appare sotto molteplici aspetti... caporaleschi.»

Vice, «Momento Sera», 4 settembre 1955


Vice, «Paese Sera», 4 settembre 1955


Siamo uomini o caporali non è evidentemente per Totò, autore del soggetto e collaboratore alla sceneggiatura, soltanto una battuta, esprime bensì una teoria che il popolare comico, capitato in un manicomio dopo aver combinato un sacco di guai a Cinecittà, ha modo di chiarire col dottore che lo esamina. Non si tratta dei terribili "caporali di giornata", ma di tutti quegli uomini che, qualunque posto nella vita occupino, (e generalmente sono quelli di comando), vanno avanti con la mentalità del caporale che è così tipica, così definita che, qualunque posto nella vita e una vittima in ogni contingenza umana; e, nel film in questione Stoppa è il caporale, Totò è la vittima e le situazioni sono varie, a Cinecittà, durante il periodo bellico, in un campo di concentramento tedesco, durante l'occupazione Americana a Roma, nel periodo del dopoguerra caratterizzato dall'uscita dei "memoriali".

Lo spunto era abbastanza buono, come pure le intenzioni satiriche che ne sono alla base, ma di questa materia ben poco convincente è riuscito a farne Mastrocinque, qui non perdoniamo quel finale così dichiaratamente chapliniano, risolto in maniera del tutto infelice e con molto poco gusto. Saper copiare, almeno! Un discorso a parte va invece fatto per gli interpreti: bravissimo Stoppa nelle varie caratterizzazioni misurato e sufficientemente comico Totò, spontanea e suadente la brava Fiorella Mari, un po' acerba in verità, ma ricca di buone possibilità.

«Il Tempo», 5 settembre 1955


Secondo una semplicissima teoria che Totò espone in questo film il genere umano si divide in due categorie: quella degli uomini e quella più ristretta dei caporali. I primi lavorano, si affaticano e sono tiranneggiati per tutto il corso della loro esistenza; gli altri sono quelli che comandano e che - dotati di una naturale faccia tosta - riescono sempre a dominare incontrastati.

Qui l'uomo e Totò e il suo caporale Paolo Stoppa, che lo tiranneggia e lo segue come un'ombra durante il periodo fascista nelle vesti di un caporale della milizia, nel campo di concentramento dove è diventato un colonnello tedesco durante l'occupazione quale capitano delle truppe americane, capo gruppo degli studi cinematografici e infine quale ricco industriale che porta via al povero Totò la ragazza che amava. Resta così al nostro «uomo» soltanto l'amarezza di sentirsi tale e di aver trascorso una vita intera come schiavo.

Il film che vuole riecheggiare in tono minore un altro film presentato alcuni mesi fa, senza approfondire alcuno dei temi proposti, è ricco soltanto degli sberleffi di Totò. Paolo Stoppa ha reso bene nei vari personaggi.

«L'Avanti», 6 settembre 1955


Da questa frase, detta e ripetuta da Totò in più di un film o scenetta di rivista, è stata tratta la briosa pellicoletta che ha per protagonista lo spassoso comico napoletano. Questi impeversa, è la parola, dal principio alla fine in una serie di differenti macchiette e scene e battute, alcune delle quali veramente notevoli. Nei suoi vari travestimenti, da milite romano a soldato della Whermacht, Totò non manca di strappare risate e consensi, ben coadiuvato anche da Paolo Stoppa e Fiorella Mari.

«Il Monferrato», 23 settembre 1955


La celebrità, talvolta, fa perdere il senso delle proporzioni. Solo con questa considerazione si può spiegare — e giustificare — la mania di Totò di voler esporre una sua ''filosofia” della vita. Da anni, i suoi film ci avevano abituato a questa domanda in apparenza sibillina: siamo uomini o caporali? Oggi, lo stesso Totò ha scritto un soggetto in cui sono sviluppati su un piano vagamente satirico i concetti della sua filosofia spicciola. Per Totò, il mondo si divide in due categorie: della prima fanno parte gli uomini per antonomasia, cioè i buoni e i poveracci. I caporali, invece, sono gli sfruttatori e coloro che rendono la vita impossibile agli -'uomini qualunque” (non a caso nel film è usata questa espressione, nel corso di una lunga tirata programmatica del protagonista). La trama del filmetto — diretto alla meno peggio da Mastrocinque — sviluppa codesta semplicistica e non documentata suddivisione in buoni e cattivi. Totò è sempre buono, Paolo Stoppa è sempre caporale. Nei vari episodi. si assiste di volta in volta alle disavventure di Totò con un aiuto-regista autoritario, con un milite fascista, con un colonnello tedesco in un lager, con un ufficiale americano nella Roma dell'immediato dopoguerra, con il direttore di un grande settimanale in cerca di testimoni oculari di un delitto. Nell’ultima inquadratura, Totò si vede portar via la fanciulla del cuore da un industriale milanese, ultimo e definitivo caporale (sempre Paolo Stoppa, particolarmente efficace nelle singole caratterizzazioni).

Ridendo e scherzando, c’è la storia di quindici anni di vita italiana, minimizzata in una serie di scenette inconcludenti. Il solo episodio del milite fascista ha una certa forza satirica, ma subito dopo la scena del lager è di cattivo gusto mentre l’episodio del delitto
— presa in giro del caso Montesi
— tende a sottovalutare con un paio di innocue risate la gravità e i retroscena di uno scandalo clamoroso.
Concludendo, Siamo uomini o caporali? è uguale a tanti altri film di Totò, con l'aggravante del tema ambizioso sfruttato in maniera sbagliata.

Vice, «Cinema Nuovo», 10 ottobre 1955


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«Noi Donne», anno X, 2 dicembre 1955


In una lettera, «i gradi di caporale», il guardiano di un ospedale è tacciato di rigida osservanza di sapore borbonico perché è stato ligio ai regolamenti. Non ritengo che sia di buon gusto mettere alla ribalta i «gloriosi gradi di caporale». Troppo spesso, forse per una battuta infelice dei comico Totò, si ridicolizzano le funzioni del caporale, dimenticando che detto grado è la base costruttiva delle forze armate. Io, da parte mia, posso, per diretta conoscenza, senza tema di smentita, dimostrare quanto hanno saputo distinguersi i caporali nei momenti delicati sia in guerra che in pace.

Ten. col. Pietro Ruggia (Milano) - «Corriere della Sera», 6 ottobre 1973


Siamo uomini o caporali?

Regìa di Camillo Mastrocinque. Con Totò, Paolo Stoppa, Franca Falciini, Loris Gizzi. Comico, Italia, 1955. Raitre, ore 20.30.

Era una mania di Totò citare i «caporali» come contrapposizione, secondo lui, ai veri uomini. «I caporali — ha scritto in un'autobiografia — sono coloro che muniti di una autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l’obbedienza senza discussioni, esercitano tali loro meschini poteri». Il film è un susseguirsi di angherie che l'umile Totò è costretto a patire e che egli elenca allo psichiatra di un manicomio in cui è stato ricoverato per aver reagito a un capo-comparse di Cinecittà.

DURATA: 1 ora e 34 minuti.

«Corriere della Sera», 2 settembre 1992


🎞️ Flani pubblicitari: Totò al cinema, a caratteri di piombo 🎞️

I flani pubblicitari erano piccoli annunci a pagamento, pubblicati su quotidiani e riviste specializzate, che anticipavano l’uscita del film. Alcuni recavano titoli alternativi, errori di stampa, o locandine diverse da quelle ufficiali. In questa galleria abbiamo raccolto le versioni più rare e curiose riguardanti Totò.


La censura

L'Italia degli anni cinquanta aveva assunto la legge del 1923, senza avervi apportato modifiche importanti. Le sceneggiature venivano consegnate dai produttori cinematografici, prima che il film avesse inizio. Le motivazioni sono comprensibili: evitare il danno causato dall'eventuale censura o dall'aver urtato la suscettibilità di parte della classe politica di governo e di opposizione.

Siamo uomini o caporali, nonostante i tagli, se letto attentamente, conserva la forza della satira. Sono numerose le scene tagliate, sia quelle di «signore nude, indossatrici semi svestite» ma anche di frasi come: «questi ministri (...) sono brutti, brutte espressioni, brutti visi»; mentre la frase «si stava meglio quando si stava peggio» è riuscita a sopravvivere nella versione finale del film.

Alberto Anile


Duplicato del verbale (datato 2 agosto 1955) della Commissione Revisione Cinematografica datato 20 marzo 1972
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


I documenti

Ecco una panoramica dettagliata delle edizioni home video del film Siamo uomini o caporali?, con informazioni su VHS, DVD e contenuti speciali:

📼 Edizioni VHS

Anni '80–'90
Durante gli anni '80 e '90, il film fu distribuito in formato VHS da diverse case editrici italiane, tra cui Fabbri Editori e De Agostini. Queste edizioni erano generalmente prive di contenuti extra e presentavano il film in formato 4:3, con audio mono.

Esempio di edizione VHS:

  • Titolo: Siamo uomini o caporali?
  • Regia: Camillo Mastrocinque
  • Formato: VHS
  • Lingua: Italiano
  • Anno di uscita: Anni '80–'90
  • Contenuti extra: Nessuno

💿 Edizioni DVD

2007 – Edizione Cristaldi Film / CG Entertainment
Una delle edizioni più complete e restaurate del film è stata pubblicata nel 2007 da Cristaldi Film, distribuita da CG Entertainment. Questa versione offre una qualità video e audio migliorata, oltre a numerosi contenuti speciali.(ibs.it)

Dettagli dell'edizione:

  • Formato video: 1,33:1 Full Screen
  • Audio: Italiano Dolby Digital 5.1 e mono
  • Sottotitoli: Italiano per non udenti, Inglese
  • Contenuti speciali:
    • Video musicale: "E levate 'a cammesella"
    • Speciale: Totò a fumetti
    • Speciale: Canzone "Core analfabeta"
    • Documentario: "C'era una volta Totò"
    • Ricordo di Paolo Stoppa
    • Battute e sketch
    • Galleria fotografica
    • Recensioni d'epoca

Altre edizioni DVD:

  • 2007 – Edizione importata (UK):
    • Lingua: Italiano
    • Sottotitoli: Inglese
    • Formato: PAL, Regione 2
    • Contenuti extra: Non specificati(ebay.com, amazon.com)

📀 Disponibilità in streaming e altre piattaforme

Oltre alle edizioni fisiche, Siamo uomini o caporali? è disponibile in streaming su piattaforme come RaiPlay, offrendo un'opportunità per visionare il film in formato digitale. (2025)

📝 Conclusione

Il film Siamo uomini o caporali? ha avuto diverse edizioni home video nel corso degli anni, con la versione DVD del 2007 di Cristaldi Film / CG Entertainment che si distingue per la qualità del restauro e la ricchezza dei contenuti speciali. Le edizioni VHS precedenti, sebbene più semplici, rappresentano comunque un pezzo di storia per i collezionisti e gli appassionati del cinema di Totò.


Il caporale marziano

«Ci sono e ci saranno guerre, sovvertimenti, cataclismi, ma ci sono e ci saranno sempre "uomini" e "caporali", quelli che obbediscono e quelli che comandano, quelli che soffrono e quelli che godono. E anche negli altri pianeti, statene sicuri... si vede che è una legge di natura.»

Il finale del film «Siamo uomini o caporali?» doveva essere di carattere fantascientifico, ben lontano dal clima di "drammatica farsa" che avvolgeva il film: Totò, dimesso dal manicomio, veniva rapito da extraterrestri per poi essere trasportato in un'altra galassia, dove avrebbe trovato l'ennesimo caporale. Ma non se ne fece di niente...



Ricordate quella mia battuta: "Siamo uomini o caporali?". Ebbene, arrivato a questa età mi accorgo che al mondo di caporali ce ne sono tanti, ma di uomini pochissimi.


- Scusi, ma i caporali di che opinione sono?
- I caporali non sono di opinione... i caporali sono di giornata.



La filosofia di Totò (dal film "Siamo uomini o caporali", 1955)

Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Non male la prima parte, scarsa la seconda, con momenti palesemente tirati per le lunghe per arrivare a un metraggio decente. La "serietà" talora va a detrimento del film, che ha invece freschezza nella parte ambientata nei set cinematografici, ove peraltro Totò, in un colpo solo, imita - in casacca militare - due volte Stanlio, marciando a passo sbagliato e, impedito a vedere, seguendo la fila scorretta. Bravi, ovviamente, il protagonista e il grande Paolo Stoppa. Gli altri manco si notano, ad eccezione di Vincio Sofia, che finisce "inchiostrato". **

  • I caporali, ovvero i prevaricatori, i prepotenti, gli omuncoli che sfruttano il loro potere per umiliare e comandare i poveri uomini, come Totò. E’ questo il filo conduttore del film. Peccato che non tutto funzioni e che alcune parti siano un po’ lente. Totò è sempre bravo (sarà caporale per pochi secondi, come comparsa in un film, ma aveva sbagliato divisa), anche se non riesce a salvare completamente una pellicola un po’ troppo lacunosa. Bene Stoppa. Nel complesso, vedibile.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Tutta la scena della distribuzione dei viveri (Totò indica un punto nel cielo alle persone e intanto avanza nella fila).

  • Il testamento esistenziale di Totò, amaro e veritiero nelle sue constatazioni – la metaforica divisione in “uomini” e “caporali” è sotto gli occhi di tutti – è letto sotto forma di gag di esito alterno: alcune inutilmente lunghe e ripetitive (Cinecittà, il lager), altre alquanto divertenti (il numero di avanspettacolo, l’autografo), altre ancora più mirate e satiriche (la spregiudicatezza del giornalismo). De Curtis spartisce il palco con Stoppa che dà volto alle diverse personificazioni dell’archetipo del “caporale”: prepotente, arrogante, approfittatore, mendace, viscido e snob.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il numero di avanspettacolo con lo strip-tease: «E levati le mutande…!».

  • Commedia amarognola, scritta in pate dallo stesso Totò, che presenta una serie di situazioni sì farsesche ma che riescono a essere specchio di un periodo del dopoguerra e soprattutto del comportamento dei cosiddetti "caporali" (che a ben pensarci esistono e son proprio così). L'andamento è discontinuo (con la noiosa parte dell'esperimento nel lager) ma la sceneggiatura sa offrire ottimi spunti di riflessione, mentre Totò e Stoppa (in sei parti!) gareggiano in bravura, delineando benissimo il confine tra umanità e antipatia. Notevole.

  • La suddivisione dell'umanità in "uomini o caporali" fatta dal principe De Curtis è attualissima e penso sempre lo sarà, a meno di uno tsunami biologico nella natura umana. E' un Totò serioso, tragicomico e perdente, anche se i momenti divertenti non mancano e qualche rivincita il personaggio se la prende. Mette tutti i prepotenti alla berlina: che appartengano a una fazione o a un'altra, i caporali indossano qualsiasi casacca. Il finale è degnp e prevedibil, coronazione di come poi le cose continueranno ad andare. Un Totò diverso.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Paolo Stoppa in tutte le sue caratterizzazioni.

  • La teoria dell'umanità secondo il principe della risata in una narrazione lineare con punte di grande poesia. Le situazioni che s'accaniscono contro il malcapitato protagonista sono numerose e alcune esilaranti. Totò canta due canzoni e con la Mari é protagonista di un simpatico siparietto teatrale. Sempre a tono l'interpretazione di Stoppa.

  • Nonostante sia uno dei film a cui il Principe De Curtis teneva di più, quello che già dal titolo lascia intendere una filosofia a cui era molto legato è anche uno di quei film del grande Totò poco conosciuti e che le tv private trasmettono malvolentieri. Forse perché a tratti è troppo serioso e lontano dai soliti canoni, forse perché ancora oggi è un tema attualissimo. Sta di fatto che rispetto ad altri tipo Malafemmina o Signori si nasce passa come un lavoro di secondo piano. Bravissimo Stoppa, non sempre all'altezza il resto del cast.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò e il memoriale con le false testimonianze che ancora oggi ricorda quelle trasmissioni che rimestano nel torbido degli omicidi.

  • La sceneggiatura nasce da uno spunto filosofico di Totò, cioè suddividere l’umanità nelle categorie degli uomini e dei caporali in base al loro modo di essere e comportarsi. È quindi un Totò quasi impegnato, melodrammatico e dal volto rassegnato, ma che riesce lo stesso a strappare qualche sorriso grazie alla sua intramontabile verve. Il viso di Paolo Stoppa è la maschera perfetta del caporale di turno, odioso, ambiguo e infimo fino al midollo. C’è tanta amarezza che straripa per tutto il film.

  • Mastrocinque questa volta riesce a portare Totò oltre la sua stessa maschera, incastrandolo in una storia che lascia poco spazio alle smorfie e ai lazzi di sempre per dispensare risate spesso amare. Un film superiore rispetto alla maggior parte degli altri del Principe, che perde ai punti anche il duello con il grande Paolo Stoppa, ma che guadagna il merito di averci regalato un personaggio che, purtroppo, continua a essere più che mai attuale. Da vedere!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena della fila con Totò che cambia ogni volta cappello. "A noi!" - "A voi".

  • Il Principe Antonio De Curtis e il comico Totò erano due persone differenti che non si frequentavano; l’uno abitava in una casa signorile ai Parioli, l’altro bazzicava i palcoscenici disadorni dei teatri d’avaspettacolo o i modesti set di film di serie B. Questa volta ci deve essere stato un errore: questo film l’ha interpretato il Principe De Curtis mentre Totò è rimasto a casa. La filosofia spicciola di vita e il buon senso educato fanno a cazzotti con l’estro caustico, lo spirito corrosivo e la comicità anarchica del burattino Totò. Deludente.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò in versione didattica è malinconico e pessimista; Paolo Stoppa ha la faccia e il ghigno giusto per riassumere tutti i "caporali" di questo mondo.

  • Uno dei film più celebri di Totò, una commedia semplice e di buoni sentimenti che al tempo stesso sviluppa temi ancora oggi attuali. È anche il racconto di un'Italia che cambia, dalla fame alle vacanze a Portofino. Molto valido anche il cast. La bella in questo caso era Fiorella Mari, attrice ritiratasi negli anni 50. Totò intona anche una canzone.

  • Un film esopico con un grande Totò e uno straordinario Paolo Stoppa. Tante favolette con morale: ci sono uomini buoni e ingenui che si fanno vessare e abbindolare (gli agnelli, i buoi, i cammelli, gli asini di Esopo) e quelli che pare che il fine ultimo della loro vita sia la prevaricazione sul prossimo (i lupi, le volpi, i leoni), e questo film sempre attuale ne è il manifesto lampante. Sarà capitato a tutti incontrare importuni, arroganti e prepotenti ai quali va sempre tutto bene e alla fine soccombere come l'amaro finale del film dimostra.

Partitura del brano “Core analfabeta” (Totò) cantata da Totò nel film Siamo uomini o caporali (1955)



L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!


Le incongruenze

    1. Il caporale che regola la fila alimentare, in realtà ha il grado di camicia nera della Milizia.
    2. La camicia nera indossa, in tempo di guerra, una divisa non regolare.
    3. Le matite del portapenne sul tavolo del medico della clinica cambiano posizione al cambiare dell'inquadratura.
    4. Sulla scrivania, il berretto del capitano Brown cambia posizione da solo ad un cambio d'inquadratura.
    5. Il postino consegna la lettera espressa a Totò senza fargli firmare la ricevuta.
    6. Nel primo flash-back Totò dà ai signori del "puntino nero" (solo a loro) del LEI, cosa molto improbabile in periodo fascista, dove dalla fine anni '30 era stato abolito e sostituito dal VOI, che difatti si da in tutta questa parte del flash-back.

www.bloopers.it


Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

Gli stabilimenti cinematografici nei quali Totò Esposito (Totò) lavora come comparsa quando sarà prelevato e portato in una clinica psichiatrica per aver tentato di uccidere il capo comparsa Meniconi (Stoppa), stufatosi delle sue angherie, sono gli ex studi Ponti-De Laurentiis, situati in Via della Vasca Navale 5 a Roma ed oggi sede dell’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione "Roberto Rossellini"

Più avanti nel film, gli esterni degli studi sono stati utilizzati per un’altra scena, quando Totò Esposito (Totò) lascia alla chetichella, travestito da donna, l’albergo nel quale alloggiava a spese del periodico “Ieri, oggi, domani”, che lo aveva assoldato come finto testimone di un delitto per vendere più copie, e sarà arrestato dai carabinieri perché scambiato per una prostituta. Nel fotogramma ecco il momento nel quale, lasciato l’hotel dall’uscita di servizio (alle spalle della macchina da presa), Totò attraversa in pelliccia la strada antistante l’albergo (nella realtà è il vialetto interno agli ex studi, che parte dal cancello su Via della Vasca Navale)

Il negozio dove, spacciandosi prima per gerarca fascista e poi per ufficiale nazista, Totò Esposito (Totò) riesce a superare la fila di clienti in attesa (almeno fino a quando non verrà smascherato da alcuni clienti e da un milite fascista / Stoppa) si trova in Piazza delle Cinque Scole 22 a Roma ed oggi ospita un’agenzia di viaggi. Prima di arrivare al negozio riconosciamo la piazza dove si dilunga la fila di clienti in attesa, furbescamente “sorpassata” da Totò (che se ne stava nascosto dietro il camion, dove effettuava i cambi d’abito)

La fila vista dalla prospettiva opposta, con il negozio (C) posto all’angolo con Via Monte de' Cenci.

La piazzetta dove, dopo esser stato scoperto mentre tentava di aggirare per l’ennesima volta la fila al negozio, Totò Esposito (Totò) tenta vanamente di sfuggire all’arresto girando attorno ad un albero (che poi utilizzerà come “paravento” per travestirsi da “cieco anteguerra”) non si trova a Roma, come lascerebbe intuire la precedente scena del negozio, girata in Piazza delle Cinque Scole: siamo invece, come segnalato anche su questo sito, ad Albano Laziale (Roma), nello slargo costituito dall’intersezione di Via dei Travoni con Via Don Luigi Minzoni.

La clinica psichiatrica dove Totò Esposito (Totò) viene ricoverato dopo aver tentato di uccidere il capo comparsa Meniconi (Stoppa) è l’Hospice “Villa Speranza”, che già si chiamava così all’epoca delle riprese, situato in Via della Pineta Sacchetti 235 a Roma.Oggi l’edificio è difficilmente riconoscibile a causa delle importanti modifiche strutturali che ha subito e si riconosce solo perché, per qualche secondo tagliata dal margine del fotogramma, veniva inquadrata la targa sul pilastro con la scritta “Villa Speranza”

Il controcampo, ripreso attraverso il cancello dal quale stava uscendo Totò, ci permettere di scorgere gli edifici antistanti, uno dei quali presentava ancora le impalcature del cantiere che lo stava erigendo
La baracca dove abita Totò Esposito (Totò) ha doppia natura. Se “fisicamente” si tratta di un edificio fasullo, di chiara origine “teatrale” (nel senso che è sicuramente una ricostruzione in studio)...

...il panorama che Totò ha quando si affaccia alla finestra è realissimo ed è stato ripreso dalle pendici di Monte Mario a Roma, poco sopra questa casetta (A) di Via Trionfale, abbracciando uno scorcio della capitale oggi urbanisticamente stravolto. Addirittura sopra la casa sembra notarsi uno tratto del Tevere e che, invece, è un’area ancora spoglia di edifici, posta esattamente a lato del gruppo di stabili nei quali si trova anche la chiesa B.

La casetta A e tutti gli edifici che gli sono stati costruiti davanti tra il 1955 e i giorni nostri. La freccia indica la direzione della veduta panoramica (foto 1)
Gli edifici con la chiesa sullo sfondo (l’edificio moderno con la cupola è quello che si trova accanto alla casetta A nell’altra foto di oggi) (foto 2)
Quindi la macchina da presa era collocata in questo piazzaletto panoramico di Via Trionfale, fisicamente collocato sopra la casetta A. Nello stesso luogo, nel 1967, sarà girata una scena de I due vigili (foto 3)


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La morte di Totò: «stateve bbuone!» — «Tribuna Illustrata», 23 aprile 1967 — Testimonianze e memoria del maestro del ridere

La morte di Totò: «stateve bbuone!» Testimonianze e memoria del maestro del ridere Nel ricordo del funerale di Totò a Napoli e della camera ardente a Roma, la Tribuna Illustrata del 23 aprile 1967 narra della beneficenza del principe de Curtis, la…
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Marchetti Alfredo E' stato macchinista e capo macchinista cinematografico. Nacqui il 9 ottobre 1922. Ho lavorato nel cinema per 45 anni, mi sono ritirato 5 anni fa. Per dieci anni ho lavorato come macchinista, gli altri 35 da capo-macchinista, anche…
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Simone Riberto, Daniele Palmesi, Federico Clemente
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Totò e la nobiltà – “Totò comprò l'onore per sua madre” — «Gente», 8 maggio 1987 – Il riscatto di una famiglia e il prezzo dell’onore

Totò comprò l'onore per sua madre Il riscatto di una famiglia e il prezzo dell’onore Questo articolo fa parte del grande cluster dedicato alla nobiltà di Totò, che raccoglie documenti d’epoca, dispute genealogiche, vicende giudiziarie e curiosità…
Gaetano Saglimbeni, «Gente», anno XXXI, n.18, 8 maggio 1987 - Fotografie Sorci/Patellani/Masi
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Totò e la nobiltà – «Ricordo di Totò» – «Orizzonte dei Cavalieri d’Italia», aprile-giugno 1967 – Titoli araldici, genealogia e memoria del principe de Curtis

Ricordo di Totò Totò e la nobiltà – Titoli araldici, genealogia e memoria del principe de Curtis Questo articolo fa parte del grande cluster dedicato alla nobiltà di Totò, che raccoglie documenti d’epoca, dispute genealogiche, vicende giudiziarie e…
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1791

Totò e la nobiltà – «Totò, dal variété alla corona imperiale» – «La Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1952 — Autobiografia, marchese padre e trono di Bisanzio

Totò, dal variété alla corona imperiale Autobiografia, marchese padre e trono di Bisanzio Questo articolo fa parte del grande cluster dedicato alla nobiltà di Totò, che raccoglie documenti d’epoca, dispute genealogiche, vicende giudiziarie e…
Ugo Zatterin, «La Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1952
663
17 Ago 2016

Totò e... Giacomo Furia

Totò e... Giacomo Furia Si divertiva sul set Quando ero nella compagnia di Eduardo, alla fine del nostro spettacolo noi giovani ci struccavamo e scappavamo per andare a vedere Totò che facendo la rivista finiva sempre un'ora dopo la prosa.…
Daniele Palmesi, Orio Caldiron
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Totò si pentì di «Uccellacci e uccellini» – «Corriere della Sera», 10 dicembre 1993 – Gli appunti inediti di Liliana e il dibattito sull’interpretazione pasoliniana

Totò si pentì di «Uccellacci e uccellini» Gli appunti inediti di Liliana e il dibattito sull’interpretazione pasoliniana Gli appunti ritrovati di Totò e divulgati dalla figlia Liliana descrivono il suo rapporto con «Uccellacci e uccellini»,…
Claudia Provvedini, «Corriere della Sera», 10 dicembre 1993
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Totò, il principe e la sciantosa – «La Stampa», 30 ottobre 1993 – Liliana Castagnola, il diario ritrovato e le pagine inedite di “Siamo uomini o caporali”

Totò, il principe e la sciantosa Liliana Castagnola, il diario ritrovato e le pagine inedite di “Siamo uomini o caporali” Questo articolo fa parte del cluster dedicato al dramma di Liliana Castagnola, la cantante di varietà che incrociò il proprio…
«La Stampa», 30 ottobre 1993
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Tuttototò, la sua ultima parte fu quella del capellone – «Radiocorriere TV», 30 aprile–6 maggio 1967 – L’ultima antologia televisiva di Totò al Teatro delle Vittorie

Tuttototò, la sua ultima parte fu quella del capellone L’ultima antologia televisiva di Totò al Teatro delle Vittorie Questo articolo sulla serie TV Tuttototò, ripercorre l’ultima registrazione televisiva di Totò al Teatro delle Vittorie, tra…
Sandro Bolchi, «Radiocorriere TV», anno XLIV, n.18, 30 aprile - 6 maggio 1967
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Tuttototò: la mia vita in dieci serate — «La Settimana Incom Illustrata», 1 maggio 1966 — Totò racconta la sua prima serie TV

Tuttototò: la mia vita in dieci serate Totò racconta la sua prima serie TV Nel 1966 Antonio de Curtis presenta alla stampa Tutto Totò: dieci telefilm per la televisione italiana, diretti da Daniele D’Anza, che riportano in TV la maschera comica nata…
Antonio de Curtis, «La Settimana Incom Illustrata», anno XIX, n.18, 1 maggio 1966
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14 Dic 2015

Vidon Henri

Vidon Henri (Staffordshire, 9 agosto 1887 – Solihull, 17 giugno 1970) è stato un attore inglese, attivo al cinema e in televisione. Biografia Iniziò la carriera cinematografica in Italia nel 1949 e la proseguì fino al 1960, comparendo molto spesso…
Daniele Palmesi
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11 Nov 2015

Villani Peppino

Villani Peppino (Napoli, 3 luglio 1877 – Roma, 22 ottobre 1942) è stato un attore teatrale italiano. Attore autodidatta, di grande capacità comica ed esperto fine dicitore, Villani esordì appena ventenne nel teatro di varietà napoletano, imitando le…
Daniele Palmesi
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Vincenzo Mollica: «Pescando perle in un oceano di versi e gag» – «Il Mattino», 15 aprile 1992 – Totò “scrittore”: poesie, canzoni, scenette e lettere

Vincenzo Mollica: «Pescando perle in un oceano di versi e gag» Nel pezzo di Vincenzo Mollica su «Il Mattino» del 15 aprile 1992 si sente l’urgenza di costruire un’opera omnia Totò che riunisca gli scritti di Totò, dalle poesie di Totò ai testi…
Vincenzo Mollica, «Il Mattino», 15 aprile 1992
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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • "Vita di Totò", Ennio Bìspuri - Gremese, 2000
  • Documenti censura - Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema

Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:

  • Aldo Scagnetti, 1955
  • «La Stampa», 27 agosto 1955
  • Leone Latino, «La Nuova Gazzetta di Reggio», 28 agosto 1955
  • «Noi Donne», anno X, n. 34, 28 agosto 1955
  • «Vie Nuove», anno X, n. 34, 28 agosto 1955
  • «Corriere Biellese, 1 settembre 1955
  • Stefania Mauri,«Novellefilm», n.402, 3 settembre 1955
  • «Corriere della Sera», 3 settembre 1955
  • «Corriere dell'Informazione», 3 settembre 1955
  • Vice, «La Voce Repubblicana», 4 settembre 1955
  • Vice, «Momento Sera», 4 settembre 1955
  • Vice, «Paese Sera», 4 settembre 1955
  • «Il Tempo», 5 settembre 1955
  • «L'Avanti», 6 settembre 1955
  • «Il Monferrato», 23 settembre 1955
  • Vice, «Cinema Nuovo», 10 ottobre 1955
  • «Noi Donne», anno X, 2 dicembre 1955
  • Ten. col. Pietro Ruggia (Milano) - «Corriere della Sera», 6 ottobre 1973
  • «Corriere della Sera», 2 settembre 1992
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