ANIMALI PAZZI

Signora, lei è una tigra, una pantera, un puma!

Barone Tolomeo de' Tolomei

Inizio riprese: dicembre 1937 - Autorizzazione censura e distribuzione: 12 aprile 1939


Titolo originale Animali pazzi
Paese Italia - Anno 1939 - Durata 72 min. - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Achille Campanile - Sceneggiatura Gaetano Campanile, Mancini, Ivo Perilli - Casa di produzione Titanus - Distribuzione (Italia) Odit - Fotografia Piero Pupilli, G. Ruffini - Montaggio Giacinto Solito - Musiche Ezio Carabella, Luigi Colacicchi - Scenografia Nino Macarones, Antonio Valente


Totò: il barone Tolomeo de' Tolomei, Totò - Lilly Hand (Lilia Dale): Ninetta, la fidanzata - Luisa Ferida: Maria Luisa, l'amante - Calisto Beltrame: Fabrizio, il maggiordomo - Dina Perbellini: la direttrice dell'ospedale - Claudio Ermelli: il notaio - Bianca Stagno Bellincioni: zia Eloisa - Rafaele Giachini: il pretendente - Cesare Polacco: il creditore - Giuseppe Pierozzi: il veterinario - Pina Gallini: proprietaria Cavallo Pazzo - Enrico Gozzo


Animali_pazziSoggetto

Per ereditare la fortuna dello zio il barone de' Tolomei deve sposare la cugina. In caso contrario il patrimonio andrà ad una clinica per animali pazzi. A complicare la cosa vi è il fatto che egli è già fidanzato. Dopo svariate peripezie, grazie ad un sosia, riesce a sposare la cugina e ad ereditare.

Critica e curiosità

Produzione caratterizzata da problemi di budget, il film prevedeva numerosi effetti speciali ma alcune scene vengono soppresse altre ridotte a scapito del risultato finale. Tra gli "effetti speciali" il doppio Totò, il cavallo sul tetto, la pellicola all'indietro. 

Si comincia a girare intorno a novembre ’37. Nel cast entrano due giovani dive dell’epoca, la bionda Lilia Dale, lanciata come Adonella nel Signor Max, e la mora Luisa Ferida, appena apparsa in Lo smemorato al fianco di Angelo Musco. Antonio de Curtis ce la mette tutta: quando, nel Natale ’37, il Tevere esonda proprio in zona Farnesina, arriva ad affittare una barca pur di arrivare puntuale sul set. Continua, ahilui, a fidarsi. Concluse le riprese principali a fine gennaio 1938, Totò riprende i suoi impegni teatrali. Il film di Bragaglia ristagna nei magazzini della Titanus. Dopo le riprese principali le cronache dell’epoca parlano della necessità di “aggiustare le scene con animali addestrati”. Nel marzo 1939, a un anno dalla fine delle riprese, non solo il film non è pronto ma si chiama ancora Totò N. 2. Come titolo è stato proposto di tutto, Fiori d’arancio, Vicino a te col cuore, Bella faccia il cuor l’allaccia, Io muoio disperato e persino Il neo col pelo, l’unico tratto fisiognomia che distingue Totò da Tolomeo (vedi rassegna stampa); ad aprile viene finalmente presentato in censura col titolo Animali pazzi. Ma quando si opta per questo titolo le riprese sono ormai terminate da tempo, allora in fase di montaggio viene aggiunta la scritta "Sanatorio Animali Pazzi" ad indicare il nome della clinica, ma è evidente che si tratta di una inquadratura posticcia. Il progetto è nato sotto una cattiva stella. Il film non esce anche perché il suo protagonista dovrebbe ridoppiarsi in alcune scene, e le condizioni dei suoi occhi impediscono per mesi che lui lavori guardandosi continuamente alla moviola; la Titanus prova ad aspettare che Totò si ristabilisca ma poi si risolve a utilizzare un mediocre imitatore. Quando infine, nella primavera del ’39, la pellicola approda in sala i suoi limiti appaiono evidenti. L’assurdità di alcune trovate è neutralizzata da una produzione sparagnina, la surreale commedia dei telefoni bianchi che si attendeva emula i filmetti di Ridolini; le scene di repertorio non sono comiche ma ridicole.

Animali pazzi cadrà lentamente nel dimenticatoio, fino a rischiare di perdersi per sempre. Negli anni Settanta gli organizzatori di una rassegna sul Totò fascista suderanno più di sette camicie per rintracciare una copia, l’unica forse esistente, infine scovata nel magazzino di una piccola agenzia napoletana che noleggia film per le navi.


Così la stampa dell'epoca


Un nuovo tipo comico cinematografico? Totò è al suo secondo film, ma dice che il primo gli è servito da provino.

Volevamo parlare con Totò. Sapevamo che ad una data ora doveva trovarsi a casa del regista del suo prossimo film Io muoio disperato, Carlo L. Bragaglia. Ma, appena entrati, sostammo sorpresi e mortificati. Sedie, poltrone e divani erano occupati da una piccola folla di persone. Alla prima occhiata potevano anche sembrare scolari radunati per una lezione. Infatti stavan lì, composti ed attenti, e non battevano ciglio.

1937 12 10 Cinema Animali Pazzi intro

Un uomo, seduto di fronte ad un tavolo sul quale stavano sparpagliate molte carte, ci voltava le spalle. Ne vedevamo appena la nuca, ma lo riconoscemmo. Era Carlo L. Bragaglia. Quei signori dall'aria di scolaretti erano degli attori ed ascoltavano, dal loro regista, la lettura del copione. Ci ritirammo in buon ordine: forse avevamo portato un po’ di scompiglio.

Totò fu « distaccato » dalla compagnia. La lettura subì una sosta. Qualcuno barbottò contrariato:

- Voi avete visto l’altro mio film Fermo con le mani? - ci chiese Totò.
- Sì, - rispondemmo.
- Mi dispiace! - disse Totò scuotendo la testa, - quello per me ha semplicemente il valore di un provino. Può fornire solo indicazioni generiche su di me. Credo, invece, che questo nuovo film sarà qualche cosa di nuovo, forse (e non Io dico io) anche la creazione di un tipo comico diverso dagli altri esistenti nella cinematografia internazionale. Ci si sono messi Achille Campanile, al quale si deve l’idea del soggetto, Gaetano Campanile Mancini, lo stesso Achille Campanile, Bragaglia e Perilli i quali hanno lavorato alla sceneggiatura. Ed ora che si dovrà cominciare in teatro mi ci aggiungo io. Io, tutto io, in un doppio ruolo, in cui avrò la possibilità di impiegare quelle che sono le mie risorse interpretative, non esclusa la mimica e non esclusa la mia bazza.

Qui Totò si mise di fronte, di tre quarti e di profilo, sollevò la bazza, piegò la testa e dischiuse la bocca.

- Avete capito? - ci disse.

Poi tacque. La bocca rimase semiaperta, lo sguardo era distante e melanconico.

- Ne risulterà — riprese dopo un momento, - un film comico-lirico che, nella letteratura, potrebbe avere un esempio in Chiarastella proprio di Achille Campanile. Il racconto procede con una serratissima logica di immagini e di azioni, col dialogo ridotto al minimo necessario, quasi a creare un'armonia mimica di valore musicale.

«Cinema», 10 dicembre 1937


Recensione del film Animali pazzi

Qualche anno fa, coi suoi giuochi di palcoscenico, il comico Totò aveva suscitato l'interesse di buon numero di artisti e letterati, e al Teatro Principe andavano a sentirlo (oltre al suo vero pubblico, quello della periferia), i raffinati e gli intenditori.

II genere di comicità del nobile Antonio de Cupis (cosi, se non erriamo, si chiama il nostro eroe) si basava, e si basa tuttora, su una mimica quasi acrobatica, su battute sciocche e più ancora sulla facilità di intendersi col pubblico ai danni di ogni cosa. Quindi veniva facile parlare di fumismo, funambolismo, commedia dell'arte, eccetera: e fu appunto in virtù di questi richiami che Totò venne affiancato a Charlot e intervistato persino dall' Italia letteraria. Messo su una china tanto pericolosa, Totò avrebbe finito col recitare Molière e Pirandello e scrivere libri di ricordi, se non l’avesse salvato il buon senso napoletano. Difatti seguitò a girare i teatri con incredibili compagnie di varietà, a inventare le sue scenette, a battersi il petto ruggendo furiosamente ed agli attori stupefatti spiegare: «Sto pregando, che uno deve essere ateo?», ad essere sciocco e furbo come Pulcinella sempre suscitando un ragionevole entusiasmo; poiché al pubblico poco importa se una comicità è cristallizzata, addirittura arida: non sono le intenzioni che lo divertono, ma i gesti, le battute, i doppi sensi che, formando una specie di gergo, un cifrario anzi, per esseri gustati richiedono l’appartenenza alla parrocchia.

E, con una facilità che può essere male interpretata, dato il nostro incarico, di un tale pubblico apprezziamo pienamente i gusti: il fatto è che l'apparato teatrale, l'intesa tra palcoscenico e platea, tra comici e musicanti e tutte le ingenue macchinazioni di di uno spettacolo, mettono facilmente di buon umore e Totò, in un clima simile, finisce sempre col trionfare. Non è cosi quando con le stesse battute, gli stessi gesti (ingranditi e particolareggiati dall'obiettivo) egli ci appare sullo schermo. Allora il nobile De Cupis rimane vittima del suo stesso gioco e appare soltanto come un macchiettista, incapace di legarsi ad altri personaggi, di emulsionarsi.

Di questo suo difetto dette una prova lampante in un primo film: ora con gli odierni Ammali pazzi, di Achille Campanile, riconferma la sua impossibilità di essere attore, di far vivere cioè un personaggio senza cadere nell'abuso di quella sicurezza offensiva, quel narcisismo, quel continuo ammiccare al pubblico che risultano le sue sole capacità: perché più che interpretare una parte egli seguita ad essere il solito Totò, trasportando sullo schermo il bagaglio superfluo del palcoscenico, forse convinto che ciò basti.

A sua discolpa Totò potrebbe addurre che in questo film i personaggi affidati alla sua cura e i fatti che avrebbe dovuto animare sono stiracchiati, convenzionali, dettati da un gusto in cui certo (volendo) si può riconoscere l'ingegno del fortunato autore di storie umoristiche, ma soltanto per ciò che di quelle storie forma il fondo deteriore e meccanico: ossia per l'uso di trucco professionale, di una cifra da rubrica, che consiste quasi sempre nel capovolgere le situazioni, i caratteri e la norma comune.

Di questa malattia ereditaria il film soffre parecchio e infine soccombe: la «clinica degli animali ammalati di nervi» (per soprammercato la lunga e inutile presentazione di questi animali è fatta con vecchi brani di film zoo-comici), il sicario pauroso, l'aria alla Ridolini di certe scene e altre trovate simili, finiscono con l'annoiare sinceramente: sono invenzioni che in un racconto umoristico passano, ma in un soggetto cinematografico, appiccicate e infilzate per il solo gusto di prendere tempo, disturbano; lo schermo, imitando il pubblico, proprio non le sopporta.

In questo film, a C. L. Bragaglia non è restato altro scampo che ripiegare coraggiosamente sulla cura dei particolari e sulla recitazione dei caratteristi, molto dignitosa. Pressato da tante incongruenze, il regista ci ha fatto pensare a chi, avendo una castagna bollente in mano, non voglia gettarla e perciò salti e soffi disperatamente.

Ennio Flaiano, «Oggi», 26 agosto 1939


La comicità di Totò

Fino a qualche mese fa non avevamo neppure una minima idea di quali potessero essere le possibilità cinematografiche di Totò. In meno di mezz'ora, invece, una sera, ci rendemmo conto ch'esse erano notevolissime per quantità e qualità.

1941 Allegro fantasma 02 L

Volevamo conoscerne la più recente esperienza e vedere un po‘ se quel suo film, maltrattato dalla critica o freddamente accolto dal pubblico della prima visione, ci poteva offrire per lo meno qualche indizio sulle sue effettive attitudini. Fu soltanto al principio dell'ultima estate che, frugando negli elenchi cinematografici del « Messaggero », trovammo finalmente che Animali pazzi era in programma all'« Ottaviano », cinema rionale popolarissimo. Era di domenica e ne fummo contenti perchè sapevamo che — in materia di film comici — nessuna proiezione più istruttiva e sintomatica di quella domenicale in una sala di periferia.

Al film non eravamo ben predisposti e solo una vera curiosità per la prova di Totò ci aveva spinto in quella sala. Non avevamo trovato neppure posto a sedere e, in quel fittume di gente, l’atmosfera cosi pesantemente festiva non era davvero la più propizia per conquistarci favorevolmente. Ricordiamo poco o nulla del film, ma ricordiamo Totò che sullo schermo continuava ad essere infallibilmente Totò.

Ad ogni suo apparire il pubblico rideva e la risata nasceva piena e si propagava irresponsabile e contagiosa; restava nell'aria per rinnovarsi ancor più clamorosamente e bastava un semplice atteggiamento, un'espressione qualsiasi del protagonista a suscitare lo scoppio del più generale e felice ottimismo. Fu, appunto, in quel clima di totale e misteriosa euforia, che avemmo la prima rivelazione delle indiscutibili virtù comiche di Totò attore cinematografico. La stessa vicenda del film passava in seconda linea; poteva anche non interessare e persino non piacere. L'interessante, per noi, era che l'attore piaceva al pubblico, comunicava direttamente, faceva ridere.

E poiché la comicità secondo noi, consiste soltanto in questo; far rìdere, potemmo infallibilmente apprezzare in Totò disposizioni cinematografiche di sicurissima qualità.

Ne avemmo conferma più tardi assistendo alla lavorazione, prima, e alla proiezione poi, di alcune scene di San Giovanni decollato, divertentissime. Qui abbiamo avuto una misura ben più esatta del valore di attore che ha Totò. Quelle risorse comiche, naturali nella sua maschera ed istintive nel suo temperamento, si sono espresse con immediata autorità nell'interpretazione di un personaggio che aveva già avuto, in teatro, una esemplare definizione.

Totò ha « recitato » benissimo la parte di Agostino Miciacio rappresentandola alla Totò ma vivendola in tutta la sua più profonda e delicata sostanza umana.
Ed è forse questo l'indizio migliore delle sue possibilità interprerative, che sono autentiche e che, in un attore proveniente dal teatro di varietà, possono definirsi veramente eccezionali.

Ci è piaciuta, inoltre, quella sua prontezza nel raccogliere gli insegnamenti e nel l'intendere felicemente i mezzi e i moti vi della recitazione cinematografica. Per un attore dai tratti e dai gesti così marcatì, la macchina da presa poteva rappresentare un pericolo. Totò lo ha superato disciplinando la sua nativa esuberanza partenopea, controllandosi e lasciandosi controllare, intuendo agevolmente le esigenze del cinema, dando a tutte le sue espressioni — anche alle più caratteristiche — il giusto limite e la giusta misura.

Spetta ad Amleto Palermi il merito di aver formato compiutamente la maturità cinematografica di Totò.

Il regista ha saputo «portare» l'attore, come un fantino di classe può condurre un puro sangue in corsa. Lo ha « tenuto » alla partenza, gli ha fatto superare di volò i primi ostacoli, lo ha lasciato andare a vittoria sicura..E' stata la sua una « condotta » perfetta per intelligenza e accortezza. Ma Palermi ha dato, oltretutto, a Totò una materia comica, schietta, nutrita, di effetto sicuro. Sulla traccia della notissima commedia di Martoglio egli ha confezionato su misura l'abito adatto per il suo attore. Palermi ha fatto sbizzarrire l'estro portentoso delle sue improvvisazioni, seguendo le regole dell'arte con tutti quanti i ferri del mestiere. E ne è nato un lavoro chiaro, squillante, tutto italiano.

Terminata appena la lieta fatica del San Giovanni decollato, ecco già intenta ad un nuovo lavoro la coppia Palermi-Totò. Si gira a Cinecittà L'allegro fantasma, gaia vicenda dove Totò, in molteplici incarnazioni, moltiplicherà gli effetti della sua irresistibile comicità.

Una comicità sostanziosa e franca, che arriva al pubblico immediatamente.

Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940


1945 12 30 L Europeo n 9 Animali Pazzi intro

Un perfetto sosia, che possa trarre in errore tutti, anche i più intimi, è cosa piuttosto rara nella vita; e forse, a quanto si dice, è riservato soltanto ai dittatori e agli uomini politici molto in vista. Ma nel teatro se nè incontrano a ogni piè sospinto. Per il teatro, il tema del sosia è vecchio- quanto il mondo e si direbbe, a giudicare da esso, che il mondo sìa pieno di sosia.

D’onde, i più ameni equivoci e scambi di persone. Perchè, a differenza della vita, nel teatro la fortuna d’avere un sosia non è riservata agli uomini politici in vista, che se ne possono servire per trarre in inganno gli attentatori, ma piuttosto agli uomini qualunque (vero è che oggi anche gli uomini qualunque sono uomini politici in viste; ma qui usiamo la locuzione nel vecchio significato); preferibilmente agli uomini qualunque giovani, che hanno anche una fidanzata, o un’amante, le quali sono le prime a cadere nell’equivoco. E' chiaro che la predilezione per questo tema è dovuta alla infinita quantità di situazioni comiche a cui esso dà origine e anche al fatto che esso permette a un attore di prodursi in due parti contemporaneamente, con effetti talvolta sorprendenti.

Naturalmente il cinematografo che, in quest’ultimo campo, ha possibilità tecniche ben maggiori del teatro, non poteva mancare d’impadronirsi d’un cosi bel tema. Invece delle rapide entrate e uscite del teatro, al cinematografo i trucchi, i mascherina i diaframmi, le controfigure, possono addirittura presentare l’attore che parla con se stesso, che stringe la mano a se stesso, che incontra se stesso. Tutte cose che sarebbero sorprendenti se il pubblico non fosse ormai ad esse abituato da anni. Per l’appunto circa dieci anni fa in Italia hi fatto un film imperniato sul sosia. S’intitolava « Animali pazzi » e in esso si vedeva Totò, che ne era il protagonista, sdoppiarsi in due parti e per l’appunto incontrare se stesso, stringere la mano a se stesso, parlare con se stesso. Naturalmente c'erano di mezzo un’amante e ima fidanzata, entrambe tratte in errore dalla rassomiglianza.

A un certo punto il Totò n. 1 stava per sposare la fidanzata del proprio sosia, che tardava ad arrivare, ma poi tutto s’accomodava con piena soddisfazione e sbalordimento di tutti i personaggi. Ricordiamo cosi bene la vicenda di quel film perchè, guarda caso, autore del soggetto e della sceneggiatura fu il sottoscritto. Ora, tutto quello che c’era in « Animali pazzi » c’è fedelmente nel « Sosia innamorato », c’è persino, all’ultimo, fedelmente ricalcata, la scena della sposa che, al momento delle nozze, viene piantata in asso dal presunto sposo, che corre a cercare il vero cui egli è sosia e che tarda ad arrivare; e c’è perfino il colpo finale dei due sposi identici che arrivano contemporaneamente da due partì, col particolare degl’invitati alle nozze che sbalorditi passano con gli occhi dall’uno all’altro.

Il regista del « Sosia innamorato » non fa niente di più — quanto a trucchi tecnici, mascherini e controfigure — di quel che fece a suo tempo Carlo Ludovico Bragaglia, che di « Animali pazzi » fu regista; anzi, il buon Carletto fece di meglio. Le sole differenze tra i due film sono:

a) che al posto di Totò c'è E. Powell;

b) che il « Sosia innamorato » è fatto dalla Metro Goldwyn Mayer con mezzi ben maggiori di quelli impiegati per « Animali pazzi » della Titanus;

c) che la sequenza centrale della clinica dove sono ricoverati gli animali pazzi è, nel « Sosia innamorato », sostituita dalla sequenza della parodia dei più noti attori di Hollywood; e, in un certo senso, si può dire che anche qui siamo, più o meno, fra animali pazzi.

Conclusione: si può dire che i due film imperniati sul tema del sosia sono l’uno il sosia dell'altro.

a. c., «L'Europeo», anno I, n.9, 30 dicembre 1945


«Achille Campanile ha scritto un soggetto cinematografico che il produttore Gustavo Lombardo ritiene adatto per la interpretazione del comico Totò, legato a quest’ultimo da un contratto.»

«Gazzetta di Parma», 20 ottobre 1937


«Io muoio disperato!» (titolo non definitivo) della Casa «Titanus» ; soggetto di Achille Campanile, sceneggiato da E. M. Margadonna; regia di C. L. Bragiaglia; protagonista: Totò. Stabilimento: Farnesina.»

«Gazzetta di Parma», 3 novembre 1937


1937 12 08 Gazzetta di Parma Animali Pazzi intro

«Totò N. 2» è il titolo provvisorio del nuovo film comico, che da qualche giorno si gira alla Farnesina. Direttore di produzione Bassoli, regista C. L. Bragaglia. Gli interpreti principali sono Totò, comico, ormai noto a tutte le platee d’Italia, e Luisa Ferida che si è affermata attraverso una serie di filmi che saranno varati quest'anno.

Il lavoro prosegue alacremente, e da quanto è dato sapere si gira «Un salotto in casa di Tolomeo». Si assicura che il film è comico al cento per cento, e ciò fa prevedere un’ottima accoglienza da parte del pubblico.

«Gazzetta di Parma», 8 dicembre 1937

«[...] Alla Farnesina negli stabilimenti della « Titanus ». C. L Bragaglia, coadiuvato nella regia da Ivo Perilli, ha iniziato in questi giorni la lavorazione di un film comico che ha a protagonisti: Totò (al secolo il marchese Antonio de' Curtls» e Luisa Ferida, dal titolo: Il neo col pelo. [...]»

«Il Messaggero», 12 dicembre 1937


«Alla Farnesina hanno avuto inizio le riprese del film «Io muoio disperato!» prodotto dalla Titanus con la regìa di Carlo Ludovico Bragaglia. Il soggetto è di Achille Campanile o la sceneggiatura di Ettore Maria Margadonna e Bragaglia. Protagonista: il comico Totò circondato da un gruppo di simpatici e noti attori di prosa e di rivista».

«Gazzetta di Parma», 15 dicembre 1937

«Alla Farnesina continuano le riprese del film «Io muoio disperato», prodotto dalla Titanus e diretto da C. L. Bragaglia con la interpretazione del comico Totó, intorno al quale agiscono ottimi elementi.»

«Gazzetta di Parma», 22 dicembre 1937


«Achille Campanile è l'autore, Carlo L. Bragaglia è il regista, Totò e Luisa Ferida sono gli interpreti del più burlesco, paradossale, sconcertante, divertentissimo film della stagione: "Animali pazzi"». E' un ritmo indiavolato di trovate comiche, è una valanga di risate, che scuoterà allegramente anche i più scettici della risata. La parata dell'allegria inizia da oggi al Cinema Corso.»

«Corriere della Sera», 16 aprile 1939


«[...] Campanile, dando libero corso alla fantasia, ha intessuto una girondola di umoristiche trovate che potevano raggiungere un effetto se produzione, interpretazione e regia le avessero concretate sempre con quello stile veloce. funambolo e grottesco che l’azione richiedeva. Tutte le scene del principio con l’incontro dei due Totò, la prima metà dell’episodio in cui Totò monta il cavallo pazzo, possono più o meno servire come esempi di quello stile ; la descrizione della cllnica zoofila, il trattamento terapeutico di Totò, o l’episodio del sicario, possono servire come esempi del contrario. Totò prodiga tutte le risorse della sua acidula e marionettistica buffoneria, però con questo secondo saggio, mi pare ch’egli abbia confermato i limiti delle sue possibilità cinematografiche. Luisa Ferida è per il suo temperamento poco a posto in una parte paradossale; cosi Lillia Dale. Musichetta scorrevole.»

Filippo Sacchi, «Corriere della Sera», 18 aprile 1939


1939 04 30 Gazzetta di Parma Animali Pazzi intro

Totò, il simpatico attore, prìncipe del varietà, ha riscosso un entusiastico successo nella sua prima apparizione allo schermo, in una delle sue più indovinate creazioni : «Animali pazzi», ed il numeroso pubblico che assisteva alla spassosa proiezione ha trascorso due ore allegramente, divertendosi un mondo alle umoristiche trovate di Totò, comico insuperabile.

«Gazzetta di Parma», 30 aprile 1939


«Totò, il simpatico attore comico del varietà, ha richiamato tutti i suoi numerosi ammiratori ad applaudirlo nella sua prima presentazione cinematografica : «Animali pazzi», un film di grande comicità che raggiunge in pieno lo scopo di divertire e rimandare il pubblico soddisfatto.»

«Gazzetta di Parma», 2 maggio 1939


«Animali pazzi», la spassosa creazione di Totò, il celebre comico italiano, ritorna questa sera vivamente attesa allo schermo del Lux. E' un film che piace e diverte ed assicura allo spettatore una larga provvista di buon sangue.»

«Gazzetta di Parma», 14 luglio 1939


«Un’ora continua di risate ha ha goduto il numeroso pubblico, che ieri sera assisteva alla ripresentazione del piacevolissimo film «Animali pazzi», una spassosa creazione di Totò, il miglior attore comico del varietà italiano.»

«Gazzetta di Parma», 15 luglio 1939


«Calorose accoglienze sono state tributate a Totò, il simpatico comico del varietà italiano, nella sua spassosa creazione : «Animali pazzi», un film che piace e diverte al massimo grado. Oggi ultime visioni. Domani: Il mastro di posta, uno spettacolare dramma con Harry Baur.»

«Gazzetta di Parma», 16 luglio 1939


«Ad ogni suo apparire il pubblico rideva e la risata nasceva piena e si propagava irresponsabile e contagiosa; [...] bastava un semplice atteggiamento, un’espressione qualsiasi del protagonista a suscitare lo scoppio del più generale e felice ottimismo; la prima rivelazione delle indiscutibili virtù comiche di Totò attore cinematografico.»

Silvano Castellani, Comicità di Totò, «Film», n. 47, 23 novembre 1940


«L'esperimento di portar di peso sullo schermo gli attori di teatro ha dato innegabilmente buoni frutti, e 1non è qui il caso di discuterlo. Si potrebbe, se mai, rimproverare ai registi la passività con cui essi si adattano all'esperimento stesso rinunciando in anticipo a render cinematografica l'interpretazione dei "divi" teatrali e lasciando il campo aperto alla più assoluta teatralità. Di questa passività Animali pazzi è un esempio; ma aggravato dal fatto che Totò non è un Gandusio o un Tofano e non è - ci perdonino i suoi molti ammiratori - nemmeno un artista nel vero senso della parola: è semplicemente un macchiettista bravo e capace fin che si vuole, limitatissimo nelle sue trovate e espressioni. Le conosciamo tutte a mente, ci possono magari divertire se ci vengono ammannite tra uno spettacolo e l'altro, in quel quarto d'ora nel quale, dopo l'attenzione cui ci ha costretti il film, si riposa volentieri la mente nelle quattro scempiaggini del varietà; ma un ora e mezzo di Totò, francamente è troppo! E danneggia lo stesso Totò, che sullo schermo non si trova assolutamente al suo posto. Il film è stato fischiato».

Vice, «Il Tevere», Roma, 21-22 agosto 1939


«(...) Gli autori non hanno avuto rimorsi e parsimonie sul dar mano ad un patrimonio stilistico trafugato dalle migliori casseforti. Ma come il denaro rubato viene di solito speso senza criterio né effettivi vantaggi, così le varie maniere di Charlot, di Ridolini, dei Marx, di Clair e magari del più remoto Cretinetti, alle quali si è chiesto aiuto e sostegno per questi "Animali pazzi" finiscono con l’essere adottate a sproposito e messe al servizio della comodità più illecita e sfacciata purché utile a mandare avanti una vicenda che voleva apparire comica e satirica ad ogni costo. Sicché di veramente comiche, nel film, non rimangono che le illusioni dei loro autori, pur tanto fiduciose nelle estetiche più intelligenti. Quasi che Achille Campanile e C.L. Bragaglia, tanto per citare i nomi degli autori, non ci avessero dato sempre, nella letteratura o nel cinema, prove assai ordinarie, melanconiche quando non addirittura sbagliate, ci recammo a vedere il film con una improvvisa speranza (...). Senza contare che il funanbolismo di Totò, che sullo schermo si prodigava senza risparmio, con l’infaticabile cocciutaggine degli attori del varietà, sembrava pigliarsi gioco della nostra debolezza. Questo Charlot per i poveri voleva farci fare una pessima figura».

Gino Visentini, «Cinema», IV, 76, Roma, 25 agosto 1939, p. 141


«Il film, tratto da un soggetto di Achille Campanile, in cui Totò interpreta due ruoli, quello del barone Tolomeo dei Tolomei e del suo sosia Totò, è imperniato su un'eredità contesa. Da un lato c'è il barone che potrà entrarne in possesso solo dopo le nozze, dall'altra incombono i proprietari di un improbabile manicomio veterinario, ai quali toccherebbe l'eredità se Tolomeo restasse scapolo. [...]»

Matilde Amorosi


I documenti


Animali pazzi e 200 comparse

Animali pazzi

Animali pazzi, 1939 - Nella scena del matrimonio, il cui ricevimento doveva aver luogo in un grande salone, il copione prevedeva l'utilizzo di circa 200 comparse ma Lombardo dichiarò che non poteva pagarne più di trenta. Bragaglia e Carlo Montuori (il direttore della fotografia) adottarono allora una geniale soluzione: fecero sistemate le trenta comparse sul lato destro dell'inquadratura poi, facendo indossare agli uomini barbe e baffi e alle donne dei cappelli, fece collocare lo stesso gruppo al centro della scena e successivamente, togliendo o aggiungendo barbe, baffi e cappelli, sulla sinistra. Al montaggio, sommando le tre strisce si ottenne l'impressione di un gran ricevimento con moltissimi invitati, "ingannando" in tal modo lo spettatore.



Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Copione ardito e complicato che non riesce nel suo intento e si rivela scombinato e nel complesso noioso. A tratti sembra più un esperimento cinematografico che una pellicola ordinaria. Consigliato ai completisti di Totò oppure a coloro che sono curiosi di vederlo agli inizi, ancora giovane e acerbo e distante da quello che poi sarebbe diventato agli occhi del grande pubblico.Copione ardito e complicato che non riesce nel suo intento e si rivela scombinato e nel complesso noioso. A tratti sembra più un esperimento cinematografico che una pellicola ordinaria. Consigliato ai completisti di Totò oppure a coloro che sono curiosi di vederlo agli inizi, ancora giovane e acerbo e distante da quello che poi sarebbe diventato agli occhi del grande pubblico.
  • Già stroncato dalla critica coeva, il film è in effetti poca cosa. Oggi lo si considera solo sotto il profilo storico degli esordi di Totò. Tuttavia ci sono delle trovate che non sono male (il surrealismo della clinica degli animali pazzi con certo montaggio scattante, l'idea del sosia, l'amante con la bomba). Regia pseudo-futurista. Totò a metà strada tra se stesso e una macchietta non sempre godibile e controfigurata.
  • Il problema del secondo film di Totò - come del primo, Fermo con le mani (1937) - è che i produttori, tentando di inventarsi una via italiana al film comico, non hanno trovato di meglio che "costringere" il Principe in un personaggino lunare e surreale (e, in questo caso, le esperienze futuriste di Bragaglia fecero il resto) un po' sul genere di Larry Semon (Ridolini). Ma Totò non è "quel" tipo di comico, si sente a disagio a impersonare un simile personaggio e il risultato deludente lo testimonia. Volenteroso, ma quasi insignificante.
  • L'attore Totò e lo scrittore Achille Campanile sono due "autori" da ammirare per la loro genialità, ma "insieme" sono incompatibili. L'umorismo surreale di Campanile funziona sulla pagina, ma "tradotto" in immagini cinematografiche perde tutta la sua carica stralunata e diventa addirittura noioso. Totò viene trasformato dal regista Bragaglia in un pupazzo meccanico di stampo futurista, ma la sua recitazione viene punita nelle potenzialità farsesche e l'attore regredisce a marionetta primordiale e meccanica. Film modesto, pauperistico.
  • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Vanno a segno alcuni giochi linguistici nei quali sia Totò che Campanile sono maestri insuperabili; La rassegna degli animale pazzi nella clinica.

Foto di scena, video e immagini dal set


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I binari sui quali Totò si stende nel tentativo non riuscito di suicidarsi facendosi travolgere dal treno sono quelli della Stazione di Roma Tuscolana, situata in Piazzale della Stazione Tuscolana 9 a Roma. Grazie a Mauro per fotogrammi e descrizione. Nel momento dell’ingresso in scena di Totò si vede sullo sfondo l’edificio principale della stazione (A)
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In quest’altra inquadratura si vede il capannone destinato alle merci (B), che l’esperto di stazioni ferroviarie Orsobalzo segnala come inusuale per la sua lunghezza rispetto agli standard tipici di questi edifici

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • «Cinema», 10 dicembre 1937
  • Ennio Flaiano, «Oggi», 26 agosto 1939
  • Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940
  • a. c., «L'Europeo», anno I, n.9, 30 dicembre 1945