L'Ospizio dei Trovatelli

Approf Canile


I cani sono come bambini muti, patiscono, hanno memoria, sentimento, nostalgia, ma non possono piagnucolarti le loro sofferenze come un accattone che dicendo, Ho fame o Mi hanno fatto questo e questo, trova sempre un santo che lo aiuta. E poi sono gli unici esseri, anche se esci due minuti, ti accolgono festosi come se tornassi dall'America.


La “mamma” dei cani

Totò amava molto gli animali e considerava dei benemeriti quelli che si occupavano dei cani abbandonati. Rimase quindi colpito da una notizia apparsa sui giornali, il 3 giugno del 1960: Mariolina Mariani, una signora romana che aveva dedicato la sua vita al migliore amico dell’uomo, mentre visitava una baracca in cui ospitava una cinquantina di randagi, era rimasta vittima di una disgrazia. La candela con cui tentava di illuminare l’ambiente privo di luce elettrica, le era caduta dalle mani trasformandola in una torcia umana.

La signora che nel rione chiamavano “la mamma dei cani” era sola al mondo e suoi animali furono provvisoriamente affidati a un’altra cinofila, che aveva a sua volta allestito nei dintorni di Roma un rudimentale rifugio. Ma ben presto rimasero senza cibo ed erano destinati a essere soppressi. Totò non poteva permetterlo e rilevò il rifugio trasformandolo in un luogo d’accoglienza più che confortevole, preoccupandosi anche di andare spesso a far visita ai cani che definiva “gli orfanelli”. Il suo gesto, oltre che dal desiderio di aiutare quelle povere bestie, nacque dal proposito di onorare la memoria della loro “mamma”. Non dubitando dell’immortalità dell’anima, Totò era certo che la defunta potesse vedere la sua opera ed esserne felice. “L’ultimo pensiero di quella poveretta sarà stato per i suoi cani, visto che gli umani l’avevano abbandonata”, spiegava alla figlia. “Mi si scalda il cuore al pensiero che ora si sia rassicurata e sorrida serena, almeno da morta. Perché da viva, ci potrei giurare, deve aver patito parecchio.”

Totò, inoltre, scoprì che la donna era stata tumulata nella terra con una semplice croce e si preoccupò di farle avere degna sepoltura acquistando per lei un loculo di marmo. Si rammaricò di non avere una sua fotografia, ma, in cuor suo l’aveva già identificata. “Se dovessi fare il suo ritratto, la disegnerei come una distinta signora, dai lineamenti delicati, in un prato fiorito. Attorno a lei ci sono i suoi cani, ben nutriti, spazzolati e festanti: è quello il suo paradiso!”

Liliana de Curtis



Totò fece costruire e finanziò per sette anni, cioè dal 1960 al giorno della sua morte, un vastissimo e moderno rifugio in cui, aiutato da un veterinario e da cinque assistenti, accolse e amorevolmente curò fino a 256 cani, per lo più randagi o abbandonati. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, era un convinto animalista e aveva un debole soprattutto per i cani che, peraltro, lenirono spesso la sua solitudine, specialmente nel periodo in cui, separatosi dalla moglie Diana Rogliani, non aveva ancora incontrato Franca Faldini. “Per me i cani sono vere e proprie persone”, diceva il celebre attore napoletano; e uno dei suoi maggiori crucci fu sempre quello, dopo aver allestito appunto un rifugio per i cani, di non poter fare altrettanto a favore dei gatti, animali restii ad ogni irreggimentazione. Il Totò poeta che tutti conosciamo, il Totò autore della celebre ‘A livella contenuta in un libro di versi che si rivelerà autentico best-seller, quel Totò tenero e arguto trae le sue origini dall’amore per gli animali. La prima poesia che in vita sua Totò scrisse, s’intitolava “Dick” ed era dedicata a un cane fedele. La quartina iniziale della poesia “Dick” racchiudeva infatti un’allusione a un episodio realmente accaduto: «Tengo ‘nu cane ch’è fenomenale, – si chiama Dik, ‘o voglio bene assaie. – Si perdere ll’avesse? Nun sia maie! – Per me sarebbe un lutto nazionale!».

A questo proposito, a proposito della frase «si perdere l’avesse», c’è da chiarire che effettivamente, nel 1950, nel periodo in cui era impegnato nella lavorazione del film Totò cerca moglie di Carlo Ludovico Bragaglia, l’attore smarrì Dick. “Il fatto avvenne a Roma in una stradetta dei Parioli, via Paolo Frisi, ove Totò, verso le sette del mattino, aveva accompagnato il suo cane affinché si sgranchisse le zampe”, raccontò Eduardo Clemente, cugino e segretario dell’attore. “Lasciato libero dal guinzaglio, improvvisamente Dik scomparve. Invano Totò lo chiamò a gran voce, inutilmente ripercorse avanti e indietro la stradetta e le vicine traverse. Affranto, anzi avvilito, mi incaricò di far stampare e affiggere, in parecchie strade dei Parioli, dei manifesti attraverso i quali si prometteva una ricompensa di 10.000 lire, somma a quell’epoca non indifferente, a chi gli avesse riportato il suo Dick. Ricordo che bussarono alla casa di Totò, in via Bruno Buozzi, non meno di dodici persone con altrettanti cagnolini. Totò volle dare una mancia a tutti, anche a coloro che, palesemente, si erano presentati solo con l’intento di scroccare qualcosa”. E come andò a finire? “Cinque giorni dopo, Dik ritornò spontaneamente a casa. Appariva smunto e affaticato. Totò piangeva, quando lo riabbracciò. E Dik scuoteva la coda”. Il celebre attore, compiva continuamente opere di bene distribuendo denaro ai poveri (che ogni mattina si mettevano in coda dinanzi al suo portone), aiutando chiunque vedesse in difficoltà e inviando assegni cospicui a enti assistenziali. E non rinunciò, da convinto zoofilo, a gettarsi anima e corpo in un’opera per il recupero dei cani randagi.

Ma il cane che maggiormente impietosì Totò, fu il meticcio Mosé la cui foto, peraltro, venne pubblicata da molti giornali. Mosé era un randagio che, per essere finito sotto una macchina, aveva perso l’uso delle zampe posteriori: alla scena aveva assistito Totò, e Totò decise che bisognava a tutti i costi aiutarlo. “Dopo oltre un mese di medicazioni e di cure potei comunicare a Totò che Mosé era da considerarsi salvo”, racconta il dottor Mascia. E prosegue: “Totò accarezzò il cane e parve infinitamente felice. Poi ebbe uno scatto: “Dottore, io voglio che Mosé cammini. Dottore, vedete di fare qualcosa”. Pensai allora di rivolgermi all’istituto ortopedico dell’università di Roma. Due tecnici dell’università ebbero l’idea di costruire una protesi a rotelle che venne applicata, con delle cinghie, al corpo del cane. Quando vide Mosé camminare, Totò volle abbracciarmi. Piangeva”.

Pubblicata da molti giornali, la fotografia del cane con le ruote ebbe come principale conseguenza quella di procurare a Totò nuove amarezze. “Con tanti esseri umani privi di gambe, il principe di Bisanzio pensa agli apparecchi ortopedici per i cani!”, fu scritto con sarcasmo. Facilmente Totò avrebbe potuto replicare spiegando che lui, oltre a tutto, inviava cinquantamila lire al mese al Cottolengo. Ma preferì non sbandierare i suoi atti di bontà.

Con la morte di Totò, avvenuta nell’aprile del 1967, fu giocoforza che l' ”Ospizio dei trovatelli” si avviasse alla fine. «In quel periodo», mi racconta il dottor Vincenzo Mascia, «nel nostro rifugio, a causa di diverse adozioni erano presenti non più di trenta cani. Pochi rispetto ai tempi di massimo affollamento, ma pur sempre trenta bocche da sfamare; cosa difficoltà senza un sostegno economico. Fu allora che Eduardo Clemente mi svelò un segreto: Totò gli aveva fatto giurare, subito dopo esser stato colpito dall’infarto, che mai e poi mai avrebbe abbandonato al loro destino i cani dell’”Ospizio dei trovatelli”. Ed effettivamente Eduardo Clemente si mise alla ricerca affannosa di persone che potessero adottare quei cani. Lo vedevo andare, venire, caricare ora questo ora quel cane sulla sua macchina. Un giorno bussò a casa mia e mi disse: “Vincè, sono riuscito a piazzarne ventisei. Sono rimasti i quattro più malandati, Dottore, facciamo a metà? Te lo sta chiedendo il cugino di Totò”. E così due cani se li tenne lui e due me li presi io». E Mosé, il cane con le ruote? «Oh, quello morì un mese prima che morisse Totò. Credo che sia stato l’ultimo dolore che Totò abbia avuto nella sua vita. Cercai di confortarlo facendogli notare che, dopo l’incidente automobilistico, Mosé era vissuto tre anni. Aveva potuto camminare, correre, giocare…».

Vittorio Paliotti


Alcuni ospiti del canile

 

 

 


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919

1960 03 12 Il Messaggero Toto Canile f1 L

«Il Messaggero», 12 marzo 1960


Se non verrà pagato l’affitto arretrato, il canile dovrà essere sgomberato e la sorte delle ottanta povere bestie sarà segnata

Roma 10 giugno, notte.

Sulla via di Boccea, all’estrema periferia di Roma, capita spesso di vedere qualcuno con un pentolino In mano. Per lo più è gente anziana, uomini e donne: c tutti portano, con quel pentolino, un po' di zuppa per gli ottanta cani che la signorina Elide Brigata ha raccolto nel suo canile. Questa gente si è sempre vista, da quando esiste il canile: ma adesso che il canile è divenuto famoso, in seguito a una Intimazione di sfratto, si vede anche più di frequente.

Il mondo della signorina Elide, questo piccolo «orto concluso» che esprime ormai tutta la sua vita, si compone di due casette, tre recinti divisi l'uno dall'altro da reti metalliche e un granalo. Nelle due casette abitano Nico e Giuseppe, i due «luogotenenti» di Elide, e qualche volta lei stessa si ferma a passarvi la notte, disertando il modesto appartamento che ha in affitto via Berengario: i tre recinti sono per gli ottanta cani, i quali, d'inverno, vanno a dormire nel granaio. Ora, secondo il proprietario del piccolo «orto concluso» della signorina Elide, ella sarebbe una inquilina morosa, in debito verso di lui di 120 mila lire.

Lo sfratto era per la fine di maggio ed è stato prorogato alla fine di questo mese. Se la signorina Elide pagherà In tempo utile le 120 mila lire, nessuno la manderà via: se, invece, non le pagherà, dovrà andarsene e gli ottanta cani finiranno nella camera a gas. Il lato forse più inconsueto di questa vicenda è che lo stesso Commissariato di Primavalle, cui spetta il compito di eseguire lo sfratto, ha aperto una colletta, attraverso il proprio ufficio d'assistenza, per mettere insieme le 120 mila lire della signorina Elide. Non è molto facile che si riesca a raggiungere in pochi giorni una simile cifra: ma la signorina Elide è convinta di si, visto che lei riesce tutte le mattine, pur non disponendo di fondi, a risolvere il problema del gagliardo appetito di ottanta cani.

La donna e il cucciolo

Qualcuno ha un po' sorriso, è vero, di questa «curiosa signorina Elide», già piuttosto avanti negli anni, e interamente votata al cani. In fondo, è perfettamente comprensibile che si possa sorridere. Eppure c'è qualcosa, nella vita della «curiosa signorina a, per cui, ad un certo momento, è altrettanto comprensibile che non si sorrida più. Un giorno (era giovane, allora) volle bene a un ufficiale medico: la guerra d'Africa glielo portò via, ed ella non ne ha saputo più nulla. Più tardi, cancellato dal suo ricordo l'ufficiale medico, volle bene a un altro: la seconda guerra le portò via anche questo, ed ella, una certa mattina di dieci anni fa, andò a trovarlo in un manicomio.

Il suo mondo cominciò a popolarsi di cani proprio quella mattina uscendo dal manicomio. Capiva che. da quel momento, qualcosa di definitivo era naufragato in lei: era naufragata la possibilità di voler bene una terza volta. Era sola, e non poteva confidare a nessuno questa sua sensazione. Si volse, e si trovò dietro un cucciolo. Si fermarono un attimo tutti e due, il cucciolo e la donna. guardandosi seriamente negli occhi; poi ripresero insieme la strada fino a! piccolo appartamento della signorina Elide, in via Berengario.

Questo cane si chiama Jack; oggi il vero, l'unico capo del canile di via Boccea, questo canile con cui la «curiosa signorina» ha adempiuto al suo impegno verso i cani randagi: un impegno assunto il giorno stesso del suo incontro con Jack. Ella, in un primo momento, tentò di trovare anche a Jack, come tentò sempre di trovare, a tutti i cani che le vengono ad accucciarsi ai piedi. un altro padrone, per diminuire di qualche unità i gagliardi appetiti del suo canile: ma la straordinaria intelligenza di Jack gli permise di capire che al quinto disastro da lui commesso tutti si affrettavano a sbarazzarsi di lui e a riaccompagnarlo al canile. Ed ecco che Jack, in ciascuna delle tre case dove si trovò ad alloggiare per alcuni giorni, ha portato a termine con la maggiore rapidità possibile cinque disastri. Nell’ultima casa, per esempio, ha mandato in briciole un vaso cinese di gran pregio. ha infranto una porta a vetri, ha sventrato un materasso. ha ridotto a pezzi prima un cappello della' signora, poi una giacca da «smoking» dei padrone. appena portata dal sarto. Fiero di questi cinque disastri compiuti nello spazio di tre giorni, ha rifatto il suo ingresso nei canile dove è rimasto per sempre.

Il vecchissimo «Zog»

Il solo cane che non vive in uno dei tre recinti, ma isolato, in una cuccia tutta per sè, è il vecchissimo Zog. Zog fu portato al canile un paio di mesi fa. Non era randagio ma apparteneva. anzi, a una famiglia benestante, dove tutti avevano molte attenzioni per lui. Quale demone si sia improvvisamente impadronito di Zog. fino a indurlo ad aggredire la padrona. e a staccarle netto il naso, nessuno può sapere. Fatto sta che questo naso fu staccato. Il padrone voleva prendere il cane e portarlo al canile municipale, perchè lo uccidessero. La padrona invece per quanto non avesse più naso, perorò la causa di Zog: e Zog venne trasferito nel canile di via di Boccea. dove aspetta di morire (ha più di quindici anni) meditando sul suo misfatto.

Questo è il piccolo «orto concluso» della signorina Elide. Nel passato di lei non c'è che l’ombra di quei suoi due amori naufragati. Poi. da quando Jack le zampettò dietro la mattina in cui usciva dal manicomio. Il suo mondo si è popolato di cani. E’ giusto, infine, che si sorrida un po' della «curiosa signorina»: ma è anche giusto che gli agenti del commissariato di Primavalle abbiano fatto una colletta per metterle insieme le 120 mila lire e lasciarla dov'è col suoi ottanta cani.

Enzo Grazzini, «Corriere della Sera», 11 giugno 1960


E' stata investita dalle fiamme mentre preparava il «pappone» per i suoi 80 «protetti»

Roma 28 giugno, notte.

È morta in un ospedale romano, per collasso conseguente alle gravissime ustioni riportate alcuni giorni or sono, Marolina Mariani, una donna di 51 anni, conosciuta negli ambienti zoofili come «l’amica dei cani». Ne aveva raccolti un’ottantina in un recinto del villaggio San Francesco, presso Acilia: tutti destinati, senza il suo pietoso aiuto, alla camera a gas del canile municipale; e li curava e nutriva a prezzo di inenarrabili sacrifici, lesinando su tutte le esigenze della propria modestissima vita, fidando solo nella carità di altri cinofili. Un inserviente, di cui la cronaca conosce soltanto il nome — Riccardo —, la coadiuvava nella difficile impresa di sfamare tutti i giorni tutti quei cani; cinofilo anche lui, anche lui povero in canna, pago della gratitudine di Mariolina e dei suoi ottanta cani.

«Mariolina» (il diminutivo si addiceva perfettamente alla sua minuscola persona: era alta poco più di un metro e pesava sì e no trentacinque chilogrammi) è morta — si può dire — per i suoi randagi: stava loro preparando il pasto all'aperto, quando il fuoco su cui bolliva la grande caldaia del «pappone» le si è appiccato alle vesti, straziandole le membra. Riccardo è arrivato appena :n tempo per evitare che rimanesse carbonizzata; ma «Mariolina» è sopravvissuta solo per qualche giorno alle gravi ustioni.

Un'altra «amica dei cani», Elide Brigada, non meno povera di «Mariolina», si è ora addossata il peso del mantenimento degli ottanta ospiti della Mariani, nuovamente esposti, dopo la morte della loro protettrice, ad una fine miseranda. La Brigada aveva già raccolto, in un cascinale della via Boccea, cinquanta reietti della specie canina; ora ne «amministrerà» centotrenta, con il sostegno di quella fiducia che non l’ha mai tradita, come mai aveva tradito la Mariani.

«Corriere della Sera», 29 giugno 1960


1960 12 30 Il Messaggero Toto Canile A intro

Centosettanta cani sono gli amici ed i protetti di Antonio De Curtis, il popolare Totò. Non si tratta di cani di razza ma di randagi tolti dalla strada che Totò cura l'affettuosamente, avendo continuato e sovvenzionato lautamente riniziativa di una donna di 58 anni: Elide Brigada. Costei aveva raccolto circa 70 randagi salvandoli dalla morte nella camera a gas, decretata per loro dall'accalappiacani del Comune. Le spese per sfamare tante bestie rendevano però assai precario il bilancio della Brigada, infermiera in un ospedale.

Quattro mesi fa Totò si recò nel canile dell'infermiera, a Forte Boccea, e si accollò in mantenimento dei cani che da allora sono aumentati fino a raggiungere il considerevole numero di 170. Ora il canile di Forte Boccea è stato ampliato e rimesso a nuovo, con una spesa di oltre due milioni. Elide Brigada è rimasta a curare i cani, dorme fra di loro e non li lascia mai. Totò va tutti i giorni a trovare i suoi beneficati, che conosce uno per uno chiamandoli per nome; un veterinario li visita quotidianamente ed ha cura soprattutto dei più vecch. Per far fronte alle spese, che di giorno in giorno vanno sempre più aumentando, è stata fondata una «Società dei cani di Totò», comprendente circa 40 soci che assicurano un costante aiuto alla nobilissima iniziativa dell'attore.

«Il Messaggero», 30 dicembre 1960


Roma. Il comico Antonio De Curtis circondato da alcuni dei cani a cui ha salvato la vita. Qualche mese fa, Totò lesse in un giornale l'appello lanciato da Elide Brigada, una cinofila romana, la quale chiedeva aiuto per un suo canile per animali randagi che non poteva più mantenere: gli avanzi donati dalle trattorie, le medicine acquistate a costo di enormi sacrifìci non bastavano mai per i suoi protetti. L’attore si recò subito, con Franca Faldini, all’indirizzo segnalato, e si trovò davanti a decine di cani affamati: impietosito, decise di dare un concreto aiuto all'iniziativa.
1961 01 03 Oggi Canile Toto f2
Roma. Totò e Franca Faldini con alcuni del più begli esemplari dei "randagi” salvati. A due mesi dalla decisione dell'attore, il canile ha acquistato un aspetto molto più moderno e confortevole. Il vitto, il personale addetto alla cura dei 170 cani ora ospitati, le medicine, il veterinario; tutto è a spese di Antonio De Curtis. Per estendere maggiormente l’iniziativa, l’attore ha fondato un club, "Gli amici del cani di Totò", che sta riscuotendo un grand successo nell’ambiente cinematografico. Il primo socio del nuovo club è stato Gino Cervi, che ha inviato un cospicuo assegno.
«Oggi», anno XVII, n.1, 3 gennaio 1961

Con il generoso intervento del popolare attore napoletano è stata risolta una situazione disperata, ma tutti possono aiutare le povere bestiole destinate alla camera a gas

Roma, gennaio

I cani di Totò hanno nomi patetici, da periferia alla Testori. Si chiamano Romoletto e Civettone, Palletta e Maturino, Fioravante e Anima in pena, Ferrarella e Genoveffa, Tuttavita e Barcarola. Sono tutti protagonisti che non parlano di una disperata «avventura» terrena. Vivono, ora, felici ma forse ricordano i giorni nebbiosi di una terribile morte che batteva alle porte, la tristissima fine dei cani che non hanno padroni, che non hanno una casa e una zuppa, che vagolano ai margini della città notte e giorno, inquieti, annusando muri e alberi alla ricerca improbabile di un osso.

Tutti i cani del principe Totò erano inesorabilmente condannati alla camera a gas come i disgraziati deportati di Auschwitz. Il furgone del Comune non perdona e gli accalappiacani non hanno peli sul cuore, non si commuovono quando la bestia sta per cadere nella rete e tenta, scodinzolando, di far festa ad un uomo che non potrà mai essere il suo buon padrone. I cani di Totò vivranno certo a lungo. La sera si ritirano soddisfatti nelle casine tinte di celeste, un colore che fa allegria, e sognano, chissà, un loro paradiso denso di fumanti zuppe, dì buone fette di torta, di umanissimi padroni ai quali tendere la zampa per un saluto festoso.

Civettone è tutto nero come un tizzo di carbone e il nome glielo hanno dato perchè è un cane che si pavoneggia continuamente. Avesse la parola, chiederebbe uno specchio per rimirarsi quant’è bello. Tuttavita è un cagnino arzillo come un balletto di fuori porta, con due occhi intelligenti e la coduccia che spazza in permanenza l’aria. Animainpena è una vecchia cagna color mattone, è la più triste dei pensionanti di Totò, somiglia alle vecchie zitelle che hanno sperato per tutta la vita di trovare un marito e invece debbono rassegnarsi. Proprio come l’Arialda di Testori.

E’ una storia edificante, che merita d’essere conosciuta. Al mondo c’è anche chi vive in miseria e non pensa agli scioperi, a verniciare cartelli da innalzare in piazza. L’«avventura» dei centosettanta cani di Totò nacque a 15 chilometri da Roma, ai primi di giugno, in una povera casupola del villaggio San Francesco dove abitava la signora Mariolina Mariani. Lei, una signora presa pari pari dalle pagine dì un racconto di Cecov, e una trentina di cani catturati fra Roma e Ostia. La signora Mariani era riuscita a salvarli dalla morte certa della camera a gas. Gli uomini del canile comunale le avevano affidato le bestiole. «Ci penso io», aveva assicurato la signora Mariani, «ci penso io anche se ho poco da vivere».

Così i condannali a morte avevano trovato ospitalità nella casupola di villaggio San Francesco. Una zuppa modesta e l’amore sconfinato di una padrona che non aveva preferenze, che colmava di carezze tanto Bottiglione che Ceccopeppe. Ma una sera, ai primi di giugno dell’anno scorso, mentre preparava la zuppa ai suoi cani una candela rotolò a terra. L’abito della signora Mariani prese fuoco, i cani s’avventarono furiosi per strapparla alle fiamme (la povera donna, scrissero poi i cronisti, era diventata una torcia) ma non fu possibile salvarla. La signora Mariani spirò all’ospedale invocando i nomi di Barbarossa e Fedelissima. Nella casupola rimasero i trenta cani e Angelo Riccardi, un povero manovale di Mestre che da tempo conviveva con la morta. Angelo Riccardi, ormai solo, non avrebbe potuto badare agli ospiti. Riportarli al canile comunale? Sarebbe stata una terribile morte, una offesa alla memoria della salvatrice.

Angelo Riccardi seppe che verso Madonna del Riposo viveva un’altra vecchia signora, Elide Brigada, che pure teneva in casa una trentina di cani strappati alle camere a gas. Un personaggio anche Elide Brigada: uno dei tanti che la cronaca ignora ma che fanno cronaca. Ex infermiera, già fidanzata con un medico rumeno israelita poi morto in campo di concentramento, Elide Brigada aveva preferito lasciare il suo appartamentino al centro di Roma e ritirarsi alla periferia, verso Forte Boccea, dove con i pochi risparmi messi da parte aveva acquistato una casetta e un pezzo di terra. Trenta cani poveri della signora morta tra le fiamme trovarono ospitalità accanto ai trenta che già possedeva la signora Elide Brigada.

Ma sessanta cani hanno sessanta bocche e non campano d’aria. L’ex infermiera già pensava che un giorno o l’altro Rubicone e Tartarella, Soricetto e Noviluna avrebbero dovuto essere necessariamente portati al canile municipale. Pochi, i più giovani, avrebbero trovato forse un padrone. Ma tutti gli altri avevano il destino segnato. Lo stesso toccato al suo ex fidanzato morto ad Auschwitz. Ma la Provvidenza del Signore ti viene incontro quando meno te lo aspetti. Una mattina un rilucente macchinone si fermò davanti alla casina di Forte Boccea. Un autista in livrea aprì lo sportello, dal macchinone scesero una bellissima e giovane signora e un distinto gentiluomo con occhiali neri. Erano Franca Faldini e il principe Totò. L’attore aveva ordinato all’autista di fermare richiamato dall’abbaiare dei cani. Un triste concerto in quel sospeso silenzio della mattina colma di luce.

Totò seppe così dalla signora Elide Brigada la storia di quei cani, la storia di Mariolina Mariani. I cani, intanto, gli facevano gran festa affatto impauriti da quel signore che allungava carezze allo spelacchiato Gobbarello, alla minuscola Cicinella. Totò ha sempre voluto molto bene ai cani. Uno gli morì — e la signora Faldini non glielo fece sapere — quando fu colpito dal male agli occhi. Innamorarsi di quelle bestiole, capire quella patetica storia fu tutt’uno. «A questi cani», disse Totò, «penso io».

Così, miracolosamente, i cani di Mariolina Mariani e di Elìde Brigada trovarono un padrone «signore». Da sessanta erano diventati cento, centoventi, centocinquanta. Oggi sono addirittura centosettania: un esercito di cani che, quando il signor padrone arriva a Forte Boccea, si schierano tutti in fila e levano la zampa come se presentassero le armi. Totò li conosce tutti, uno per uno, e li chiama affettuosamente per nome. L’ultimo, un cagnetto tutto pepe color latte e caffè, l’ha battezzato Scugnizzo. E Scugnizzo, quando Totò si reca a far visita ai suoi pensionanti, si leva sulle zampine e gli si mette davanti sull’attenti.

Il principe-attore dedica molte ore ai suoi cani. Ma centosettanta bestiole sono sempre centosettanta bocche da sfamare. Totò ha bussato a molte porte. Chi può dare, dia: poco, ma dia. Ogni cane ha ora la sua casetta tinta di celeste. Sulla porticina, le targhette coi nomi: Numitore, Babarella, Fichetto, Cianchetta. Gelsomino, Occhiopesto. Totò ha costituito la «Società dei cani di Totò»: le offerte sono cominciate a piovere. Chi vuole, può mandare. Basta indirizzare a Totò — via dei Monti Parioli 4 — Roma. Saranno tanti ossi, tante zuppe in più per i ba-stardini che hanno occhi di cristiani e che se parlassero direbbero a tutti dolcemente: «Grazie».

Sandro Delli Ponti, «Il Piccolo di Trieste», 16 gennaio 1961


Il principe De Curtis, in arte Totò, insieme con Franca Faldlnl, è comparso, ieri, alla prima sezione civile della pretura in seguito all'azione giudiziaria prmossa dall'ex guardiana del canile di Forte Boccea, Elide Brigada, la quale ha chiesto di essere reintegrata nella gestione del canile dalla quale fu estromessa dopo che Totò lo fece rimodernare. 

Ieri il pretore Gajardo ha tentato di conciliare le parti rappresentate dai rispettivi legali. Costoro però, osservando le disposizioni impartite dallOrdine di Roma, pur essendo presenti, non hanno trattato la causa che è stata, pertanto, rinviata all‘8 aprile. 

«Il Messaggero», 22 marzo 1961


Una guardiana licenziata vuol’essere riassunta - Azione di sfratto promossa dalla proprietaria del fondo

Roma 21 marzo, notte.

Il canile di via di Forte Boccea, rimodernato e reso funzionale a spese dell’attore Antonio De Curtis, in arte Totò, è al centro di una complessa vertenza giudiziaria che ha preso l’avvio stamane, in Pretura, con la comparizione delle parti, presenti i rispettivi avvocati che, però, essendo in sciopero, non sono intervenuti nel dibattito.

Il canile, come si ricorderà, ospita, fra gli altri, i cani-poliziotto «Dox» e «Dox Junior», sfrattati due mesi or sono dalla Questura essendo di proprietà personale del brigadiere Giovanni Maimone, il quale, in seguito a questo provvedimento, ha rassegnato le sue dimissioni dal Corpo di P.S.

Il principe De Curtis, accompagnato dall’attrice Franca Faldini, è intervenuto personalmente in Pretura; suoi avversari, in un duplice giudizio, sono la ex-guardiana del canile, signorina Elide Brigada, e la proprietaria del terreno, signora Cangeni. La Brigada, già licenziata, intende riprendere le sue mansioni nel canile; mentre la proprietaria dei fondo ha promosso una azione di sfratto.

Stamane, come s’è detto, sono state convocate le parti per un tentativo di conciliazione fatto dal pretore Gajardo, il quale ha disposto, per l'8 aprile, un sopraluogo in via di Forte Boccea.

«Corriere della Sera», 22 marzo 1961


Roma 21 marzo.

Totò, accompagnato da Franca Faldini, è comparso stamani dinanzi alla I sezione della pretura civile di Roma nella causa intentata, per azione legale, dalla ex-guardiana Elide Brigada del canile di via Forte Boccea.

La ex-guardiana del canile che Totò ha fatto rimodernare a sue spese intende essere reintegrata nella gestione del canile, dal quale, alcuni mesi fa, fu estromessa. Contemporanea al presente giudizio, esiste ora un’azione di sfratto intentata dalla proprietaria del fondo, signora Laugeni.

L'udienza di stamani è consistita soltanto in una convocazione delle parti per un tentativo di conciliazione che il pretore ha compiuto. Tutti gli avvocati, in osservanza alla deliberazione di sciopero, presa dal consiglio dell’Ordine di Roma, pur avendo’ partecipato alla udienza, non sono intervenuti nel dibattito.

Ascoltate le parti, il pretore ha stabilito di compiere l’8 aprile un sopraluogo al canile di Forte Boccea.

«Corriere dell'Informazione», 22 marzo 1961


Nizza, lunedi sera

Totò ha trascorso qui alcuni giorni di riposo con la bella moglie e il suo cane prediletto, Pepe, un barboncino nero. «Monsignore» è stato oggetto delle più reverenziali cure da parte del personale del Negresco (dove ritorna frequentemente). La repubblica di De Gaulle ha grande considerazione per i veri nobili. Ora, come tutti sanno, il principe Angelo Focas Flavio Ducas Commeno de Curtis discende, direttamente dall'ultimo imperatore di Bisanzio. Ma Totò, attore comico, dalla celebre bazza, dall'occhio malinconico e dai gesti brevi non si dà arie. Il grande pubblico di Francia lo conosce per il film di Mario Monicelli «I soliti ignoti» di cui l'interprete è Gassman che non lascia mai la scena, e dove Totò fa una parte di cinque minuti, ma indimenticabile: quella, di un vecchio gangster in pensione che insegna agli aspiranti svaligiatori l'arte di aprire le casseforti. Questa lezione è un capolavoro di comicità. Ai giornalisti che l'hanno assediato Totò ha detto con quel suo sorriso un po' sbilenco: «Ho girato 104 film in ventisei anni, ma come avrei potuto immaginare nel 1938 quando ho girato il primo che sarei stato condannato a far ridere il mio prossimo fino alla fine dei miei giorni! E' un luogo comune dire che gli attori comici sono fondamentalmente malinconici, ma per me è vero».

Poi aggiunge con accento napoletano: «In realtà, io pagliaccio non sono. Ma ogni volta che ho tentato di uscire dal mio personaggio è stato un fiasco. Il pubblico non mi riconosce e mi fa il broncio. E pensare che i miei volevano diventassi ufficiale di marina. Mi vedete con questa grinta portare la uniforme bianca e il berretto gallonato d'oro». E' molto atteso qui il suo ultimo film, parodia di «Chi ha ucciso Baby Jane?». Totò fa l'imitazione di Bette Davis. Domani l'attore parte per Madrid dove parteciperà a due comproduzioni italo-spagnole: «Devo lavorare molto, dice con lieve ironia, perché devo mantenere duecentosette bocche: la mia, quelle di mia moglie e mia figlia poi, a Roma, ho creato un rifugio per i cani abbandonati, ne ho duecentoquattro e hanno buon appetito». Prima di lasciare Nizza ha comperato «Le memorie di Charlie Chaplin» e chissà che non gli venga voglia di .scrivere le site: com'è noto, Totò è compositore di poesie napoletane e la sua ultima raccolta uscirà a giorni.

Maria Rossi, «Stampa Sera», 12-13 ottobre 1964


Da parecchi anni il principe De Curtis manteneva (si calcola abbia speso almeno cinquanta milioni) centinaia di cani raccolti per la strada - Ora il canile è stato chiuso; i quattordici animali rimasti sono stati affidati, per adesso, ad una signora che ne avrà cura

Roma, 22 aprile.

L'«Ospizio dei trovatelli», dove Totò salvò dalla camera a gas centinaia di cani randagi, spendendo in pochi anni una cinquantina di milioni, è chiuso. Gli ultimi quattordici «orfanelli» sono stati affidati ad una signora che ne avrà cura. D'ora innanzi, passando dinanzi al cancello di via di Forte Boccea, nessuno udrà più abbaiamenti. Tutto è finito l'altro giorno al cimitero di Poggioreale, quando il popolo napoletano ha accompagnato Totò alla sua tomba. Quanti sanno che Antonio Angelo Flavio Comneno Lascaris De Curtis, principe imperiale di Bisanzio, fu uno dei cinofili più appassionati d'Italia? «Debbo sdoppiarmi continuamente — mi disse un giorno — per sostenere due ruoli. Totò, maschera, mimo, comico, lavora come un dannato per mantenere il principe con tutte le sue esigenze. Tra queste una delle più impegnative e quella dei cani, che mi succhia no un mucchio di quattrini. Ma, capirai, "noblesse oblige "».

Il 3 giugno I960 la signora Mariolina Mariani, di cinquantadue anni, accese una candela mentre stava preparando la zuppa ai suoi cani, raccolti qua e là, nel villaggio di San Francesco. La candela, cadendo a terra, appiccò il fuoco alle vesti della donna. I cani cercarono di liberarla con i denti dai brandelli di stoffa ardente. Ma Mariolina mori poco dopo all'ospedale. Dei cani si occupò la signora Elide Brigada, che in via di Forte Boccea, verso Ostia, si prendeva cura di un altro gruppo di bestiole abbandonate. La donna consumò in quest'opera tutti i risparmi.

Una mattina comparve Totò, accompagnato da Franca Faldini. Si fece raccontare com'era finita Mariolina e come la signora Brigada era rimasta senza un soldo per amore dei suoi «trovatelli», alla fine disse: «A questi cani penso io». Erano una settantina. Da quel giorno il principe passò molte ore nel canile. Lo fece tinteggiare di celeste; badò che la zuppa fosse sempre buona; assistette alla visita medica fatta dal veterinario Vincenzo Masci ai malati. In breve i «trovatelli» diventarono centosettanta. Ogni tanto qualche cinofilo andava al canile municipale; si faceva consegnare alcuni animali condannati alla vivisezione; li portava all'asilo di Totò; se ne andava fidandosi del «cuore del principe». Totò diceva agli amici: «Aiutate i miei trovatelli, se lo meritano. Sono brave persone e non ci hanno disingannati. Ma nessuno, che io sappia, fece qualche cosa di concreto.

Quando si trovava al canile, Totò parlava spesso di «Dick». Era un lupo che l'attore aveva tenuto con sé per dieci anni. «Dick» morì proprio mentre il principe cominciò ad ammalarsi agli occhi e si temette per la sua vista. La Faldini gli nascose per molti giorni la morte del cane. Quando seppe che «Dick» lo aveva lasciato, l'attore sembrò sopraffatto dalla malinconia. Recitava spesso sommessamente una poesia che aveva composto per il suo lupo. Accadde poi che la Faldini portò in casa «Peppe», un barboncino nero. Quando Totò se lo trovava fra i piedi, mostrava di non vederlo. Era geloso del nuovo cane che aveva preso il posto dì «Dick». Un giorno «Peppe» s'ammalò di cimurro nervoso, fu sul punto di morire. Totò entrò per caso nella stanza dove agonizzava; «Peppe», come tutti i bravi cani, trovò un po' di forza per levarsi in piedi sulle gambe vacillanti; il padrone, che non l'aveva mai accarezzato, gli battè sulla testa dicendogli sottovoce: «Fai il bravo, Peppe, che guarirai» Il barboncino si salvò.

Totò sapeva tutto dei «trovatelli» accolti nel canile, c'era Jack che senza una ragione era stato cacciato di casa dai padroni ; tornò dieci volte; sempre fu rimandato via a bastonate. Stette tre mesi senza abbaiare. Il veterinario Masci pensò che qualche malvagio gli avesse bruciato le corde vocali. Un giorno riabbaiò mentre gli medicavano un orecchio. Leone, un altro cane, sfuggì ripetutamente alla camera a gas, nascondendo il muso fra il pelo dei compagni morenti e cercando di respirare pochissimo. I guardiani del canile lo rimisero in libertà, dopo averlo trovato per la terza volta stordito ma vivo fra un mucchio di morti. La storia di «Arro», pastore tedesco, sembrava a Totò la più patetica di tutte. Il padrone, un medico, lo aveva addestrato a far la guardia all'automobile, quando si allontanava. Il medico morì. Gli eredi regalarono «Arro» ad un amico. Questi mise la bestia nella propria vettura. Giunto dinanzi ad un tabaccaio, scese per comperare le sigarette. Non potette più risalire in macchina. Il cane, che non conosceva il nuovo padrone, si regolava come ai tempi del medico morto. Buscò tante bastonate che rimase cieco. Totò lo volle nel suo «ospizio»; lo fece curare; a poco a poco la bestia cominciò a vedere.

Arnaldo Geraldini, «La Stampa», 23 aprile 1967


Totò, un principe tra i cani

«Vedrà che accoglienza. Quei cani mi vogliono bene», prometteva Totò. L’attore meraviglioso morto quarant’anni fa, il 15 aprile 1967, accompagnato dal dolore italiano e da una semplice benedizione perché le autorità ecclesiastiche non gli perdonavano d’aver vissuto anni con Franca Faldini senza sposarsi e d’essere massone, non era un uomo d’amore. Gli piacevano le donne, ne apprezzava la dedizione quando c’era, era legato alla figlia, era sentimentale alla napoletana, ma voleva bene a pochi: però amava i cani, moltissimo. Nel 1960, per accogliere cani sperduti o sfortunati, fece costruire l’«Ospizio dei trovatelli», un canile moderno e attrezzatissimo che gli costò quarantacinque milioni. Anche prima, finanziava diversi piccoli canili artigianali, spendendo molto.
Li visitava tutti regolarmente, a turno. Quella domenica andavo con lui e con un fotografo a uno di questi rifugi, sui prati tra la periferia romana e Ostia. Totò appariva non si dice elegante (risultava sempre troppo azzimato) ma impeccabile: cappello, bel cappotto, scarpe lucide, sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani, aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli, né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome («Mica sono figli»). Li chiamava tutti «cane» e basta, sin dall’infanzia nel rione Sanità vicino alla stazione ferroviaria di Napoli, quando Totò portava il cognome della madre nubile, Clemente (sarebbe diventato De Curtis soltanto nel 1928, dopo il matrimonio della madre con il marchese De Curtis, reso possibile dalla morte dell’ostile padre dello sposo). Detestava l’aggettivo «randagio», non lo usava mai. Nelle diverse case che ebbe a Roma, sempre ai Parioli quartiere di ricchi, ospitava cani raramente («Vogliamo farli soffrire in un appartamento?»). Nei film non li gradiva, a parte qualche barbone sporco o volpino spelacchiato che restavano anche loro «cane», senza nome.

Quanto a Totò, più nella vita privata, per via di adozioni o simili, il suo nome diventava altisonante, nobiliare, principesco, imperiale, più i suoi nomi cinematografici si facevano ridicoli: Totokamen, Cacace, Totonno, La Trippa, Sgargiulo, Posalaquaglia, Ciancicato, Canarinis, mentre la sua «spalla» Mario Castellani poteva chiamarsi Za la Mortadelle.
Con i cani Totò giocava alla pari: loro facevano salti, lui si torceva e scattava in uno dei suoi numeri fisici geniali (anche per far piacere al fotografo). Li carezzava tutti, sul muso: «Visto che vita, che energia?», chiedeva. Poi si mise a parlare di gestione con la signora responsabile dei cani: conti, animali malati, interventi burocratici dei vigili, veterinario... Totò si annoiava, diventava di cattivo umore come quando in un film (era «Totò le Mokò»?) guardava Algeri dall’alto e sospirava: «Sempre in Casbah, sempre in Casbah...». Tornò a giocare coi cani. Poi tese le braccia come un bambino piccolo, in atteso che qualcuno andasse a prenderlo e lo portasse via, piano piano.

Lietta Tornabuoni, "La Stampa", 16 aprile 2007


«Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani. I cani costano e valgono più di un cristiano. Lei lo picchia e lui è affezionato lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell'uomo. Guardi gli uomini come si odiano: basta che si sfregiano 'nu poco l'automobile, subito scendono coi denti fuori, gridando. [...] Accade quindi che qualche anno fa andai a visitare un canile che era tenuto da una speculatrice. Certi cani tristi, malati. Allora feci cacciar via la speculatrice e costruii tanti bei capannoni con tante belle cucce. Qui li tengo i miei cani, per me sono come duecentoventi bambini. Certo costano: il personale di servizio, il veterinario, le medicine...»


Servizio televisivo della RAI all'Ospizio dei trovatelli trasmesso nel 1961 all'interno della trasmissione "Controfagotto"


Sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta.



Riferimenti e bibliografie:

  • "Totò, principe del sorriso" (Vittorio Paliotti) - Fausto Fiorentino Ed., 1977
  • "Totò, femmene e malafemmene", Liliana de Curtis e Matilde Amorosi, RCS Libri, Milano, 2003
  • «Corriere della Sera», 29 giugno 1960
  • Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961
  • Francesco D'Agostino, «La Settimana Incom Illustrata», 13 aprile 1961
  • S.C.,Tribuna Illustrata n.77, 7 maggio 1967